La pazienza che dovete avere…

C’è una premessa inprescindibile, chi mi segue sa che quindici giorni fa, ho dovuto affrontare una delle cose più dolorose che ci siano nella vita, ho fatto addormentare uno dei due mici, vi lascio immaginare con che stato d’animo mi accingevo a partire (praticamente obbligata da amici impagabili, che avevano ragione). La sera prima, il pulsante di accensione del Kobo, quel pirullino in plastica sul bordo inferiore, finisce di sfracellarsi. Vabbè, la mattina, il treno era alle 8 e spiccioli, ma va anche raggiunta la stazione, lo faccio ripartire ataccandolo al pc. Vi pare che la sfiga potesse abbandonarmi? Giammai, infatti si è riacceso, ma si è anche resettato completamente, perdendo nell’etere la bellezza di 482 titoli. Letti da leggere da consultare. Puf. Scomparsi. Ricarico al volo quello che stavo leggendo (di cui vi parlo fa poco) e via. Morale della favola, parto con sto coso rabberciato ma acceso e se due anni fa il 15 di agosto ero a caccia di un telefono, arrivata in Romagna, si è partite (sia sempre reso grazie a Rosy che è un’amica ma è anche santa), a caccia di un nuovo reader.

La corsa folle in cerca di un posto dove ne avessero almeno due modelli fra cui scegliere, con un caldo che scioglieva i neuroni, un nervoso che mi facevo paura da sola, erano esasperati dal romanzo che stavo leggendo. Mimica di Fitzek. Un pazzo totale ma un talento sterminato. L’idea di non riuscire a finire Mimica mi stava mandando ai pazzi. (Che sarebbe anche stato il posto più adeguato ai personaggi )

La trama di Mimica è una ragnatela in cui si rimane impigliati, inesorabilmente, sapendo che arriverà il ragno e ci mangerà, magari a pezzetti. Ed è esattamente quello che fa, ad ogni pagina la prospettiva si ribalta e se credevi di avere raggiunto il massimo dell’orrore ecco che Fitzek ti porta un po’ più in là e quel che è peggio, ti rendi conto che non solo non ci hai capito niente – i moventi e i possibili colpevoli sono infiniti – ma che fino a quando l’autore non ti svelerà l’arcano, non ci salterai fuori. La scrittura di Fitzek è un turbine, che però non solleva polvere, non c’è confusione pur essendo una montagna russa. Se, faccio fatica a crederlo ma tutto è possibile, è il primo Fitzek della vostra vita, preparatevi perché in men che non si dica, diventerete dipendenti e andrete inesorabilmente a cercare gli altri.

Finito Mimica e ripresami dallo shock, felice del mio nuovo Kobo – che adesso grazie a Dio fanno riparabile – inizio Strani disegni di Uketsu. Ve lo consiglio? Sì a condizione che abbiate già letto autori giapponesi. Se è vero come è vero che ogni autore ha un suo stile, è anche vero che la letteratura nipponica ha un filo condutttore, un fondo comune che – è sempre un’opinione personale, non sparate sul pianista – anche in eventuale assenza di nomi che inevitabilmente ti fanno capire dove sei, permea le narrazioni, indipendentemente dalle trame. Una sorta di pacatezza nel racconto, che non tiene minimamente conto del fatto che si parli di efferati omicidi o di ciliegi che fioriscono. L’altra condizione che ve lo farà amare, è essere appassionati di matematica e della strettissima connessione con il disegno. Se non lo foste, presumo che vi piacerà lo stesso, ma solo dopo averlo finito e averlo lasciato riposare qualche giorno. Difficile spiegare il perché, ma ripensando alla trama, dopo che avete lasciato sedimentare il resto, vi renderete conto di aver letto un bel giallo.

