A DUE A DUE (FINCHÈ DIVENTAN DISPARI)

Fino a qualche tempo fa, come un po’ tutti quelli che tengono un blog, tendevo a recensire – consigliare, i libri appena usciti. Poi son capitata su dei gruppi nei social e ho scoperto che tanta, tantissima gente, vive i libri in maniera normale e non compulsiva, cioè li legge anche dopo ANNI. Sono rimasta un po’ così, però effettivamente, lo faccio anch’io (con l’esclusione dei miei autori del cuore e lo sono sia Cristina Cassar Scalia che Piergiorgio Pulixi, che ho letto appena usciti), quindi insomma, si parla di libri, poco per chi li ha letti, anche se un confronto fra lettori è sempre una buona cosa, di più per chi li leggerà, magari invogliato da qualcosa che scrivo. La banda dei carusi è la xesima (perdo i conti) storia di Vanina Guarrasi, è uscito a giugno, dopo che l’autrice ha voluto regalarci un viaggetto nel passato, quello in cui il vicequestore è arrivata da Palermo a Catania e si “presenta” alla squadra risolvendo il caso de Il re del gelato. Però torniamo ai carusi, sono i ragazzi(ni) uno di questi, per cui l’unica carriera possibile sembrava essere nella cupola delinquenziale, era riuscito a cambiare un destino che sembrava scritto e riscattarsi, con l’aiuto di don Rosario Limoli, che a San Cristoforo, quartiere difficile di Catania, è un punto di riferimento proprio per chi vuole togliersi dalla strada, per quei carusi che decidono di cambiare vita. Thomas era uno dei suoi ragazzi e viene trovato ucciso nell’unica spiaggia sabbiosa della città. L’imperativo, quello che va oltre il dovere, diventa prendere chi l’ha ucciso. È il desiderio di tutti i coinvolti, perché sanno che Vanina lo conosceva quel ragazzo, era un successo anche suo che non fosse più un delinquente nonostante la famiglia, che a dispetto del suo intorno vedesse un futuro pulito. Che La Cassar Scalia sappia scrivere è ormai assodato, calibra perfettamente le storie personali dei protagonisti e la trama gialla, ha una prosa immediata che inframmezza con espressioni frasi e parole in catanese, si è inventata le catanesate di Vanina, scorribande cultural popolari che la allontanano dal suo essere profondamente palermitana. Quello che mi preme dire è che, ovviamente a parere mio, questo è il migliore di tutta la serie, sia per la trama gialla, sia per le sottotrame. Forse per l’empatia che si sente più che negli altri, per il coinvolgimento più della squadra del medico legale del PM, dei coinvolti a vario titolo, reso perfettamente omogeneo, forse perchè i protagonisti sono poco più che bambini. Insomma, se è vero che le serie sarebbe meglio iniziarle dall’inizio, è altrettanto vero che leggendo questo e recuperando in seguito i precedenti, l’innamoramento per il vicequestore, è immediato e garantito.

Stella di mare, quella che garantiva ai marinai di mantenere la rotta, quella che è diventata una canzone meravigliosa di Lucio Dalla è anche Stella, una giovane donna di una bellezza straordinaria, un viso e un corpo che se fosse nata in una grande città, sarebbe stata reclutata da giornali e casa di moda che se la sarebbero contesa a suon di centinaia di migliaia di euro. Purtroppo Stella è nata a Cagliari e nello specifico a Sant’Elia, che corrisponde a un Quarto Oggiaro a uno Scampia (specifichiamo anche, nell’immaginario collettivo o nella narrazione giornalistica, chè nella realtà sono piene di persone per bene). Sua madre è tutto tranne una madre, suo padre è stato allontanato e ha un fratellino disabile. La sua roccia è la nonna, che io reputo un personaggio fondamentale nel computo totale del romanzo. Stella lo sa di essere bellissima, è anche una tosta, una a cui non si mettono i piedi in testa, ma non saprà mai se i suoi sogni sarebbero diventati realtà, perché qualcuno la uccide, brutalmente, con la ferocia dell’amore che diventa odio. Che le storie di Piergiorgio siano toste, ma toste vere, lo sa bene chi ne abbia letta anche solo una, ma anche lui , sempre per quano mi riguarda, qui si è superato. Se ne L’isola delle anime ci ha profondamente toccati con la descrizione di quella Sardegna dell’interno, di quelle antiche tradizioni che ancora oggi son vive, qui ci porta nella Cagliari moderna, in mezzo alla desolazione che viene da povertà droga e delinquenza che ne consegue. E qui torna in primo piano la nonna, Tzia Rosaria, che incarna la tradizione, i detti popolari, la saggezza antica che tace, che si affida ai proverbi, che subordina tutto al suo sentire volto a quella che per lei è giustizia. Pulixi lascia a briglia quasi sciolta tutti i personaggi, Croce Rais la Pontecorvo ma soprattutto Strega, si concentrano sul caso certo, e ribadisco che quanto riesce ad essere noir lui, pochi, ma cominciano a squarciarsi quei veli che in qualche modo li proteggono. Comincia a intravederei quadro che si materializzerà la visione completa e questo fa sì che leggerlo diventi quasi una dipendenza. E però, diciamolo, queste sono dipendenze belle, ma belle assai.

