Seconda prova per Micol Medici – Marilù Oliva ci porta nell’abisso

Musica sull’abisso, l’abisso in cui sono caduti almeno nove ex studenti della stessa classe del liceo Cicerone, un abisso di disperazione di perversione e infine di morte, un abisso in cui non si cade da soli. L’ispettore Medici, sempre alle prese con una madre leggermente invadente che nel frattempo ha aperto a Bologna un negozio con la Circassa (ve la ricordate l’erborista un po’ strega de Le spose sepolte?), viene incaricata dell’indagine su un suicidio sospetto, che in effetti si rivelerà essere ben altro e porterà a rivedere casi ormai dati per insoluti suicidi o scomparse volontarie. Una storia nera piena di colpi di scena, in cui la Oliva, sullo sfondo di una Bologna insolitamente cupa, ci trascina dietro all’ispettrice (che mi dicono non esistere come qualifica ma a me suona meglio) Medici, che con il supporto dei suoi sogni “rivelatori” e di un intuito investigativo notevole, tirerà fuori dall’abisso vivi e morti. Come sempre la trama è veicolo di argomenti che sappiamo stare a cuore all’autrice (come dovrebbe essere per tutti), che ne parla inserendoli coerentemente nel racconto. Bella la “rivincita” del tutto personale che in qualche modo si prende Micol nei confronti del suo sottoposto, il sovrintendente Iacobacci, che nonostante i gradi la ignora in quanto femmina (oltre che in quanto paraculato), bella la storia d’amore che le ridà fiducia negli uomini, dopo la delusione del precedente rapporto e decisamente molto buono il colpo di scena finale. Personalmente mi manca un po’
quella sottile cattiveria divertente de Le sultane, ma rimane una bella prova di Marilù che consiglio di non perdere. Ah fra le altre cose c’è una playlist di autrici non troppo note ma che valgono la pena di un ascolto.

Sono in ferie e leggo – Non fateci l’abitudine e intanto godetevi una Sardegna a tutto tondo

L’isola delle anime ho cominciato idealmente a leggerlo quando Piergiorgio ha iniziato a pubblicare le immagini della carazza ’e boe – una delle maschere che più riescono a suggestionare e a trasportarti immediatamente in quel posto che banalmente definiamo sempre un po’ magico. Dico banalmente perchè la Sardegna, magica lo è davvero. Andando oltre i clichè dei posti da ricchi sulla costa (che comunque un’acqua così la trovi ai Caraibi e alla Maldive), oltre il folklore che conoscono un po’ tutti, è forse il posto in Italia dove è possibile davvero trovare la nostra anima più primitiva. Pulixi che in Sardegna ci è nato e cresciuto, la conosce a fondo e dopo aver imparato a prendere le distanze da quello che l’amore ti nasconde, ha scritto un romanzo che la racconta a fondo, con tutto il suo bello e il suo “brutto”. Lo fa mettendosi nei panni (perchè non finirò mai di ripeterlo, pochi uomini riescono a entrare nella mente delle donne come lui), di due poliziotte, una sarda e una milanese. Un doppio sguardo, interno ed esterno, su riti antichissimi che resistono e anche ai giorni nostri possono sfociare in veri e propri reati. Il racconto di qualcosa che va ben al di là delle tradizioni, un immersione in sè stessi attraverso il confronto con quello che è molto più che difficile da capire, con l’intrecciarsi di vita e morte che nel cuore della Sardegna è ancora vivo e non mediato, quell’accettazione della natura che prescinde da quanto la religione ha edulcorato, che prevede di sottostare a quanto la “divinità” richiede per permettere la vita. Ci racconta tutto questo con un romanzo che viaggia su due binari, una prima parte che introduce e accompagna, novello Virgilio, il lettore nei meandri più profondi e sconosciuti in una terra chiusa, quasi inesplorata, selvatica e abitata da gente altrettanto inesplorata e selvaggia. Poi un giallo che da cold case diventa attualissimo, intrigante e perfetto nel suo svolgimento e dolorosamente bello nella descrizione delle due poliziotte protagoniste. Vi consiglio anche di leggere, prima o dopo il libro è indifferente, la bella (e non perchè è mia amica), intervista di Cristina Aicardi per MilanoNera

