SORELLE

Ho iniziato ad amare le spy stories approssimativamente nella seconda metà degli anni ’70 Dossier Odessa, Il giorno dello Sciacallo e poi Ludlum Le Carrè Cruz Smith poi senza nulla togliere a nessuno ho abbandonato il genere, finché de Giovanni, senza dirmi nulla, mi manda un raccontino che ha per protagonista una donna molto particolare.Un’ex agente dei servizi.

Qui scusatemi ma è necessaria una digressione.

Se devo descrivermi a qualcuno, uso questa avvertenza: “puoi farmi qualsiasi cosa, in genere perdono e passo oltre, ma se mi ferisci volontariamente o mi fai un’ingiustizia, non sai come quando e da dove, ma la mia giustizia prima o poi ti trova”. 

Ecco, io in quella donna non particolarmente curata, senza trucco, coi capelli non tinti, abiti che passano inosservati e scarpe comode; che ha rinunciato a tutto per amore, tanto sicura di sé da non aver bisogno  di riconoscimenti, né nel privato né nella carriera, ho trovato qualcosa di me. Amarla è stato inevitabile.

In quel racconto che anticipava Sara al tramonto e sarebbe poi stato pubblicato in Sbirre, c’erano tutti i prodromia un personaggio strepitoso. Ha lavorato in un’unità particolarissima, che esiste anche se sembra inventata, Sara Morozzi è in grado di leggere il labiale ma soprattutto di interpretare ogni minimo gesto; la postura gli sguardi i movimenti delle mani delle spalle. Sara è stata un’arma innescata al servizio della legge e una volta lasciato il servizio, si è messa al servizio della giustizia.

Agli antipodi rispetto a Sara, ancora in servizio c’è Teresa Pandolfi. Tanto l’ex agente passa inosservata quanto invece la collega è attenta ad apparire sempre al top. Trucco e parrucco accurati, esercizio fisico e attenzione al cibo, propensa ad amori passeggeri, possibilmente con uomini più giovani che non richiedano altro impegno che quello fisico.

Diverse come il giorno e la notte, non use a sentirsi spesso, quando si incontrano davanti a un caffè, in genere è per programmare qualche azione “professionale”, perché anche se adesso Teresa ricopre un ruolo apicale, è sempre disponibile a mettersi a disposizione dell’amica. Fino a questo romanzo, era chiaro che fra le due donne, ci fosse un legame forte e certamente con tanto non detto, ma quanto sia profondo,soprattutto sul piano personale, de Giovanni ce lo svela completamente solo in Sorelle. Una mancata risposta a un messaggio, fa scattare (a buona ragione) l’allarme di Sara. Tanti anni densi di tutto, hanno fatto sì che a dispetto delle apparenze, se c’è qualcuno può sapere con certezza che Teresa è in pericolo, quella è Sara. Se qualcuno può intuire quale sia “l’assicurazione” che la poliziotta ha predisposto per i casi di emergenza, è ancora lei.

Sempre più addentro nella spy story, che per quanto romanzata, dovrebbe far venire i brividi, oltre la storia, deGio si è concentrato sulle due donne, ci racconta di come pur apparendo così diverse siano in realtà complementari. Stampella l’una dell’altra a turno, scegliendosi negli anni, perché questo succede con gli amici, ci si sceglie. Non è un caso che (vero o no che sia), quando si vuole esprimere la stima e l’affetto che si ha per qualcuno lo si definisce un fratello o una sorella. Una sorella la senti, che te lo dica o no tu sai come sta, da quello che fa o non fa, dice o non dice. E se non dice e “scompare”, indipendentemente da quello che possono pensare gli altri, tutti gli altri, tu sai se ha bisogno di aiuto.

È questa l’ottica in cui si sviluppa Sorelle, il legame di Sara e Teresa così profondo che solo la donna invisibile capisce dove andare a cercare l’Assicurazione, qualcosa che chiunque lavori in quel particolare ambiente, si premura di nascondere, da giocarsi quando sul piatto c’è la propria vita. E solo a Sara la Pandolfi può mostrarsi “nuda”, senza la corazza che le fanno il trucco i lunghi capelli biondi gli abiti sexy. Solo a Sara è permesso entrare nel cuore dell’algida Teresa, perché per muoversi sull’anima delle persone, bisogna saperle leggere, è necessario aver percorso un pezzo di strada a piedi nudi sui sassi della vita, essere inciampati nello stesso dolore che ti fa sorella o fratello al di là del sangue.

JULIET MARION HULME

L’IRONIA DELLA VITA

Juliet Marion Hulme e nasce a Londra nel 1938 ma a causa di una debole costituzione e della tubercolosi, passa la sua giovinezza in posti caldi, durante il conflitto è in Nuova Zelanda dove nel 1948 si trasferisce anche il padre che assume la direzione del Canterbury College di Christchurch.