SCENDE LA TEMPERATURA, TORNA LA VOSTRA BLOGGER SCONDIZIONATA

Ahimè, fra il caldo – che lo sapete, per me è come la kriptonite per Superman – la malattia di uno dei mici e la frenesia del lavoro pre chiusura, è un po’ che non posto, vediamo di rimediare, che tanto per leggere c’è sempre tempo e le belle storie, fortunatamente non scadono.

 Oggi vi parlo di due romanzi, ma in realtà di due donne. Così simili e così diverse.

Il pappagallo muto – Rizzoli- è la nuova storia in cui Sara Morozzi, ex agente dei Servizi, a suo sentire, diventa responsabile del pericolo gravissimo che coinvolge una delle persone più importanti della sua vita. Lo Spy Story, genere poco rappresentato in Italia negli ultimi anni, come il noir, racconta quello che non vediamo ma condiziona le vite di tutti. Storie che sono perfette nella costruzione di de Giovanni e maledettamente molto più che veritiere.                      Distinguiamo i piani di lettura, il primo che riguarda ovviamente la storia, sembra in alcuni punti – come i precedenti e come tutte le storie del Genere – impossibile. Esagerazioni letterarie, invenzioni e invece no. Sono storie assolutamente plausibili per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la cronaca. La rappresentazione esatta di una realtà che a vari livelli è impensabile ma esiste. La dimostrazione dell’effetto farfalla, quello per cui un gesto qualunque, anche apparentemente innocuo come un saluto, possa cambiare svariati destini, anche lontanissimi. Prendetelo per quello che è, un romanzo, ma siate consapevoli che quel mondo esiste eccome. Ci sono mille domande da farsi e molte resteranno per il momento senza risposta, ma è bene porsele. Oppure leggetelo senza farvi domande e godetevi solo la meravigliosa scrittura di Maurizio.

Poi c’è Sara, sola anche in mezzo agli altri, poche persone nella sua vita, pochi amori pochi amici, perché lei vive i sentimenti in maniera totalizzante. Ama o odia al 100%. Il resto è indifferenza. O quantomeno sepolto talmente in profondità da sembrare inesistente. Una cosa la muove, il “trionfo” della giustizia. Ho conosciuto una persona come Sara – un po’ meno rigida e che per fortuna non era un agente o ex agente dei Servizi – ma come lei ha pagato ogni scelta fatta in nome del suo rigore morale. Un personaggio pubblico che ancora oggi manca da morire, non solo a me.  E per quanto sembri presuntuoso, la sento così simile a me da essere forse il personaggio che più amo fra quelli di deGio. Sara è un ideale, forse quello che tutti vorremmo riuscire ad essere, senza tempo, senza età, capace di tutto in nome di qualcosa di superiore.

L’altra donna è nuova di zecca nel panorama letterario italiano, non altrettanto la sua “mamma”, Barbara Perna, magistrato in attività, che dopo averci divertito con le storie di Annabella Abbondante, ci presenta l’avvocato Lia Carotenuto, protagonista di Se tu non ridi più – Bompiani – La trama in questo caso, si lega profondamente con la protagonista. Per ragioni che si scoprono poco a poco nel corso della lettura, ha lasciato la professione legale, dedicandosi all’insegnamento, è ancora “segretamente” iscritta all’ordine e molto meno segretamente riconosciuta come uno dei migliori avvocati in circolazione. Per aiutare un’amica tornerà a indossare la toga, sebbene le costi moltissimo. Una donna che ha in comune con Sara il rigore e una dolcezza che pochi intimi le conoscono, oltre a un dolore grosso che custodisce gelosamente. La Perna conosce bene l’ambiente di cui scrive ed è palese, ha un talento per la scrittura che è altrettanto impossibile non riconoscerle, che affianca a una profonda umanità. Mai giudicante, cosa non facile visto l’argomento e lo svolgimento della vicenda, era facile cadere in uno stereotipo, ma accogliente, capace di rapportarsi distinguendo l’affetto dagli obblighi che impone la legge, passando sopra se stessa opponendo solo un debole tentativo di autoprotezione, capace però anche di tornare sulle sue decisioni, facendo sanguinare una ferita che sembra chiusa, ma certamente non è guarita. Non un romanzo semplice, è il classico pugno nello stomaco che non ti aspetti, non a caso il titolo, in chi abbia dimestichezza coi classici, fa suonare un campanello, eppure una lettura che secondo me sarebbe davvero imperdonabile farsi mancare, per la storia, per la scrittura e per il personaggio che senza farsene accorgere, vi entrerà nel cuore.

