RIPARTONO I CONSIGLI

Lo so, sono orrendamente ferma da un sacco di tempo con i consigli le recensioni le ricettine e quant’altro, il fatto è che l’articolo sulla ricca Milano, ha fatto sì che chi di dovere si mettesse in moto e a onor del vero, ci sono tante persone da ringraziare. A giorni credo sarà finita la bonifica e lo farò pubblicamente. Nel frattempo vi lascio giù qualche consiglino di lettura. Ne ho in canna circa un quintale in canna, quindi nei prossimi giorni, tenterò di rimettermi in pari.

Partiamo da una riedizione, che poi non so nemmeno se sia corretto come termine, però, se prima di giovedì andate in edicola, insieme a Sorrisi e canzoni TV del 19 settembre, trovate L’ultima mano di burraco di Serena Venditto. Confesso che quando è uscito nel 2019, mi era sfuggito. A prescindere dal fatto che i 5 di via Atri, li adoro, sono una giocatrice incallita del suddetto gioco, ragion per cui mi sono fiondata nel romanzo. Non conoscete i 5? Ok, riassunto breve. In via Atri a Napoli – che è in centro – vivono 4 adulti, non studenti squattrinati che dividono l’appartamento, bensì: Malù, un’archeologa che per inciso è la proprietaria di casa, la sua amica traduttrice anglo italiana Ariel e il di lei fidanzato (ma con stanze separate) Samuel detto Magnum sardo nigeriano – per inciso gran figo -e Kobe un pianista giapponese, il quinto elemento è il gatto nero di Malù Mycroft e il nome dovrebbe già dirvi tutto. Per una serie di ragioni che scoprirete leggendo, sono spesso tutti coinvolti in indagini di polizia. Tutti nel senso che indaga anche il gatto? Se mai ne avete avuto uno, sapete che la risposta è: Eccome! Serena Venditto ha imparato a meraviglia (e di suo ha un bel talento), le regole della scuola napoletana del giallo – sento qualcuno dire ma che è? De Giovanni De Silva Perna , giusto qualche giorno fa de Crescenzo e chiedo scusa a chi sto involontariamente escludendo  –  mescolare il crime il noir, la vita insomma e la leggerezza calviniana con cui solo i napoletani sanno vivere, anche la morte, strappando a tempi determinati e perfetti, anche delle grosse risate. A dirla tutta, è anche molto più efficace di tanti concionamenti e prediche contro il razzismo, che male non fa.

Il secondo romanzo che vi segnalo, è già fuori a qualche mese ed è il secondo romanzo di Janice Hallett, l’autrice inglese che ha inventato un modo decisamente nuovo – se l’hanno fatto prima è stato a mia insaputa – di scrivere gialli. I libri si compongono non di dialoghi e descrizioni ma di mail messaggi WA sms (pochi), articoli di giornali e rapporti di polizia. L’esordio è stato con L’assassino è tra le righe che oltre ad avermi spiazzata per la forma, mi è anche piaciuto molto, questo forse un filino meno – ma se lo consiglio evidentemente il filino è proprio sottile – probabilmente perché la storia è un bel po’ più complessa – però, superato l’impatto iniziale (ho passato ore a chiedermi e cercare sul web)mi sono resa conto che non c’erano riferimenti a fatti realmente accaduti e a quel punto c’ero dentro con tutte le scarpe, ragione per cui Il misterioso caso degli angeli di Alperton, entra di diritto nella pagina dei consigli. Non vi riassumo la trama, ma tanto non lo faccio mai, un po’ per non guastarvi il piacere della lettura, un po’ perché scoprire quale sia il filo da seguire, secondo me è proprio parte del divertimento.

I PROBLEMI DELLA RICCA MILANO

È un articolo lungo, vi chiedo scusa ma le “denunce” vanno fatte per bene, vi chiedo fra l’altro il favore di condividerlo sulle vostre pagine social.

Chi vive a Milano nord nord ovest, aspetta da anni la promessa riqualificazione, è periferia sì, ma se sono riusciti (non certo questa amministrazione), a rendere vivibile e piacevole, gran parte della “famigerata” Quarto Oggiaro, non si capisce dove stia il problema nel tratto che va da Piazzale Accursio a Quarto appunto e verso il cimitero maggiore. Stanno pubblicizzando già da un po’ il Certosa District, alla fine di via Varesina, in effetti, come potete vedere dalle foto aprendo il link, un paio di edifici nuovi, con all’interno uffici sedi di aziende e quattro o cinque locali ci sono, ma hanno evidentemente qualche problema. All’interno del complesso, ci vanno solo quelli che ci lavorano. Alle 20/21 circa, il cancello si chiude, diciamo che insomma, non è di gran richiamo.

