Si sa che il #SalTo è occasione per incontrare i tuoi autori preferiti, i miei, molti dei miei (autori preferiti dico), pubblicano i loro libri col vestitino blu. Uno di questi è quel geniaccio di Malvaldi, e siccome in un blog dove si parla di libri seriamente (anche se scanzonatamente), le interviste prestigiose ci stano bene e lui (credo per non vederci più – no scemotti, non uso il plurale maiestatis – è che ero con un’amica) sapendo oltretutto che l’amica in questione è il caporedattore di MilanoNera, altrimenti detta Cristina Aicardi, ci ha incautamente proposto di intervistarlo. Potevamo perdere l’occasione? Anche no. Quindi abbiamo unito i due neuroni. Godetevi il risultato. Un grazie speciale a Samantha Bruzzone in Malvaldi
Fotina da cui si evince che non so fare i selfie
D: Suppongo che la domanda non sia nuova, ma nel caso, io non ho mai sentito la risposta, sicchè, qual è l’evento per cui un chimico ricercatore universitario si è scoperto improvvisamente scrittore?
R: La cara, vecchia, indispensabile noia. Ero stato condannato a un anno di tesi di laurea, e una volta scritto il codice di calcolo (io sono un chimico computazionale) dovevo mandarlo e aspettare il risultato: circa una settimana di attesa. E dovevo stare lì, perché non sapevo se e quando il conto sarebbe uscito. Avevo un computer davanti e tanto tanto tempo libero. Ho cominciato a descrivere la situazione contraria a quella che stavo vivendo: al mare, al sole, senza niente da fare, a giocare a carte al bar. Praticamente un pensionato. Ecco, da lì è venuto fuori La briscola in cinque. Scritto nel 2000, pubblicato nel 2007.
D: scrivi gialli, scrivi saggi, ne sai di letteratura di matematica di musica e ti viene tutto bene (ma bene) dammi due soddisfazioni, c’è qualcosa che proprio non ti riesce? Dimmi che ti viene bene tutto ma fai una fatica boia
R: Le cose che non mi riescono cerco di tenerle occultate. Le mie doti fisico-sportive sono decisamente sotto la media. Sono il peggior organizzatore dell’universo. Da bambino volevo fare il disegnatore di fumetti, ma tutt’ora, a quarantacinque anni, non sono in grado di disegnare cose più complicate di una patata. Ho tentato di imparare a stirarmi le camicie quando vivevo da solo, in Olanda: in un mese, trecento euro di danni.
Tutto quello che so fare ha richiesto fatica. E’ il mio vero talento. Mi spiego meglio: io non sono una persona particolarmente intelligente. Questo ha uno svantaggio (ci metto tempo a capire le cose) e un vantaggio: quando le ho capite, le so spiegare bene. Mi ricordo tutti gli errori che ho commesso, le fallacie che mi hanno ingannato, i cortocircuiti mentali. Le persone intelligenti non sono, di solito, brave a spiegare le cose, perché per loro sono ovvie: per me ovvie non sono, e quindi cerco di ricostruire il mio percorso mentale, di fare esempi che siano onesti e comprensibili.
D: Generalmente (credo anche inconsciamente), quando ci si mette a scrivere è perché si sente l’esigenza di dire qualcosa, a questo punto della tua carriera hai scoperto cosa volevi dire e sei riuscito a farlo o non ti sei proprio posto il problema ?
R: No, io sono uno scrittore di intrattenimento, e fino a oggi non ho mai voluto dare un messaggio. L’unica cosa che spero che le persone ricordino, dei miei libri, è che ogni risata è una ammissione di errore, una allegra prese di coscienza dell’incapacità di prevedere il futuro.
D: Si dice che nel giallo/noir italiano, caratteristica peculiare sia la localizzazione. Ricciardi fuori Napoli è inimmaginabile come Monterossi a Pavia. Tu i tuoi gialli li hai ambientati in un posto che non esiste, nel tuo caso possiamo parlare di regionalità o addirittura di ambito provinciale, tenuto conto del dna pestifero dei toscani?
R: Forse sì. E’ anche vero però che il mio modo ‘toscano’ di vedere le cose nasce da zii veneti e piemontesi. Credo che il toscano non sia più veloce a pensare, semplicemente più allenato e più spudorato.
D: l’ironia e il sarcasmo sono doti innate o si possono acquisire con l’esercizio?