SI ABBASSANO LE TEMPERATURE E SI ALZA LA VOGLIA DI LEGGERE

Vi lascio qualche consiglio, veloce senza troppo approfondire, ma titoli garantiti, un po’ come andare dall’ortolano di fiducia, perché vi fidate vero?

Einaudi, che devo dire, difficilmente delude – soprattutto con Stile libero – Delitto di benvenuto : Cristina Cassar Scalia, spostandosi indietro di qualche anno, negli anni ’50 ’60, si conferma un’autrice di razza. Scipione Macchiavelli, commissario tolto dalla via Veneto dei locali delle bevute e delle belle donne, affronta una Noto che inevitabilmente sembra arretrata e provinciale ma si rivela alla fine molto diversa da come appare. Belli i nuovi personaggi, ben architettata – ma su queto non c’erano dubbi – l’indagine e la conferma, laddove ce ne fosse bisogno, che sostanzialmente, la gente non cambia mai. Promossa a pieni voti

Sempre per restare su letture che rilassano ma tutto sono tranne che superficiali, consiglio Un cadavere in cucina (l’ultimo nato della serie) ma in generale le indagini del contino Manrico Spinori – con tutti gli altri nomi e cognomi – Il Sostituto Procuratore che (se fossimo innocenti), tutti vorremmo incontrare. È un personaggio strano, emana calma e tranquillità mentre in realtà è bello frizzantantino il ragazzo, affronta il lavoro con la stessa accettazione che ha dovuto applicare alla vita, con una mamma ludopatica, ma simpatica, un figlio adolescente e un ex moglie che…Rispettoso di tutti ma non molla di un centimetro finchè la verità vera non è sul piatto. L’unica cosa che proprio mi fa sanguinare gli occhi (ma la “colpa” non è di de Cataldo credo, gli editor si adeguano al mondo), è l’uso di Ispettora, abbiamo una bella parola come ispettrice, perché adeguarsi al brutto?

Last but not least, vi consiglio fortemente di leggere La Furia, un thriller che “ricalca” meravigliosamente le orme impresse dalla Christie e da Dard senza scopiazzare. Il passaggio dalla pioggia di Londra al sole di un’isoletta della Cicladi avviene in contemporanea al cambiamento psicologico dei personaggi con sorpresa finale davvero ben ben pensata. Ah l’autore è Alex Michaelides e la Furia del titolo uno dei personaggi, certamente inaspettato.

UN PAIO DI TITOLI DI CUI NON PRIVARSI

Carlo Lucarelli non è certamente il primo a rendere protagonista un figlio – nello specifico figlia – di un romanzo, certo che mettere su carta e nella testa di chi legge, così tante emozioni diverse, richiede un certo talento (ma su quello c’erano pochi dubbi) e almeno altre due cose. Non è detto che sia o/o, possono tranquillamente convivere, questo romanzo ne è la prova.                                                                                             Un’enorme sensibilità, che gli permette di raccontare come lo stesso fatto, la stessa tragedia, sia vissuta elaborata e affrontata in modi così diversi da sembrare fatti diversi e uno studio approfondito sulle dinamiche che si innescano in chi viene privato di una parte di sé.                           Cosa diventa il dolore? Dove ti può portare il dolore senza nome – in realtà ho scoperto che una definizione esiste –  Quali abissi può arrivare a toccare un essere umano? Ma più di tutto, la domanda che ti resta dentro e continua a macinare quando meno te lo aspetti è: quante volte vediamo ciò che vogliamo vedere e non la realtà delle cose? Cosa siamo disposti a sacrificare per non vedere la realtà? Almeno tu è un romanzo sconvolgente ma imprescindibile nei tempi in cui viviamo.

