Fra gli scrittori di ultima generazione Romano de Marco rientra a pieno titolo fra quelli che non sono più da tenere d’occhio, ma di cui aspettare la prossima uscita. Avete letto Io la troverò in cui abbiamo conosciuto Marco Tanzi e Luca Betti? Sì i due poliziotti della questura di Milano, quello cattivo e quello buono? Se non lo avete fatto datevi una mossa e procuratevelo in fretta, non è necessario averli letti per capire cosa succede in questo, ma sicuramente conoscendo il pregresso ve lo godete di più. (Se poi volete proprio godere, cercate Le prince noir, una raccolta che è un gioiellino) Tanzi è un bastardo, ma è uno che ha trovato la forza di uscire dal buco nero della punizione auto inflitta (dopo aver pagato quello che doveva) e adesso vive come può; portandosi addosso tutto il suo passato come una maglia tatuata. Betti è quello buono, quello che perdona, quello a cui forse mancano un po’ di palle, quello che credeva nelle regole, nelle procedure nell’onestà, e non è andata tanto bene nemmeno a lui. Di cattivi avidi, gente che venderebbe sua madre per una caramella o un tiro di coca, le librerie traboccano, e a quanto pare anche le questure i commissariati e le procure. Le città invece, traboccano di ignavi, di gente che non si accorge di quello che succede, di gente che per superare lo stress per divertirsi per fare soldi per non pensare, si lascia fottere da qualunque nuovo tipo di droga. E più sballi più riesci a star fuori dalla realtà, meglio è. Sì ma meglio per chi? Per chi sulla pelle degli altri ci vive, e ci vive alla grande. De Marco ci racconta una storia sporca che nemmeno la candeggina, una storia che viene da relativamente lontano una storia di corrotti per cui la vita degli altri pesa meno ancora dei famosi 21 grammi. E insieme una storia di coraggio, di onestà e di forza, anche quella di morire. Ci ha confezionato un libro che trabocca di quello che non vogliamo vedere. Lo fa con lo stile che ormai gli è proprio, riuscendo a calibrare linguaggi e atteggiamenti, dosando l’adrenalina come un medico alle prese con un arresto cardiaco, il dosaggio deve essere perfetto o il paziente muore. Un libro che ti tiene col fiato sospeso non tanto per le situazioni ansiogene, quanto per l’incertezza di quale direzione prenderanno i personaggi che quando un autore è bravo, diventano persone. E De Marco bravo lo è davvero.
Categoria: Un libro e quel che ne penso
Il fiume ti porta via –
Con il suo primo libro – Venti corpi nella neve – Pasini ci ha fatto conoscere Serra, un commissario mica troppo in linea col potere, in un paesino dell’appennino alle prese con degli omicidi che ci riportano alla guerra e ai partigiani, e alle prese con se stesso e quella che lui chiama La Danza, una sorta di vuoto in cui entra nella testa degli altri. Un tipo strano Serra, con una storia d’amore che non si capisce dove andrà a parare, con la bella ma insopportabile Alice. Nel secondo romanzo – Io sono lo straniero – lo troviamo trasferito a fare il passacarte sulle colline del prosecco, sempre più incasinato con tutto. La Danza è il fulcro dei suoi problemi con Alice, o almeno così pare, tanto che la stessa lo fa visitare dal professor Gardini, luminare della psichiatria che suo malgrado è uno dei protagonisti di questa nuova prova. Dico suo malgrado perché è il morto ammazzato su cui Serra, sospeso dal servizio per l’ennesima intemperanza, indaga andando sulle sponde del Grande fiume. Il Po. Cantato e descritto da Giovannino Guareschi, ma non solo, il fiume continua ad esercitare il suo fascino su chi non ci è nato e cresciuto a cavallo (anche a a chi sì veramente). Uh fatemi tornare a bomba, Gardini era stato una vita nella Bassa, era conosciuto come il Re dei matt, fino alla chiusura dei manicomi con la legge Basaglia, infatti, Gardini era stato il direttore nonché praticamente padrone del manicomio di Colorno. Insomma tornato a Pontaccio, Gardini viene ucciso e Serra va ad indagare. Come di consueto i personaggi che contornano la non autorizzata indagine sembrano davvero usciti dalla penna di un altro tempo, il comandante della stazione dei carabinieri, presenti in numero di due, un panzone ipercattolico baciapile chiacchierone – specie con la stampa – che risponde al nome di Sbezzeguti e vede Serra come il fumo negli occhi, tentando di attribuirsi quelle che gli sembrano mosse vincenti, il maresciallo Donizetti, una macchietta comunista a far da contraltare. E poi c’è Serenella, piena di cicatrici nascoste, che gestisce il Bavtrattovia – così lo pronuncia Donizetti. Un posto dove la musica che esce dal juke box è rimasta, per precisa scelta, quella di molti anni fa. Roberto impara a sentire la voce del Po, una voce che diventa per lui quasi il canto di una sirena, che lo ammalia tanto quanto Serenella. Impara un sacco di cose Serra in questo viaggio, ha la conferma di quanto son piccoli i paesi piccoli, e di quanto sia strana e radicata la gente della Bassa. Impara che i matti non son sempre quelli che stan fuori, che la vita può non essere solo dolore anche quando può fare tanta paura, tanta quanta ne può fare la piena di un fiume che non guarda in faccia nessuno, nemmeno Gesù Cristo in croce.Ha la conferma che lui non fa il poliziotto. Lui è un poliziotto. e poi c’è Mixielutzi, una specie di angelo custode che con il suo grado apre le porte a cui Roberto non potrebbe nemmeno avvicinarsi. Scopre un sacco di cose Serra in questa strana terra che è la Bassa, stretta fra il Fiume e gli appennini. Anche chi ha ucciso il vecchio Re dei Matt. Le scopre tutte imparando se ne avesse avuto bisogno, che dietro ogni volto ogni nome ogni storia, ci sono segreti quasi sempre dolorosi. Ah Volete sapere che cosa succede fra lui ed Alice e come sta la piccola Silvia? E no, per quello vi dovete leggere il libro.
