SETTIMANA DI RINCORSA

Allora, qui i consigli da dispensare sono tanti, quindi faccio un raggrupamento, tanto voi siete bravi e prendete nota. Poi oh, le pagine restano qui, mica scappano.                                  Partiamo con una segnalazione un po’ generica, nel senso che vado proprio sulla Casa Editrice. La CE Le Assassine la conoscete, vi ho già parlato dei libri che pubblica ma vi faccio un ripasso, che qualcosa da mettere sotto l’albero qui lo trovate.                                   Siete convinti che le donne hanno una marcia in più? Bene, qui son donne tutte. Chi sceglie chi traduce chi scrive, le collane sono diversificate e vi portano a spasso nel tempo e nello spazio.                       Ci sono i vintage, per chi ama quella bella scrittura un po’ retrò, dove non c’erano cellulari esami del dna e telecamere di sicurezza, solo vecchia sana intuizione e deduzione, conoscenza della natura umana direbbe la zia Agatha. Quelli che ho letto finora, per me che amo Anne Perry, giusto per fare un esempio, non mi hanno delusa, anzi, chapeau per la ricerca.         Poi trovate le autrici straniere, e mica le solite amercane inglesi, no.     Qui si cercano e si trovano autrici che scrivono dai e dei loro paesi, Africa Tuchia paesi dell’Est, posti poco frequentati in cui la condizione femminile è un problema vero, ma da dove escono voci sorprendenti.             E capite bene che in questo particolare momento storico, non è poco. I titoli sono tanti, e garantico che se vi fate un giro sul sito (che è anche molto carino esteticamente) qualcosa che fa al caso vostro lo trovate.

Poi passiamo ai classicissimi libri blu, sto parlando di Sellerio ovviamente, qua i titoli/nomi li faccio, perché il catalogo è talmente ricco che è meglio andare sul conosciuto. Per i regali almeno, in realtà è bello anche lasciarsi sorprendere. Sono già usciti da qualche mese, ma a noi (plurale majetatis) ci piace prenderla con calma.                                 Avete presente Gianpaolo Simi? Ecco, si è inventato un personaggio seriale, Dario Corbo, i romanzi sono 4 e al link trovate l’ordine cronologico.      Per un regalo davvero speciale, io li metterei sotto l’albero tutti 4, ma anche solo il primo con suggerimento di non fermarsi.             Sempre Simi,ha sfornato uno stand alone che io ho adorato.Si intitola Sarà assente l’autore, un feroce e divertente ritratto del mondo editoriale, dei meccanismi più o meno (più più) perversi, tratteggiando personaggi perfetti. Ma belli belli belli. Ecco.