Magari imprescindibile non è la parola esatta per questo romanzo di Alessandro Robecchi, però ecco, Il tallone da killer è uno di quei romanzi salvavita che sarebbe bene avere a portata di mano. Avete presente quando vi viene il blocco del lettore? Oppure quando aprite centordici libri e dopo le prime 10 pagine li richiudete sbuffando? Ecco, a quel punto prendete in mano il libriccino blu e si compie la magia. La penna (vabbè la tastiera l’è istess) di Robecchi, si trasforma in una bacchetta magica e la sua mente (deliziosamente perversa), partorisce incantesimi. I due protagonisti li abbiamo già incontrati, se non ricordo male – si fa per dire, lo ricordo benissimo – sono i padri della della famosa frase Hic sunt capannones, definizione perfetta della ubertosa Brianza. Non hanno un nome, ne hanno tantissimi, monouso naturalmente. Robecchi è un autore raffinato, capace di farti sballicare dal ridere usando ironia e paradossi eppure andando a toccare temi che riflettono perfettamente uno dei peggiori quesiti che oggi rappresentano quasi la normalità. Quanto vale la vita di qualcuno? O ancora più precisamente, ha un valore oltre a quello economico? Secondo me, scoprirlo ridendo, non ha prezzo.

A TORINO – AL SALONE – ALL’ANNO PROSSIMO

Torno dal Salone, con gli occhi pieni, le cose belle superano ampiamente le cose brutte, quindi va ancora bene così.

Sento che vorrebbero ampliare, ora, io capisco che quando si fa qualcosa e lo si vede crescere, la spinta a proseguire è forte, ma già così, riesci a fare vedere sentire, fare, un quarto delle cose che ti eri prefissato, figurati se le aumentano.                                                                                                                       Perché siamo onesti, non ce la si fa. Gli autori che hai voglia di ascoltare sono tanti, poi ci sono quelli che becchi per caso, mentre fanno gli interventini volanti e tu stai passando e ti fermi ad ascoltare, semplicemente perché devi.                                                                                                       Gli amici, i noti che conosci, i noti che non conosci ma tanto hai la faccia come il culo, sicché, insomma, al Salone scopri la verità sui sei gradi di separazione.

Questo per me sarà il Salone delle mutande, del volo planare sul gradino della camera, del cingalese che porello… Dei camerieri deliziosi che ti portano a tavola piatti deliziosi, della signora Anna, della caccia al nome del paesino emiliano (provincia di Modena), in cui è nato poro nonno (dello scrittore), un ripasso di geografia che non ve lo dico. Trattavasi di San Felice sul Panaro, lo lascio qui a futura memoria.

Ma anche delle risate, quelle belle, che ti fanno venire il mal di pancia e non smetteresti mai, delle panchine messe l’ultimo giorno (mannaggia a loro), della metropolitana presa in direzione opposta per fregare le milionordici persone che aspettano al Lingotto e della Gerini, che mannaggia a lei, è filtrata sì, di brutto, ma da madre natura! Bella ma bella che, bella. Ma anche della Saponangelo, che è talmente Sara che…Vabbè lo scoprirete.

Insomma un altro anno sulle spalle, un’altra infornata, no scusate, un coacervo, di cose preziose, di persone preziose e di libri in valigia che aspettano di essere letti e poi raccontati a chi li leggerà.

La parola chiave del Lingottto, rimane solo una: grazie, a chi ha diviso e condiviso, grazie, ma ci sarà una parola più bella? Non credo.                                                                                                                                                  

Poi magari su Fb vi racconterò qualcuno degli episodi, vi dico solo che ieri, da sola, alla fermata del tram, ho letto una parola, una sola e ho cominciato a ridere che sembravo pazza. Quindi grazie. È davvero l’unica parola che vagamente, rende l’idea.