Juliet non ha molti amici ma si lega particolarmente a Pauline Parker, le ragazze, ma forse sarebbe meglio dire le bambine, passano insieme un sacco di tempo, tanto che negli anni, anche a causa di una “diagnosi” psichiatrica, c’è il sospetto che le due siano almeno a livello sentimentale, innamorate (parliamo sempre comunque di preadolescenza). A sedici anni Juliet dimostra già un’indole piuttosto contorta, tanto che scoperta la madre a letto con un uomo che non è suo padre, tenta di ricattare lo sventurato signor Perry. Vi è suonato un campanellino? Bene.

Dopo la diagnosi di cui sopra, le famiglie decidono di separare le due ragazze, in realtà è Honora Parker che maggiormente si oppone alla frequentazione. Nel diario di Pauline (poi vi dico perché lo citiamo) descrive lei e l’amica come creature celestiali di incomparabile bellezza, superiori alla media, quasi appartenenti ad una razza privilegiata. Il professor Hulme, ormai al divorzio, sta per lasciare la Nuova Zelanda e decide di portare con sé Juliet che, nei piani del padre dovrà restare (sempre per la questione climatica) in Sudafrica affidata alle cure di un collega. Sempre dal diario di Pauline “Ogni giorno muore tanta gente, perché non la mamma?” Per farla breve, il 22 giugno del 1954 le due uccidono la madre di Pauline, il piano è di farlo passare per un incidente ma il medico che presta soccorso alla donna, secondo le ragazze caduta su una pietra, intuisce che la dinamica è un’altra, chiama la polizia e le ragazze finiscono sotto processo. È qui che il diario diventa importante in quanto portato come prova in tribunale dimostra chiaramente la premeditazione. Solo per la loro giovane età scampano alla pena di morte e finiscono in prigione per i 5 anni successivi, a 700 km di distanza l’una dall’altra. Pauline una volta libera scompare, Juliet invece raggiunge il padre in Inghilterra.

Nel 1978 esce con un discreto successo, a firma Anne Perry, quello che diventerà il primo di una lunga serie di storie, “Il boia di Carter Street” , un romanzo ambientato in epoca vittoriana  con protagonista l’ispettore Thomas Pitt. Nel 1994 il regista Peter Jackson gira un film “Creature del cielo” con Kate Winslet, ispirato alla storia di Juliet e Pauline che risveglia i ricordi di un giornalista. Questi, seguendo le tracce di Juliet Hulme si accorge che Juliet scompare quando sulla scena appare una scrittrice chiamata Anne Perry. Tutti i giornali escono con la notizia che in realtà una delle più grandi scrittrici di gialli è un’assassina. Anne Perry conferma al suo editore che è tutto vero, il suo è uno pseudonimo, quella ragazzina coinvolta in un’omicidio, Juliet Hulme era lei. Intervistata dallo scrittore scozzese Ian Rankin, la Perry conferma la sua vera identità al mondo, racconta la sua storia e di aver capito durante la detenzione, l’importanza di pagare il proprio debito con la giustizia cosa giusta e utile per la rinascita come persona. Il riscatto dice, arriva quando si capisce che ciò che si è fatto era male e non si desidera più essere quel tipo di persona. Ammette candidamente nell’intervista,di non aver mai pensato all’ironia del fatto che lei si guadagni da vivere come scrittrice di gialli, finché non glielo hanno fatto notare.

IL BOIA DI CARTER STREET

Londra primavera 1881. La vita del quartiere londinese dove vive la famiglia Ellison, è scossa da una serie di orrendi delitti di cui è vittima una delle loro domestiche.

Sebbene la morale e i costumi dell’epoca non prevedessero per le fanciulle la lettura dei giornali, Charlotte, che è poco incline al rispetto delle rigide regole, segue la vicenda proprio dai quotidiani. A occuparsi delle indagini è l’ispettore Thomas Pitt, abile conoscitore dell’animo umano, in qualche modo riesce a coinvolgere la giovane, mostrandole una realtà del tutto diversa da quella che lei immagina. Col proseguire delle indagini, che si avvicinano sempre più al mondo di Charlotte stessa, la ragazza, oltre a capire che la società non è quella che lei ha sempre creduto, che appena fuori dalla porta di casa esistono la miseria, bambini costretti a lavorare, donne che si prostituiscono per la sopravvivenza loro e dei propri figli, scopre anche di provare un nuovo sentimento, anch’esso del tutto contrario alle convezioni. Con pochi tratti, Anne Perry ci catapulta completamente in pieno periodo vittoriano, quando il perbenismo e le convenzioni sociali dominano la società, soprattutto fra i ceti medio-alti. Il comportamento in società è dettato da rigide regole, il perbenismo domina la morale comune e chi non segue queste regole è destinato a dare scandalo, soprattutto se donna. La Perry è abilissima oltre che a tratteggiare il periodo storico, anche a imbastire una trama che tiene il lettore in sospeso fino alle ultime pagine; scoprire chi è il serial killer e il movente dei delitti – quanto di più anticonvenzionale e scandaloso per l’epoca – non è affatto facile. La narrazione si snoda con eleganza e precisione fra scene di vita sociale e familiare, mentre le indagini si svolgono nel tipico stile del giallo classico. Con questo romanzo (1979) inizia la vasta produzione della Perry che oltre alla serie all’ispettore Pitt, trentadue romanzi, fra altre serie i singoli e racconti, consta di oltre un centinaio di opere.