R: Vedi sopra. SI possono allenare, assolutamente. Iniziando a prendere per il culo sè stessi, è il migliore allenamento che si possa fare. Ti posso anche dire chi sono stati i miei allenatori: Woody Allen, Ettore Borzacchini, Stefano Benni, Jerome K. Jerome, Douglas Adams e il Venturi, un tizio che giocava con me a ping pong.
D: da chimico, sapresti trovare una formula che definisca un buon romanzo?
R: Il corso di scrittura creativa del Malvaldi costa 500 euri ogni due domande. Non credo che tu abbia veramente voglia di farmi la seconda…
D: bravura e credibilità sono le doti richieste a uno scrittore. Cosa significa essere bravo e credibile?
R: Eh, bella domanda. Qui, davvero, non so cosa rispondere. Posso dirti cosa cerco di fare io. Io credo che uno scrittore, a meno che non si parli di Kafka, non si inventi quasi niente, ma che riorganizzi la realtà, le cose che ha visto e che ha sentito, in modo tale da renderle una storia. La tua credibilità viene fuori se le persone, leggendo, sentono che quello che scrivi è plausibile, nel mondo in cui lo ambienti.
D: hai la straordinaria dote della chiarezza espositiva,riesci a far sembrare semplici, comprensibili e anche divertenti leggi fisiche, chimiche e matematiche che sono ostiche ai più, o almeno a me. Come ci riesci? Ti hanno mai chiesto di scrivere libri di testo scolastici?
R: Sul come ci riesco credo di aver risposto prima: trovando esempi, e delimitando bene fin dove l’esempio regge e dove non vale più. Scrivere testi scolastici mi piacerebbe tantissimo, anche se temo che dovrei rinunciare alla volgarità. Non fanno leggere le poesie scabrose di Catullo, al liceo, figurati se passerebbe il Malvaldi…
D: Vento in scatola è nato da un corso di scrittura ai detenuti, tu cosa hai imparato da questa esperienza?
R: che si giudica troppo facilmente sulle questioni di cui siamo ignoranti. Entrare in carcere per me è stato scoprire che avevo dei pregiudizi ancor più radicati di quanto credessi, uniti a un buonismo stucchevole che serve solo a chi sta fuori, per tranquillizzare la propria coscienza. E insegnare a persone che aspettano quell’ora in cui vai lì dentro come la più importante della settimana ti dà un’idea di quanto sia preziosa la tua libertà.
D: nel romanzo in cui c’è la tua verve che assicura il divertimento, c’è anche tanto su cui riflettere. A partire dal classico errore giudiziario agli agenti che son detenuti quasi quanto i carcerati eccetera. C’è però soprattutto il nome di un coautore, un detenuto con cui hai realizzato il libro. Potrei chiederti per completezza come e perché è nata l’idea ma credo ti toccherà in ogni intervista da qui al prossimo romanzo quindi sorvolo. La domanda è, come si supera la “paura” di confrontarsi con qualcuno che evidentemente ha commesso un reato? Come si lavora con un “cattivo”?
R: E’ stata una inquietudine che mi ha accompagnato per parecchio tempo. Specialmente parlando con Glay, e scoprendo che abbiamo tante cose in comune, a livello caratteriale: abbiamo entrambi un senso della giustizia piuttosto inflessibile, quasi adolescenziale, un senso dell’umorismo che ama il politically scorrect. Entrambi abbiamo voglia di imparare, siamo curiosi. Quando vedi che una persona molto simile a te è dentro, per un delitto grave che ha commesso, ti chiedi se per caso non avresti potuto fare lo stesso, nella medesima situazione. Non puoi avere la certezza che la risposta che ti dai sia quella corretta.
Ho trovato grande consolazione nel leggere ‘Fine pena: ora’, di Elvio Fassone, che ha tenuto una corrispondenza di 28 anni con un mafioso da lui stesso condannato all’ergastolo. La sua risposta credo di averla fatta mia: la pena che Glay sta scontando è quella, riguarda il suo passato, e non può essere né cancellata, né ulteriormente aumentata. Sono tutti buoni a comportarsi in modo corretto e rispettoso con il Dalai Lama; è quando rispetti la legge con chi non ha le tue possibilità di difesa, di comunicazione, che dimostri di credere a quella stesse legge che lo costringe in carcere. Sono due facce della stessa medaglia, non si può sceglierne solo una: è umano, ma sarebbe ipocrita.