CECI N’EST PAS UNE PIPE TANTOMENO UNA RECENSIONE

Ho un file aperto da settimane, quello che ho aperto per dire quello che penso del nuovo romanzo, lo stand alone, di de Giovanni L’antico amore.          Sono a tre fogli fitti fitti, troppi per un articolo sul blog. Ho letto delle recensioni splendide, in cui gli autori hanno colto ogni minima sfumatura.             Eppure ho trovato altro da dire, troppo.                                                                      E allora forse vale pena solo sottolineare quello che dico da anni.                   

Lo scrittore napoletano, forse per nascita o per inclinazione personale, ha solo usato il plot giallo come copertura, come esca. Strategia perfetta del resto, perché gli riesce alla perfezione.                                                                            Dietro ogni storia, a muovere le fila di tutto c’è sempre stato solo l’amore. A partire dai primi racconti per arrivare ai romanzi e alle storie di tifo o di cucina.                                                  Materno filiale fraterno, quello per la Città in ogni sua componente, luoghi Storia cibo paesaggi atmosfere, che si trasferisce agli esseri umani.                Fin dal racconto che è stato la spina dorsale de Le lacrime del pagliaccio – il romanzo che lo ha fatto conoscere al grande pubblico diventando Il senso del dolore – passando per Il resto della settimana, al Metodo del coccodrillo, fra le indagini, dietro gli omicidi, nei rapporti umani, c’è amore.

Sapete che sono una delle fortunelle che leggono in anteprima i romanzi di de Giovanni, so quanto Maurizio tiene ai “fuori serie”, se li coccola per anni, li cresce li plasma, ci mette dentro tutto se stesso. Io l’ho adorato, sarebbe stato così per tutti? Ho avuto paura? Sì e sì, ho temuto che potesse essere criticato e invece…                                                                  

Ci ho messo qualche mese ma ho capito, nonostante i social, la politica l’ignoranza che impazza, la gente ha bisogno d’amore e se è raccontato con maestria, con grazia, intrecciando un passato lontano e uno più recente, che si sovrappongono con naturalezza, il risultato non può che essere…Amato.       

Un sentimento che va oltre, che sublima tutto il bene e tutto il male.         Un bene superiore all’egoismo degli amanti, che si arrotola su se stesso e si tace per l’altro, perché l’amato non abbia a soffrire, non debba cambiare, perché l’altro, quando ami così, è più importante.                                                

Questo racconta de Giovanni, amori così profondi da spingere chi li prova a disinteressarsi del suo stare per preservare l’amato.

È Oxana, la “badante” moldava che badante non è, la voce narrante del presente, una narratrice che non sa ma intuisce, è la ragione che accetta, che si arrende a qualcosa che sente essere troppo intimo e profondo per essere indagato e lascia che accada.                                                                                  Dà spazio a quello che non capisce, a dei pezzetti di carta che contengono, forse, parole che non si sono potute dire, raccogliendoli con rispetto.                            Accompagna, restando un passo indietro, il vecchio e noi nella memoria, in una vita che non ci appartiene ma possiamo riconoscere, camminando nel sole e nella pioggia che diventa un sipario, fino a svelarci l’unica verità a cui troppo spesso rinunciamo o non sappiamo accettare.

Se qualcosa può salvarci, è l’amore. E se c’è un uomo che lo sa raccontare, è Maurizio de Giovanni.