Ho cominciato a leggere Anne Perry dal primo romanzo, l’ho amata moltissimo e a qualche giorno dalla sua scomparsa, mi è sembrato giusto ricordare la storia di questa grande autrice, che ha dato alle stampe romanzi ormai entrati di diritto nella giallistica classica. Molti appassionati conoscevano già questa storia, ma credo possa essere interessante anche per chi non è addentro. Se non la conoscete, vi consiglio fortemente di aggiungerla senza meno alla vostra libreria.  

Articolo e recensione sono a cura di Martina Sartor

CONSIGLI SPARSI PER ORE BELLE

Tre autori completamente diversi, due Case Editrici e qualche ora (giorno) di buone letture. Janice Hallett, la fascetta la descrive come la nuova Agatha Christie e in versione moderna in effetti ci può stare, è una giornalista e sceneggiatrice inglese, L’assassino è tra le righe è il suo romanzo d’esordio. Spiazzante all’inizio, ci si mette (io ci ho messo) un attimo a entrare nel mood, ma una volta iniziato, non ci si stacca fino alla fine, non tanto per la suspance quanto per la modalità. Come Fami e Charlotte, due studentesse di legge, il lettore affronta la sfida lanciata dal patrocinante per la Corona Roderick Tanner, mediante l’invio della documentazione relativa a un caso, chiedendo di leggerla e riferire le loro impressioni. Quello che non dice loro (né a noi) è quale sia il reato o cosa si debba cercare. Si tratta solo di mail e messaggi i cui mittenti e destinatari appartengono a una piccola comunità, Lockwood, in cui tutti si conoscono e a vario titolo collaborano con la compagnia teatrale locale facendo riferimento alla famiglia più influente (ricca), che si trova improvvisamente ad affrontare la necessità di reperire moltissimo denaro per una cura oncologica disponibile solo negli Stati Uniti. Con Romolo Bugaro, autore Padovano, entriamo nella vita de I ragazzi di sessant’anni, che poi sarebbe uno, un assicuratore forse o un funzionario di banca, con le loro abitudini e piccoli riti che li accompagnano nella presa di coscienza dell’età, i sessant’anni appunto, che ovviamente non si sentono minimamente, il loro sguardo distaccato sulle vite degli altri, di varie età, sul loro matrimonio, le vicende della moglie dei figli. Particolarissimo, tenero e spietato, in una Padova raccontata e scandita dai locali dove fare l’aperitivo, che è quasi rigorosamente uno spritz, fino a che…Ma qui ovviamete mi devo tacere perché qui non si fanno spoiler. Dopo i due Einaudi il consiglio passa a Edizioni Le Assassine, che come sempre riserva qualche piacevole sorpresa. Luisa Valenzuela partendo da un episodio di cronaca, la morte del Procuratore Nisman nel 2015, accusatore della presidentessa Kirchner, inizialmente attribuita a suicidio, ne Il procuratore muore fa incontrare il commissario della polizia federale, Santiago Masachesi – forzatamente pensionato per ragioni politiche – con la sua prima fidanzatina. Si incrociano la dolcezza dei ricordi di due ragazzini, con quello che poi la vita gli ha dato. Qualche rimpianto perché non tutti i sogni si riescono a realizzare, potrebbe forse essere risarcito dalla forza che timidamente, traggono l’una dall’altro, cambiati cresciuti ma delicatamente decisi a realizzare quello che è ancora possibile. Un romanzo, anzi più d’uno, all’interno del romanzo stesso. Si sfiora quello che viene definito Realismo magico, e d’altra parte l’autrice è argentina, ed è il Sud America la patria del genere letterario con Gabriel García Márquez. Un’autrice che sebbene meno nota, che non fa rimpiangere i grandi nomi.