Da Mosca all’Alto Adige o viceversa

Ancora un consiglio doppio, perchè siamo onesti, chi ama leggere ama anche variare genere trovare cose nuove e soprattutto avere tanti libri.
Il primo consiglio è un romanzo strano, la recensione la trovate su Mangialibri, se comunque avete letto e amato Bulgakov Gogol e arrivo ad accostargli anche Kafka perchè sono una donna esagerata, non fatevi scappare Il violista di Orlov. Una storia che va oltre il fantasy arriverei a definirlo onirico e visionario, la vita di un uomo con qualcosa in più (è per metà figlio di un demone) che però usa i poteri in modo del tutto diverso da come ci si aspetterebbe. A me è piaciuto davvero tanto, l’unica avvertenza è di non fissarvi sui nomi dei millemila personaggi che circondano Danilov, fra nomi cognomi patronimici soprannomi, potreste perdervi (a me fino ad un certo punto è successo).

Col secondo suggerimento torniamo in Italia, grave lacuna della sottoscritta che si era persa Luca D’Andrea, ho rimediato leggendo Il respiro del sangue, ottimo giallo con un protagonista, Tony Carcano, che ha una storia mediamente triste ma niente di troppo drammatico, che gli ha dato la spinta per diventare uno scrittore, che essendo cresciuto in quartiere difficile di Bolzano (avreste detto che anche lì ce n’è uno?), si è fatto crescere le palle ma senza bisogno di esporle, ha fatto maturare il suo senso dell’umorismo senza farlo diventare troppo invadente e dulcis in fundo, gira con un san bernardo da 110 kg. Racconta D’Andera di strane cose, di quella “magia” che spesso si trova in montagna, a cui troppo spesso si ispira la gente per fare delle realissime cose brutte.

Un po’ di relax, quando ci vuole ci vuole

Non so voi, ma dopo tanti anni di costante attaccamento, ultimamente i romanzi col nostro amato Montalbano, non li ho trovati così coinvolgenti. Forse troppa attualità, troppa politica, troppa amarezza dell’autore che si è trasferita sulle pagine. Ho preso Il cuoco dell’Alcyon per abitudine, perchè comunque quando ami un personaggio ci speri e alle volte vedi che la fiducia è ben riposta? Poco importa che in realtà sia un romanzo vecchio di una decina d’anni credo (comunque c’è scritto che qui non si inventa niente), una sceneggiatura che poi non ha visto la luce e che Camilleri ha leggermente risistemato. Scoppiettante, frizzante divertente e vagamente sopra le righe, ma ottimo. Il povero Salvo viene coinvolto addirittura in un’operazione dell’FBI, ma anche mandato in ferie coatte costretto a tingersi i capelli e a cambiare la forma dei baffi. Il commissariato affidato ad un nuovo commissario. Mimì Fazio e Catarella spostati, un delirio, ma uno di quei deliri che ti godi dalla prima all’ultima pagina. Ovviamente pubblicato da Sellerio

Sempre per divertirvi (in modo particolare se siete donne oltre i quaranta e single),prima o dopo Camilleri, leggete Volevo essere una vedova, La Moscardelli, dopo averci raccontato perchè voleva essere una gatta morta e poi andare a letto presto. Dopo averci deliziato con Teresa Papavero in quel di Stangolagalli, ci dice come lei (o almeno il suo alterego di carta), abbia trovato il modo di mettere a tacere quelle mezze frasi, quelle occhiate un po’ così che ti classificano fra le sfigate che nessuno si è preso, senza pensare che forse le sfigate sono quelle che vorrebbero tanto essere vedove perchè un marito ce lo hanno per davvero. Autoironica spietata e soprattutto senza ipocrisia, è una specie di pocket coffee di cui riassaporare il gusto quando (raramente ma capita), ci si sente giù o sole. Il ritorno del sorriso è garantito. In libreria per Einaudi