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MOLTI ANNI DOPO, STAVOLTA CHIEDO “CUI PRODI”. CHE CUI PRODEST, LO ABBIAMO CAPITO

Quando aprii il blog, molti anni fa ormai, il primo articolo si apriva con una domanda : cui Prodest? Parlavo di euro, inteso come moneta, si cominciava a capire che qualcosa non era andato esattamente come ci avevano raccontato. Per la precisione, come ci aveva raccontato il signor Romano Prodi. Di poche persone ho disistima come del professore, politicamente ed epidermicamente, potreste anche pensare che non conosca l’italiano, invece no, epidermicamente lo uso a ragion veduta, perché il signore in questione l’ho incontrato e siccome sono una persona educata – a differenza sua – quando nei corridoi della RAI allungava la mano indistintamente ai presenti, la mano gliel’ho stretta anche se di mio certamente non lo avrei fatto. Transeat. Ho visto come tutti il video della domanda di Lavinia Orefici che ha fatto infuriare il caro anziano signore, al punto di toccare una perfetta sconosciuta. Tecnicamente alzare le mani.

Quando ero piccola e fra bambini ci si “picchiava”, mi hanno ripetuto fino alla nausea “gioco di mano gioco di villano”. Villano. Sinonimo di villico direi no? In contrapposizione alla persona educata. Il villico, il villano, non conosce le buone maniere, è uso avere a che fare con la terra, con le bestie, non con persone educate. D’altra parte io sono fermamente convinta che signore ci nasci, puoi ripulirti, imparare più o meno a comportarti, ma la tua natura uscirà sempre fuori a qualche punto. Normalmente quando sei in difetto e ciò che ho visto è stata la dimostrazione di quanto sopra esposto.

Il problema non si porrebbe se stessi parlano di qualcuno che non ha incarichi pubblici, che ha potuto influire pesantemente sulle nostre vite, che ancora (credo), siede in un parlamento.

Ma andiamo ancora oltre, facciamo un passettino più avanti. Vi siete chiesti perché l’esimio signore si è così risentito?  Provate a non essere tifosi ma onesti osservatori se vi riesce (che il tifo come dice un grande scrittore, è poi pur sempre una malattia). La giornalista chiede all’esimio se condivida un’affermazione.  Chiedetevi quale sarebbe la vostra prima reazione quando cogliete una citazione. Un sorriso vi scappa? A me sì. Accade invece che l’esimio resta per qualche secondo, letteralmente basito, poi chiede con un tono estremamente scocciato che rasenta l’indignato, più o meno questo: quando mai avrei detto questo? L’ingenua Orefici, giornalista evidentemente non abbastanza sgamata, non approfitta dell’occasione, non coglie al balzo l’immane cazzata che l’esimio ha appena pronunciato. Precipitosamente, specifica che si tratta di una citazione dell’ormai stranoto Manifesto di Ventotene. L’esimio esala (letteralmente) un fiato e si ricarica alla velocità della luce, lui, a differenza della povera giornalista è molto sgamato. Il tono è la versione senile del gne gne infantile, (io che sono una vecchia carogna, ho anche visto il fumetto del non detto “soccia che figura, non l’avevo riconosciuta, devo girare la frittata a spese di questa ingenuotta”) le parole oltre al tono, sono la versione senile dell’infantilissimo “non mi hai fatto niente faccia di serpente”. Certo che lo so cos’è la frase che hai detto, per chi mi prendi? (vedi foto 1) E parte col pippone della contestualizzazione, non riuscendo a trattenersi dall’allungare una mano, salvo nel tragitto, parliamo di frazione di secondi, ricordarsi che no, non sta parlando a uno dei suoi studenti ma a una giornalista davanti a delle telecamere, quindi deviare dalla guancia (secondo me obbiettivo primario) e pizzicare una ciocca di capelli.

È andata, tutti si ricordano della mano e il fatto che palesemente non avesse colto la citazione, pensando che fosse qualcosa di attribuito a lui, è bellamente passato sotto silenzio. Ecco cosa vi è sfuggito, NON HA RICONOSCIUTO LA CITAZIONE e da politico consumato qual è, ha fatto in modo che non ve ne accorgeste, né da una parte né dall’altra. È così che la politica e i politici vi fottono, coi giochi di prestigio. Non continuate a cascarci, per l’amor diddio di patria e soprattutto di voi stessi.