Attraversato l’incrocio con via Pailizzi, c’è la fermata dei due solo mezzi che portano all’ospedale Sacco (un polo piuttosto importante) L’8 settembre, partiranno i  lavori di ripristino dei binari e si spera che per qualche anno saremo a posto. Fermo restando che in viale Espinasse non passerà alcun mezzo. Da un paio d’anni hanno rifatto le pensiline, con le discese per le carrozzine, peccato i buchi rimasti sulla strada. Agevolo

Superata l’entrata di un condominio (cui parliamo più avanti), dove una volta c’era la sede della Sandvik, c’è un cantiere, con enormi cartelloni che riportano le foto del già costruito di cui dicevo più sopra, e un parco, che al momento è una foresta abbandonata, ma dalle foto diventerà splendido. Al momento cantiere e verde sono così

Cantiere misterioso e Area verde impenetrabile

Proseguendo oltre il cantiere, hanno costruito un secondo piccolo polo, in cui oltre alla sede prima di Whirpool ora Beko, c’è un bar (famosissimo mi dicono) in cui un caffè e una brioches (ottime ma senza esagerare), ti costano dai 4 € in su, senza servizio al tavolo, con una zuccheriera aperta, che credo sia anche fuori norma, appoggiata sul bancone, in tazzine senza cucchiaino – devi chiederlo- e un ristorante arabo, che al momento è aperto dalle 12 alle 14 o 15. Ah, c’è anche una minuscola panetteria, credo di una catena, che apre alle 11. Il pane è buonissimo, ma lo compri due volte e poi basta visto che ci lasci un rene.

Detto questo, in attesa di capire cosa nascerà dal cantiere (in piedi da 4 anni) vi racconto la situazione attuale, i marciapiedi di via Varesina, ossia davanti ai due “poli”, sono bellamente tappezzati di immondizia varia ed eventuale, ma soprattutto di cacche e pipì, per la maggior parte umane e non canine come si potrebbe pensare.

Ma il bello viene adesso, via Palizzi, procede verso Quarto Oggiaro, con il famoso ponte Palizzi, tranne che per qualche centinaio di metri, che procedono paralleli ma sottostanti fino a terminare a ridosso dei binari delle Ferrovie Nord.

Piccola legenda esplicativa: la stradina chiara che parte di fronte al distributore, è la parte incriminata di via Palizzi. Le frecce indicano la porzione di strada dove sono posizionati i binari del tram. A un livello più basso (un paio di metri) inizia la zona verde. I tre quadratini sono gli ex orti comunali (al momento occupati da rom) mentre in quello rosso, è ospitata una colonia felina, che con la collaborazione del comune e dei volontari, stiamo catturando e sterilizzando. In verde, la giungla.

Ora, questo pezzettino di via, dopo i primi 150 metri, su cui affacciano un condominio e un giardino privato, è diventata terra di nessuno. Molti anni fa il comune ha installato un cancello, purtroppo ormai da anni è rotto e sempre aperto. Superando il primo pezzo di sentiero, lungo il quale si affacciano quelli che una volta erano gli orti comunali, da anni ormai dismessi abbandonati – adesso occupati da rom e cinesi-, la vegetazione, mai curata dal Comune, è diventata una giungla. Ovviamente senz’acqua, senza servizi igienici senza luce (se non per qualche breve periodo in cui si attaccano alla rete elettrica, allacci abusivissimi che il gestore ovviamente stacca a intervalli regolari). Riuscite a immaginare come sia ridotto quello spazio che dovrebbe essere verde pubblico? Agevolo con qualche foto.