Orlov

Week End sulla spiaggia? I consigli di lettura di Coleichelegge

Bene, il caldo è arrivato e si cominciano in fine settimana in giro, ma io che conosco i miei polli, so che senza un libro (o il reader), non andate da nessuna parte, quindi cominciamo con qualche consiglio. Tutta roba buona buona e per tutti i gusti
Per questo ci vuole più di un fine settimana, son 664 pagine, ma state sulla fiducia.
Otto ragazze e qualche ragazzo, compreso Chris Harper, trovato col cranio fracassato nel giardino, tutti distribuiti fra il St Kilda (la scuola femminile) e il St Colm (quella maschile), collegi privati prestigiosi e contigui. Anche se le indagini al momento dell’omicidio non hanno portato a niente, la foto di Chris con scritto “io so chi è stato”, trovata da una delle ragazze sulla bacheca del Posto segreto, a distanza di mesi e portata al detective Moran, conferma che lì va cercato il colpevole.
Ve le ricordate le amicizie di scuola e dei cortili? Apparentemente indissolubili – che non lo sono lo scopriamo poi da grandi – quando le vivi sono tutto. La famiglia che ti scegli, incastri perfetti di equilibri fra caratteri diversi e complementari che diventano un unico organismo e come tale reagiscono a qualunque tipo di “aggressione” esterna. Individuato il pericolo, esterno o interno che sia, gli anticorpi attaccano per difendere lo status quo. La French, per mezzo della detective Conway e il detective Moran, indaga ogni cellula di quell’organismo, la difficoltà sta nel fatto che ognuna di loro, cambia forma e diventa altro da sè a seconda di quello che suppone essere necessario a preservare il gruppo. Un’indagine psicologica da leccarsi i baffi, un tuffo nel mondo degli adolescenti che definire agghiacciante è poco.

Una Ninfa dormiente per Ilaria Tuti

Le montagne e le foreste della val Resia sono il palcoscenico su cui si muove Teresa Battaglia, il commissario dai capelli rossi insieme alla sua squadra di fidatissimi, no non le è migliorato il carattere, è sempre la stessa, anzi, con l’avanzare (forse) della malattia, è anche peggiorato. Sta mettendo in campo ogni possibile strategia per combattere quello contro cui non può vincere, può solo aspettare e sperare che ci sia un errore, di essere più forte. La terrorizza l’idea di perdere il controllo di non avere più quella lucidità, quel sesto senso che le ha sempre fatto vedere un po’ oltre, immaginare la cosa giusta, come se fosse in grado di percepire gli stati d’animo, le verità nascoste. Ha anche paura per i suoi ragazzi, per Massimo in particolare, che ha un demone da combattere e in qualche modo ha bisogno di lei. La Tuti oltre che nella meraviglia della natura ci porta nella Storia, lo fa con grazia, con delicatezza, perchè la Storia è fatta dalla storie degli esseri umani e dai loro sentimenti. Qui c’è in ballo un omicidio vecchio di settant’anni e un dipinto, Ninfa dormiente, per cui è stato usato il sangue di quella vittima. Allora, premesso che la trama è buona, molto buona, ho purtroppo un appunto da fare. Il problema che affligge la commissaria è trattato in maniera (sempre e solo a mio parere), troppo fantasiosa. Chi abbia avuto a che fare col problema lo sa e ahimè sta diventando un male talmente comune che sono più le persone che lo conoscono di quelle che non ne sanno nulla. Non ho il minimo dubbio però, che i lettori normali e appassionati ma non paranoici come me, troveranno questo secondo romanzo bello e coinvolgente, molto coinvolgente. Aggettivi che del resto, tolto il particolare che dicevo prima, uso anch’io senza tema di smentita.

