Cominciamo a mettere i libri in valigia?

STRANO, MOLTO STRANO

La Rava ha mandato in ferie, speriamo non in pensione, la mia amata Ardelia epperò si è inventata una nuova personaggia assolutamente deliziosa.

Triestina, gente particolare, che invece di restare a piangersi addosso, per una cosa brutta brutta che le succede, si lascia mettere a riposo per un po’ dal lavoro e mare per mare, decide di cambiare aria approfittandone per conoscere il suo unico parente, un nipote, Marco Gazzano, che ha aperto un (pare) delizioso agriturismo dal nome accattivante. Prenota quindi una stanza, pretendendo di pagarla perché il soggiorno sarà lungo.

Marco di questa zia ha vaghi ricordi ma tutto sommato è felice anche lui di conoscerla, magari di trovare perché no, una parvenza di famiglia. Di Emma Belgrado sa poco o nulla, forse una poliziotta o forse un’agente dei servizi segreti o magari nulla di tutto questo, poco importa, avrà tempo di scoprirlo.

Bella tipa questa Emma, trovano subito una sintonia particolare, cercano di starsi vicini senza togliersi spazio vitale – sacro per entrambi – e si scoprono a vicenda

Siccome la Rava è sostanzialmente un’autrice di gialli, la zia, si trova coinvolta suo malgrado in un caso di omicidio (con tutti i crismi dell’indagine) riuscendo a farlo restare in primo piano ma anche sullo sfondo.

Il focus (ma tanto lo sapete che nei romanzi ognuno trova ciò che cerca), è sulle persone, i tipi umani, i rapporti umani, il come sia facile sbagliarsi, come si possa ricostruirsi senza snaturarsi.

Io la consiglio fortemente, un po’ a tutti direi, non serve avere preferenze di genere per godersi questo romanzo e permettetemi, invidiare molto chi ha la fortuna di vivere in uno dei paradisi italiani, la natura ligure.

FINCHÈ DURERÀ LA TERRA

Qui si cambia completamente genere, Giovanni Grasso – giornalista e consigliere per la stampa del PdR, direttore dell’ufficio stampa della Presidenza della Repubblica – per diletto, dice, scrive romanzi.

Usa uno stile narrativo “giallo”, ma in realtà, in questo romanzo in particolare, di misteri da risolvere non ce ne sono, se non quelli legati al comprendere sé stessi, quello che si vuole dalla vita, anche se si è già ampiamente adulti.

Noè Simenoni, dogsitter e insegnante che dà ripetizioni in nero per necessità, ex seminarista che ha capito di non essere fatto per il sacerdozio quando ha cominciato a mettere in dubbio la sua capacità di resistere alle privazioni, è rimasto comunque legato per vie traverse al Vaticano e ai suoi vertici, questo fa sì che venga ingaggiato, più nolente che volente, per una missione che ha a che fare con apparizioni mariane, ragazzine irretite e la necessità di fare chiarezza su quello che potrebbe esserci dietro.

A far da quinta alla “commedia” che deve recitare, l’unica regione italiana dove non c’è il mare, la campagna umbra, tanto rasserenante quanto può diventare ostile, da cui il pover’uomo, a dispetto delle severissime istruzioni ricevute, fugge per amore della donna della sua vita. La figlia di sua sorella. Tutto quello che fa, lo fa per loro, per quanto scapestrata sia la sorella, che ama comunque tantissimo, si sente in obbligo di proteggerle, di dar loro una serenità il più duratura possibile.

Evidente lo spunto preso da Trevignano, Grasso ci racconta cosa, troppo spesso, nascondono queste apparizioni.

Potrebbe sembrare una cosa noiosa, e invece no, a partire dal perché del nome del protagonista, (che ovviamente è frutto di un equivoco), Grasso utilizza magistralmente l’ironia e l’alternanza dei mood.

Molto felice che Rizzoli abbia deciso di “lanciarlo”, lungi dal poter sapere tutto, credo si possa dire che prima del romanzo precedente, non fosse notissimo al grande pubblico, mentre invece ha una capacità di spaziare nei generi e una scrittura che decisamente meritano la lettura.