DEL SENNO DI POI…

Immagine reperita in rete

Ciò che scriverò adesso non toglie un milligrammo di colpa al Turetta, nè sposta di un micron la consapevolezza dell’immenso e immane dolore dei Cecchettin, sono riflessioni, se volete che lasciano il tempo che trovano, o magari possono essere spunto di riflessione. Fatene ciò che più vi garba. Ieri ho seguito come tanti i funerali di Giulia e come tanti se non tutti, sono stata colpita dalle parole del padre. Ha detto che dobbiamo stare attenti, ed è sacrosanto, ma prima ancora dobbiamo stare attenti a noi stessi, ai nostri preconcetti. Chiunque di noi non riesce a guardare con oggettività le persone che ci graviano intorno. Partiamo da qui. La sorella da subito ha detto che Filippo era geloso ossessivo possessivo, ma fino a quella sera in cui Giulia non è rientrata, non aveva mai pensato che avrebbe potuto trasformarsi in assassino. Le amiche a cui Giulia aveva mandato i vocali che abbiamo sentito mille volte, non credevano che avrebbe dto di matto davvero. Questo lo dò per certo, altrimenti avrebbe parlato col papà, insieme avrebbero parlato con Giulia, con Filippo, con i suoi genitori. Se avessero pensato per un millisecondo, che poteva diventare un pericolo, avrebbero avvisato le forze dell’ordine, avrebbero impedito a Giulia di stare sola con lui, avrebbero chiesto un provvedimento cautelare. Non lo hanno fatto. Perché non si pensa mai che al mostro stiamo aprendo la porta di casa, che lo abbiamo accolto, che gli abbiamo in qualche modo affidato una NOSTRA persona. Perché diciamolo, non c’è niente di più gratificante dell’appartenenza, alla famiglia, a un amore a un gruppo. Non facciamo come con le altre mille parole che abbiamo snaturato. Mia Mio Nostro, sono parole dolcissime, non uccidono, non feriscono. Sei il mio amore, sei la mia bambina, sei la mia mamma la mia migliore amica/ amico, sono parole rassicuranti, ci danno la sensazione che non saremo mai soli, proprio perché apparteniamo e reciprocamente le nostre persone ci appartengono. Mettiamoci la testa vicino al cuore, sempre, partiamo dal presupposto che è meglio litigare e farsi mandare a dar via l’organo da chi amiamo se questo significa metterle/gli quella pulce nell’orecchio che potrebbe salvargli la vita. Riprendiamo le misure, capiamo che se durante una lite, per qualsiasi ragione avvenga, può capitare di alzare la voce, di dirsi cose terribili, anche di dare un pugno al muro, non è quello che ci fa dei mostri o fa dei mostri delle persone con cui litighiamo. Stiamo attenti anche a tutti quei segnali che non ci coinvolgono in prima persona, a quanto chi ci è vicino può essee fragile, perché è la fragilità che scatena il mostro. Ci deve fare tenerezza un bimbo che dorme col peluches, se lo fa un adolescente vuol dire che gli manca qualcosa, se lo fa un uomo o una donna, vuol dire che non ha sviluppato in modo sano l’adulto che è. Non preoccupiamoci delle urla durante una lite, stiamo attenti piuttosto a quanto spesso chi abbiamo vicino, la lite la cerca. Perché se è una modalità continua, manca un equilibrio di fondo. Lo stesso se chi abbiamo vicino, in modo subdolo, tenta di sminuirci, magari senza usare parole precise e umilianti, ma stiamoci attenti, tutti. Uomini o donne che siamo. Ha un bel dire la Bruzzone che il raptus non esiste, esiste sì, e può prendere chiunque, in qualsiasi momento. (Non è di sicuro il caso di Turetta). Non lo sappiamo cosa può scatenarlo, ma facciamo in modo di non esserci se e quando accadrà, pensiamoci prima, perché il mostro potremmo essere anche noi.

ASPETTANDO LA NEVE…

Non di soli gialli si legge (e si scrive), vogliamo mettere sotto l’albero qualche pensiero un po’ speciale? Sì mi poteste obiettare che sempre libri sono, ed è innegabile, ma regalano momenti di relax, sono l’augurio di avere qualche momento per sè e di saperselo godere. Una piccola formalità è un romanzo leggero ma come sempre la Gazzola unisce la leggerezza alla profondità. Profondità di sentimenti, perché poi diciamolo, la maggior parte delle nostre vite si appoggia su quelli. Rachele si trova, partendo appunto da una piccola formalità ad affrontare segreti omissioni e pudori, che non avrebbe mai pensato potessero nascondersi nella sua famiglia e le sveleranno fino in fondo, chi sono i suoi genitori andando oltre quello che vediamo (sì lo facciamo tutti, non neghiamolo).