D: Sempre a proposito del romanzo, chi fosse il coautore è stato dichiarato con grande chiarezza, non avete avuto tu e l’editore, un po’ di paura che questo potesse nuocere al libro? Un rifiuto aprioristico da parte dei lettori?
R: Sì, questa paura c’è stata. E c’è ancora. Ma se fai solo cose sicure, prima o poi ti vieni a noia da solo.
D: il libro sta scalando le classifiche. Cosa dice e soprattutto cosa ti chiede Glay ora?
R: Credo che la cosa che gli farebbe più piacere sia fare insieme qualche presentazione ‘fuori’. Anche se l’idea di dover parlare in pubblico al momento credo lo imbarazzi… Stiamo tentando di organizzarle. Spero bene.
D: Un tuo collega ha scritto “ Curarsi con i libri”. Esiste un libro che rileggi per i suoi effetti terapeutici, un tuo libro feticcio?
R: Il Novissimo Borzacchini Universale, dizionario ragionato della lingua livornese ad uso delle persone colte e dei pisani. Il mio manuale di umorismo. Se dovessi ritrovarmi sull’isola deserta, la scelta cadrebbe su quello o sulla divina commedia. Se fossi certo che un giorno mi ritroveranno, opterei per Dante, ma solo in funzione del pubblico…
D: esiste davvero la cella liscia?
R: Pare di sì. Non ne ho mai vista una, ma ci sono molte testimonianze coerenti tra di loro. Non posso quindi dire con certezza che c’è, ma dovendo scommetterci, ci metterei una somma considerevole.

È la sorprendente storia di una donna che ha sofferto, di una donna innamorata, di una madre sempre presente.
E quindi eccoci qui, Sonzogno riporta in libreria le tre donne che tanti lettori aspettavano. Stavolta il morto è fuori da una balera all’Ortica (un quartiere di Milano per gli esteri), e Iole Libera e Vittoria, se ne occupano con competenze diverse. Vittoria in quanto poliziotta, Libera e la sua incontenibile mamma Iole, “assoldate” da Franca, l’amica ricchissima di Iole che tanta parte ha avuto nelle loro vite. D’altra parte, se ti arrestano il maggiordomo – che è l’unico essere umano con cui hai un rapporto, no, niente di fisico, ma un vero rapporto umano – vuoi riportartelo a casa (soprattutto perchè sai con certezza che tutto potrebbe tranne uccidere qualcuno) e non vai troppo per il sottile.
Un corso di scrittura all’interno del carcere di Pisa e il buon vecchio Malvaldi, ti scova del talento in un uomo che da lì, non potrà uscire per molti anni, sta scontando la pena per un omicidio e conscio del peso di quanto commesso, ha messo a frutto il tempo, scrivendo un libro,
Presente quegli incubi in cui sai che stai dormendo e ciononostante il terrore ti attanaglia? Ecco la situazione iniziale più o meno è quella, posto stranissimo e sconosciuto, paralizzata e con dolori dappertutto, senza un riferimento che sia uno. Poi Julia riesce ad alzarsi e passare in mezzo a quella folla per raggiungere una specie di banco informazioni e cercare di capire. Parlano di un nuovo arrivo, fanno chiamare Agnes, una guida dicono, ma cosa vorrà dire poi? Comunque arriva e con modi un po’ bruschi le intima di seguirla.Il posto diventa sempre più strano, tutto bianco, sembra un aeroporto ma nessun velivolo si muove. Julia chiede protesta si stupisce, finchè una una frase la gela: tu sei morta Julia. Morta morta morta.