L’omero è saldato, riaffroniamo la tastiera

Che a Milano ci sia il mare, o ci potrebbe essere, è cosa nota, lo diceva nel secolo scorso la coppia Pozzetto – Ponzoni, ma era giusto ribadirlo, farlo sapere a chi nel secolo passato, non c’era.

Di coppia in coppia, siamo arrivati a quella di fatto che formano Aicardi – Pastori (in rigoroso ordine alfabetico), che si è inventata un’ulteriore coppia o forse più di una, dipende sempre un po’ da che parte guardi la cosa.

Il via a un’indagine strettamente personale, lo da l’inspiegabile presenza di Benedetto Cicogna – il Nero – gravemente ferito, molto gravemente, ritrovato in periferia in compagnia del cadavere di un piccolo delinquente.

La zona, la ricostruzione dei fatti, avvenuti di notte, tutto porta a pensare che il Nero sia coinvolto in qualche malaffare.

Ora, se è vero che nessuno sa di preciso cosa faccia quest’uomo, nella consapevolezza che è sempre un po’ border line, è anche vero che Franco Reali ci è cresciuto assieme e magari con cautela, sul fatto che non sia coinvolto da protagonista ma per caso o quasi, ci metterebbe la mano sul fuoco.

La Cazzaniga Peroni, che forse è un po’ innamorata o forse no, lo conosce da relativamente poco, ma è convinta che se uno è stato capace di abbattere almeno il primo dei muri che la Olga si è costruita intorno, un delinquente non può essere.

La pensano così anche le mamme Reali e Cazzaniga Peroni e si sa che le mamme, difficilmente sbagliano.

Ora, a Pastori sulle trame gialle, c’è poco da insegnare, alla Aicardi, magari non vengono in mente, ma una volta che le dai l’imput, non solo è un genio nel beccare eventuali note stonate, ma ha imparato (o forse è un talento naturale che ha solo affinato), a inventarsi le vicende personali dei personaggi, facendo tanto ridere senza nulla togliere alla “drammaticità” della trama.

C’è poco da aggiungere, l’accoppiata dei talenti è vincente senza se e senza ma, i romanzi sono molto più che cosy crime (se uno ha voglia di leggerli con attenzione), ma la cosa importante, è che si leggono con piacere, molto piacere  a voler essere sinceri.

Potreste a questo punto chiedervi cosa c’entra il mare, ma per quello vi tocca di miapiaciare la pagina dei Pastardi, su un social qualsiasi, cercare la data di una delle presentazioni o dei firmacopie e munirvi di copia, io posso solo garantire che non vi pentirete.

IL SILENZIO CHE RESTA

Giuliano Pasini non è un autore di quelli che sfornano un libro o due o più all’anno, io mi chiedo perché, ma evidentemente a lui il suo lavoro primario (diciamo), piace assai, a buona ragione direi, ma queste sono considerazioni personali.

Il talento però, quando c’è – e lui ne ha una notevole dotazione – non si può tenere in standby per troppo tempo e grazie al cielo, quando si esprime lo fa al top.

Parliamo invece del nuovo romanzo. Io, credo non da sola, mi aspettavo che Serra e Rubina, mi portassero a spasso per l’appennino a Case rosse (che poi è Zocca). Invece a sorpresa, mi sono trovata a Treviso. Non quella provincia ricca e “marcia”, di spritz ristorantini e grosse auto, ma quella un po’ ai margini, in periferia, dove la gente va a passeggiare con i figli lungo il Sile.

Verrebbe da pensare che ormai non ci possa essere più niente che ci tocchi, che ci ferisca, invece Pasini ci dà un cazzotto nello stomaco di quelli che ti tolgono il fiato.

Perché la morte, figuriamoci quella violenta, di un bambino, è qualcosa che non si può accettare.

Tocca il nostro cervello rettile, quello che istintivamente protegge i cuccioli, la sopravvivenza della specie.

La Sfinge, un poliziotto che non è molto amato ma se ne frega tantissimo. A lui interessa arrivare alla verità, per quanto male faccia, per quanto dia fastidio, figlio della sua terra è quasi uno stereotipo, sardo, Santo Mixielutzi, silenzioso spietato, impossibile da decifrare.