BREVE RECENSIONE TRISTE

È quasi più lungo il titolo che il romanzo

Ma questo ovviamente non mi ha impedito di divorarlo in un paio d’ore, vi chiederete perché ho scritto recensione triste, se vi aspettate una recensione negativa, mi spiace ma resterete delusi. Triste perché avevo voglia di un Manzini tout court, invece, niente indagine. Una ricerca che ci aspettavamo, ovviamente; non si passa sopra un fatto brutto (così brutto), come se fosse un po’ di polvere da togliere , soprattutto se sei un bandito tradito da un fratello e a dirla tutta, meno ancora se sei una guardia col cuore bandito, magari solo un pochino. Il titolo poi è estremamente esplicativo. Insomma, non mi aspettavo un carnevale di Rio ma neanche quello che ci ho trovato – che ribadisco il concetto, mica vi fosse sfuggito, è una storia di Manzini scritta da Manzini – Quindi? Eh, ho avuto la netta impressione che potrebbe essere, almeno nell’intenzione, la chiusura di un cerchio. Che potrebbe essere l’ultima “avventura” di Rocco Schiavone. Che ci starebbe anche voglio dire, se un autore non ha più voglia di indossare ancora lo stesso vestito, eh, può farlo (direi addirittura che deve) e la sensazione è stata proprio che si sia voluto concludere, chiudere le porte che erano rimaste aperte per poi proseguire su altre piste. Ecco perché triste, è anche vero che l’autore ha più e più volte dimostrato, di scrivere meravigliosamente anche quando parla d’altro, indipendentemente da quanto a un lettore possa piacere un personaggio; Avrò avuto la giusta sensazione? Non lo so, certamente il consiglio è di leggerlo, indipendentemente da quello che sarà e poi aspettare tutti insieme la prossima “fatica” del nostro eroe, in questo caso l’autore, che qualunque cosa deciderà di scrivere, a noi piacerà praticamente di sicuro.

PS Leggo in un thread sulla pagina FB di Sellerio,, che non sono l’unica ad aaver avuto la sensazione di chiusura, ma la CE smentisce assolutamente, quindi confidiamo nel fatto che loro ne sanno sicuramente più di noi.

