CI SPOSTIAMO IN GIAPPONE un autore – due romanzi

L’articolo è di Martina Sartor che ringrazio di cuore, appassionata di giallo classico, lettrice più o meno compulsiva e decisamente esperta del genere (ma non solo). Benvenuta e speriamo a presto. Speriamo perché qui, nessuno ha obblighi tranne la scrivente coleichelegge. PS – Si richiede una standing ovation per la cura e la pazienza nel cercare tutti i caratteri speciali.

MATSUMOTO SEICHō

Quando un genere appassiona molto, il lettore si sente spinto ad esplorare nuove frontiere, a scoprire sempre nuovi autori che soddisfino le proprie esigenze. Da appassionata di gialli classici, dopo aver letto tantissimi mystery degli autori più noti, da Agatha Christie in poi, sto riscoprendo molti autori giapponesi che nei decenni passati hanno sfornato gialli ad enigma, psicologici, o comunque di stampo classico appunto, degni di stare accanto agli autori più noti: Keigo Higashino, Yokomizo Seishi, Shimada Sōji e, appunto, Matsumoto Seichō. Matsumoto (in giapponese si antepone sempre il cognome al nome) è stato considerato il Simenon giapponese per la sua prolificità, avendo scritto dagli anni ‘50 in poi oltre trecento romanzi. Quando in libreria ho visto che la collana Il Giallo Mondadori aveva pubblicato due suoi titoli – Agenzia A e La donna che scriveva haiku e altre storie – li ho presi praticamente a occhi chiusi.

AGENZIA A

Un giallo di stampo spiccatamente psicologico, ambientato negli anni immediatamente successivi al dopoguerra giapponese. La giovane Itane Teiko sposa, con un matrimonio combinato come era usanza a quel tempo, Uhara Ken’ichi, manager in un’agenzia pubblicitaria. Ma, subito dopo la luna di miele, durante un viaggio di lavoro, Kenichi scompare. Teiko quindi inizia a cercarlo, ripercorrendone le tracce nel nord del Giappone. La trama è molto radicata nella storia dell’epoca e prende spunto da quegli eventi, riflettendone malinconie, difficoltà e tristezze. Non è un caso che nel Giappone occupato dai soldati americani, alla fine della seconda guerra mondiale la miseria era tale che “nacquero” le cosidette pan pan ragazze che sopravvivevano prostituendosi coi soldati stranieri. Come spesso accade nei gialli giapponesi, l’atmosfera è molto noir. Più che indizi fisici, seguiamo le indagini attraverso i pensieri dei personaggi e le loro elucubrazioni psicologiche. Bellissimo, a questo proposito, il personaggio di Teiko, la giovane moglie: il romanzo è praticamente raccontato attraverso i suoi pensieri. Ci immerge profondamente nella sua psiche, seguiamo le sue ipotesi sulla vita di questo quasi sconosciuto marito. Aiutati dall’abilità di Matsumoto nel ricreare ambienti e scenari naturali, alla fine ci sembra di esser lì con lei, sulle rive del Mar del Giappone, in una sera di burrasca invernale, ripetendo i versi di Allan Poe: Nel suo sepolcro laggiù in riva al marenella sua tomba laggiù dove echeggia il mare!

LA DONNA CHE SCRIVEVA HAIKU E ALTRE STORIE

Anche in La donna che scriveva haiku e altre storie è intatta la grande capacità introspettiva dell’autore che porta in modo magistrale a capire dinamiche e motivazioni degli omicidi. Si tratta di sei racconti, ognuno con protagonista un personaggio particolare di cui scopriamo la vicenda, sia esso la vittima o l’assassino. Rispetto ai romanzi, data l’inevitabile brevità dei racconti, è un po più difficile memorizzare i nomi di luoghi e personaggi, soprattutto se i racconti vengono letti di seguito, come ho fatto io. Prendetelo come un suggerimento. Consigliatissimo leggere anche gli altri titoli (pochi rispetto alla produzione) di Matsumoto già pubblicati in italiano: Tokyo Express, La ragazza del Kyūshū e Come sabbia tra le dita.