LA GRAZIA DELL’INVERNO

di LOUISE PENNY

Facciamo una premessa, Einaudi, la casa editrice che ha avuto il colpo di genio assoluto di pubblicare in Italia la Penny, ha spiegato da qualche parte (che naturalmente non ricordo ma il succo c’è) il perché non siano pubblicati e tradotti nell’ordine di uscita.                             Quindi, se non l’avete ancora incontrata, partite dal primo della serie che è Natura morta e poi proseguite con La grazia dell’inverno. Potreste chiedervi/mi perché mai dovrei?   Primo perché scrive deliziosamente ed è tradotta magistralmente, capite che già questo sarebbe un buon motivo, poi ha inventato (forse) questo paesino minuscolo, in Quebec, probabilmente a pochi km da Pikax (poi vi dico che Paese è) e Armand Gamache, capo della sûreté du Québec con tutto il cucuzzaro.                                                                                          Il cucuzzaro è composto dal gruppo eterogeneo che di più non saprei immaginare che compone Three Pines e pur essendo così diversi fra loro, hanno creato un’armonia bellissima. La moglie di Gamache, Reine Marie, un’archivista dolce e arguta. I loro figli e il suo vice, i futuri vicini gli agenti, eccetera eccetera. La trama è folle, pazzesca e incredibile ma assolutamente perfetta, poi  le atmosfere le interazioni, insomma tutto. Le vicende narrate hanno un seguito temporale che non è indispensabile seguire, ma a ragion veduta, per le implicazioni che hanno nel complesso, se non avete letto quelli già pubblicati, lasciateli sullo scaffale e seguite l’ordine deciso dall’autrice. Conoscete Lilian Jackson Brown? Se non la conoscete andate a cercare i suoi romanzi perché dopo amerete ancora di più la Penny.

                                                                                                                     È lei che per prima (vale per me ovviamente), mi ha portata ai confini col Canada, nella contea di Moose dove appunto si trova Pickax, dove i delitti più orrendi sono nascosti dal bianco della neve, dove il freddo (meteorologico e non) viene attenuato dal calore dei sentimenti. Dove anche nella modernità dei tempi, restano fondamentali i sentimenti.                                                                                                                                       Reine Marie con il suo accogliere, mi fa pensare alla moglie di Magreit, alla contrapposizione del fuori e del dentro casa, non solo casa Gamache, il male resta fuori e quello che è dentro le persone, come se fosse una magia, viene eliminato e purificato dall’amore, familiare o amicale che sia.                                                                                                           Un’autrice che vale tutto il tempo che le si dedica, che soddisfa i giallofili puri con le trame, e gli amanti dei romanzi tout court. Lontanissima dalla freddezza del giallo cosiddetto nordico, sebbene il Canada non sia esattamente al sud del mondo, ti porta nell’abisso (nello specifico davvero profondo) dei sentimenti umani e poi ti rassicura senza mai essere melensa.                                                   Una di quelle scrittrici che vorresti leggere e rileggere fra un libro e l’altro.

L’ERRORE

Piernicola Silvis

Ci sono libri, romanzi, che leggi con la contezza di immergerti in una storia d’amore, o criminale o in un altro tempo. Poi ci sono romanzi come questo, che ti portano ovunque senza soluzione di continuità lasciandoti alla fine con due certezze. Non esistono colpevoli né innocenti assoluti, tutti potremmo essere tutto, a causa di un momento infinitesimale o per una vita di reiterazioni inconsapevoli.   L’errore che nello specifico risulta essere fatale non è immediatamente identificabile o per meglio dire è attribuibile a più protagonisti e contemporaneamente è talmente banale da non sembrare tale. Nella storia di Pepe Ruggieri e Flo, il lettore passa continuamente da uno stato d’animo all’altro, dalla parte di uno a quella dell’altro, si riconosce a fasi alterne, l’errore diventa di uno  poi dell’altra e ritorna indietro.  Esattamente come nella vita, prendere una posizione netta diventa impossibile salvo che nella pietas che si prova per chi ha commesso quell’errore, senza nemmeno essere cosciente di averlo fatto, perché ogni atto, azione pensiero o omissione, nel momento in cui viene messo in essere diventerà un errore o no, in base al momento e al contesto. Il romanzo è dedicato a quelli che Silvis chiama gli Angeli Violati, che sono le donne abusate, picchiate uccise e lo è a buona ragione, però, per chi è bacato in testa come me, oltre ad essere un gran bel romanzo, diventa un coacervo di domande molto poco politicamente corrette, una valanga di riflessioni e contro riflessioni, che nulla tolgono, anzi, probabilmente rendono più consapevoli dell’importanza del tema di fondo.                                                                            Il che è esattamente quello che chiedo a un romanzo che non sia uno di quelli svuota cervello.                                                                       Silvis è un poliziotto – in quiescenza – che ha svolto nella sua carriera, svariati e diversi incarichi, fino a diventare questore, nel corso degli anni ha affrontato situazioni di ogni tipo, cosa che si riflette inevitabilmente sulla scrittura e nelle storie, evitando l’effetto “cazzata” che ovviamente è il rischio maggiore di chi racconta per interposta persona, ragion per cui le sue storie risultano ancora più coinvolgenti.    Non ha uno stile unico e immediatamente riconoscibile (che nello specifico è un complimento) ma è in grado di adattare la scrittura al racconto; passa da un linguaggio duro e veloce – La pioggia – a una scrittura dolente senza cadere mai nel lamentoso di Storia di una figlia.                                                  In questo libro è quasi tenero, salvo qualche necessaria eccezione, perché tenero e comprensivo è lo sguardo sul dramma che i protagonisti, hanno involontariamente creato, estendendolo a una situazione purtroppo attualissima.     Un romanzo da leggere per mille motivi, per farsi domande, come scritto prima, per capire quato sia facile commettere errori anche di valuazione, e quanto sia importante porsi davanti al problema della violenza di genere con la mente aperta, andando in profondità senza mai perdere di vista il tutto da cui parte il particolare. E se mi è concesso, con la voglia e la seria intenzione di capire che laddove la follia non è prevenibile, tutto il resto molte volte sì.                                                                                                                                                                                                                