La quarta di copertina rivela molto, “un dettaglio rimasto nell’ombra un’indagine sbagliata una verità inaccettabile”, quello che non è neanche immaginabile, è la violenza delle rivelazioni che pagina dopo pagina Pasini ci disvela spingendoci in un abisso di dolore. Un romanzo che non può mancare nelle librerie di chi ama la bella scrittura con dei contenuti.

IL NIDO DEL CORVO

Sentivamo il bisogno di una nuova coppia di investigatori (regolarmente appartenenti al Corpo di Polizia)? Forse no, ma fin dalle prime pagine de Il nido del corvo, il dubbio che senza saperlo ci servissero, si insinua fino a diventare certezza.

Dopo I canti del male che di romanzo in romanzo si sono arricchiti facendoci amare ogni personaggio, dopo il libraio che “indaga” con l’aiuto dei due gatti che lo hanno adottato – mi sono sempre dimenticata di chiedere a PP se sotto sotto ci sia un omaggio a Lilian Jackson Brown – dopo gli stand alone, arrivano Daniel Corbu e Viola Zardi.

Quando decido di scrivere di un libro, mi faccio sempre un giro di recensioni, non perché mi manchi qualcosa da scrivere, ma per “controllare” se altri hanno individuato cose che mi sono sfuggite.

Senza nulla togliere a Viola, che secondo me ci dirà molto nei prossimi romanzi, qui il protagonista assoluto, anzi, i protagonisti, sono Daniel e il Sinis, una “regione” forse meno nota di tante altre, che personalmente mi ha affascinata, un luogo senza tempo, contigua alla città eppure immersa nel silenzio apparente della natura.

Un posto che nello specifico della “tenuta” dei Crobu, racchiude un mondo.

È un thriller che ti tiene incollato alle pagine? Sì. Senza dubbio, ma, non so se si possa dire di un romanzo di genere, lo fa gentilmente, con delicatezza. Una collega ha sottolineato la “lentezza” e ripensandoci c’è, la lentezza della vita, quando Pulixi ci racconta i momenti privati, che diventa il perfetto contraltare alla frenesia dell’indagine, arrivando a comprendere nel racconto la dicotomia che caratterizza sia Daniel che Viola. La freddezza e il rigore nell’analizzare le scene del crimine, i fatti nudi e crudi, contro la dolcezza di un uomo che abbraccia la moglie le figlie, che assiste all’avvicinarsi della fine per il padre adorato. Meno in luce ma perfettamente intuibile, anche il dualismo di Viola, che ripeto, secondo me uscirà prepotentemente nei prossimi romanzi.

Il nido del corvo è l’ennesima conferma di un talento puro, quello che ti permette di scrivere una storia completa, che soddisfa il lettore in toto.

Se non disturba, rendo pubblico anche il grazie e il riconoscimento al merito di Massimo Carlotto e Colomba Rossi, che con la creazione del Colletivo Sabot Age, hanno scoperto e permesso a questo talento di essere visto e goduto da tutti.

ULTIMI SUGGERIMENTI DELL’ANNO

Ultimi suggerimenti, che restano oggi e domani. No, non è che finiscano i consigli, solo non li potete più spacciare come regalo di Natale, ma l’occasione per regalare e regalarsi un buon libro, la si trova sempre. Giusto? Giusto.

Immancabile Antonio Manzini con Sotto mentite spoglie, pare impossibile eppure in questo romanzo riusciamo a intravedere nuove sfumature dell’immarcescibile Rocco. Invecchia? Cresce? O semplicemente vive e quello che sembrava essere l’uomo con la corazza più solida di quella di un armadillo, di romanzo in romanzo vede le crepe allargarsi, non si ribella come verrebbe spontaneo pensare, anzi. Certo a modo suo (o dell’autore), ma smette di tenerla in piedi, svela il bluff o forse è solo stanco di perdere pezzi e occasioni. Non che pensi di poter essere felice, ma che forse può smettere di limitarsi a vegetare, può lasciare che i sentimenti, umani e normalissimi, tornino a far parte della sua vita. Vabbè, magari mi sono spinta un po’ in là. Diciamo che perlomeno riconosce di provarli, a differenza di noi, che sappiamo di amarlo incondizionatamente.