Lella Costa

Come spesso capita, almeno a me succede spesso, mi sono arrivati per le mani tre libri di genere molto simile. Due autobiografie e un “saggio biografico”. Buffo ma è così. La prima è la storia di una donna molto apprezzata (mi dicono), che fa ottimi ascolti in tv, il cui titolo sarebbe potrebbe essere “la parola io, ma soprattutto io”. Il secondo libro racconta la vita di una donna sicuramente amata dal grande pubblico, il cui successo credo sia (almeno questo è quanto io ho ricavato dalla lettura) dovuto al fatto che è un’allegra normale signora, che per puro caso è entrata nel mondo dello spettacolo e avendo evidentemente delle doti, è diventata famosa senza diventare una diva. Ma è del terzo che volevo parlare. Un libriccino (ino solo per il numero di pagine), scritto da una grande attrice autrice e scrittrice e doppiatrice Lella Costa. Il soggetto dello studio è addirittura la santa patrona d’Europa (una dei tre). Una storia affascinante quella di Edith Stein. Nata ebrea in una famiglia osservante ma non oppressivamente (direi più o meno come quei cattolici che vanno a messa la domenica e al limite mangiano di magro il venerdì, pur avendo ben chiare tutte le regole che sarebbero imposte dalla chiesa), Edith studentessa più che brillante, ad un certo punto non si riconosce più nell’ebraismo e “diventa” atea. L’ebraismo però è una condizione, un’appartenenza che non la lascerà mai, neanche quando ormai adulta seppur giovane, si lascia affascinare dalla religione cattolica (indicativo l’episodio che la vuole visitatrice di una chiesa quando vede una donna, evidentemente di ritorno dalla spesa, che con tutte le sue buste, si inginocchia su una panca per una preghiera, così, en passant). Edith ripenserà molto a quell’immagine, un Dio a cui rivolgersi con la confidenza che si ha con un padre o un vecchio zio e alla differenza che c’è con il Dio della sua religione. Un Dio a cui si deve dedizione assoluta, che in sinagoga vuole le donne divise dagli uomini e tante altre imposizioni. Forse quell’episodio, unito agli studi di fenomenologia (e qui andate a cercarvi che cos’è perchè se tentassi di spiegarvelo io farei un casino, trattasi comunque di una branca inerente alla filosofia), la porta nonostante la laurea con il professor Husserl, (di cui diventerà poi assistente diventandogli indispensabile), nonostante la guerra nonostante l’impegno nell’insegnamento e nel continuo studiare, a decidere di prendere i voti e consacrarsi a Dio. Vabbè adesso non vi sto a raccontare tutto, ma garantisco che vale la pena scoprire questo carrarmato. Una figura da cui trarre ispirazione – anche senza bisogno di di farsi suore o preti – raccontata magistralmente, con tutte le divagazioni che inevitabilmente colpiscono chi pensa a quello che scrive e che danno a chi legge una serie di spunti davvero notevoli. Se volete approfondire prima di leggerlo, questa intervista vi darà modo di capire quanto c’è che io non ho detto.

Lo Zoo di Paola Barbato

Qualcuno lo ha letto (o almeno lo ha cominciato) su wattpad, dove questa folle donna, lo ha pubblicato a capitoletti, prima che si parlasse di pubblicazione del libro. Io ho cominciato a leggerlo mentre leggevo la fatica precedente Io so chi sei e vi assicuro che se già di suo quello era inquietante, leggendo i capitoli di Zoo, e scoprire che pur andando ognuno per la sua strada, erano in qualche modo legati uno all’altro, ha fatto salire l’inquietitudine ( dai cercate di non essere pignoli) alle stelle. Vabbè, a riassumervi la trama manco ci provo, la Barbato è diabolica a dire poco e comunque non riuscirei a farlo senza raccontarvi qualcosa che vi anticiperebbe la sorpresa durante la lettura. In compenso vi dico con tutto il cuore, non fatevelo scappare. Non ci pensate proprio. Vi angoscerà vi farà venire attacchi di claustrofobia, vi farà incazzare e poi sperare, fare il tifo, dare (inascoltati) consigli. In buona sostanza vi precipiterà in un incubo da cui non vedrete l’ora di uscire ma vi sarà impossibile farlo abbandonando, dovrete arrivare alla fine, senza se e senza ma. Ancora più ansiogeno il fatto che questa donna, una frikettona (nella sua accezione bonaria), cresciuta e diventata madre di famiglia mantenendo lo spirito di una ragazzina e nello stesso tempo una saggezza che è di poche, riesca a immaginarsi le atrocità che scrive. Ma per lei (come per tutti gli scrittori che ci fanno tenere la luce accesa di notte), ringraziamo il cielo e speriamo che le muse non li lascino mai. Ah, per i pochi a cui fosse sfuggito di chi sto parlando, la signora è anche sceneggiatrice di Dylan Dog (perdire)

Un Malvaldi e due stalker gentili

Si sa che il #SalTo è occasione per incontrare i tuoi autori preferiti, i miei, molti dei miei (autori preferiti dico), pubblicano i loro libri col vestitino blu. Uno di questi è quel geniaccio di Malvaldi, e siccome in un blog dove si parla di libri seriamente (anche se scanzonatamente), le interviste prestigiose ci stano bene e lui (credo per non vederci più – no scemotti, non uso il plurale maiestatis – è che ero con un’amica) sapendo oltretutto che l’amica in questione è il caporedattore di MilanoNera, altrimenti detta Cristina Aicardi, ci ha incautamente proposto di intervistarlo. Potevamo perdere l’occasione? Anche no. Quindi abbiamo unito i due neuroni. Godetevi il risultato. Un grazie speciale a Samantha Bruzzone in Malvaldi