LA VITA PAGA IL SABATO

Difficile parlare dei romanzi di Davide Longo, perlomeno di quelli che vedono protagonisti Bramard, che ha lasciato la polizia e Vincenzo Arcadipane, suo allievo che riesce ancora  a “coinvolgerlo”nelle indagini. Quando lessi il secondo, mea culpa sono sempre in ritardo sulla tabella di marcia, rimasi perplessa, non riuscivo a capire cosa ci fosse di strano. Con la lettura di questo quarto capitolo, mi si è illuminata la famosa lampadina. Non c’è il bellone cupo e affascinante che nasconde un oscuro passato, non c’è il genio sottovalutato che risolve il caso inconsapevolmente, non c’è la fragile fanciulla che bisogna salvare non ci sono storie d’amore impossibili, stranelle sì, ma con un loro certo equilibrio. Quello che c’è invece è una squadra di persone normali, con delle vite un po’ ciancicate ( nel caso di Corso molto ciancicata e in altri consapevolmente incasinata) per le quali non danno la colpa al mondo, ognuno di loro ha preso atto dei propri errori, delle proprie sfighe e degli errori altrui senza farne drammi o colpe da espiare per tutta la vita e ognuno fa il suo. Baricco li ha definiti la risposta piemontese a Montalbano, a me francamente non sembra, sono più una netta rappresentazione del territorio in cui sono nati. Solidi come le montagne che circondano Torino, riservati pragmatici, all’apparenza un po’ travet se vogliamo, ma con dei notevoli guizzi che il travet (inteso come immagine retorica ovviamente, massimo rispetto per la categoria a cui peraltro appartengo) non avrà mai nella vita. Al di là dei personaggi e dei comprimari comunque, va sottolineata l’originalità delle trame che spazia davvero a 360° sulle tematiche sociali che inevitabilmente stanno dietro i crimini, ma soprattutto la scrittura. Apparentemente semplice è in realtà (sempre secondo me ovviamente) frutto di una accurata ricerca tesa a sembrare così. Trasuda anche l’amore discreto per la sua regione, le caratteristiche territoriali e caratteriali dei piemontesi che a onor del vero, sbugiardano il vecchio e scorretto detto che vuole il piemontese falso e cortese. Se non li avete letti rimediate, partendo dal primo possibilmente per gustarvi ogni particolare, compresa la sottile irriverente ironia che Longo lascia cadere nei punti giusti.

PRATO ALL’INGLESE

Frédéric Dard è noto ai più per la famosa serie del commissario Sanantonio – 184 volumi – con cui raggiunse il successo ma dagli anni ’40, scrisse più di 300 romanzi tra serie e fuoriserie, alcuni dei veri e propri gioielli noir, che Rizzoli sta proponendo nella collana NeroRizzoli. In Prato all’inglese Jean-Marie Valaise, un rappresentante di calcolatori in vacanza a Juan les Pins si imbatte a causa di uno strano
equivoco in Marjorie Faulks, una donna inglese all’apparenza piuttosto triste. Pure lei è in vacanza da sola e complici il senso di libertà, i bicchieri di champagne e l’inevitabile fascino della Costa Azzurra in cui tutto sembra poter accadere, si invaghiscono l’una dell’altra. Tutto in una notte, perché Marjorie deve ripartire il giorno dopo; si lasciano con la promessa di scriversi. Un paio di giorni e Jean-Marie riceve in albergo una lettera appassionata con cui Marjorie lo invita a raggiungerla senza indugi a Edimburgo, cosa che lui decide di fare partendo immediatamente, spinto anche dalla sua ex, forse, Nicole che lo ha inaspettatamente raggiunto. Arrivato fortunosamente, a causa di uno sciopero non previsto, nella capitale scozzese, la donna che sognava lo stesse aspettando, sembra non essere mai esistita, non si presenta all’appuntamento e sembra non essere in nessun albergo bed & breakfast o casa privata. Valaise non capisce o non vuole credere a quello che sta vivendo e si ritrova in situazioni via via più allucinanti, fino ad entrare in un incubo e scoprire di essere parte di un piano a dir poco machiavellico. Anche in questo romanzo, come i precedenti pubblicati da Rizzoli (Il montacarichiI bastardi vanno all’infernoGli scellerati) l’autore basa
la storia su uno schema ben preciso e principalmente su due personaggi ottimamente caratterizzati, creando un intreccio surreale e folle ma che
alla fine ha una logica più che reale.
Un noir molto scorrevole, arricchito dalle ottime descrizioni paesaggistiche che trasportano il lettore, ci si ritrova a passare dal sole e la spensieratezza quasi irreale della Costa Azzurra al freddo e piovoso clima scozzese, girovagando insieme al protagonista dal centro alla periferia di Edimburgo, in un gioco sempre più folle.
Lo consiglio sicuramente ai lettori di Georges Simenon e di Artur Conan Doyle da cui l’autore sembra aver trovato ispirazione per la realizzazione dei
contesti e per la caratterizzazione dei personaggi investigativi.