Luise Penny ci aveva lasciato con un finale che poteva sembrare chiuso ma in realtà era sospeso, lo conclude ne Il lupo nero. Anche se leggete le storie di Gamache per sentirvi al sicuro nella bolla di Three Pinese qui non ci si passa tanto tempo, vale il tempo dedicato. La conferma che oltre ad aver creato (averci mostrato) un posto quasi magico, è anche una signora giallista, una trama davvero intrigante che se può sembrare a una lettura superficiale “esagerata”, in realtà ci dice cose estremamente probabili e anche parecchio spaventose.

Se invece preferite letture più rilassanti, meno cruente, gialle o meno che siano, vi do altri due titoli. Sveva Casati Modignani  con la sua La domestica a ore, ci porta in un mondo dove tutti vorremmo essere nati. Un mondo di ricchezza, in cui si lavora per il piacer di farlo, non per necessità ma per dare un senso alla propria vita. Sognare non fa male, soprattutto se in fondo a quei sogni c’è anche un messaggio e nelle fiabe che scrive, c’è.

Per fare invece un salto nella campagna inglese, dove troviamo l’atmosfera un po’ sospesa di un mondo che sembra inventato, fra presepi e pranzi di Natale, vecchie tradizioni e nuovi omicidi che ci fanno un po’ sentire a St. Mary Mead, c’è il terzo romanzo del Rev Richard Coles, Assassinio sotto il vischio. L’omicidio c’è, l’investigatore suo malgrado anche, ma no splatter. Perfetto per tutti.

PRESTO CHE È TARDI

Ancora con qualche regalo da fare? E io vi faccio andare a colpo sicuro , almeno in libreria. Che poi, ok i regali agli altri, ma anche avere qualcosa di bello da leggere nei momenti di relax, è una bella cosa.

L’ho scoperto dopo un po’ che è diventato “noto”, secondo me non abbastanza ma transeat, parlo di Orso Tosco e precisamente dei romanzi che vedono protagonista Il Pinguino. Li trovate qui Il Pinguino delle Langhe, non è ovviamente il simpatico animale, bensì un commissario ligure, finito in Piemonte, qui c’è il primo punto a favore di questo autore, non indulge nella spiegazione del perché e il percome, viene trasferito e non ne fa un dramma, continua la sua vita andando quando può a immergersi in mare – che Piemonte e Liguria non son poi così lontane – e quando non riesce, si immerge dove può. Ha un amore “impossibile”, ma non sta sempre lì a parlarci e a pensarlo, solo qualche volta, nel frattempo gestisce quel che deve, compresa la squadra balenga che gli è toccata in sorte. Una scrittura fresca, il modo con cui Tosco usa l’ironia, senza mai arrivare al sarcasmo (che da maneggiare è materia delicata assai). L’amore, dichiarato con discrezione tipicamente piemontese, per il territorio e last but not least, una trama “pesante” per gli argomenti che tocca, senza buchi (ahimè più frequenti di quanto si pensi), ma raccontata in modo tale da non farti mai arrivare all’angoscia, che ben ci starebbe. Tutte queste cose insieme, hanno fatto sì che il Pinguino mi abbia conquistata e sia fra i personaggi di cui aspetto le nuove storie e secondo me, se lo leggete/lo fate leggere, non sarò la sola

Altro autore leggermente sottovalutato dalla massa, ma molto più che valido, è Tullio Avoledo, si muove in scioltezza fra diversi generi e in tutti riesce benissimo. A partire dall’esordio con L’elenco telefonico di Atlantide (distopico surreale e forse un filo fantascientifico), passando per tutti, nessuno escluso, fino all’ultimo nato – che per inciso non sarà un unicum – Come si uccide un gentiluomo (che invece è un giallo noir). A chi può piacere? A tutti quelli che non cerchino botte di adrenalina a ogni pagina, ma una “leggera” pressione continua e costante, storie in cui puoi riconoscere i luoghi, dei tipi umani che tutto sommato si possono riconoscere. A chi ama la bella scrittura senza buchi, con quel tantinello di incredula sospensione che rende un romanzo, un bel regalo da fare.