AMSA il municipio 8 e la polizia, stanno facendo il possibile, ma dopo mezz’ora dallo sgombro e la pulizia, rientrano e il giorno dopo è peggio. Da brava razzista, così vengo spesso qualificata, ogni santo giorno parlo con loro, senza mai trascendere, senza offendere. A forza di dai, la maggior parte di loro hanno deciso di andarsene, spero in un posto dove abbiano perlomeno acqua e luce, i pochi rimasti, alla mattina ritirano i materassi e passano la scopa togliendo quel che riescono, credo un caso più unico che raro. Ora, viste le foto, non è difficile immaginare il rischio igienico sanitario che è in essere, oltre a non poter usufruire della passeggiata nel verde. Mi auguro che l’assessore del municipio 8 con cui sono in contatto dott. Fabio Galesi e AMSA, provvedano a mantenere l’impegno preso, ossia ripulire e ripristinare la chiusura del cancello, in tempi brevi se non brevissimi. Mi premeva comunque che chiunque parla di accoglienza, di convivenza di integrazione, capisca che non è questo il modo. Rinnovo la richiesta di condivisione. Nell’interesse di tutte le parti coinvolte. Grazie

COSE BELLE E UN BAGNO DI UMILTÀ

Oh e dire che pensavo di essere aggiornatissima, abbastanza aggiornata insomma e invece… A Cesenatico noir c’era uno scrittore di cui non avevo mai sentito parlare (e questo è il bagno di umiltà, sta a vedere che non sono onniscente. Ohibò). Marco De Franchi, ma mai eh, non l’ho mai visto taggato o visto il suo nome nei vari festival gialli e noir, nei ringraziamenti, nelle bacheche degli scrittori, niente, buio di qua e di là dalla siepe. Vabbè, il personaggio mi piace e il libro non sembra affatto male, quindi una volta a casa vado on line e prendo l’ebook – che qui ormai lo spazio è davvero finito – e giacché il romanzo che è stato presentato era il secondo, decido che tanto vale partire dal primo. Finisco quello che stavo leggendo (la recensione la troverete su Mangialibri, Eraldo Baldini, mica pizza e fichi) e inizio a leggere La condanna dei viventi, siamo sulle 600 pagine ma in due giorni secchi lo finisco. SBAM. Ma quanto tempo era che non leggevo un giallo giallo. Proprio un classicone, con le indagini fatte come dio comanda, nel senso tecnico cioè, proprio come le fanno polizia e carabinieri, ripartendo da capo indizio dopo indizio se del caso, ribaltando tutto l’acquisito, sbattendo il muso su false piste e intuizioni sbagliate e le frustrazioni di chi deve sottostare alle decisioni di alcuni che non hanno mai visto altro che una scrivania e pensano solo a carriera e burocrazia, spesso intralciando chi si sporcale mani.

Prima di sedermi e parlarvene ci ho pensato un po’, mi sono fatte le domande che sempre bisognerebbe porsi quando si tiene un blog che parla di libri (in prevalenza) e/o si fanno recensioni. Perché mi ha così entusiasmata? Cos’ha di diverso dai romanzi di autori ben più famosi, non me ne vorrà spero l’autore, ben più celebrati. Stai rivedendo le tue convinzioni? Perché chiedendoti da quanto non leggevi un romanzo così, ti contraddici.

No, ognuno dei famosi a cui pensavo, non serve che vi faccia i nomi vero? Ha delle caratteristiche ben precise, che siano la scrittura le ambientazioni le caratteristiche dei personaggi, le trame o l’insieme di queste cose. Sono quasi tutti autori di romanzi seriali, i cui protagonisti hanno un posto ben saldo nel cuore dei lettori e nel gotha della scrittura, leggere ognuno dei loro nuovi romanzi, significa ritrovare una nicchia in cui stiamo comodissimi, come su un materasso in memory foam. Leggere/scoprire un autore nuovo è un’esperienza diversa, come provare un abito nuovo, che nello specifico (il romanzo), ho scoperto essere tagliato come se fosse su misura.

De Franchi anche se nella scrittura bazzica da un bel po’, è tecnicamente un esordiente, quindi trovare un romanzo ineccepibile in ogni suo aspetto, per ogni appassionato di thriller, è una goduria non da poco.

L’idea di partenza non è nuova, mi vengono in mente almeno tre romanzi e altrettanti film che più o meno partono dalla stessa base, degli omicidi che mettono in scena opere d’arte famose, quello che invece è nuovo è l’approccio investigativo, intanto perché da professionista, la descrizione delle procedure di prima mano ha un qualcosa di diverso (senza nulla togliere a chi si serve di esperti consulenti, ma è un fatto acclarato). Poi il racconto vero e proprio, la frustrazione nello scoprire di aver seguito una pista sbagliata, di essersi lasciati depistare, la tenacia nel ripartire da zero e l’incuria quando non peggio delle cosiddette mele marce.