Sophie Kinsella, lasciata da parte la nostra amata Rebecca, ci regala una donna in cui credo si rispecchino in milioni, letteralmente. Sahsa è in burnout, il lavoro la stressa oltre il sopportabile, in realtà quello che la distrugge è la pessima gestione da parte del suo capo, che però è anche il fratello del fondatore della società, quindi nella teoria, mettersi di traverso può risultare controproducente. Lei però è davvero arrivata a un punto in cui non ce la fa più, niente vita sociale niente flirt, di una relazione non ne parliamo proprio e perfino il sesso le sembra un’inutile fatica. La fuga dalla scrivania è rocambolesca abbastanza da dare subito una sterzata buffa e divertente, che manterrà per tutto il romanzo. Anche la Kinsella è meno superficiale di quanto possa immaginare chi non l’ha letta. Dietro le disavventure che le capitano nell’albergo dove spera di ritrovare la serenità dell’infanzia – e fidatevi che basterebbero le descrizioni dell’hotel e del personale per tenere in piedi il libro – c’è una denuncia forte di come il lavoro sia spesso un problema e di come, anche quando l’unica frase che sale alle labbra è Sono esaurita, è possibile riprendersi quello che l’esaurimento la stanchezza lo stress, non ci fanno più vedere, ma intono a noi continua a esistere. Due romanzi che davvero regalano ore di spensieratezza e una speranza, quasi una certezza, anche quando sembra di no, una soluzione c’è.

CONSIGLI PER LE STRENNE

Nel caso non lo aveste letto, o se lo avete fatto, archiviato con un azz che bello e dimenticato, segnatevelo per uno dei pacchetti sotto l’albero. Di lui, Pierluigi Porazzi, avvocato friulano, relativamente poco social, scrittore eclettico in grado di affrontare svariati generi, come si confà a quelli bravi, Pupi Avati (non pizza e fichi) ha detto : “Un talento nella scrittura”, io (più pizza che fichi) aggiungo, leggetelo. Ha preso una cosa di cui io, che mi picco di essere abbastanza colta, nemmeno sospettavo l’esistenza, e ci ha fatto un romanzo, un giallo e che giallo. Le imagini anamorfiche. Fa impressione eh, sotanzialmente si tratta di un’illusione ottica per cui l’immagine anamorfica diventa visibile solo guardando da una determinata prospettiva o con strumenti deformanti. Voi capite che già mettere al centro di un giallo le immagini anamorfiche, la dice lunga sulla fantasia, far filare tutto senza una sbavatura, la dice lunghissima su quanto è bravo. Comunque vi basti sapere che Porazzi ci porta a spasso per Udine accompagnando la Leone e Alex Nero, ormai ex poliziotto ma dall’intuito indispensabile, nel complicato mondo del commercio artistico. Un mondo che pochi – grandi scrittori – hanno affrontato, forse proprio per la complessità delle regole che lo governano. Eppure Porazzi, lo fa con grazia e ferocia, la giusta dose di ferocia che fa di un thriller un noir perfetto. Se siete appassionati d’arte non perdetelo, se siete friulani, non fatevi mancare un romanzo che racconta anche la capitale del nord est

COME SCOMBINARE LE CARTE

Cos’è che ci fa dire che un autore (scrittore pittore scultore poeta) è di successo? Domanda difficile eh, credo che sia ragionevole pensare che lo sia, o così si definisca, se è qualcuno il cui nome è riconosciuto, anche da chi non ne conosce il lavoro. E se posso aggiungere una riflessione, in Italia ma credo sia così un po’ ovunque, abbiamo autori che ancora non sono riconosciuti come meriterebbero. Non soggettivamente attenzione, perché un’opera può piacere o non piacere, ma esistono dei canoni oggettivi ben precisi. Alessandro Berselli è uno di quelli che secondo me, almeno ogni volta che esce un suo romanzo, dovrebbe essere chiamato a presentarlo nelle trasmissioni televisive. Bravo, non ci sono altre parole più adatte. Scrive da molti anni e per quanto abbia un discreto successo, dovrebbe averne di più. Con questo romanzo che si discosta nettamente dai precedenti, dimostra, se ce ne fosse stato bisogno, di avere raggiunto la maturità. Non perché i romanzi precedenti non lo fossero, ma per contenuto e per la vastità della platea a cui se lo leggessero (e io gli auguro siano davvero tanti) piacerebbe. La trama de Gli eversivi la trovate ovunque, la specifica dei protagonisti forse un po’ meno, quindi abbiamo sullo sfondo, una coppia di genitori preoccupati e ricchi abbastanza, da rivolgersi a un’agenzia investigativa decisamente sui generis. La Marple, organizzata quasi militarmente, ognuna (perché solo di donne è composta) ha le sue mansioni e sgarrare può costare caro. Quattro donne con delle personalità forti, che tengono lontano dal lavoro la loro vita privata per contratto. O almeno dovrebbero. Una giovane donna, figlia dei due di cui sopra , ha preso una deriva pericolosa, si trova invischiata in qualcosa di grosso, sicuramente più grosso di lei. Ecco dove si fa sentire il talento di Bers e la precisione con cui si documenta. Nel trasformare una “deviazione” dal percorso consueto, in una spy story con tutti i crismi. Aggiungeteci che è ambientato a Bologna, che dell’eversione porta i segni indelebili ed è rimasta una città viva, ma viva davvero e gli altri personaggi, fra i quali non saprei definire i cosidetti minori. La trama è perfetta, non ho trovato un punto che sia uno da contestare o che non mi abbia soddisfatta, leggetelo e poi mi direte.