ELP

Esercito di Liberazione del Pianeta, ELP appunto, un esercito che fa una guerra senza morti né feriti, al massimo qualche rottura di scatole se trovi l’autostrada invasa dai polli; invasione ovviamente riportata a gran voce dagli organi di informazione e grazie alla quale il nostro vicequestore, viene a conoscenza dell’esistenza dell’ELP. Che poi a lui in fondo sti ragazzi piacciono, protestano come possono contro chi gli sta rubando il futuro, creano disagi ma non casini grossi, non sono violenti. Ovviamente questore e PM non sono d’accordo, i casini e i reati se ancora non ci sono stati arriveranno eccetera eccetera. Caterina, rientrata a pieno titolo in questura ad Aosta, è impegnata con una donna che è stata palesemente picchiata  dal marito, ma non denuncia e questa è una di quelle cose che proprio Rocco non regge. È chiaro che non essendoci denuncia non può che abbozzare, ma come privato cittadino nulla gli vieta di “incontrare” per caso il signor Novailloz, lontano da occhi indiscreti e da telecamere, per spiegargli che no, picchiare la moglie non è affatto una bella cosa. Se gli sia entrato in testa, nessuno lo saprà mai perché qualcuno quella stessa notte, lo ammazza. L’indagine è più ramificata di quello che sembra all’inizio, il questore è convinto che centri l’ELP Rocco è sicuro che no. Ma sappiamo, son anche un po’ stufa di dirlo eh, che il nostro, inteso come Manzini, pensa ed elabora delle trame gialle perfette, quindi non ne parliamo. Quello che mi va di condividere invece è il sottile cambiamento di Schiavone. Se ne Le ossa parlano, abbiamo visto un uomo in cui la tristezza, la rabbia, lo schifo nei confronti di una certa umanità era (a buona ragione) a livelli altissimi, qui io l’ho sentito se non pacificato, almeno in via di. Il suo inconscio, sotto forma di Marina, continua a pungolarlo perché ricominci a vivere, perché in qualche modo faccia pace con quel che è stato. La ferita che porta il nome di Sebastiano c’è, ovvio, condivisa con Furio e Brizio ci metterà chissà quanto per rimarginarsi, ammesso che lo faccia e comunque farà male per sempre. Con Caterina stanno riprendendo le misure per vedere se si può essere di nuovo amici e sta cercando di capire se e cosa prova per Sandra.  Sullo sfondo, al di là della oggettiva bravura dell’autore, ci sono i “messaggi” che forse non volutamente, ci danno qualcosa su cui riflettere. Perché forse Schiavone e la sua combriccola, sono davvero la rappresentazione più fedele possibile di quello che siamo o che dovremmo essere tutti. E allora ben venga il lasciarsi avvolgere dal dolore fino ad esaurirlo, ben venga prendere in coraggio a piene mani e dire al mondo “io sono questo” se vi piace bene altrimenti bene lo stesso (Deruta). Si intoni l’alleluja quando si comprende che l’amore è una forza vitale quando non ti schiaccia, se lo fa si trovino forza e coraggio per allontanarlo (D’intino). Si applauda a chi accompagna i figli, frutto dei propri lombi e non, nella ricerca del proprio essere adulti, lasciando che paghino se sbagliano e comunque sostenendoli nelle loro idee. E sia benedetto il cielo (sì lo so la pòesia mi sta prendendo la mano) che ci mette sula strada persone come Manzini, con quel cuore e quel cervello, e un mucchio di cani cattivissimi.

JULIET MARION HULME

L’IRONIA DELLA VITA

Juliet Marion Hulme e nasce a Londra nel 1938 ma a causa di una debole costituzione e della tubercolosi, passa la sua giovinezza in posti caldi, durante il conflitto è in Nuova Zelanda dove nel 1948 si trasferisce anche il padre che assume la direzione del Canterbury College di Christchurch.

Juliet non ha molti amici ma si lega particolarmente a Pauline Parker, le ragazze, ma forse sarebbe meglio dire le bambine, passano insieme un sacco di tempo, tanto che negli anni, anche a causa di una “diagnosi” psichiatrica, c’è il sospetto che le due siano almeno a livello sentimentale, innamorate (parliamo sempre comunque di preadolescenza). A sedici anni Juliet dimostra già un’indole piuttosto contorta, tanto che scoperta la madre a letto con un uomo che non è suo padre, tenta di ricattare lo sventurato signor Perry. Vi è suonato un campanellino? Bene.

Dopo la diagnosi di cui sopra, le famiglie decidono di separare le due ragazze, in realtà è Honora Parker che maggiormente si oppone alla frequentazione. Nel diario di Pauline (poi vi dico perché lo citiamo) descrive lei e l’amica come creature celestiali di incomparabile bellezza, superiori alla media, quasi appartenenti ad una razza privilegiata. Il professor Hulme, ormai al divorzio, sta per lasciare la Nuova Zelanda e decide di portare con sé Juliet che, nei piani del padre dovrà restare (sempre per la questione climatica) in Sudafrica affidata alle cure di un collega. Sempre dal diario di Pauline “Ogni giorno muore tanta gente, perché non la mamma?” Per farla breve, il 22 giugno del 1954 le due uccidono la madre di Pauline, il piano è di farlo passare per un incidente ma il medico che presta soccorso alla donna, secondo le ragazze caduta su una pietra, intuisce che la dinamica è un’altra, chiama la polizia e le ragazze finiscono sotto processo. È qui che il diario diventa importante in quanto portato come prova in tribunale dimostra chiaramente la premeditazione. Solo per la loro giovane età scampano alla pena di morte e finiscono in prigione per i 5 anni successivi, a 700 km di distanza l’una dall’altra. Pauline una volta libera scompare, Juliet invece raggiunge il padre in Inghilterra.