“Dal pudore che aveva, si intuiva la profondità del suo dolore. La vera disperazione non ha il coraggio di esprimersi. Chi si confida dimostra di avere ancora qualche riserva di energia. Mentre Marjorie era arrivata al capolinea. Ero entrato nella sua esistenza….”


IL SERPENTE MAIUSCOLO

“Non sono così addentro ai meccanismi editoriali da sapere come funzionano gli acquisti delle Case Editrici per quanto riguarda gli autori stranieri”.  Mi autocito non perché sia stata colta da un attacco fulminante di megalomania (quella ce l’ho sempre) ma perché il virgolettato, che avevo scritto parlando dei romanzi di Louise Penny, si adatta perfettamente anche a questo Serpente maiuscolo. In realtà non so se la scelta sia stata delle CE o dell’autore, fatto sta che Pierre Lemaitre, indiscusso a mio parere genio del noir, giocoliere provetto che usa le parole con rara maestria, crudele grottesco ironico e lucidamente perfido,ci dice che questo è il suo addio al genere. Niente più noir dunque ma ha deciso di celebrare questo addio con il primo noir che ha scritto nell’ormai lontanissimo 1985 o giù di lì. Ha scelto di pubblicarlo senza ammodernarlo, senza praticamente toccarlo. E porca la miseria è strepitoso. La sinossi l’avete letta più o meno dappertutto, io preferisco prlare delle vittime. Chi sarà vittima di Mathilde o di se stesso per ovvie ragioni non lo scrivo, potrebbe essere lei stessa o Henri, suo antico amante e mai sopito amore dai tempi in cui combattevano insieme nella resistenza o il vicino di casa o ancora il poliziotto che ha nella testa i serpenti. Eppure per quanto ormai vecchia (eh già, negli anni ’80 e ’90 i settanta non erano i nuovi cinquanta), decisamente sovrappeso e altrettanto decisamente avviata a un declino mentale, ha ancora abbastanza lucidità da far sì che gli altri non se ne accorgano, o quantomeno restino col dubbio. Soprattutto Henri che da sempre è rimasto oltre all’uomo che ama, e chi se ne frega del fatto che ha avuto un marito e una figlia, il suo comandante. Quello che la conosce meglio di tutti, che sa quanto può essere pericolosa. Ma cos’è a renderla così micidiale? Vi dico la mia, che vale quella di chiunque ovviamente, non è una persona cattiva, è amorale, attenzione non immorale, lei proprio non sa cosa sia il male. Mica ammazza la gente perché ha dei conti in sospeso, beh insomma, diciamo non ammazzava, ma perché è quello che sa fare, per cui la pagano, anche parecchio, e sa di essere la migliore. Il serpente maiuscolo appunto.   Per strano che possa sembrare, è anche una storia d’amore, magari non proprio quello delle favole d’accordo, ma state sulla fiducia, perché alla fine per quanto spiazzante disturbante e crudele, è sempre lui che fa girare il mondo, anche quando lo fa alla rovescia. Lasciatevi avvolgere dalle spire del serpente, vi ammazzerà lasciandovi vivi e se vi pare poco, ne riparliamo dopo che lo avrete finito.