È COSì CHE SI MUORE

Correva l’anno 2012 e militavo in quel fantastico gruppo di anobiani (per chi non lo sapesse Anobii è una specie di godreaders ante litteram) che si chiamava Corpi freddi, un chiaro omaggio al genere di letture che ci accomunava. Fra i nomi nuovi o da poco emersi, arrivò anche Giuliano Pasini. Venti corpi nella neve fu una rivelazione. Una scrittura pulita e mai banale che ti porta ad andare avanti senza togliere il fiato, ma non ti lascia andare, la capacità di entrare in punta di piedi in argomenti delicatissimi, come poi ha dimostrato nei romanzi successivi e un personaggio strano. Non del tutto nuova come idea ma declinata in maniera diversa, che lo rende unico.                                                                           Roberto Serra è a capo del più piccolo commissariato d’Italia, lo era quando nel 1995 si consumò la tragedia raccontata in Venti corpi nella neve e ci è tornato per cercare la pace.  Da ragazzino gli sono stati strappati entrambi i genitori, uccisi mentre erano in auto da uno sconosciuto che ha sparato da una moto, lui era con loro e lo shock gli ha lasciato dei problemi che gli hanno reso la vita davvero difficile, ha dei buchi di memoria che cerca di riempire da tutta la vita. È affetto da uno strano e  indiagnosticabile disturbo che lo porta ad avere delle crisi, facilmente scambiabili per attacchi epilettici, durante i quali quasi come un derviscio, raggiunge uno stato di trance in cui vede (o immagina di vedere) come sono andati i fatti di cui si occupa ma non solo. È una condanna La danza – così ha soprannominato il disturbo – che teiene nascosta a tutti, che ha mandato in frantumi il suo matrimonio, arriva inaspettata ed è preceduta da un sentore di fiori marci, prende il controllo sul suo corpo che comincia a girare e fare movimenti inconsulti durante i quali vede cose che non sempre riesce a decifrare. Gli attacchi arrivano all’improvviso, gli lasciano appena il tempo di capire che sta per succedere e lo lasciano stremato, ogni volta sempre più spaventato di aver in qualche modo potuto trasmettere questa maledizione alla figlia.     A Case Rosse sull’appennino modenese, ambientazione naturale per l’autore che è concittadino di Blasco, oltre a Serra è stata inviata, come misura disciplinare, Rubina Tonelli che durante il servizio è solo un po’ intemperante ma  nel suo privato si porta dei fardelli pesanti come quelli del suo capo e altrettanto segreti, che la trasformano in qualcuno di competamente diverso. Nonostante il paese raggiunga a malapena il migliaio di abitanti, che significa conoscersi e sapere più o meno tutto di tutti, il Burdigòn, al secolo Eros Bagnaroli viene ucciso e la sua cascina incendiata.           L’indagine è, se così si può dire, alleggerita dai divertenti contrasti fra la Tonelli, che viene dalla Romagna (se state per obiettare che la regione è una, sappiate che vale solo se siete emiliano romagnoli, in quel caso si fa fronte comune, ma in regione, cambia tutto) e la gente del paese; per di più viene da Rimini, il che equivale a dire che per lei stare a Case Rosse è come stare in un cimitero.                                                                                                                                                Ai suoi ripetuti “Cùt vègna” (“che ti venga” a cui segue un sottinteso “cancher” che a dispetto di tutto è un intercalare del tutto esente da rancore) si alternano le obiezioni e il classico che sei un “ed fora”, un forestiero. Qualcuno che non può capire le logiche del paese. Per non parlare dei soprannomi, che se nei paesi, in città è diverso ovviamente, in generale, ad esser chiamati col proprio nome sono in pochi, nei paesini, nessuno e ogni soprannome ha una storia, una motivazione incomprensibile a chi venga da fuori. Le ambientazioni sono splendide, personalmente mi riportano alla mente autori che amo, Guareschi Varesi Guccini e Macchiavelli, un mondo che sembra lontano e invece è appena dietro la curva.                                                                          Una natura a volte inospitale ma affascinante, con un retrogusto di cose passate, che si rispecchia anche nella gente, perché come diceva zia Agatha, l’essere umano non cambia. Una storia bella tosta, ottimo biglietto da visita per chi non conoscesse l’autore, un graditissimo ritorno, con tanti fatti nuove che scopriamo insieme al commissario su lui stesso, per chi ha già incontrato e amato Roberto Serra. Ben tornato Giuliano Pasini, adesso non facciamo che ci fai aspettare anni e anni per il prossimo.