Nel 1978 esce con un discreto successo, a firma Anne Perry, quello che diventerà il primo di una lunga serie di storie, “Il boia di Carter Street” , un romanzo ambientato in epoca vittoriana  con protagonista l’ispettore Thomas Pitt. Nel 1994 il regista Peter Jackson gira un film “Creature del cielo” con Kate Winslet, ispirato alla storia di Juliet e Pauline che risveglia i ricordi di un giornalista. Questi, seguendo le tracce di Juliet Hulme si accorge che Juliet scompare quando sulla scena appare una scrittrice chiamata Anne Perry. Tutti i giornali escono con la notizia che in realtà una delle più grandi scrittrici di gialli è un’assassina. Anne Perry conferma al suo editore che è tutto vero, il suo è uno pseudonimo, quella ragazzina coinvolta in un’omicidio, Juliet Hulme era lei. Intervistata dallo scrittore scozzese Ian Rankin, la Perry conferma la sua vera identità al mondo, racconta la sua storia e di aver capito durante la detenzione, l’importanza di pagare il proprio debito con la giustizia cosa giusta e utile per la rinascita come persona. Il riscatto dice, arriva quando si capisce che ciò che si è fatto era male e non si desidera più essere quel tipo di persona. Ammette candidamente nell’intervista,di non aver mai pensato all’ironia del fatto che lei si guadagni da vivere come scrittrice di gialli, finché non glielo hanno fatto notare.

IL BOIA DI CARTER STREET

Londra primavera 1881. La vita del quartiere londinese dove vive la famiglia Ellison, è scossa da una serie di orrendi delitti di cui è vittima una delle loro domestiche.

Sebbene la morale e i costumi dell’epoca non prevedessero per le fanciulle la lettura dei giornali, Charlotte, che è poco incline al rispetto delle rigide regole, segue la vicenda proprio dai quotidiani. A occuparsi delle indagini è l’ispettore Thomas Pitt, abile conoscitore dell’animo umano, in qualche modo riesce a coinvolgere la giovane, mostrandole una realtà del tutto diversa da quella che lei immagina. Col proseguire delle indagini, che si avvicinano sempre più al mondo di Charlotte stessa, la ragazza, oltre a capire che la società non è quella che lei ha sempre creduto, che appena fuori dalla porta di casa esistono la miseria, bambini costretti a lavorare, donne che si prostituiscono per la sopravvivenza loro e dei propri figli, scopre anche di provare un nuovo sentimento, anch’esso del tutto contrario alle convezioni. Con pochi tratti, Anne Perry ci catapulta completamente in pieno periodo vittoriano, quando il perbenismo e le convenzioni sociali dominano la società, soprattutto fra i ceti medio-alti. Il comportamento in società è dettato da rigide regole, il perbenismo domina la morale comune e chi non segue queste regole è destinato a dare scandalo, soprattutto se donna. La Perry è abilissima oltre che a tratteggiare il periodo storico, anche a imbastire una trama che tiene il lettore in sospeso fino alle ultime pagine; scoprire chi è il serial killer e il movente dei delitti – quanto di più anticonvenzionale e scandaloso per l’epoca – non è affatto facile. La narrazione si snoda con eleganza e precisione fra scene di vita sociale e familiare, mentre le indagini si svolgono nel tipico stile del giallo classico. Con questo romanzo (1979) inizia la vasta produzione della Perry che oltre alla serie all’ispettore Pitt, trentadue romanzi, fra altre serie i singoli e racconti, consta di oltre un centinaio di opere.

Ho cominciato a leggere Anne Perry dal primo romanzo, l’ho amata moltissimo e a qualche giorno dalla sua scomparsa, mi è sembrato giusto ricordare la storia di questa grande autrice, che ha dato alle stampe romanzi ormai entrati di diritto nella giallistica classica. Molti appassionati conoscevano già questa storia, ma credo possa essere interessante anche per chi non è addentro. Se non la conoscete, vi consiglio fortemente di aggiungerla senza meno alla vostra libreria.  