Il terzo consiglio non è propriamente definibile un romanzo, è un’autobiografia che copre poco più di un anno della vita dell’autrice. Sophie Kinsella, scomparsa da pochi giorni, ha voluto regalare ai suoi lettori la storia del suo incontro con il mostro. La scoperta di avere un glioblastoma. Una sentenza di morte annunciata. Eppure Cosa si prova, è un inno alla speranza, alla voglia di vivere quello che resta, con la consapevolezza della propria fine, godendosi nei limiti del possibile il tempo che rimane. È una dichiarazione d’amore nei confronti della vita, della “fortuna” avuta, nello scoprirsi scrittrice, nell’avere un enorme successo, nell’avere incontrato l’anima gemella, quella persona di cui vuoi stringere la mano e sentire la voce, quando inevitabilmente sarà il momento dell’addio. La fortuna di avere avuto cinque figli ed averli cresciuti felici. Lo racconta col sorriso, giocando un po’ sui momenti “tragici”, accettando il proprio destino, grati di ciò che è stato. Anche questo è un regalo per tutti, perché il mostro può colpire chiunque, a sorpresa, indipendentemente da quanto ci si prenda cura di sé. Un memento mori che, se me lo perdonate, paragono al “mò me lo segno” di Troisi. 90 pagine da leggere e conservare, per quando i momenti neri colpiscono a tradimento.  

TORNANO I LIBRI SOTTO L’ALBERO

Ho disertato BookCity quest’anno, per tante ragioni personali, ma una gran spinta a non sfidare pioggia vento e freddo, è che diventare scema a rincorrere gli eventi, con la possibilità concreta di non entrare dopo ore di coda, di ascoltare gli autori parlare di libri che non ho ancora letto e se li ho letti non poter fare eventuali domande e per finire salutare al volo gli autori (quelli che conosci o addirittura amici), perché giustamente hanno davanti centinaia di persone per autografi e foto, anche no.

Sto disertando un po’ anche la lettura, cioè, leggo un pochino meno del solito, ma sempre abbastanza da poter “consigliare” cosa, a chi, per chi i regali li fa in forma libresca.

Fra ottobre e novembre sono usciti una caterva di libri, tutta roba succosa e attesa. A partire da de Giovanni di cui vi ho già parlato, sono arrivati in libreria, in ordine sparso

Donato Carrisi con LA BUGIA DELL’ORCHIDEA – Uno stand alone, non c’è Marcus non c’è Mila non c’è Gerber, una storia tutta nuova. Non nutro dubbi sulla capacità di Donato di tirare fuori dal cilindro dei conigli che sono dei gioielli, penso per esempio a L’educazione delle farfalle, mi sento di consigliarlo senza se e senza ma. A chi? Bè, ovviamente a chi ama la sua particolare scrittura, nello specifico a chi è disponibile a lasciarsi sorprendere, perché si è spinto parecchio in là. Ecco direi che è perfetto anche per chi ama Musso  King e Koontz.

Cristina Cassa Scalia con MANDORLA AMARA – Dopo l’esordio di un personaggio nuovo, Scipione Macchiavelli, con notevole successo va detto, ritorna con una nuova indagine per Vanina Guarrasi. Scossa per le ultime vicende con Paolo Malfitano, storico amore che mai messo in dubbio, subisce colpi e contraccolpi a causa del lavoro, si trova ad affrontare la “bellezza” di sette morti in contemporanea, trovati casualmente dall’amica Giuli che voleva godersi un paio di giorni alle Eolie sulla sua barca nuova e invece si imbatte in una barca alla deriva. A bordo, le sette persone che non possono più far nulla. Richiamata a Catania con un inaspettata puntata alle Eolie parzialmente orbata di Patanè, solo parzialmente e per un tempo limitato, Vanina se la cava comunque egregiamente e sebbene non navighi mai in acque tranquille, è come pacificata, Meno “incattivita” (se così si può definire il personaggio), si gode il ritrovato rapporto con la sorella, con l’uomo che le ha fatto da padre con discrezione e scopre che in fondo, per quanto pesanti possano essere il suo lavoro e conseguentemente la sua vita, forse c’è modo di viverla godendone un po’. A chi regalarlo, a chi ami i gialli belli, con trame credibili e sviluppate realisticamente, a chi ama Vanina, va da sé, Ottimo per chi vuole sentirsi in Sicilia, profumi e colori annessi, senza muoversi dal divano. Senza dimenticare mai che sebbene sia parte di una serie, si può leggere tranquillamente come primo incontro con l’autrice.