DOLCE DA MORIRE

CRISTINA AICARDI – FERDINANDO PASTORI

Il romanzo si apre con Olga Cazzaniga Peroni che dall’ubertosa Brianza arriva a Milano per incontrare un investigatore privato. È in ritardo sul suo perenne anticipo – e già questo dovrebbe dirci che abbiamo a che fare, se non con una psicopatica, con qualcuna che si avvicina molto alla condizione. “Parla” da sola o col gatto e trattandosi di una cinquantenne, single di ritorno piuttosto colta e afflitta – sì ho usato il termine scientemente – da un sense of humor di quelli che le farebbero uccidere la mamma per una battuta, le rare volte in cui riesce a contenersi, le pensa se le dice e si fa anche le controbattute. Una donna così, non potrebbe sopravvivere a se stessa se non fosse dotata anche di una dose extra di ironia, che esercita ai limiti del sarcasmo soprattutto con se stessa, ma ciò non toglie che la diverta molto usarla anche con gli altri. Chi ce l’ha, ahimé, sa quanto pochi siano gli umani provvisti e questo fa sì che praticamente sempre, gli interlocutori restino un po’ imbesuiti a chiedersi se stia dicendo sul serio o li stia prendendo in giro. Ed è esattamente quello che succede al povero Franco Reali, titolare di una prestigiosa agenzia di investigazioni, esatto, quello in cui ha l’appuntamento. Vabbè, in attesa di verifica del prestigio, prendiamo atto che perlomeno il palazzo in cui ha sede è prestigioso e così l’arredamento. Che Olga Cazzaniga Peroni è anche un po’ goffa oltreché oltremodo golosa ve l’ho detto? Lo scopriamo subito, perché mentre aspetta che arrivi l’orario giusto, si è sentita chiamare irresistibilmente dalla pasticceria poco lontana, sono le bombe alla crema. Bomba in mano si avvia baldanzosa verso l’agenzia, la baldanza però, nulla può contro un gatto nero che le schizza fra i piedi facendola cadere sulle scale, ma delle conseguenze sull’ampio (dice lei) fondoschiena non vi dico nulla. Eh sì, non bastasse il modo di fare a destabilizzare Reali, reo di essere un gran pezzo d’uomo e quindi bersaglio naturale delle battute della donna, il colpo di grazia glielo dà un pezzo di bomba alla crema che dal sopracitato sedere di Olga a sua insaputa, come insegna Locard, è rimasta sull’alcantara della preziosa Egg chair su cui si è accomodata.  Vi ho raccontato meno di quel che succede nelle prime 14 pagine, siete riusciti a farvi un quadro di cosa può succedere dopo? Esatto, volgarmente si potrebbe dire la qualunque; La Cazzaniga Peroni (che al suo doppio cognome tiene assaissimo) ha dato mandato di indagare sul fidanzato della nipote Olivia che si è innamorata sembra ricambiata, di un antiquario parecchio più grande di lei e siccome la suddetta nipote, avviata sulla strada della ricchezza grazie alla sua professione, è anche la futura erede unica di un consistente patrimonio, Olga sua madre e una sorella, hanno pensato fosse meglio accertarsi che non si tratti di un cacciatore di dote. La storia si dipana così alternando una parte “seria”, quella dell’investigazione che Reali cerca, porello, di portare avanti nonostante le intemperanze della cliente, che ha fatto suo il “ lavoro guadagno spendo pretendo”, interpretandolo liberamente, nel senso che da appassionata lettrice e donna sostanzialmente annoiata, ritiene di potersi aggregare all’indagine, prendendo iniziative e incasinando tutto – compresa se stessa – non poco. Chiariamo che nonostante lo “strillo” di Antonio Manzini (garantisco che a differenza di tanti Nomi, lui lo ha letto) che parla di giallo, in realtà parliamo di una commedia leggermente tinta, con qui e là, qualche spruzzo di rosa (pallido ma rosa).

Ferdinando Pastori, uno dei due autori è un apprezzato scrittore di genere al suo nono romanzo e chi lo ha letto, non può che apprezzare come sia riuscito ad alleggerire moltissimo la sua vena splatter e nera, ideando comunque una trama con tutti gli ingredienti, manca solo il morto, cioè c’è ma non è oggetto di indagine, che dà il giusto punto di giallo a una commedia, senza nulla togliere, anzi quasi sottolineando e bilanciando alla perfezione, la meticolosa cialtroneria della Aicardi. Meticolosa sì, perché la signora al suo esordio da romanziera, è da molti anni la caporedattrice di Milanonera e protagonista – a volte involontaria – del festival di Suzzara Nebbiagialla, lettrice accanita e appassionata, ha al suo attivo circa 700 recensioni (di gialli) più un tot di interviste ai maggiori autori italiani e stranieri. In rigoroso ordine sparso dovete conoscere Olimpya Olivia Ottavia il De Stefani la russa, il Nero, Reali e la mamma di Olga. No, il fatto che due su tre (due autori e un editore) siano amici e/o lo conosca personalmente e mi siano entrambitre molto simpatici non fa di questo articolo una marchetta, è proprio che mi è piaciuto, è divertente anche quando va appena appena sopra le righe, e se nell’investigazione non intervenisse Olga, Reali potrebbe tranquillamente essere il protagonista di un giallo senza commedia, d’altra parte, appartengo alla schiera di quelli che per una battuta o una freddura venderebbero la mamma (che per inciso avrebbe venduto la primogenita e sappiate che ho solo due fratelli più piccoli).