A DUE A DUE (FINCHÈ DIVENTAN DISPARI)

Fino a qualche tempo fa, come un po’ tutti quelli che tengono un blog, tendevo a recensire – consigliare, i libri appena usciti. Poi son capitata su dei gruppi nei social e ho scoperto che tanta, tantissima gente, vive i libri in maniera normale e non compulsiva, cioè li legge anche dopo ANNI. Sono rimasta un po’ così, però effettivamente, lo faccio anch’io (con l’esclusione dei miei autori del cuore e lo sono sia Cristina Cassar Scalia che Piergiorgio Pulixi, che ho letto appena usciti), quindi insomma, si parla di libri, poco per chi li ha letti, anche se un confronto fra lettori è sempre una buona cosa, di più per chi li leggerà, magari invogliato da qualcosa che scrivo. La banda dei carusi è la xesima (perdo i conti) storia di Vanina Guarrasi, è uscito a giugno, dopo che l’autrice ha voluto regalarci un viaggetto nel passato, quello in cui il vicequestore è arrivata da Palermo a Catania e si “presenta” alla squadra risolvendo il caso de Il re del gelato. Però torniamo ai carusi, sono i ragazzi(ni) uno di questi, per cui l’unica carriera possibile sembrava essere nella cupola delinquenziale, era riuscito a cambiare un destino che sembrava scritto e riscattarsi, con l’aiuto di don Rosario Limoli, che a San Cristoforo, quartiere difficile di Catania, è un punto di riferimento proprio per chi vuole togliersi dalla strada, per quei carusi che decidono di cambiare vita. Thomas era uno dei suoi ragazzi e viene trovato ucciso nell’unica spiaggia sabbiosa della città. L’imperativo, quello che va oltre il dovere, diventa prendere chi l’ha ucciso. È il desiderio di tutti i coinvolti, perché sanno che Vanina lo conosceva quel ragazzo, era un successo anche suo che non fosse più un delinquente nonostante la famiglia, che a dispetto del suo intorno vedesse un futuro pulito. Che La Cassar Scalia sappia scrivere è ormai assodato, calibra perfettamente le storie personali dei protagonisti e la trama gialla, ha una prosa immediata che inframmezza con espressioni frasi e parole in catanese, si è inventata le catanesate di Vanina, scorribande cultural popolari che la allontanano dal suo essere profondamente palermitana. Quello che mi preme dire è che, ovviamente a parere mio, questo è il migliore di tutta la serie, sia per la trama gialla, sia per le sottotrame. Forse per l’empatia che si sente più che negli altri, per il coinvolgimento più della squadra del medico legale del PM, dei coinvolti a vario titolo, reso perfettamente omogeneo, forse perchè i protagonisti sono poco più che bambini. Insomma, se è vero che le serie sarebbe meglio iniziarle dall’inizio, è altrettanto vero che leggendo questo e recuperando in seguito i precedenti, l’innamoramento per il vicequestore, è immediato e garantito.