Fotina da cui si evince che non so fare i selfie
D: Suppongo che la domanda non sia nuova, ma nel caso, io non ho mai sentito la risposta, sicchè, qual è l’evento per cui un chimico ricercatore universitario si è scoperto improvvisamente scrittore?
R: La cara, vecchia, indispensabile noia. Ero stato condannato a un anno di tesi di laurea, e una volta scritto il codice di calcolo (io sono un chimico computazionale) dovevo mandarlo e aspettare il risultato: circa una settimana di attesa. E dovevo stare lì, perché non sapevo se e quando il conto sarebbe uscito. Avevo un computer davanti e tanto tanto tempo libero. Ho cominciato a descrivere la situazione contraria a quella che stavo vivendo: al mare, al sole, senza niente da fare, a giocare a carte al bar. Praticamente un pensionato. Ecco, da lì è venuto fuori La briscola in cinque. Scritto nel 2000, pubblicato nel 2007.
D: scrivi gialli, scrivi saggi, ne sai di letteratura di matematica di musica e ti viene tutto bene (ma bene) dammi due soddisfazioni, c’è qualcosa che proprio non ti riesce? Dimmi che ti viene bene tutto ma fai una fatica boia
R: Le cose che non mi riescono cerco di tenerle occultate. Le mie doti fisico-sportive sono decisamente sotto la media. Sono il peggior organizzatore dell’universo. Da bambino volevo fare il disegnatore di fumetti, ma tutt’ora, a quarantacinque anni, non sono in grado di disegnare cose più complicate di una patata. Ho tentato di imparare a stirarmi le camicie quando vivevo da solo, in Olanda: in un mese, trecento euro di danni.
Tutto quello che so fare ha richiesto fatica. E’ il mio vero talento. Mi spiego meglio: io non sono una persona particolarmente intelligente. Questo ha uno svantaggio (ci metto tempo a capire le cose) e un vantaggio: quando le ho capite, le so spiegare bene. Mi ricordo tutti gli errori che ho commesso, le fallacie che mi hanno ingannato, i cortocircuiti mentali. Le persone intelligenti non sono, di solito, brave a spiegare le cose, perché per loro sono ovvie: per me ovvie non sono, e quindi cerco di ricostruire il mio percorso mentale, di fare esempi che siano onesti e comprensibili.
D: Generalmente (credo anche inconsciamente), quando ci si mette a scrivere è perché si sente l’esigenza di dire qualcosa, a questo punto della tua carriera hai scoperto cosa volevi dire e sei riuscito a farlo o non ti sei proprio posto il problema ?
R: No, io sono uno scrittore di intrattenimento, e fino a oggi non ho mai voluto dare un messaggio. L’unica cosa che spero che le persone ricordino, dei miei libri, è che ogni risata è una ammissione di errore, una allegra prese di coscienza dell’incapacità di prevedere il futuro.
D: Si dice che nel giallo/noir italiano, caratteristica peculiare sia la localizzazione. Ricciardi fuori Napoli è inimmaginabile come Monterossi a Pavia. Tu i tuoi gialli li hai ambientati in un posto che non esiste, nel tuo caso possiamo parlare di regionalità o addirittura di ambito provinciale, tenuto conto del dna pestifero dei toscani?
R: Forse sì. E’ anche vero però che il mio modo ‘toscano’ di vedere le cose nasce da zii veneti e piemontesi. Credo che il toscano non sia più veloce a pensare, semplicemente più allenato e più spudorato.
D: l’ironia e il sarcasmo sono doti innate o si possono acquisire con l’esercizio?
R: Vedi sopra. SI possono allenare, assolutamente. Iniziando a prendere per il culo sè stessi, è il migliore allenamento che si possa fare. Ti posso anche dire chi sono stati i miei allenatori: Woody Allen, Ettore Borzacchini, Stefano Benni, Jerome K. Jerome, Douglas Adams e il Venturi, un tizio che giocava con me a ping pong.
D: da chimico, sapresti trovare una formula che definisca un buon romanzo?
R: Il corso di scrittura creativa del Malvaldi costa 500 euri ogni due domande. Non credo che tu abbia veramente voglia di farmi la seconda…
D: bravura e credibilità sono le doti richieste a uno scrittore. Cosa significa essere bravo e credibile?
R: Eh, bella domanda. Qui, davvero, non so cosa rispondere. Posso dirti cosa cerco di fare io. Io credo che uno scrittore, a meno che non si parli di Kafka, non si inventi quasi niente, ma che riorganizzi la realtà, le cose che ha visto e che ha sentito, in modo tale da renderle una storia. La tua credibilità viene fuori se le persone, leggendo, sentono che quello che scrivi è plausibile, nel mondo in cui lo ambienti.