Articolo e recensione sono a cura di Martina Sartor

LA GRAZIA DELL’INVERNO

di LOUISE PENNY

Facciamo una premessa, Einaudi, la casa editrice che ha avuto il colpo di genio assoluto di pubblicare in Italia la Penny, ha spiegato da qualche parte (che naturalmente non ricordo ma il succo c’è) il perché non siano pubblicati e tradotti nell’ordine di uscita.                             Quindi, se non l’avete ancora incontrata, partite dal primo della serie che è Natura morta e poi proseguite con La grazia dell’inverno. Potreste chiedervi/mi perché mai dovrei?   Primo perché scrive deliziosamente ed è tradotta magistralmente, capite che già questo sarebbe un buon motivo, poi ha inventato (forse) questo paesino minuscolo, in Quebec, probabilmente a pochi km da Pikax (poi vi dico che Paese è) e Armand Gamache, capo della sûreté du Québec con tutto il cucuzzaro.                                                                                          Il cucuzzaro è composto dal gruppo eterogeneo che di più non saprei immaginare che compone Three Pines e pur essendo così diversi fra loro, hanno creato un’armonia bellissima. La moglie di Gamache, Reine Marie, un’archivista dolce e arguta. I loro figli e il suo vice, i futuri vicini gli agenti, eccetera eccetera. La trama è folle, pazzesca e incredibile ma assolutamente perfetta, poi  le atmosfere le interazioni, insomma tutto. Le vicende narrate hanno un seguito temporale che non è indispensabile seguire, ma a ragion veduta, per le implicazioni che hanno nel complesso, se non avete letto quelli già pubblicati, lasciateli sullo scaffale e seguite l’ordine deciso dall’autrice. Conoscete Lilian Jackson Brown? Se non la conoscete andate a cercare i suoi romanzi perché dopo amerete ancora di più la Penny.

                                                                                                                     È lei che per prima (vale per me ovviamente), mi ha portata ai confini col Canada, nella contea di Moose dove appunto si trova Pickax, dove i delitti più orrendi sono nascosti dal bianco della neve, dove il freddo (meteorologico e non) viene attenuato dal calore dei sentimenti. Dove anche nella modernità dei tempi, restano fondamentali i sentimenti.                                                                                                                                       Reine Marie con il suo accogliere, mi fa pensare alla moglie di Magreit, alla contrapposizione del fuori e del dentro casa, non solo casa Gamache, il male resta fuori e quello che è dentro le persone, come se fosse una magia, viene eliminato e purificato dall’amore, familiare o amicale che sia.                                                                                                           Un’autrice che vale tutto il tempo che le si dedica, che soddisfa i giallofili puri con le trame, e gli amanti dei romanzi tout court. Lontanissima dalla freddezza del giallo cosiddetto nordico, sebbene il Canada non sia esattamente al sud del mondo, ti porta nell’abisso (nello specifico davvero profondo) dei sentimenti umani e poi ti rassicura senza mai essere melensa.                                                   Una di quelle scrittrici che vorresti leggere e rileggere fra un libro e l’altro.

CAMINITO un aprile del commissario Ricciardi

Ci sono romanzi  che sono poesie, raccontano storie succedono cose ma la sostanza rimane poesia.

Quella di un amore non corrisposto che non si arrende, non accetta di morire e si sublima in una musica che diventa una danza. Sensuale crudele affascinante, che anche se non la sai ti invade il corpo. Una danza che si accompagna a parole di rimpianto che nascondono una forza che a volte non sai di avere.

È poesia una stradina che diventa viaggio e meta, è una pietra elevata a panchina, una strada che può essere ovunque e ad ogni metro risveglia ricordi, riscalda il cuore di chi l’ha percorsa con accanto l’amore e lì, solo lì, ci parla e ascolta, come se fosse ancora fisicamente vicino. Perché l’amore risponde l’amore ascolta e asciuga lacrime che non finiranno mai.

La poesia di un mese ingannevole, con l’aria che parla di primavera, che ci si può nascondere dietro un cespuglio per  far l’amore e trovare la morte.

È poesia la paura di un padre che non sa se potrà proteggere la figlia da un’eredità che potrebbe averle involontariamente trasmesso, né da un futuro che è gravato da nuvole nere, in cui ogni parola può essere un pericolo, un futuro che potrebbe non esserci.   O quella di un padre disposto a mutilarsi perché un figlio possa avere il meglio. È poesia perfino un marcantonio vestito da Lady dei boschi                                                                               

Lo è la dolcezza di una bimba che fa ridere quel papà imitando la sua tata che comunica solo con proverbi in cilentano stretto e lo rende orgoglioso della sua intelligenza che un’amica preziosa sta curando.   