L’altra cosa “nuova” che ho trovato particolarmente confortante, è come sia riuscito a calibrare la parte investigativa e il tema che evidentemente De Franchi voleva trattare – come conferma lui stesso – ossia la malattia mentale che certamente non è materia facile, soprattutto per la precisione nell’inserire sindromi decisamente non comuni. Non aspettatevi niente di leggero, i capitoli si susseguono incalzando la lettura e le scene splatter (lo so, sembra l’ennesima contraddizione ma non lo è) sono scritte con delicatezza, forse inevitabile per chi i morti amazzati, li ha visti davvero. (De Franchi è stato un poliziotto e come commissario capo è stato in forza allo SCO). Boh, probabilmente molti hanno già avuto modo di leggerlo, se così non è stato, non precludetevi l’occasione di scoprire un talento davvero notevole, come al solito, accetto scommesse sul fatto che poi mi ringrazierete. 

QUALCHE TITOLO DA METTERE IN VALIGIA

Ahimè soffro il caldo in un modo esagerato, quindi mettermi al PC (che scalda) è una fatica che non sempre riesco ad affrontare. Ma sta arrivando un temporale, quindi magari riesco a darvi qualche consiglio. Non sono recensioni propriamente dette, ma romanzi che ho apprezzato e mi sento di indicarvi, sia che siate già sotto l’ombrellone, sia che vi stiate preparando per la partenza e decisi a godervi anche dei momenti di relax. Se vi piacciono i gialli appena appena retrò, tipo anni ’90 del secolo scorso, in un piccolo paese della Gran Bretagna, con protagonista un pastore anglicano che inciampa in dei cadaveri e suo malgrado diventa detective, dovete assolutamente mettere in valigia o nel reader, i due libri del Rev. Richard Coles. Sono due e per quanto scritti bene, nel secondo ci sono tanti riferimenti al primo e ai delitti avvenuti, senza però, com’è ovvio che sia, riuscire a riassumere l’accaduto. Oi, ovvio che tale riassunto è indispensabile solo se parliamo di romanzi seriali in cui sia necessario o quasi, sapere qualcosa dei protagonisti, però insomma, sono solo due, tanto vale partire dal primo. Il protagonista come dicevo è un pastore, intelligente colto e assolutamente coerente col ruolo che ricopre. Un uomo paziente che cerca di aiutare i suoi parrocchiani, che si rapporta alla pari con i nobili signori del Paese e fa del suo meglio per mediare fra un mondo passato e quello moderno che (ammesso che ne abbiate memoria) stava avanzando alla fine del millennio. Vive con la madre che come da tradizione è un filino stranella, in una canonica senza pretese, con la compagnia di due irresistibili salsicce canine, Cosmo e Hilda. La trama gialla, in entrambi, non presenta falle, è assolutamente buona, i personaggi ben delineati e l’atmosfera resa alla perfezione. Una St. Mary Mead qualche anno dopo insomma. Secondo me lo apprezzeranno sia i giallari “puri” sia quelli che amano le atmosfere british, poco o niente splatter, qualche riflessione qualche questione “spinosa” e un po’ di ironia che non guasta mai.

Siccome a noi (me), piace rispettare le tradizioni, facciamo che non c’è due senza tre e aggiungiamo questa raccolta di racconti. Un super giallone che permette di interrompere la lettura per un bagno o una passegggiata e poi riprenderla senza perdere il filo. Il genere mi pare evidente, Cosy Crime. Personalmente questa ulteriore definizione mi infastidisce non poco, un giallo è un giallo, che poi l’autore, secondo il proprio stile, ci metta più o meno ironia, lo serva con contorno di risate, è un plus che può piacere o meno, ma se l’indagine o il crimine ci sono, per me è un giallo e basta. Transeat, la struttura è particolarmente carina, a parte la prefazione e l’introduzione curate da Perna e Basso (quasi due racconti a sè stanti), l’autore/i intervista chi ha scritto il racconto seguente. Idea decisamente carina che permette di approfondire e arricchisce la lettura. I nomi, sia pur non tutti, li leggete in copertina, non sto ad analizzare ogni racconto, ma sono tutti molto buoni a livello trama e con vari gradi di divertissement. A questo punto che dirvi? Buona lettura e fatemi sapere se vi sono piaciuti i suggerimenti.