OMICIDIO PER PRINCIPIANTI

Presente il famoso omen nomen? Io non ci sono mai stata ma da come lo descrive Frascella, Barriera di Milano, quartiere periferico di Torino, sembra essere  davvero un posto che chiude, che fa da barriera appunto. A cosa? Al benessere, alla crescita a tutte quelle cose che contraddistinguono le zone “bene”. Un po’ come succede a tanti quartieri di periferia. Meta degli immigrati dal sud quando c’era il lavoro e poi punto di arrivo di tutta l’altra immigrazione più contemporanea, perché i prezzi sono popolari, perché a un colore di pelle o a una lingua in più non ci fa caso nessuno. A me fa venire in mente il milanese Quarto Oggiaro, una volta famigerato e oggi quasi un posto a se stante, dove resistono un paio di sacche (vie) in cui la criminalità la fa da padrone, ma per il resto un piccolo angolo che pur facendo parte della città ne rimane fuori. Un posto dove resistono i piccoli negozi dove tutti sanno tutto e ognuno si fa i fatti suoi. È lì che è nato e cresciuto Contrera, ex poliziotto che per le sue cazzate è stato sbattuto fuori dalla Polizia e si porta dietro il rimorso del suicidio del padre, del proprio divorzio e l’odio di sua figlia. Per campare, perché proprio di campare si parla, fa l’investigatore privato e vive in casa della sorella, adorato dalla stessa e dai nipoti ma odiato dal cognato. Proprio l’amore incondizionato nei confronti di Giada, la nipotina che lo vede come un eroe che tutto può, gli fa promettere che ritroverà la sua compagna di classe, rapita? Scappata? Non si sa. È bastato che il bidello si allontanasse per pochi minuti e della bambina non c’è più traccia. Sempre più stropicciato, più insicuro più incasinato, Contrera a tenersi fuori dai casini proprio non ce la fa, oddio non è che nemmeno ci provi più di tanto, un po’ come se si fosse convinto di essere irrecuperabile, di portare in sé il seme della distruzione. Che sia vero o no, è un personaggio a cui è difficile non affezionarsi, perché sia pure esasperati i suoi difetti le sue mancanze le sue insicurezze, sono quelle di tutti, così come è quella di tutti la fatica di far pace con se stessi, con le conseguenze dei nostri errori e perfino con il “perdono” che ci concede chi ci ama e che sappiamo di avere ferito. Il caso lo risolve quasi per caso, e lo ammette, scoperchiando un verminaio ignobile, ma  questo la gente di Barriera e soprattutto Giada non lo sa e lui rimane quello che toglie un po’ di sporcizia dal quel loro piccolo mondo.  A noi non resta che aspettare di scoprire se deciderà di rimettere in piedi la sua vita o se continuerà a tentare di sopravvivere a se stesso.