Stella di mare, quella che garantiva ai marinai di mantenere la rotta, quella che è diventata una canzone meravigliosa di Lucio Dalla è anche Stella, una giovane donna di una bellezza straordinaria, un viso e un corpo che se fosse nata in una grande città, sarebbe stata reclutata da giornali e casa di moda che se la sarebbero contesa a suon di centinaia di migliaia di euro. Purtroppo Stella è nata a Cagliari e nello specifico a Sant’Elia, che corrisponde a un Quarto Oggiaro a uno Scampia (specifichiamo anche, nell’immaginario collettivo o nella narrazione giornalistica, chè nella realtà sono piene di persone per bene). Sua madre è tutto tranne una madre, suo padre è stato allontanato e ha un fratellino disabile. La sua roccia è la nonna, che io reputo un personaggio fondamentale nel computo totale del romanzo. Stella lo sa di essere bellissima, è anche una tosta, una a cui non si mettono i piedi in testa, ma non saprà mai se i suoi sogni sarebbero diventati realtà, perché qualcuno la uccide, brutalmente, con la ferocia dell’amore che diventa odio. Che le storie di Piergiorgio siano toste, ma toste vere, lo sa bene chi ne abbia letta anche solo una, ma anche lui , sempre per quano mi riguarda, qui si è superato. Se ne L’isola delle anime ci ha profondamente toccati con la descrizione di quella Sardegna dell’interno, di quelle antiche tradizioni che ancora oggi son vive, qui ci porta nella Cagliari moderna, in mezzo alla desolazione che viene da povertà droga e delinquenza che ne consegue. E qui torna in primo piano la nonna, Tzia Rosaria, che incarna la tradizione, i detti popolari, la saggezza antica che tace, che si affida ai proverbi, che subordina tutto al suo sentire volto a quella che per lei è giustizia. Pulixi lascia a briglia quasi sciolta tutti i personaggi, Croce Rais la Pontecorvo ma soprattutto Strega, si concentrano sul caso certo, e ribadisco che quanto riesce ad essere noir lui, pochi, ma cominciano a squarciarsi quei veli che in qualche modo li proteggono. Comincia a intravederei quadro che si materializzerà la visione completa e questo fa sì che leggerlo diventi quasi una dipendenza. E però, diciamolo, queste sono dipendenze belle, ma belle assai.