LA NEVE IN FONDO AL MARE

Se, o meglio quando, leggerete questo romanzo, sappiate che se anche siete preparati sarà una coltellata, dritta precisa al cuore, ma lo stiletto è talmente affilato e appuntito che non lo sentirete subito e quando ve ne accorgerete ringrazierete il Bussola. Poco importa se siete genitori o no, siete comunque figli e questo racconto scava senza pietà ma con pìetas nei rapporti genitori figli, madri e padri, ma soprattutto nel come si affrontano quei momenti in cui non hai più armi, in cui sei solo davanti alla persona che hai generato, la tua carne lo riconosce, il sangue sa chi è il cuore lo ama oltre ogni possibile immaginazione, ma la mente non lo capisce e forse – il dubbio atroce -non lo ha mai capito.

Nel reparto di psichiatria, sorvegliati a vista, sembra che i ragazzini siano una specie aliena, hanno smesso di rispondere ai canoni normali di comportamento e ognuno a modo suo ha continuato a urlare un grido d’aiuto senza riuscire a dire quale sia il pericolo che vede, il male che lo assedia.

Non so quanto possa essere costato a un uomo che si è dichiarato (più o meno), nato per essere padre, che ha tre figlie deliziosamente balenghe che per contro hanno una maturità e un’intelligenza non comune (chi segue lui o la sua compagna Paola Barbato sui social sa cosa intendo), mettere su carta una storia così piena di dolore.

Credo una cifra.

Il dolore è quello dei figli e dei genitori, l’impotenza che non si può accettare, la testardaggine nel cercare la chiave per entrare nella testa e nel cuore di quei ragazzini/bambini, a dispetto di tutto e di tutti.

Un percorso molto più che accidentato, costellato di ferite inferte e ricevute, una discesa nell’abisso, possibile solo restando attaccati al filo sottilissimo della speranza, un filo che permette di tenere la testa fuori dall’acqua, che ti fa sentire tutta la responsabilità che ti sei preso mettendo al mondo un essere umano.

Nonostante ogni parola sia intrisa di dolore, Bussola è riuscito ad ammantarla di amore e di speranza, la speranza di riuscire a ri-mettere al mondo quei figli che sembrano perduti. E quel sentimento, quell’ammissione di umanità e di riconoscimento delle proprie mancanze, è più forte dello strazio, più forte della paura più forte di tutto.

È una storia d’amore a tutto tondo, non lasciatevi spaventare, leggetelo se siete genitori, se pensate che potreste diventarlo, se avete amici che hanno figli, se siete zie o zii, leggetelo se siete cresciuti senza un problema e se invece da adolescenti avete avuto qualche disagio.

Leggetelo comunque, perché è uno di quei romanzi che ti danno molto più di quelle ore che ti hanno tolto, ti resta dentro qualcosa che sarà per sempre.

SULLA PIETRA

Sei anni dicesi sei che non scriveva, quando mi è arrivato il volume (in anteprima e per questo sia sempre reso grazie a Einaudi), l’ho divorato nonostante sia un bel malloppo. Ero preoccupata di essermi dimenticata qualche personaggio, qualcuno di quei tratti surreali della squadra e invece. Invece no, alla prima pagina sono tornata felicemente a Parigi, pronta a spalare nuvole a nutrire tutti a rannicchiarmi ovunque per un pisolino. Poche pagine e mi sono trovata in un paesino del nord a caccia di un assassino davvero particolare. Il paesino è Louviec, dove vive un (forse) discendente di Chateaubriand e per non farsi mancare nulla, c’è anche un fantasma. Si discosta un pochino dal solito, anche Fred Vargas ha ceduto al fascino del cibo, giustificata dal fatto che il commissario e in seguito i suoi uomini, alloggiano in una locanda, la migliore dei dintorni, che gestita da Johan, cuoco sopraffino e memoria storica del Paese, diventa il centro nevralgico dell’operazione. Una parte della squadra di Adamsberg, lo raggiunge a Louviec e voilà, nulla è cambiato. Il mantra dello spalatore che è poi la sua risposta standard a quasi tutte le domande, è sempre lo stesso, “non lo so”, ci trascina nelle sue elucubrazioni, strampalate ma precise come le pallottole di un cecchino e ci si trova a camminare su strade di acciottolato, a bere sidro ed elaborare le teorie più strambe, per arrivare, senza essersene resi conto, al centro del bersaglio. Non è un romanzo per tutti, la Vargas non è un’autrice per tutti, ma chi riesce a entrare nel mood, non smette di rimpiangerla ad ogni romanzo finito. Bisogna lasciarsi trasportare, arrampicarsi su un Dolmen lasciando vagare i pensieri, seguire Adamsberg e i suoi, non è una semplice lettura, è un fantastico viaggio da rimpiangere in attesa del prossimo. Ah, alle ultime pagine, più di qualche cuore si scioglierà con un sorriso.