Questo e tanto altro è Caminito.

Un inno alla vita che va avanti prepotente a dispetto di tutto e si sente la necessità di de Giovanni o di Ricciardi (che pare sia uno stolker da manuale) di raccontare che la vita che non si può fermare. Non ci sono lutti che ci portino via chi abbiamo amato, non c’è paura che non si superi, non c’è nulla per cui non valga la pena di rischiare.

Poi c’è tutto quello de Giovanni ci ha abituato a trovare nei suoi romanzi, il giallo la Storia le cose di tutti i giorni, l’amicizia la Città, ma quello lo trovate nelle recensioni vere, questa è solo una dichiarazione d’amore a chi non avevo capito, mi fosse mancato tanto

L’ODORE DELLA RIVOLUZIONE

Andrea Franco

Giugno 1846, la città eterna è insanguinata da una successione di delitti che miete vittime delle classi sociali più disparate, da uomini di chiesa a un “carnacciaro” – una specie di incrocio fra un gattaro e un venditore di scarti destinati agli animali –  accomunati sembra, soltanto dall’aver subito orribili torture prima di essere uccisi. Don Attilio Verzi, ormai monsignore grazie alla “benevolenza” di Papa Pio IX poco dopo la sua elezione, viene chiamato ancora una volta a indagare, grazie al suo intuito e a quella sua particolare caratteristica di cogliere gli odori che nessun altro sente, compreso l’odore del peccato – per inciso titolo del primo romanzo che lo ha visto protagonista – Le indagini condotte insieme al suo assistente Giani e al capitano della Milizia Iacoangeli, conducono a eventi accaduti cinquant’anni prima durante la Rivoluzione francese. La Rivoluzione del titolo, appunto. Nel corso del romanzo scopriremo che la rivoluzione riguarda anche i personaggi e la loro storia: Attilio, il cui segreto nascosto nel passato si scoprirà solo alla fine e Iacoangeli, coinvolto in una storia d’amore difficile. Perché “le cose cambiano in continuazione, nulla è mai immobile, determinato. E forse, quel profumo strano che si portava addosso Iacoangeli in quei giorni era proprio l’odore del cambiamento, della rivoluzione.” Una serie di gialli storici ambientati nella Roma papalina di metà ‘800, come protagonista un investigatore molto particolare. Monsignor Verzi infatti ha una caratteristica che spiega “l’odore” citato in ogni titolo: è il “fiuto”, una capacità tutta sua di captare e decifrare gli odori delle persone che incontra, e che sente anche aleggiare dai morti e di associarli a particolari caratteristiche umane. La predisposizione alla menzogna,  la cattiveria  l’orgoglio, ma anche la bontà, oltre a situazioni che lo aiutano a individuare il colpevole. Cimentarsi col giallo storico non è certo semplice. Oltre a una buona trama, che regga l’investigazione, bisogna essere il più accurati possibile nella ricostruzione di ambienti ed epoche. Andrea Franco sa renderci una Roma ottocentesca viva, raccontandoci di mestieri che neanche sospettavamo esistere, come quello del carnacciaro,  facendoci assaporare vini antichi, che si chiamano sospiro, chirichetto, fojetta. La contemporaneità degli eventi con personaggi reali, come Mastro Titta, il famosissimo boia, e papa Mastai Ferretti rendono gli eventi ancora più inseriti nella realtà storica e coinvolgenti. L’odore della rivoluzione è il terzo romanzo giallo  scritto da Andrea Franco, molti sono invece i racconti, con protagonista monsignor Verzi. Con il suo primo romanzo, L’odore del peccato, nel 2013 Franco ha vinto il premio Alberto Tedeschi (Gialli Mondadori). A seguire, L’odore dell’inganno, del 2016, e infine questo, uscito a settembre sempre nella collana dei Gialli Mondadori. Se verso la fine alcune scene di una violenza fin troppo efferata mi hanno fatto storcere un po’ il naso, la figura di Verzi però spicca su tutto: la sua capacità introspettiva, il suo mettersi in discussione e temere la sua fallibilità tutta umana, la sofferenza che si porta dentro lo rendono un personaggio vivo e interessante, da seguire con attenzione. E certamente il passato di Verzi non ha ancora finito di svelarci i suoi segreti.