È L’UMIDO CHE AMMAZZA

Non c’è pace per il povero Emilio Zucchini, oste bolognese fino al midollo, che si batte senza tregua per difendere la cucina felsinea dai luoghi comuni e dagli orrori che si sentono in giro. Ogni volta che qualcuno mangia dei tortellini alla panna per dire, c’è un cuoco emiliano che ha degli scioponi. Il tortellino muore nel brodo e basta, o quando si sentono chiedere degli Spaghetti alla bolognese (che non esistono), dai ho giocato un po’ coi titoli ma la verità è che Filippo Venturi, che i libri li ha scritti e si è inventato l’Emilio, è un ristoratore bolognese per davvero e Zucchini con quel tantinello di esasperazione permessa dalla fantasia, raccoglie nella sua persona tante verità. Premesso che lui, Zucchini, di suo i guai li eviterebbe come la peste, perché è un tipo tranquillo che anela solo a vedere la gente gustarsi i piatti che escono dalla sua cucina, andarsene soddisfatta (dopo aver obbedito ai suoi diktat culinari) e tornare nella sua trattoria, i sopracitati guai li attira come il miele attira le mosche. Invece si trova suo malgrado coinvolto in omicidi, furti e reati vari, in cui non ha alcuna colpa, ma dei quali il commissario Iodice gli attribuisce a priori e a prescindere un ruolo, possibilmente quello di indiziato principale.     In breve breve la trama racconta che Alice, la sua cameriera (purtroppo solo quello) è scomparsa, alcuni dei milordini (i giovanotti della Bologna bene) vengono uccisi piuttosto brualmente e la scomparsa sembra essere non solo coinvolta ma addirittura l’assassina. Tutto questo mentre La vecchia Bologna, come tutti i bar e i ristoranti, apre e chiude a seconda dei dpcm, eh sì, perché siamo nel 2020 e ancora si avanza a tentoni fra lockdown, orari prestabiliti mezz’ora prima di renderli esecutivi, tavoli che devono essere a distanza di sicurezza ma non si sa bene se a uno due o tre metri.                                                                     Con la trama direi che basta così. Trovo più interessate invece parlare dell’autore in toto, non credo abbia velleità di diventare uno che scrive best sellers ma sicuramente scrivere è una passione che coltiva con ottimo profitto, fra l’altro da anni tiene una rubrica su Repubblica, oltre ad aver pubblicato svariati romanzi. Il suo è un giallo intriso di ironia nella giusta misura, volendo restare in ambito gastronomico, la dose giusta come quella del caffè che deve assorbire un savoiardo per un tiramisù perfetto. Troppo rende il dolce acquoso, troppo poco e risulta secco. Ecco i gialli di Venturi sono così, più attento al linguaggio e alla misura che alla trama gialla, che comunque non è per niente male, anzi. Il contrasto fra Zucchini, che spesso nemmeno si rende conto di essere coinvolto in fatti criminali, e il commissario Iodice che regolarmente lo mette al centro delle indagini, o come principale sospetto o come complice, è il succo di ogni romanzo. Un commissario fra l’altro imbecille e presuntuoso come pochi, al punto da essere una figura fra il patetico e il ridicolo, che per sua fortuna a dei collaboratori che invece ragionano e alla Beretta preferiscono i neuroni.  Coraggiosamente Venturi, ha ambientato questo romanzo in piena pandemia, riuscendo a ridere e farci ridere, di quei mesi folli in cui eravamo tutti virologi e tutti spaventati da qualcosa di talmente grande da sembrare impossibile; “vittime” di misure emergenziali che viste da “lontano” oggi verrebbe da definire più che altro demenziali, non fosse altro che per il modo in cui hanno trasformato le città i rapporti umani le persone. Non era facile perché al di là della facile ironia, i morti ci sono stati eccome ma Venturi è stato bravo davvero a incastrare in quella dolorosa follia collettiva, un dolore personale capace di sconvolgere le persone, affrontando un tema decisamente purtroppo sempre attuale e con un piede nella cronaca vera . Se a una prima lettura può sembrare un gialletto leggero, fermandosi un attimo ci si accorge che non è affatto così e avendo letto i precedenti, si coglie la crescita autoriale dell’oste scrittore. Vale la pena quindi lasciarsi conquistare da Zucchini che oltretutto, diventa a sua insaputa (forse), uno spot vivente per la sua città. Impossibile leggerlo e non essere presi dalla voglia di andare a perdersi per almeno un fine settimana nella città delle due torri.