L’ESTATE DEI MORTI

Roberto Serra è un uomo strano, oddio, strano per questi nostri tempi; è analogico Serra, è legato al suo personale mondo e modo. Il computer è una bestia strana, utile quel tanto ma neanche troppo, la musica è rigorosamente quella dei cantautori e si ascolta su vinile, il cellulare serve per telefonare. Insomma a Case Rosse (che poi sarebbe Zocca dove oltre a Vasco è nato anche Pasini) ha trovato la sua dimensione, quella che a Roma non riusciva più a sostenere. In quel piccolo borgo, che se solo l’autore fosse più prolifico farebbe concorrenza a Cabot Cove per numero di omicidi in proporzione agli abitanti, ha quasi ritrovato pace, il quasi ha tante ragioni, sembra finalmente che la Danza non lo tormenti più, ma la paura che torni in qualunque momento non lo lascia mai, quasi perché smettere di bere è mantenersi sobri, se non sei in un telefilm americano non è così semplice, perché il coraggio di affrontare il suo fantasma più grosso, chi ha ucciso i suoi genitori e perché, sembra abbandonarlo ogni volta che sta per fare l’ultimo passo possibile, quasi perché la sua ex moglie sta per risposarsi e la sua Silvia, la ragione per cui è ancora vivo, abita con l’uomo che sposerà la mamma e lui non riesce a vederla abbastanza a viverla abbastanza darle abbastanza. Last but not least, da qualche mese condivide il suo minuscolo commissariato con Rubina Tonelli, mandata in esilio a tempo determinato, (come i carcerati cancella ogni ggiorno dal calendario in attesa di tornare nella sua Rimini). Praticamente gli hanno imposto di lavorare con la sua, almeno agli occhi l’uno dell’altra, antitesi vivente. È proprio la povera Rubina che prende la telefonata che dà l’avvio a un caso che sembra essere impossibile da risolvere. Potrei fare la sborona o la colta e dirvi che Pasini ha assorbito dai grandi, Poe Lovecraft King, e non racconterei neanche mezza bugia, certo che li ha introiettati, ma quella che ci restituisce è la Storia, quella che chi è nato in montagna conosce fin da bambino. Fiabe per i grandi, perché l’uomo nero, il babau, è dentro ognuno di noi e incarna, fin dai tempi delle favole (quelle originali dei fratelli Grimm), quelli che sono i pericoli della vita, perché un uomo nero o la Borda (poi vi dico chi è), la potremmo incontrare ogni giorno, senza riconoscerli mai se non quando è troppo tardi. La Borda è un “mostro” che prende i bambini e li ammazza, è l’uomo nero della bassa Lombardia e dell’Emilia, quello dei boschi di prima montagna in cui ci siano torrenti fiumiciattoli laghetti e stagni. E poi c’è l’attenzione che Pasini dedica al Diverso, è un’attenzione sottotraccia, delicata eppure fortissima, i suoi diversi non lo sembrano affatto, eppure affrontano mostri inimmaginabili, sono gli uomini e le donne spezzati, feriti e lacerati da cicatrici invisibili e mai chiuse. Lo fa Serra, lo fa Rubina, lo fanno, lo facciamo, tutti chi più chi meno, qualcuno nascondendo le battaglie sotto i pantaloni, chi rifugiandosi nella solitudine. Non ci sono mai né vincitori né vinti. E ancora c’è la magia dell’Appennino, fatta di colori di profumi di paesaggi e tradizioni secolari se non millenarie, di radici lunghe che non si spezzano mai. A questo aggiungete un numero imprecisato di coprotagonisti che sono i colleghi di Serra e Tonelli, i paesani, che comprendono anche chi sta nelle frazioni, i vivi i morti e chi conserva i segreti, oltre a un’indagine che fila perfettamente, svelando ben altro oltre al colpevole del duplice omicidio denunciato da un fantasma.