D: hai la straordinaria dote della chiarezza espositiva,riesci a far sembrare semplici, comprensibili e anche divertenti leggi fisiche, chimiche e matematiche che sono ostiche ai più, o almeno a me. Come ci riesci? Ti hanno mai chiesto di scrivere libri di testo scolastici?
R: Sul come ci riesco credo di aver risposto prima: trovando esempi, e delimitando bene fin dove l’esempio regge e dove non vale più. Scrivere testi scolastici mi piacerebbe tantissimo, anche se temo che dovrei rinunciare alla volgarità. Non fanno leggere le poesie scabrose di Catullo, al liceo, figurati se passerebbe il Malvaldi…
D: Vento in scatola è nato da un corso di scrittura ai detenuti, tu cosa hai imparato da questa esperienza?
R: che si giudica troppo facilmente sulle questioni di cui siamo ignoranti. Entrare in carcere per me è stato scoprire che avevo dei pregiudizi ancor più radicati di quanto credessi, uniti a un buonismo stucchevole che serve solo a chi sta fuori, per tranquillizzare la propria coscienza. E insegnare a persone che aspettano quell’ora in cui vai lì dentro come la più importante della settimana ti dà un’idea di quanto sia preziosa la tua libertà.
D: nel romanzo in cui c’è la tua verve che assicura il divertimento, c’è anche tanto su cui riflettere. A partire dal classico errore giudiziario agli agenti che son detenuti quasi quanto i carcerati eccetera. C’è però soprattutto il nome di un coautore, un detenuto con cui hai realizzato il libro. Potrei chiederti per completezza come e perché è nata l’idea ma credo ti toccherà in ogni intervista da qui al prossimo romanzo quindi sorvolo. La domanda è, come si supera la “paura” di confrontarsi con qualcuno che evidentemente ha commesso un reato? Come si lavora con un “cattivo”?
R: E’ stata una inquietudine che mi ha accompagnato per parecchio tempo. Specialmente parlando con Glay, e scoprendo che abbiamo tante cose in comune, a livello caratteriale: abbiamo entrambi un senso della giustizia piuttosto inflessibile, quasi adolescenziale, un senso dell’umorismo che ama il politically scorrect. Entrambi abbiamo voglia di imparare, siamo curiosi. Quando vedi che una persona molto simile a te è dentro, per un delitto grave che ha commesso, ti chiedi se per caso non avresti potuto fare lo stesso, nella medesima situazione. Non puoi avere la certezza che la risposta che ti dai sia quella corretta.
Ho trovato grande consolazione nel leggere ‘Fine pena: ora’, di Elvio Fassone, che ha tenuto una corrispondenza di 28 anni con un mafioso da lui stesso condannato all’ergastolo. La sua risposta credo di averla fatta mia: la pena che Glay sta scontando è quella, riguarda il suo passato, e non può essere né cancellata, né ulteriormente aumentata. Sono tutti buoni a comportarsi in modo corretto e rispettoso con il Dalai Lama; è quando rispetti la legge con chi non ha le tue possibilità di difesa, di comunicazione, che dimostri di credere a quella stesse legge che lo costringe in carcere. Sono due facce della stessa medaglia, non si può sceglierne solo una: è umano, ma sarebbe ipocrita.
D: Sempre a proposito del romanzo, chi fosse il coautore è stato dichiarato con grande chiarezza, non avete avuto tu e l’editore, un po’ di paura che questo potesse nuocere al libro? Un rifiuto aprioristico da parte dei lettori?
R: Sì, questa paura c’è stata. E c’è ancora. Ma se fai solo cose sicure, prima o poi ti vieni a noia da solo.
D: il libro sta scalando le classifiche. Cosa dice e soprattutto cosa ti chiede Glay ora?
R: Credo che la cosa che gli farebbe più piacere sia fare insieme qualche presentazione ‘fuori’. Anche se l’idea di dover parlare in pubblico al momento credo lo imbarazzi… Stiamo tentando di organizzarle. Spero bene.
D: Un tuo collega ha scritto “ Curarsi con i libri”. Esiste un libro che rileggi per i suoi effetti terapeutici, un tuo libro feticcio?
R: Il Novissimo Borzacchini Universale, dizionario ragionato della lingua livornese ad uso delle persone colte e dei pisani. Il mio manuale di umorismo. Se dovessi ritrovarmi sull’isola deserta, la scelta cadrebbe su quello o sulla divina commedia. Se fossi certo che un giorno mi ritroveranno, opterei per Dante, ma solo in funzione del pubblico…
D: esiste davvero la cella liscia?
R: Pare di sì. Non ne ho mai vista una, ma ci sono molte testimonianze coerenti tra di loro. Non posso quindi dire con certezza che c’è, ma dovendo scommetterci, ci metterei una somma considerevole.