Dan Brown con L’ULTIMO SEGRETO –   Riassumere le trame di Dan Brown è sempre un’impresa, Langdon divide il palco, o le pagine con la fidanzata, anche lei scrittrice e scienziata. Il tema è oltremodo affascinante, la coscienza. L’ambientazione è a Praga, città piena di Storia e perfetta per i segreti che tali dovrebbero restare. Davvero bello, 700 pagine che alternano nel lettore stati d’ansia, adrenalina a mille e riflessioni (ammesso che lo si voglia). Come quello di Carrisi in alcuni moment rasenta l’impossibile, o meglio l’impensabile, che sia impossibile è tutto da dimostrare. Da regalare a chi lo tiene in libreria senza leggerlo, a chi ama le storie incasinate con quel filino di supereroe che diverte o a chi ama prendere spunti per pensare, divertendosi un po’.

Ciao Francesco

O Recami, non ti ho mai chiamato Francesco, è arrivata sta notizia che onestamente mi ha devastata. Era un po’ che non ci vedevamo, in quanto a manifestazione pubbliche eri peggio di Manzini, però incontrarti era sempre bello. Mi fa strano usare il passato, forse mi lascio scappare il presente. L’ultima volta credo sia stata a Cascina Anna, e poi mentre tu andavi a prendere la metro, in autobus, in piedi, traballanti e a ridere.

Avevi sempre un’aria fra lo svagato e il cosa ci faccio qui, in realtà non ti sfuggiva nulla, poi quell’umanità che guardavi con distacco (almeno all’apparenza), la mettevi nei tuoi romanzi, ci hai messo anche me in uno, me lo hai detto sghignazzando, anche se non è la parola giusta. Sornione, proprio come un gatto.

Ferocemente disincatato nei confronti dell’essere umano, un po’ come lo era Gaber. Lui lo metteva negli spettacoli, tu nei libri. Certo ho amato tantissimo il Consonni e compagnia (un legame logistico all’inizio), ma ho amato altrettanto e forse di più le commedie nere, e gli altri. Mi viene il sorriso a pensarci e va bene così.

Abbiamo parlato spesso dei “messaggi” che gli scrittori mettono nei loro romanzi, il tuo era palese, mettevi a nudo le piccolezze e le grandezze che non si vedono. Mettevi a nudo la varia umanità. Senza mai salire in cattedra, senza cattiveria. Severo ma giusto.

Se siete arrivati fin qua, fatevi un regalo, cercate i romanzi di Francesco che non avete letto e fatelo. Il ragazzo che leggeva Maigret, Mondo cane, Piccola enciclopedia delle ossessioni, I killer non vanno in pensione, Wunderland, L’errore di Platini e le Commedie e La serie della casa di ringhiera e non sono tutti.

È il modo migliore per ricordarlo, io mi tengo stretti i ricordi e mando un abbraccio a sua moglie ai figli agli amici. Se sapere che non è più qui, fa così male a chi non lo frequentava, non posso immaginare il vuoto.

Ciao allora dottor Recami, mannaggia a te mannagia, ai Librini Blu, mancheranno pagine bellissime.

Oi oi, ma mi è sfuggito il Malvaldi

No, a dire il vero non mi è sfuggito lui e non mi è sfugggito il nuovo romanzo, ma è uscito a giugno, quando il caldo mi stava uccidendo e ho pur avendo letto tanto, ho scritto davvero poco.