IL BACIO DEL CALABRONE

Un PM  sempre un po’ annoiato che difficilmente perde la calma, che cerca di capire perché si innamora ogni due per tre, fingendo anche con se stesso di cercare un amore stabile con cui rimpiazzare l’ex moglie, orfano di padre, con un maggiordomo Camillo, che nonostante l’età di Manrico, continua salvo rari momenti di intimità familiare, a chiamarlo contino, ama visceralmente la madre, con cui vive, deliziosa vecchia signora ludopatica che ha dilapidato allegramente il patrimonio della famiglia, mantenendo uno spirito eccezionale e che lo stupisce anche per il rapporto privilegiato che ha con il nipote adolescente.

La sua passione, l’amore per sempre, è quello per la lirica che conosce come forse solo un direttore d’orchestra, e se da un lato per risolvere omicidi e malefatte varie, è indispensabile il contributo di tutta la sua eterogenea (e fantastica) squadra, Cianchetti in testa – l’esatto opposto di un nobile, borgatara doc – che con Spinori forma un perfetto TAO, dall’altro, il conte è convinto che la lirica contempli nelle opere, tutti i misfatti commettibili e di conseguenza, trovata l’opera in cui cercare le risposte, trova anche la quadra dei casi.

Mi piace perché non è perfetto, ha come tanti, un famigerato “passato”, ma lo ha metabolizzato e ci convive tranquillamente. Consapevole di come funziona la vita, onora la decaduta nobiltà con quella d’animo, è una persona buona onesta ma non fessa, collabora e non prevarica, non ha paura di ammettere gli errori né di porvi rimedio. E dopo tutta sta spatafiata? Cosa avrà fatto il calabrone del titolo, ma soprattutto chimai vorrebbe farsi baciare? Lo scoprirete se non conoscendo ancora il personaggio, vi ho incuriositi a sufficienza. Ah, è il quarto libro, il consiglio è di tenerlo in libreria finché non avete letto i primi tre.

LA BALLATA DEI PADRI INFEDELI

Che il Giambellino fosse un quartiere con una personalità ben definita e tutta sua, lo aveva già intuito Gaber negli anni ’60, tanto che ci ha “ambientato” la storia del Cerutti Gino e quella della sua mamma, adesso che siamo in un altro secolo e in un altro millennio, ci pensa Rosa Teruzzi a ricordarcelo e raccontarci cos’è oggi, attraverso le storie delle Cairati – tre donne il cui cognome ricordiamolo, è mutuato in omaggio alla sincera amicizia con la grande Sveva Casati Modignani –

Tre donne dicevo, tre generazioni discendenti, che a prima vista non potrebbero essere più diverse tra loro e che invece ci mostrano, romanzo dopo romanzo, che inesorabilmente qualcosa delle madri, prima o poi lo ritroviamo nelle figlie e viceversa. A volte più di qualcosa per dirla tutta.

Sapete che delle trame scrivo poco o niente perché tanto si trovano dovunque, vi racconto piuttosto quello che i personaggi, nelle storie che vivono e nel come le vivono, lasciano a me. Ho adorato Iole da subito, una settantenne che pur non rinunciando a essere la balenga che ben conosciamo, in questo romanzo molto più che in altri, fa trasparire il profondo amore che nutre per Libera. Già solo imponendole il nome, ha augurato alla figlia la cosa più importante del mondo. Lo dimostra a modo suo, senza mai smentire la sua natura di donna profondamente lontana dalle convenzioni, ma specialmente negli ultimi romanzi, lo palesa attraverso i consigli, spesso sibillini, che hanno l’unico scopo di accompagnare Libera a trovare quello che cerca, a capire quello che può farla felice.

Vittoria, la nipote, poliziotta come il padre defunto, da quando ha trovato l’amore, pur restando formalmente rigida e inquadrata, ci sorprende ancora con la sua capacità di passioni insospettabili che la rendono capace di avere quasi una “doppia vita” e poi c’è Libera appunto.