PRATO ALL’INGLESE

Frédéric Dard è noto ai più per la famosa serie del commissario Sanantonio – 184 volumi – con cui raggiunse il successo ma dagli anni ’40, scrisse più di 300 romanzi tra serie e fuoriserie, alcuni dei veri e propri gioielli noir, che Rizzoli sta proponendo nella collana NeroRizzoli. In Prato all’inglese Jean-Marie Valaise, un rappresentante di calcolatori in vacanza a Juan les Pins si imbatte a causa di uno strano
equivoco in Marjorie Faulks, una donna inglese all’apparenza piuttosto triste. Pure lei è in vacanza da sola e complici il senso di libertà, i bicchieri di champagne e l’inevitabile fascino della Costa Azzurra in cui tutto sembra poter accadere, si invaghiscono l’una dell’altra. Tutto in una notte, perché Marjorie deve ripartire il giorno dopo; si lasciano con la promessa di scriversi. Un paio di giorni e Jean-Marie riceve in albergo una lettera appassionata con cui Marjorie lo invita a raggiungerla senza indugi a Edimburgo, cosa che lui decide di fare partendo immediatamente, spinto anche dalla sua ex, forse, Nicole che lo ha inaspettatamente raggiunto. Arrivato fortunosamente, a causa di uno sciopero non previsto, nella capitale scozzese, la donna che sognava lo stesse aspettando, sembra non essere mai esistita, non si presenta all’appuntamento e sembra non essere in nessun albergo bed & breakfast o casa privata. Valaise non capisce o non vuole credere a quello che sta vivendo e si ritrova in situazioni via via più allucinanti, fino ad entrare in un incubo e scoprire di essere parte di un piano a dir poco machiavellico. Anche in questo romanzo, come i precedenti pubblicati da Rizzoli (Il montacarichiI bastardi vanno all’infernoGli scellerati) l’autore basa
la storia su uno schema ben preciso e principalmente su due personaggi ottimamente caratterizzati, creando un intreccio surreale e folle ma che
alla fine ha una logica più che reale.
Un noir molto scorrevole, arricchito dalle ottime descrizioni paesaggistiche che trasportano il lettore, ci si ritrova a passare dal sole e la spensieratezza quasi irreale della Costa Azzurra al freddo e piovoso clima scozzese, girovagando insieme al protagonista dal centro alla periferia di Edimburgo, in un gioco sempre più folle.
Lo consiglio sicuramente ai lettori di Georges Simenon e di Artur Conan Doyle da cui l’autore sembra aver trovato ispirazione per la realizzazione dei
contesti e per la caratterizzazione dei personaggi investigativi.

“Dal pudore che aveva, si intuiva la profondità del suo dolore. La vera disperazione non ha il coraggio di esprimersi. Chi si confida dimostra di avere ancora qualche riserva di energia. Mentre Marjorie era arrivata al capolinea. Ero entrato nella sua esistenza….”