Però vi frega poco vero? Nel senso che un libro bello e quelli dell’esimio Malvaldi lo sono indiscutibilmente, non necessita di essere letto nell’immediatezza dell’uscita, per la semplice ragione che resta bello nel tempo.

Dunque, evitiamo se è possibile qualsiasi spoiler, che se non lo avete ancora letto vi toglierei parte del piacere e parliamone. Succede qualcosa di non bello a Pineta, qualcosa che coinvolge emotivamente e praticamente la banda dei vecchietti e i le giovani leve – che insomma, ormai tanto giovani non sono puù nemmeno loro.

Ma non siamo qui a farci gli affari degli altri, quello lo lasciamo all’autore (sempre con il doveroso riconoscimento all’apporto e il supporto della consorte), qundi ciò che accade lo leggerete, parliamo invece del giallo.

Qualcuno lo definisce cosy – palesemente sbagliando la traduzione – e attribuendogli una sorta di leggerezza, qui io dissento fortemente. Certo è cosy nela traduzione letterale, è accogliente, come lo sono i romanzi che ci fanno stare bene, accolti dalle pagine. Indubbiamente c’è anche la leggerezza, merito della maestria e suppongo un pochino anche della provenienza geografica, dell’autore, ma c’è anche un bel giallo a tinte fortine.

Va benissimo farsi incantare dalle battute, dai dialoghi, dalle situazioni paradossali in cui si sono convolti i vecchietti, Massimo, Tiziana Marchino e la vicequestore Martelli, divisi fra il lavoro e la cura di due bimbi che crescono, ma senza perdere di vista le trame gialle, che sono toste, mai o quasi splatter, ma tecisamente toste.

Fra l’altro qui, così ci ha raccontato in occasione di una presentazione, i coniugi Bruzzaldi, si sono resi conto di avere infuso la propensione alla giallitudine, anche al loro figliolo, che per la cronaca è appena adolescente.

Certo non avete bisogno del mio consiglio per leggere i librini blu firmati Malvaldi, ma se, come è capitato e ricapiterà (spero), passasse di qui qualcuno che non è flippato coi gialli o che per qualche ragione a me incomprensibile non conosca l’autore e si incuriosisse, bè, ci sta e ne sarei ben contenta.

A ESEQUIE AVVENUTE – MASSIMO CARLOTTO IS BACK

“Dove eravamo rimasti?”  Parto non a caso da questa frase. Non leggevamo dell’Alligatore da parecchi anni, almeno 5 ma più probabilmente sono 8.

Lo ritroviamo con il cuore spezzato, come quello del Vecchio Rossini ed entrambi sanno che le ferite diventeranno cicatrici e ogni tanto faranno male. Li ritroviamo che hanno venduto l’appartamento di Padova e comprato una cascina sui colli Euganei, Max ci vive stabilmente, Buratti ci è tornato come un gatto va in una cuccia nascosta a leccarsi le ferite e Rossini lo stesso.

Ognuno a modo suo, con il salame il pane e il vino che Max sta bene attento a non fare mai mancare, e forse – libera interpretazione – anche questo fa parte dell’essere la Memoria cose che riportano a un passato per alcuni mi rendo conto solo iconico. Ma un fuoco, pane salame e un bicchiere di vino, sono il passato che non morirà mai anche per chi non lo ha vissuto. 

Oh, ci sono delle bombe tali in questo romanzo che tante cose, passano un po’ in sordina. Ma sono quelle (credo) per cui Massimo Carlotto scrive.

Perché questo è il noir all’origine, il racconto del sociale che sottotraccia macina la legge, denuncia sociale, quello in cui la trama è collaterale, serve a raccontare altro e in questo Carlotto è davvero un maestro. Se per la gran parte, gli autori di genere e fidatevi che in Italia abbiamo un parterre che resto del mondo spostati, la trama nel corso degli anni, è diventata la parte centrale dei romanzi, per Carlotto no. Lo è per forza, per chi compra i libri e per chi li pubblica, ma non per tutti.