Forse perché sono una decisionista, una che si butta – caratterialmente sono più vicina a Iole – faccio fatica a capire, o forse la capisco fin troppo bene, l’indecisione su cosa fare della sua vita sentimentale, il suo concedersi momenti di gioia e poi perdersi in rimpianti e rimorsi. Compensa “l’incapacità” di buttarsi egoisticamente e definitivamente, magari infischiandosene un po’ dei sentimenti degli altri, lasciandosi trascinare nelle indagini, nonostante le promesse fatte a Gabriele (il collega del marito defunto con cui ha una relazione), se ritiene che la “causa” sia giusta, e fin dalla prima volta, lo sono eccome per i temi che affrontano. Perché Teruzzi, con ogni avventura che fa vivere alle miss Marple del Giambellino, affronta un tema sociale importante.

Discorso a parte meriterebbero i coprotagonisti, Gabriele appunto, Furio la Smilza e Cagnaccio, che a loro volta stanno evolvendo mostrandoci sempre più di sé.

Questa però non è una pagina di psicologia, quindi tornando a bomba sulla Ballata dei padri infedeli, su una scala da uno a cinque, prenderebbe un 4, non perché manchi qualcosa ma perché ho avuto la sensazione di un romanzo di “transito” e quindi “incompiuto per quanto riguarda i personaggi.

Il plot giallo invece, conferma il talento indiscutibile di Rosa Teruzzi. In conclusione, ve lo consiglio senza tema di ritorsioni.

LA DONNA CHE FUGGE

Che Alicia Gimenez Bartlett sia una maestra indiscussa è cosa che non si può mettere in dubbio, così come è acclarato che Pedra Delicado sia un personaggio amatissimo, una donna che racchiude in sé un universo fatto da ogni tipologia di donna.  Mancava dagli scaffali delle librerie  – con un’indagine –  ormai da qualche anno ed è tornata se non col botto, quasi.

Le trame dei  suoi romanzi sono gialli che definirei abbastanza “classici”, in cui l’ispettrice supportata da Firmin Garzòn, indaga alternando il buon vecchio metodo consuma scarpe, a frequenti soste alla Jarra de oro, birrette rinfrescanti e consumo di cibo, che diventano carburante e momenti di necessaria rigenerazione per la mente. Questa indagine, parte dall’omicidio del proprietario di un food truck, delitto che a rigor di logica, essendo avvenuto nel piazzale dove sono riuniti diversi furgoni, dovrebbe essere facilmente risolvibile, ma sappiamo che la logica deve sempre fare i conti con la realtà ed evidentemente quest’ultima ha deciso diversamente.

Vero che l’omicidio è avvenuto in piena notte e che l’arma è un coltello – quindi silenziosa – ma pare proprio che trovare un testimone sia impossibile, lavorare tanto durante il giorno evidentemente favorisce sonni profondi e toglie il tempo per vedere qualsiasi cosa non siano i clienti. Per di più il defunto pare essere un tranquillo lavoratore che nessuno al mondo poteva odiare al punto di ucciderlo. A questo punto però la domanda che sorge spontanea nel futuro lettore è: “ma allora chi è la donna che fugge?” “Da cosa fugge?” Su questo interrogativo e sulle molteplici risposte che si svelano nel corso dell’indagine – che fra l’altro porta i nostri due investigatori in giro per tutta la Catalogna – si gioca tutto il romanzo.

Non so se la mia memoria cominci vacillare, ma la mia impressione è che il rapporto fra ispettrice e viceispettore abbia fatto un passo avanti, c’è più confidenza fra i due, le conversazioni che non riguardano il lavoro, vanno leggermente oltre le chiacchiere, in qualche modo sembra che Petra cerchi quel confronto con la controparte maschile, che non riesce ad avere col marito, coniuge che nei rari momenti in cui riescono a incrociarsi, insiste sull’idea di acquistare una casa in campagna dove trasferirsi per smettere con lo stress della città. L’ispettrice è pur sempre una donna e questa insistenza le insinua dubbi su dubbi, aggravati dalla consapevolezza di essere particolarmente assente.

A livello di indagine, ben costruito anche se forse non uno dei migliori, ma a livello narrativo, direi, anzi dico, che è assolutamente imperdibile.