LA LIBRERIA DEI GATTI NERI

Partiamo subito col dire che se per caso, difficile ma non impossibile, non conoscete e non avete letto nulla di questo autore, questo potrebbe essere il romanzo giusto con cui cominciare. Avevo letto la sinossi e pensato sì a un thriller, perché insomma, Piergiorgio quello scrive, noir e gialli che ti lasciano secco, ma dalla descrizione e suppongo fuorviata anche da titolo e copertina, mi aspettavo qualcosa di leggero.  Alla faccia. Credo si possano dire tante cose di me, ma non che sono una persona paurosa o impressionabile, bè, al primo omicidio ho avuto la tentazione di spegnere il reader e tanti saluti, agghiacciante, di una ferocia inaudita; ovviamente sono andata avanti e la versatilità di Pulixi, la sua bravura il talento mi hanno tenuta incollata. I cambi di registro non sono una novità, ma in linea di massima li trovi in libri diversi e se i momenti di tenerezza o comunque di relax sono necessari e in ogni romanzo ne viene inserito qualcuno, qui sono tutti insieme. Lo smandrappato libraio, l’ironia della sua commessa (la vera libraia fra i due), la concretezza dei due poliziotti che seguono il caso, la fermezza ignegnosa della Presidente e tanto altro, convivono felicemente, molto felicemente alternandosi anche all’interno degli stessi capitoli. Alla fine i membri del club del martedì (solo uno dei tanti evidenti omaggi ad altri maestri del genere), ti fanno venir voglia di avere amici nella polizia che ti coinvolgono nelle indagini dandoto accesso agli atti e far parte di un gruppo di lettura così strampalato eppure perfetto. La soluzione sposta decisamente il romanzo sul noir ma durante tutta la narrazione non mancano battute e l’irrompere di umani sentimenti, la stima l’amicizia la collaborazione e l’amore in ogni sua forma. Però se vi racconto tutto io poi che gusto c’è a leggerlo? Difficile trovare una libreria come  Les Chats Noirs dove acquistarlo ne sono consapevole, ma con un po’ di fortuna potrebbe capitarvi. Se poi siete amanti dei gatti e ne avete uno o più a farvi compagnia durante la lettura, siete dei lettori fortunati.

LA STELLA DEL DESERTO

Hieronymus “Harry” Bosch. Età settant’anni circa. Veterano del Vietnam. Professione poliziotto in pensione, detective privato, collaboratore freelance. Una figlia, Maddie, poliziotta anche lei. È un appassionato di jazz: Parker, Coltrane, Brown, Baker. Lo ascolta preferibilmente nella sua casa sulle colline di Hollywood, da dove spesso, mentre se ne sta seduto fuori a gustarsi la sua birra, sente l’urlo del coyote in lontananza.

Questo il curriculum, molto sintetizzato, del personaggio creato da Michael Connelly ormai trent’anni fa. Eppure Harry è ancora uno dei personaggi più amati della letteratura thriller: soprattutto per chi lo segue da sempre, Harry è ancora l’eroe romantico, con ideali ferrei e una particolare e immensa compassione per le vittime dei suoi casi. Non per nulla la filosofia che lo guida è: “Contano tutti o non conta nessuno.”  Non uno slogan, non un messaggio motivazionale, ma un modo di sentire profondo che da sempre lo anima.

Per questo Renée Ballard, che abbiamo incontrato in coppia con Bosch negli ultimi libri, lo chiama a collaborare con lei quando viene messa a capo della rinata Unità Casi Irrisolti. Ballard è a sua volta una outsider della polizia, con un curriculum altrettanto tormentato di quello di Bosch: degradata all’Ultimo Spettacolo (il turno di notte), uscita dalla polizia per incomprensioni coi capi, rientra in gioco quando le viene promesso di poter lavorare nel settore preferito.

L’Unità Casi Irrisolti, a cui aveva già lavorato Bosch anni addietro, era stata smantellata, ma ora viene ricostituita sotto l’insistenza e con l’appoggio del consigliere comunale Jake Pearlman, la cui sorella minore era stata assassinata anni addietro senza che il suo assassino fosse mai stato preso. Bosch accetta di lavorare con la squadra di Ballard quando gli viene promesso che potrà rioccuparsi del caso freddo che più gli è rimasto nel cuore: lo sterminio della famiglia Gallagher, genitori e due figli piccoli uccisi e poi seppelliti nel deserto del Mojave. Un sospettato, Finbar McShane, mai rintracciato.