Letizia Vicidomini – letta per voi da Brunella Caputo

Ebbene sì, dopo anni di onorata solitudine su queste pagine, abbiamo una new entry. Suppongo che la conosciate È (come si evince dal titolo) Brunella Caputo, regista, attrice teatrale, autrice di testi teatrali. Ha riadattato per il teatro i radiodrammi di Ellery Queen. Scriveper quotidiani salernitani. È Coinvolta in svariate associazioni culturali è ideatrice del progetto video-fotografico “Scritti di Luce – Autori in immagini e parole” e del progetto “Letture d’autore – la musicalità della lingua italiana” che promuove e insegna, attraverso l’utilizzo di testi teatrali e di narrativa, la lingua italiana in Brasile. Il suo racconto 24 ore a Rio è presente nell’antologia Crimini sotto il sole pubblicata da Novecento Editore.(informazioni reperite su Salernoletteratura per evitare di dimenticarmi qualcosa). Io sapevo solo regista autrice di testi teatrali e attrice, però ha trovato il tempo di raccontarci Lei era nessuno di Letizia Vicidomini, quindi godetevi la rece e anche il libro. Benvenuta Brunella.

È la sorprendente storia di una donna che ha sofferto, di una donna innamorata, di una madre sempre presente.
È la storia di Ines.
Il dolore della vita, quello che arriva a condizionare il battito del proprio cuore, rende Ines una donna indipendente e forte.
Vedova, con due figlie a cui dedica tutta la sua vita tranne piccoli spiragli d’amore sconosciuto.
Sola, ma con un uomo misterioso a riempire i suoi vuoti; forse ad abitarli.
Giuseppe abita i vuoti di Ines, quelle voragini incolmabili all’apparenza ma profonde fino al profondo dell’anima.
Giuseppe l’ha resa felice per vent’anni.
Un uomo all’apparenza unico, che la riempie d’amore.
È in paradiso Ines, nel paradiso dei sensi ogni volta che i loro corpi si sfiorano.
È felice.
Ma quanto dura la felicità?
È eterna o è solo un attimo che fugge anche se quest’attimo dura tanti anni?
Improvvisamente Giuseppe scompare.
Manca ad un incontro senza nessuna spiegazione.
Ines cade nell’abisso della disperazione. Si era fidata di lui, di ciò che le raccontava.
Aveva l’amore e non le serviva altro, tantomeno approfondire dettagli di vita.
A cosa serve un dettaglio insignificante se c’è l’amore e se c’è un perfetto contatto fisico a suggellare questo amore?
Domande, infinite domande.
Giuseppe scompare.
Potrebbe essere morto.
Nessuno avvisa Ines perché nessuno sa di lei.
“Lei era nessuno nella vita di quell’uomo”.
E Giuseppe? Anche lui era nessuno?
È testarda, Ines.
Deve sapere.
Saprà.

Bella, uso l’aggettivo più comune ma l’unico efficace, una storia bella.
Bello, lo uso anche al maschile, un noir bello senza necessità di indagini scientifiche, senza assassini da scoprire.
Una storia dell’animo umano e di tante sue possibili deviazioni.
Una storia di tutti i giorni, che racconta che il nero, quello vero, germoglia molto spesso nella normalità.
“Da chi meno te lo aspetti”, anche se questo “chi”, poi, ha il suo immenso nero a tormentargli l’anima, a renderlo ciò che forse non sarebbe stato senza un passato di dolore.
Circa trecento pagine che raccontano, con brillante naturalezza e con la poesia che contraddistingue la scrittura di Letizia Vicidomini, il senso del nero della vita quotidiana.
Circa trecento pagine per spiegare che il nero dell’anima non sempre è il nero del cuore.
Circa trecento pagine per scoprire che il serial killer dell’amore…è l’amore.