Massimo è sostanzialmente un giornalista d’inchiesta, solo che anziché sui giornali le sue inchieste diventano libri. Non sono inchieste che fanno rumore alla tv le sue, ma riguardano fatti e costumi che a nostra insaputa, influiscono sulle nostre vite.

Riguardano capire la differenza fra legge e Giustizia, che in soldoni vuol dire dormi una vita su una branda oppure hai la coscienza morta, che puzza e marcendo infetta tutto quello che c’è intorno.

Riguardano gli invisibili, quelli involontari, che avrebbero diritto alla dignità, nonostante la vita li abbia messi nella casella dei disperati – dove intendo letteralmente senza speranza – a cui viene negata.

Quelli la cui esistenza ha valore solo per la famiglia e spesso neppure per quella.

Quelli, quelle, che erano figlie mogli madri e diventano carne più o meno fresca da vendere sul bordo di una strada o sui divanetti di un night. E tutti quelli che se ci pensate vi vengono in mente.

Riguardano anche quelli che hanno facce ben visibili, apparentemente pulite, ricchi pseudo ricchi, a cui non manca niente, nemmeno un milione di euro a cui aggiungere un 15% da usare e non dovranno rinunciare a nulla se non forse, a cambiare la macchina una volta in meno.

Quelli che dormono su materassi ben imbottiti in case belle calde d’inverno e fresche d’estate. Quelli che non si sporcano le mani, perché i soldi che maneggiano e con cui comprano anche le vite degli altri, passa da particolari lavanderie – banche cinesi – che gli tolgono la patina sporca e li trasformano in denaro onestamente guadagnato.

Riguardano le conseguenze delle inutili e stupide guerre, che stravolgono le vite della gente, e fanno sì che chi non muore sotto le bombe o i colpi dei cecchini, vada a morire nell’invisibilità, o nelle mani di chi sui morti e sui vivi che quelle guerre producono e lasciano.

Di quella mafia che ormai non vediamo più – se mai l’abbiamo vista – che controlla lo spaccio, sia droga armi vite.

Ecco che allora diventa importante che ci siano uomini come l’Alligatore, come Rossini, come Max “la memoria”, che sì, sono fuori dalle regole, agiscono seguendo un codice morale che è lontano dalle leggi, che adottano un Codice che non è lo stesso dei tribunali.

No, non sto invitando nessuno a farsi giustizia in proprio, quello lasciamo che lo facciano loro, ma impariamo la “lezione” del maestro.

Costi quel che costi, impariamo a guardare quello che ci sta intorno, a farci delle domande, a non accettare passivamente perché non ci tocca. Non è vero, possono e toccano tutti

Davvero quello che vediamo è la realtà? Davvero possiamo continuare a guardare solo dentro il confine del nostro orto? È giusto così o è il momento di vedere quello che per esempio la GdF, sembra non vedere o che le FFOO non fanno (sicuramente con scopi “nobili” alla lunga, ma deleteri nell’immediato)?

Poi ci sarebbe il tema dell’invecchiamento, quello a differenza del riciclaggio tocca tutti i fortunati – gli altri muoiono giovani – e il tema del sociale torna al privato, al personale.

La cascina che hanno comprato i tre, diventa Casa, una parola che ha poco a vedere con muri e porte, ma tanto con il sentirsi al sicuro. Non giudicati, né per come siamo né per come agiamo.

Casa è dove qualcuno ti ama, è anche litigare, non si diventa tutti uguali, ma si impara a convivere con le differenze.

Capite quanta roba c’è in 300 pagine e spicci e perché diventa complicato parlarne?

Rimane solo una cosa sensata da fare: prendere il libro, cercare su Spotify la colonna sonora che l’Alligatore stesso, per mano di Carlotto, ha indicato come accompagnamento, avere vicino una bottiglia o una tazza di quello che più ci piace o conforta e accomodarsi su una poltrona comoda, sul letto sul divano e abbandonarsi al piacere della lettura.

Tanto piove, dove dovete andare?

PS né Carlotto né Einaudi hanno pagato per questo entusiasmo dovuto solo ed esclusivamente alle emozioni che mi sono rimaste dop la lettura. Quindi aggiungo un sincero grazie a entrambi.