QUEI BRAVI RAGAZZI

Giulia Cecchettin – foto ANSA

Credevo che ormai non mi facesse più di tanto effetto, certo la rabbia c’era, c’è, ad ogni femminicidio, ma questa ragazza mi è entrata nel cuore, ho addosso una rabbia feroce, ho sperato che l’avesse rapita e lei stesse cercando di convincerlo a tornare, poi è uscita la notizia dell’aggressione, ho sperato che fosse stato un attimo di mona come si dice dalle mie parti, che il sangue fosse di una ferita di quelle che sanguinano tanto ma non sono gravi. Ovvio che una vocina diceva che mi stavo illudendo, ma non volevo ammeterlo, per rispetto a quel padre così pacato, probabilmente conscio che stava sperando in qualcosa che non era più possibile. Oggi, quando si è saputo che Giulia, il suo corpo era stato ritrovato, è stato troppo. Per qualche attimo ancora ho sperato che l’avesse composta perché l’irreparabile era successo ed era andato nel panico o nella disperazione, per avere involontariamente spezzato una vita che amava. Invece no. Conosco i luoghi dove l’ha gettata, non ci vai per caso. Adesso sento che è stata accoltellata più volte. Peggio mi sento. Di quell’essere immondo non voglio parlare, non lo voglio neanche nominare. Adesso prenderei letteralmente a calci i genitori di quello schifoso, altrettanto schifosi. Perché è evidente che hanno guardato da un’altra parte, non hanno voluto vedere chi era quel bravo ragazzo. Hanno lasciato che uno psicopatico senza empatia, stroncasse una vita che non era la sua. Io sono una di quelle persone che crede nei raptus, so che può succedere, ma normalmente vivaddio, non viaggio con un coltello in borsa. A 20 anni l’amore deve essere gioia, o dolore immenso quando finisce, a vent’anni devi saperlo che può succedere, ma devi avere degli amici che ti portano a casa 5 cartoni di birra e ti lasciano ubriacare finché il dolore annega, stanno con te il giorno dopo e quello dopo ancora, finché diventa sopportabile, finché capisci che andrai avanti anche senza di lui o di lei. A vent’anni hai il diritto di lasciare il tuo ragazzo, hai il diritto di avere altri desideri altri sogni che non lo contemplano. Giulia avrà per sempre ventidue anni, quella mezza sega uscita male, spero marcirà di fuori come è già marcio dentro, in galera in un fosso vivo o morto, non ha importanza, non si può dare importanza a un essere così. Ai genitori di femmine, bambine, ragazze che diventeranno donne, per amor di Dio, insegnate loro a cogliere il più piccolo segnale, perché ci sono sempre. Diteglielo che il lupo esiste e spesso sembra un agnello, spiegate loro che non devono rinunciare alla vita, che appena si sentono scomode in un abbraccio, devono scioglierlo, che non devono vedere l’uomo nero ovunque, ma che devono imparare a difendersi. Che non vuol dire andarsene al primo schiaffo, vuol dire capire che quello schiaffo prima o poi arriverà e andarsene prima. Vuol dire denunciare certo, ma in primis parlare con i genitori le amiche gli amici, uscire in compagnia, non dargli spazio, non dargli agio di vendicarsi dei torti che pensa di avere subito. Vuol dire che a quell’ultimo incontro per un chiarimento, dirgli che sì, ci andate, ma al bar della piazza, che non andrete a parlare con calma da qualche parte voi due soli. Significa dirgli chiaro e tondo, ti ho sgamato, so che non mi posso fidare, qualunque cosa farai io sarò in guardia, sarò pronta ad affrontarti con alle spalle il mio mondo sano. Perché chi va all’appuntamento con un coltello è un vigliacco che se sa di essere stato scoperto scapperà, poi ci proverà a prenderle di sorpresa. Forse qualcuno ci riuscirà anche ma non sarà più lo stillicidio quotidiano. Ditelo alle vostre figlie, che possono essere buone e pulite com’era Giulia, che non è necessario vivere nella paura, ma preparate sì. Perché il mondo è pieno di vigliacchi, ma loro, le nostre figlie sorelle amiche, potranno contare sempre su tutto il resto del loro mondo pulito.

BREVE RECENSIONE TRISTE

È quasi più lungo il titolo che il romanzo

Ma questo ovviamente non mi ha impedito di divorarlo in un paio d’ore, vi chiederete perché ho scritto recensione triste, se vi aspettate una recensione negativa, mi spiace ma resterete delusi. Triste perché avevo voglia di un Manzini tout court, invece, niente indagine. Una ricerca che ci aspettavamo, ovviamente; non si passa sopra un fatto brutto (così brutto), come se fosse un po’ di polvere da togliere , soprattutto se sei un bandito tradito da un fratello e a dirla tutta, meno ancora se sei una guardia col cuore bandito, magari solo un pochino. Il titolo poi è estremamente esplicativo. Insomma, non mi aspettavo un carnevale di Rio ma neanche quello che ci ho trovato – che ribadisco il concetto, mica vi fosse sfuggito, è una storia di Manzini scritta da Manzini – Quindi? Eh, ho avuto la netta impressione che potrebbe essere, almeno nell’intenzione, la chiusura di un cerchio. Che potrebbe essere l’ultima “avventura” di Rocco Schiavone. Che ci starebbe anche voglio dire, se un autore non ha più voglia di indossare ancora lo stesso vestito, eh, può farlo (direi addirittura che deve) e la sensazione è stata proprio che si sia voluto concludere, chiudere le porte che erano rimaste aperte per poi proseguire su altre piste. Ecco perché triste, è anche vero che l’autore ha più e più volte dimostrato, di scrivere meravigliosamente anche quando parla d’altro, indipendentemente da quanto a un lettore possa piacere un personaggio; Avrò avuto la giusta sensazione? Non lo so, certamente il consiglio è di leggerlo, indipendentemente da quello che sarà e poi aspettare tutti insieme la prossima “fatica” del nostro eroe, in questo caso l’autore, che qualunque cosa deciderà di scrivere, a noi piacerà praticamente di sicuro.