UN PO’ DI VELENO E L’ANTIDOTO

Oggi un antidoto e un po’ di veleno, l’antidoto è splendido romanzo, L’attesa di Connelly. Sappiamo quanto è difficile mantenere un livello alto quando si scrivono romanzi seriali, ci sono esempi chiarissimi  di personaggi seriali che dopo anni non riescono più ad avere l’appeal, qualcuno si arrotola su se stesso arrivando ad essere quasi una caricatura. Penso alla Scarpetta, giusto per essere chiari, le cui “avventure” diventano con poche variazioni sempre la stessa, senza contare un particolare che definire irritante è poco, soprattutto perché spesso reiterato nel tempo: se per ribadre che sei di origine italiana, mi dici che hai scongelato un meraviglioso sugo alla marinara (credo a base di aglio e forse un calamaro), fatto con le tue mani sante, metti sulla pasta un mezzo kg di parmigiano, lo accompagni col pane all’aglio e lo innaffi con un corposo chianti, capisci bene che sei se non altro passibile di denuncia per oltraggio alla Costituzione. A parte lei comunque, credo che ogni lettore ne troverà almeno altri tre o quattro. Poi ci sono quegli autori graziati da Dio che li ha muniti di un talento che non gli fa sbagliare un colpo. Uno di questi è Connelly. In tanti, tantissimi, abbiamo amato Harry Bosch da subito, era il 1992 ed esordiva ne La memoria del topo, un personaggio fuori dalle righe, un ribelle non sempre capace di stare nei ranghi, sempre sul filo ma sempre in grado di aggiustare il tiro. Abbiamo palpitato per le sue vicende personali, fatto il tifo perché riuscisse a costruire un rapporto con Maddie – la figlia avuta dalla ex moglie – trepidato per i tanti cambiamenti di dipartimento e infine tremato quando è sato colpito dalla leucemia. In ogni romanzo, Connelly, è stato capace di calibrare la presenza e le assenze, il grado di protagonismo, ceduto al fratellastro o ai vari partner. In questo ultimo romanzo, L’attesa, la presenza del detective è ridotta all’osso o poco più, ma come nelle migliori bistecche, la carne intorno all’osso è la più saporita. Protagonista, anzi, protagoniste, sono Renée Ballard, e Maddie (che per inciso è entrata in polizia). Storia perfettamente equilibrata, più casi che si intrecciano e la presenza di Bosch, ormai in pensione, diventa il fulcro senza togliere una briciola. Un uomo ormai fragile ma che non molla di un centimetro quando si tratta di fare giustizia e di proteggere le persone che ama e/o con cui lavora.