DELITTO SUL LAGO

Avete già incontrato il vicequestore Spina? È apparso lo scorso anno sugli scaffali delle librerie e io mi sono innamorata di lui e della sua suqdra sbarellata, no, sbarellata forse non è il termine esatto, allegramente variegata ecco. Lui, il vicequestore Spina, soffre di quella strana patologia che non gli fa sentire niente, non sa cosa sia il dolore il caldo il freddo l’urgenza di trovare un bagno e il conseguente sollievo, non conosce fame e sete nè la puzza o il profumo. Detta così sembra quasi una cosa bella ma a parte il rischio di rompersi o tagliarsi accidentalmente e morire senza sapere perché, che la tua vita sia regolata da un apparrecchietto che ti dice quando è ora di mangiare o se devi bere, se devi andare a svuotare la vescica o se ti devi mettere una maglia e se hai delle eiaculazioni senza sapere cosa sia il pacere, proprio bello non è. È anche stato lasciato dalla donna che ama e non sa il perché. Diciamolo, non è che la vita di Spina sia proprio un carnevale di Rio, lui però è un tranquillone, abituato giocoforza alla sua vita, affronta il lavoro con calma, subendo com’è ovvio le solite pressioni dai superiori e contando sulla squadra. Potreste chiedervi a questo punto perché mi piaccia così tanto, e io vi rispondo che Sardelli mi porta in una Roma che non è patinata ma non è neanche quella delle borgate “degradate”, che la descrive ma senza enfatizzarla, con la misura di uno che sa di quel che parla, che così come per la città, fa per i personaggi. Nessuna esasperazione di quelli che sono gli inevitabili tratti caratteristici di ognuno senza esagerarli, cosicché nessuno diventa neanche lontanamente né una macchietta né un eroe. Le trame sono sufficientemente intricate perché chi ama il giallo sia soddisfatto ma non richiedono geniali intuizioni (e relativi geni), solo lavoro. Pochi colpi di scena calibrati perfettamente, quel tantinello di sentimenti che non guasta e qualche risata o sorriso. Insomma un mix perfetto per godersi una bella storia, condita con un gusto delicato ma deciso e scritta decisamente bene. Non mi pare poco eh. Ah, se vi piacesse come suppongo, da leggere c’è anche il primo, Il venditore di rose.

NATURA MORTA

Louise Penny

Non sono così addentro ai meccanismi editoriali da sapere come funzionano gli acquisti delle Case Editrici per quanto riguarda gli autori stranieri, ma devo dire che mi incuriosiscono molto. Perché mai di Louise Penny, il primo (cronologicamente parlando) è stato pubblicato in Italia per ultimo? Mah, misteri insondabili dei diritti e dell’editoria.

No perché noi che l’abbiamo letta abbiamo legato inevitabilmente Gamache a Three Pines, e invece no, in Natura morta scopriamo che lì, in quel minuscolo paesino, il nostro ispettore capo della Suretè du Quebec ci è arrivato per un omicidio, sull’indagine ovviamente non vi dico nulla se non che la vittima era una colonna portante di quella piccola comunità e i suoi amici sono gli stessi che poi abbiamo imparato a conoscere. Oh per carità potrei essermi distratta io, ma non ricordo in quale romanzo i coniugi Gamache hanno lasciato la città per trasferirsi a Three Pines. Ciò detto, ma quanto sono belli ‘sti romanzi, qualcuno di più qualcuno di meno com’è ovvio che sia, ma in generale non saprei dire. Personalmente ho amato tantissimo I diavoli sono qui e Un uomo migliore, ma mi sono piaciuti tutti.

Se non l’avete ancora incontrata, procuratevi questo che è l’inizio di tutto e poi vi fate un giro su wiki e procedete in ordine cronologico (nel caso aspettando che siano tradotti o prendeteli in lingua originale mentre aspettate). Se invece l’avete già incontrata, bè, andate avanti seguendo la pubblicazione, la goduria è comunque garantita, sia a Montreal che fra i boschi intorno a Three Pines.  Un’immersione nei colori nelle atmosfere ovattate, nei rapporti umani pieni di bellezza, che dal momento che parliamo di gialli, mi rendo conto sembra un controsenso, ma leggete e poi mi saprete dire.

GATTI NERI E VICOLI BUI

In occasione del suo 20° anniversario di Homo Scrivens, nata come compagnia italiana di scrittura e da dieci anni casa editrice, ha pubblicato l’antologia di racconti Gatti neri e vicoli bui presentata in anteprima nazionale in occasione del SalTo2 Tre racconti per tre autori noir : Maurizio De Giovanni, Francesco Pinto e Serena Venditto.