Le indagini nel libro seguono i due filoni Pearlman e Gallagher, con alterni colpi di scena e momenti di suspense. Più ci addentriamo in esse, più torniamo in sintonia con Bosch, più la lettura diventa adrenalinica, concitata e impellente. Purtroppo non è possibile raccontare i momenti più tesi della storia, per non fare spoiler. Ma vi assicuro che non vi faranno dormire!

Ritroverete il Bosch che avete amato tanto, quello che pensa“a come la verità veniva sempre manipolata dalle persone al potere”, o che “A volte fai la cosa sbagliata per il motivo giusto”. E che il nostro è inevitabilmente “un mondo pieno di rabbia” dove “le persone fanno cose che non ti aspetteresti mai. Che forse non si aspettano neppure loro”. Ritroverete un Bosch invecchiato e acciaccato, ma ancora capace di conquistare il cuore del lettore. Un Bosch che si commuove di fronte alla stella del deserto: un piccolo fiore dall’aspetto delicato, eppure forte e implacabile, resistente al caldo e al freddo, che nasce tra le rocce del deserto. Un fiore che secondo qualcuno è la prova che Dio esiste: “È difficile credere che qualcosa di così bello possa nascere in un posto come questo. E dicono che Dio non esiste. Se lo chiedi a me, Dio è proprio qui, nelle piccole cose.”

Bosch è ancora lì: personaggio immaginario, eppure così vivo e reale. E ancora se ne va, continuando a guidare nella notte. Fino alla prossima volta.

UNA SPECIE DI FOLLIA

Louise Penny

Ogni tanto sembra che ne siamo fuori, poi arrivano le news dalla Cina o da Dio sa dove e tutto quello che hanno lasciato nella psiche umana il covid19 i lockdown i negozi chiusi  l’incertezza i morti, torna tutto insieme e ci colpisce all’improvviso. Non è ancora tutto tornato alla normalità, ci si prova ma qualcosa di quella paura è ancora in circolo. Non più sotto forma di isolamento negozi chiusi mascherine e distanziamenti, ma di ipotesi, su come affrontare il futuro con quell’eredità sulle spalle e la consapevolezza che potrebe accadere di nuovo. A Tree Pines, come in tutto il resto del mondo cattolico, festoni luci presepi alberi addobbati, cibi tradizionali e riunioni conviviali, tentano di rendere il Natale come prima, e Gamache si sta godendo la famiglia quando gli viene chiesto di garantire la sicurezza ad una conferenza un po’ particolare, una controversa esperta di statistica, la terrà proprio lì n quel paesino minuscolo e nemmeno segnato sulle carte geografiche. A parte la stranezza della cosa in sé, è il personaggio che fa temere, a buona ragione scopriremo, l’ispettore capo che possano verificarsi quantomeno dei disordini. La donna, riconosciuta eminente scienziata, a seguito dei suoi studi post emergenza, ha elaborato delle teorie che definire divisive è davvero poco. Come accade per ogni cosa che divide, le fazioni pro e contro sono un rischio. Giacché Louise Penny scrive dei gialli e il protagonista è un poliziotto, va da sé che ci son degli omicidi da risolvere ma direi che in questo volume sono davvero l’ultima cosa da cercare e a cui prestare attenzione. Perché la vera protagonista del romanzo è una teoria assai vecchia ma che evidentemente viene periodicamente cancellata dalla memoria salvo altrettanto periodicamente, tornare a sconvolgere degli equilibri che sembrano stabili. Nell’apparentemente lontano 1933, in Germania si studiò e ahimè si applicò agli esseri umani quello che definito dai pastori Ausmarzen, indicava una pratica tremenda. L’eliminazione dei soggetti deboli, malati o comunque non abili a una vita produttiva.  La Penny con il suo innegabile talento narrativo, ci mette di fronte a quello che razionalmente ci rifiutiamo di accettare. Le risorse, alimentari energetiche mediche, sono insufficienti per una popolazione sempre più numerosa in cui la percentuale di soggetti bisognosi di protezione, che diventano di fatto un costo, aumenta proporzionalmente. Forse l’unica voce che ha avuto il coraggio, perché di questo si tratta, di affrontare un tema tanto delicato e che tocca nervi scoperti in tanti di noi se non in tutti. Perché siamo umani e se razionalmente, umanamente appunto, siamo portati ad essere solidali, laddove il diritto dell’altro rischia, anche solo idealmente, di mettere a rischio il nostro, in molti il “mors tua vita mea”, prende il sopravvento sull’umanità. Ad aumentare la percezione dell’inevitabile dicotomia che coinvolge tutti credo, c’è la presenza della nipotina di Gamache, affetta dalla sindrome di down a rappresentare quei soggetti fragili che tanto hanno pagato durante la pandemia, forse inevitabilmente o forse no e a quell'”Andrà tutto bene” che ci ha dato forza, sottovoce dovremo o dovremmo aggiungere se.