OMICIDIO PER PRINCIPIANTI

Presente il famoso omen nomen? Io non ci sono mai stata ma da come lo descrive Frascella, Barriera di Milano, quartiere periferico di Torino, sembra essere  davvero un posto che chiude, che fa da barriera appunto. A cosa? Al benessere, alla crescita a tutte quelle cose che contraddistinguono le zone “bene”. Un po’ come succede a tanti quartieri di periferia. Meta degli immigrati dal sud quando c’era il lavoro e poi punto di arrivo di tutta l’altra immigrazione più contemporanea, perché i prezzi sono popolari, perché a un colore di pelle o a una lingua in più non ci fa caso nessuno. A me fa venire in mente il milanese Quarto Oggiaro, una volta famigerato e oggi quasi un posto a se stante, dove resistono un paio di sacche (vie) in cui la criminalità la fa da padrone, ma per il resto un piccolo angolo che pur facendo parte della città ne rimane fuori. Un posto dove resistono i piccoli negozi dove tutti sanno tutto e ognuno si fa i fatti suoi. È lì che è nato e cresciuto Contrera, ex poliziotto che per le sue cazzate è stato sbattuto fuori dalla Polizia e si porta dietro il rimorso del suicidio del padre, del proprio divorzio e l’odio di sua figlia. Per campare, perché proprio di campare si parla, fa l’investigatore privato e vive in casa della sorella, adorato dalla stessa e dai nipoti ma odiato dal cognato. Proprio l’amore incondizionato nei confronti di Giada, la nipotina che lo vede come un eroe che tutto può, gli fa promettere che ritroverà la sua compagna di classe, rapita? Scappata? Non si sa. È bastato che il bidello si allontanasse per pochi minuti e della bambina non c’è più traccia. Sempre più stropicciato, più insicuro più incasinato, Contrera a tenersi fuori dai casini proprio non ce la fa, oddio non è che nemmeno ci provi più di tanto, un po’ come se si fosse convinto di essere irrecuperabile, di portare in sé il seme della distruzione. Che sia vero o no, è un personaggio a cui è difficile non affezionarsi, perché sia pure esasperati i suoi difetti le sue mancanze le sue insicurezze, sono quelle di tutti, così come è quella di tutti la fatica di far pace con se stessi, con le conseguenze dei nostri errori e perfino con il “perdono” che ci concede chi ci ama e che sappiamo di avere ferito. Il caso lo risolve quasi per caso, e lo ammette, scoperchiando un verminaio ignobile, ma  questo la gente di Barriera e soprattutto Giada non lo sa e lui rimane quello che toglie un po’ di sporcizia dal quel loro piccolo mondo.  A noi non resta che aspettare di scoprire se deciderà di rimettere in piedi la sua vita o se continuerà a tentare di sopravvivere a se stesso.

UN SALTO A CASA DELLE ASSASSINE

  • Della piccola casa editrice tutta femminile vi ho già parlato più volte, lo rifaccio segnalando qualche titolo perché                                                                                                
  • 1 –  i titoli che segnalo li ho letti e valgono sia il tempo che il denaro, li raggruppo in un articolo unico perché – come mi pare di aver già detto – il tempo è poco e i libri tanti.
  • 2 – anche questo l’ho già scritto ma repetita juvant, Tiziana Prina, fondatrice e cacciatrice di romanzi, ha un gran fiuto e in questi anni dove anche i romanzi  dei nomi più grossi, salvo pochissimi, fanno fatica a restare a galla, anche un gran coraggio, ha scelto di pubblicare solo autrici, andando a pescare nel passato con la collana Vintage e portando in Italia autrici da tutto il mondo, anche da quegli angoli che normalmente non colleghiamo, noi lettori normali, alla letteratura, le autrici di Oltreconfine. E se posso scrivere una piccola cattiveria, e mò vedemo chi me lo impedisce, delle tante difensore delle donne a oltranza che vedo sui social, non ne ho viste incoraggiare e sostenere una CE così particolare. Cià che passo ai libri

Crimini di prima classe Elizabeth Gill

Classe 1901 americana, racconta di un delitto avvenuto a bordo di una nave in viaggio dall’Inghilterra agli Stati Uniti. Già visto già letto? Sì, ma scritti molto dopo e ambientati nel passato, qui la scrittura è attuale (per l’epoca) e l’ambientazione abbastanza fresca e nuova.  L’indagine non è svolta da un poliziotto ma da un passeggero, le domande a partire dal perché una simpatica e bonaria signora sia stata uccisa, sono tante i moventi si moltiplicano e il tempo per assicurare alla giustizia un assassino prima che sbarchi nella Grande mela, si consuma velocemente.

Un colpevole in giuria

Ruth Sanborn

La signora qui invece è nata nell’800 addirittura, tre romanzi e un centinaio di racconti nel curriculum. Siamo in pieno proibizionismo (con tutto quel che ne consegue nei sotterranei) e alla sbarra c’è una donna accusata di aver ucciso l’amante. In giuria c’è la terribile e potente mrs Vanguard che tutti temono, quasi tutti, il perché lo scoprite dopo che qualcuno l’ha uccisa. Con subdole manovre ha tenato di influenzare i pochi innocentisti ma evidentemente qualcuno dei giurati non ha gradito. Il romanzo è una via di mezzo fra il delitto della camera chiusa e un resoconto coinvolgente dove i colpi di scena si susseguono con un ritmo insolito per l’epoca. Personaggi variegati e uno alla volta segreti – qualcuno di pulcinella – che vengono alla luce svelando insospettabili intrecci e moventi come se piovesse. Non posso che consigliarvelo. Buona lettura.