Maurizio De Giovanni in un Pomeriggio al Gambrinus fa incontrare alcuni personaggi di ogni serie, coinvolgendoli nel caso di un gioielliere rapinato. La particolarità è che ognuno dei presenti porta il suo contributo con le caratteristiche proprie dei romanzi a cui appartiene, che sono ben diverse, omaggiando anche la famosa caffetteria in cui ricordiamo, per uno scherzo fattogli dai colleghi, è nato tutto. Emozione, sorpresa ed ironia si fondono in questo piacevole ed originalissimo breve racconto regalandoci una lettura piacevolmente insolita.

Nel secondo racconto That’s Amore di Francesco Pinto, veniamo invece catapultati nella Napoli anni 60, ai tempi delle basi americane. La vicenda si svolge prevalentemente nella cittadella militare Nato dove il pianista Sam Caputo si trova coinvolto nell’indagine sul delitto di un ufficiale americano. Special Guest Peppino di Capri e un sottofondo musicale da brividi. Non manca ovviamente l’ironia unica di questo bravissimo autore.

E infine nell’ultimo racconto, La lunga notte dell’ingegner Bentivoglio di Serena Venditto, che agli appassionati richiamerà la compianta Lilian Jackson Brown, veniamo accolti dal mitico gattone Mycroft, già protagonista di altre avventure, che assieme agli abitanti di Via Atri, contribuisce con i suoi miagolii e le sue movenze a fare luce su un efferato tentato omicidio. Un racconto geniale nella sua composizione e soluzione e decisamente adatto agli amanti dei nostri amici felini.

LA CARROZZA DELLA SANTA

CRISTINA CASSAR SCALIA

Se a Palermo si invoca e si onora Santa Rosalia, i catanesi li protegge la Santuzza ovvero sant’Agata e ormai sappiamo che pur restando palermitana inside, la nostra Vanina Guarrasi ormai ha imparato ad amare la città che pur essendo a poche ore di auto le ha permesso almeno per un po’ di stare lontano dalla mafia. I festeggiamenti durano tre giorni, con la Santa che viene portata in processione per poi tornare a vegliare su Catania fino al febbraio successivo. Com’è che diceva quel proverbio? La curiosità uccise il gatto o qualcosa del genere, le due studentesse francesi che stanno finendo l’esperienza dell’Erasmus, per la curiosità e la coincidenza che Palazzo degli Elefanti – dove ha sede il municipio – momentaneamente sguarnito di vigilanza abbia i portoni aperti, non muoiono, ma appena entrate sbirciando da vicino la Carrozza del senato – che Vanina continua imperterrita a chiamare della Santa – trovano il corpo di un uomo sgozzato. Alla Guarrasi e la sua squadra il compito di scoprire chi abbia incarnato la curiosità uccidendo il ricco e chiacchierato Vasco Nocera.

Dopo qualche giorno di decantazione posso dire che secondo me è il miglior romanzo della serie. La scrittura è quella dell’inizio, scorrevole e pulita, senza sfoggio di ricercatezza (che non è significa povera, anzi)  vivacizzata da qualche pezzo di conversazione dialettale (poco palermitano e tante catanesate, come le chiama Vanina). In realtà volendo spiegare perché mi sia piaciuto particolarmente mi accorgo che non c’è in effetti una ragione specifica; a prescindere dalla trama gialla che è ottima forse, almeno ai miei occhi è il romanzo in cui la Cassar Scalia ha “indovinato” perfettamente l’equilibrio in termini di presenza di “interventi” di battute. Nessuno primeggia, le vicende personali le intuizioni le scoperte, insomma tutto dosato alla perfezione. Non è che negli altri questo mancasse ma a volte un’apparizione di troppo  di uno o dell’altro, una riflessione o descrizione in più, che ne so, resta il fatto che la squadra, in cui è ovviamente compresso Patané, ha un’armonia che si integra al millimetro con Paolo la famiglia di Vanina con Bettina e financo con i dubbi che dal primo romanzo attanagliano il vicequestore. Menzione speciale per Giuli la Bonazzoli e Macchia.

Insomma, leggetelo che non vi pentite. Promesso.