Seconda prova per l’autrice siciliana superata alla grande. Non è facile inventarsi un nuovo personaggio seriale che regga bene dopo l’esordio, e invece la Cassar Scalia ha fatto in modo che la seconda indagine del Vicequestore Guarrasi –
Dovendo descrivere Rita dalla Chiesa, mi viene in mente qualcosa di delicato, non perchè sia una donna che dà un immagine di sè particolarmente dolce, ma per la sua delicatezza, la pacatezza e l’eleganza. Lo è innegabilmente, quello che chi la conosce solo attraverso lo schermo o i giornali non può che intuire, è l’anima d’acciaio inossidabile temprato e con all’interno il carbonio che questa donna nasconde (ma neanche tanto). Praticamente indistruttibile. In questo suo primo libro si racconta, senza vergogna senza abbellimenti e senza paura. Tre i punti fermi che hanno fatto di lei quello che è. Suo padre, Fabrizio e sua figlia Giulia. Mi rendo conto che oggi, se dici brigate rosse i ragazzi pensano a una squadra di calcio, ma per chi ha superato i quarant’anni, brigate rosse vuol dire terrorismo sangue paura e un nome, Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, e se si parla di mafia i nomi sono Falcone Borsellino e dalla Chiesa. Uomini abbandonati dallo Stato che hanno giurato di servire e che li ha mandati a morte. Ecco se sei figlia di un uomo che ha vissuto praticamente tutta la vita sotto tiro, se sei cresciuta nel rigore di caserme dei carabinieri, è inevitabile che il rigore diventi il tuo abito mentale. Cosa che la dalla Chiesa conferma in ogni singolo episodio che racconta della sua vita, a partire dal dolore (indescrivibile credo, anche se lei riesce a renderne un’idea abbastanza vicina alla realtà), di una morte annunciata temuta e infine arrivata. Orrenda per tante ragioni, anche per la solitudine in cui i figli l’hanno vissuta. Eppure Rita, ragazza obbediente che non ha mai permesso a nessuno di farle fare qualcosa che non volesse, è andata avanti, ha portato il suo fardello e ha continuato senza mai fermarsi ad aspettare che i responsabili (di cui si sa nome cognome), venissero alla luce e a ricordare. E anche a fronte delle continue delusioni non ha mollato un attimo. Ha fatto le cose che fanno in tante, si è sposata, ha messo al mondo Giulia, si è separata e non ha voluto che l’ex marito diventasse la sua fonte di reddito, ha lavorato si è fatta il mazzo, si è guadagnata tutto quello che di bello la vita le ha dato. Anche Frizzi, il secondo marito, l’uomo che le è stato accanto prima amandola e poi volendole bene quando l’amore è finito. E le amicizie, quelle che magari sono poche ma indissolubili. Perchè leggerlo potreste chiedermi, perchè è un’autobiografia senza trucco e con le scarpe da ginnastica, il racconto di una donna che per anni e anni è entrata in tantissime case con Forum, quando no era un “baraccone” (non me ne voglia la Palombelli che fa quello che il pubblico chiede). Un racconto in cui racconta senza abbellimenti e senza piagnistei, tutte le lacrime le risate l’amore e le delusioni di una donna, una storia in cui il colore principale è l’azzurro e il sottofondo è il rumore del mare. Leggetelo se siete donne che c’è da imparare, leggetelo se siete uomini perchè certi sentimenti non hanno sesso.
Mea culpa mea culpa mea culpa, nella pigna delle cose da leggere (che ormai ha raggiunto altezze vertiginose), stazionava già da qualche mese Don Winslow,
Tre nomi (anche se in realtà ne ha usati molti di più), per un solo uomo. Salvatore Albert Lombino, è poi diventato legalmente Evan Hunter (scelta singolare a mio parere), è diventato famoso con lo pseudonimo di ed McBain sebbene alcuni romanzi e sceneggiature Gli uccelli di Hitchock per dirne uno, sono firmati Hunter. Autore di centinaia di romanzi con più protagonisti seriali e altri pseudonimi, è noto (almeno in Italia) al grande pubblico, per la serie di romanzi dedicata all’87° distretto. Una squadra al posto dell’investigatore solitario o del poliziotto che spicca su tutti. Sono uomini con caratteri caratteristiche vite diverse, lavorano in un posto che non c’è, sembra Manhattan rovesciata ma si chiama Isola. In Italia li ha portati Mondadori e in casa mia, grazie mamma grazie pà, ogni settimana puntuale arrivava il libriccino giallo. McBain è stato, dopo i gialli per ragazzi, perchè diciamo la verità, Nancy Drew e gli Hardy boys li abbiamo avuti tutti per le mani, niente dopo quelli dicevo, e zia Agatha, McBain è stato forse il primo seriale della mia vita da grande (non ci giuro perchè ormai sapete anche voi che ho una certa e il neurone è quel che è), ma se non il primo uno dei. Ho amato Steve Carella e sua moglie Teddy, e ho amato tutti gli altri poliziotti, chi più chi meno il capitano Marshall Frick il tenente Byrnes e vari agenti Eileen Burke, Bert Kling Meyer Meyer (ne mancano alcuni ma li trovate nei libri). Davvero ottima l’idea di