PS Leggo in un thread sulla pagina FB di Sellerio,, che non sono l’unica ad aaver avuto la sensazione di chiusura, ma la CE smentisce assolutamente, quindi confidiamo nel fatto che loro ne sanno sicuramente più di noi.

Sto cambiando…

…che poi nella vita è sempre un gran cambiare…ragion per cui non è questa gran notizia.

In realtà un po’ si, perchè il cambiamento riguarda il sito che state guardando e che spero presto sarà più bello e ricco di cose da leggere.

DI SARDEGNA IN SARDEGNA

Oggi andiamo nella Cagliari del 1905, a breve torneremo in quella attuale

È nella Cagliari del 1905 infatti, che si svolge IL MISFATTO DELLA TONNARA di Francesco Frisco Abate. La protagonista è Clara Simon, prima giornalista investigativa in Italia, donna per di più italo cinese, alla sua terza apparizione. Più agguerrita che mai e paradossalmente resa più forte dall’immenso dolore di vedersi spegnere la speranza mai sopita di poter conoscere almeno il padre, (la madre è morta dandola alla luce) militare in missione all’estero di cui – all’inizio del romanzo – le viene comunicata la morte in battaglia. Resta che Clara è stata cresciuta dal nonno, un ricco imprenditore navale – status che per inciso le ha agevolato non poco la vita – che le ha dato oltre a tutto l’affetto che ha potuto, l’agio di non dover lavorare per crescere in un tempo in cui era sorte comune, una casa di prestigio, un nome che tutti in città rispettano, il diritto di studiare e scegliere cosa fare. È un personaggio di cui ci si innamora facile, giovane bella determinata e tosta, molto tosta. Il romanzo, in cui c’è ovviamente un colpevole da assicurare alla giustizia per aver ridotto in fin di vita una maestra, una suffragetta che sta in prima linea perché le donne abbiano finalmente il diritto di voto (che è poi di fondo il riconoscimento primario di un uguaglianza fra sessi), si srotola, come i precedenti del resto, sulla figura di questa giovane donna che non scende in piazza, ma combatte la sua personale battaglia per ottenere lo stesso risultato, conquistandosi giorno per giorno il rispetto e sempre maggiori riconoscimenti sulle pagine e soprattutto in redazione, fra le autorità, oltreché della gente. Per esplicita ammissione dell’autore, Clara è liberamente ispirata dalle donne della famiglia Abate, che poco si discostano dal personaggio. Femministe ante litteram, donne che quando i diritti non c’erano, se li sono presi. Insieme al collega e amico svizzero Fassbinder, al carabiniere Saporito, con cui sta inesorabilmente sviluppandosi una storia d’amore, Clara si muove in una città del tutto inaspettata al lettore che approcci il personaggio per la prima volta. Una città che stupisce, piena di commerci università teatri, attività di tutti i tipi, cosmopolita, dove si intrecciano provenienze da tutto il mondo, dove il fermento culturale è palpabile pur convivendo con un’altra città, quella dei lavoratori poveri perché sfruttati, ma che stanno cominciando a dar vita a movimenti sindacali che arriveranno lontano. Abate, oltre all’amore per la sua terra e per il suo lavoro – è giornalista dell’Unione Sarda e Clara scrive su L’Unione – mette, in questo romanzo in particolare, una serie di temi, più che mai attuali, su cui lasciare che l’inconscio rifletta mentre il conscio si gode una gran bella storia. Ma bella vera.