Sanremando parte 2

Ok, abbiamo il vincitore e gli “sconfitti”, anche se fondamentalmente, a parte l’eurovision, confitti e vincitori li decreteranno le vendite e i passaggi in radio e sulle piattaforme. Storia vecchia, che vale anche per i libri, ma rimane che tante vendite e tante visualizzazioni, significano gente che ascolta e compra, quindi sì, più vendi più è indice di successo. Giorgia, eh, è un’icona è la Voce che abbiamo oggi in Italia (l’unica riconosciuta, ma va bene), però, se Come saprei, la canticchiavamo tutti, questa è di una canzone difficile, che non puoi canticchiare. Lauro ha dimostrato una maturazione incredibile, ma vale un po’lo stesso discorso, non la si canticchia. Gabbani ha vinto comunque, vince sempre, ma è una canzone da grandi, i ragazzi e ini, non hanno il senso della gratitudine alla vita, quella ti viene da adulto, e lo stesso vale per Brunori Sas e Cristicchi. Hanno e avranno il loro pubblico che continuerà ad amarli, ma di sicuro non sono canzoni che potessero essere votate dai giovani. Su Elodie non mi esprimo perché purtroppo mi sta antipatica e quindi non sono obiettiva. Lo gnomo della maremma, Corsi, è un outsider ed è giusto che sia dove sia. Farei una menzione speciale per Fedez, è arrivato, il riscatto lo sta pagando e va bene così anche per lui. Con i cuoricini ci balliamo almeno per tre quattro mesi, poi resterà fra i tormentoni. Di Tony Effe che dire? Se torna il Califfo je mena lui. O dichiari esplicitamente che è un omaggio, o lascia stare. Direi che qui mi fermo perché sono troppi, una cosa mi piacerebbe, che la si smettesse di fare il tifo fuoi dagli stadi, di avere aspettative oggettivamente irrealizzabili, di lanciare giudizi addirittura sugli agenti degli artisti. Olly ha una bella canzone, orecchiabile, che va bene per tutti, e quindi ci stava. Ce ne sarebbero stati altri, forse anche più bravi e con canzoni più belle, ma molto meno noti e Sanremo tutto sommato, è una signora vetrina che spero serva, almeno per quelli che secondo me lo meritano. Certo vorei un direttore artistico che vietasse l’autotune a Sanremo, così, per lo sfizio di sentire le voci e le intonazioni, ma annamo gente, stiamo su FB su X sui blog, fossimo qualificati, saremmo a Sanremo e ci pagherebbero anche. Oltre al fatto che finalmente capirei quanto è piccolo sto teatro e come fa a starci un palco che sembra immenso.

SANREMIAMO?

Oh, mi accorgo or ora di non avere Sanremato nemmeno un pochino, vabbè rimedio adesso.

Meno coinvolgente delle precedenti edizioni, quelle di Ama e Ciuri, come ha detto un giornalista del Corriere, uno dei pochi che ancora si possono leggere (il giornalista non il quotidiano), Ama non ha fatto dei festival di Sanremo, ha fatto dei Festivalbar all’Ariston. Chiaro che qua non si discute la preparazione o la professionalità, per organizzare e gestire delle feste memorabili come quelle degli ultimi 5 anni, ci vogliono delle doti notevoli, ma il clima è completamente diverso, come diverso è lo scopo ultimo, credo. Il Festival di Sanremo è il Festival della canzone italiana, lo è da quando è nato 75 anni orsono. Volenti o nolenti è stato, cosa diventerà dopo le ultime notizie sulla possibilità che non sia più di mamma Rai lo scopriremo, un momento quasi istituzionale, trasmesso dalla tv pubblica, un palco che tutti i cantanti, anche con anni e anni di carriera, sostengono metta “paura”, ci sarà un motivo no? Certo Carlo Conti è più istituzionale, democristiano se vogliamo, attento alla forma, e molto rispettoso dei telespettatori. È un allievo di Pippo e Mike. D’altra parte, senza la complicità di Ciuri, probabilmente anche la verve di Ama sarebbe stata minore. Quello che ho pensato io però, dalla prima sera, è che Conti abbia voluto dare un taglio netto, se avesse fatto una prima serata “casinista”, il confronto sarebbe stato impietoso e inevitabile, così facendo, compresi i tempi ristretti, riservati all’esibizione, ha staccato completamente. Prova ne sia che le serate successive, si sono progressivamente alleggerite, sui tempi sono fioriti decine di meme e tutti si sono rilassati, adesso sono curiosa della finale di stasera.

Ok, quindi abbiamo un vincitore, degli “esclusi” e finalmente qualche polemica. Va da sè che le mie sono considerazioni da divano, per quanto, mi riconosco, da sola, una certa propensione a capire le cose. Lo ridico ogni anno, Sanremo lo vince la canzone che il giorno dopo la gente si ricorda, e adesso da chi viene votato dai ggiovani, Olly era probabilmente l’unico vincitore possibile.

Le altre considerazioni, nei prossimi gioni, che tutto insieme diventa un papello troppo lungo.