L’ERRORE

Piernicola Silvis

Ci sono libri, romanzi, che leggi con la contezza di immergerti in una storia d’amore, o criminale o in un altro tempo. Poi ci sono romanzi come questo, che ti portano ovunque senza soluzione di continuità lasciandoti alla fine con due certezze. Non esistono colpevoli né innocenti assoluti, tutti potremmo essere tutto, a causa di un momento infinitesimale o per una vita di reiterazioni inconsapevoli.   L’errore che nello specifico risulta essere fatale non è immediatamente identificabile o per meglio dire è attribuibile a più protagonisti e contemporaneamente è talmente banale da non sembrare tale. Nella storia di Pepe Ruggieri e Flo, il lettore passa continuamente da uno stato d’animo all’altro, dalla parte di uno a quella dell’altro, si riconosce a fasi alterne, l’errore diventa di uno  poi dell’altra e ritorna indietro.  Esattamente come nella vita, prendere una posizione netta diventa impossibile salvo che nella pietas che si prova per chi ha commesso quell’errore, senza nemmeno essere cosciente di averlo fatto, perché ogni atto, azione pensiero o omissione, nel momento in cui viene messo in essere diventerà un errore o no, in base al momento e al contesto. Il romanzo è dedicato a quelli che Silvis chiama gli Angeli Violati, che sono le donne abusate, picchiate uccise e lo è a buona ragione, però, per chi è bacato in testa come me, oltre ad essere un gran bel romanzo, diventa un coacervo di domande molto poco politicamente corrette, una valanga di riflessioni e contro riflessioni, che nulla tolgono, anzi, probabilmente rendono più consapevoli dell’importanza del tema di fondo.                                                                            Il che è esattamente quello che chiedo a un romanzo che non sia uno di quelli svuota cervello.                                                                       Silvis è un poliziotto – in quiescenza – che ha svolto nella sua carriera, svariati e diversi incarichi, fino a diventare questore, nel corso degli anni ha affrontato situazioni di ogni tipo, cosa che si riflette inevitabilmente sulla scrittura e nelle storie, evitando l’effetto “cazzata” che ovviamente è il rischio maggiore di chi racconta per interposta persona, ragion per cui le sue storie risultano ancora più coinvolgenti.    Non ha uno stile unico e immediatamente riconoscibile (che nello specifico è un complimento) ma è in grado di adattare la scrittura al racconto; passa da un linguaggio duro e veloce – La pioggia – a una scrittura dolente senza cadere mai nel lamentoso di Storia di una figlia.                                                  In questo libro è quasi tenero, salvo qualche necessaria eccezione, perché tenero e comprensivo è lo sguardo sul dramma che i protagonisti, hanno involontariamente creato, estendendolo a una situazione purtroppo attualissima.     Un romanzo da leggere per mille motivi, per farsi domande, come scritto prima, per capire quato sia facile commettere errori anche di valuazione, e quanto sia importante porsi davanti al problema della violenza di genere con la mente aperta, andando in profondità senza mai perdere di vista il tutto da cui parte il particolare. E se mi è concesso, con la voglia e la seria intenzione di capire che laddove la follia non è prevenibile, tutto il resto molte volte sì.                                                                                                                                                                                                                

DOLCE DA MORIRE

CRISTINA AICARDI – FERDINANDO PASTORI

Il romanzo si apre con Olga Cazzaniga Peroni che dall’ubertosa Brianza arriva a Milano per incontrare un investigatore privato. È in ritardo sul suo perenne anticipo – e già questo dovrebbe dirci che abbiamo a che fare, se non con una psicopatica, con qualcuna che si avvicina molto alla condizione. “Parla” da sola o col gatto e trattandosi di una cinquantenne, single di ritorno piuttosto colta e afflitta – sì ho usato il termine scientemente – da un sense of humor di quelli che le farebbero uccidere la mamma per una battuta, le rare volte in cui riesce a contenersi, le pensa se le dice e si fa anche le controbattute. Una donna così, non potrebbe sopravvivere a se stessa se non fosse dotata anche di una dose extra di ironia, che esercita ai limiti del sarcasmo soprattutto con se stessa, ma ciò non toglie che la diverta molto usarla anche con gli altri. Chi ce l’ha, ahimé, sa quanto pochi siano gli umani provvisti e questo fa sì che praticamente sempre, gli interlocutori restino un po’ imbesuiti a chiedersi se stia dicendo sul serio o li stia prendendo in giro. Ed è esattamente quello che succede al povero Franco Reali, titolare di una prestigiosa agenzia di investigazioni, esatto, quello in cui ha l’appuntamento. Vabbè, in attesa di verifica del prestigio, prendiamo atto che perlomeno il palazzo in cui ha sede è prestigioso e così l’arredamento. Che Olga Cazzaniga Peroni è anche un po’ goffa oltreché oltremodo golosa ve l’ho detto? Lo scopriamo subito, perché mentre aspetta che arrivi l’orario giusto, si è sentita chiamare irresistibilmente dalla pasticceria poco lontana, sono le bombe alla crema. Bomba in mano si avvia baldanzosa verso l’agenzia, la baldanza però, nulla può contro un gatto nero che le schizza fra i piedi facendola cadere sulle scale, ma delle conseguenze sull’ampio (dice lei) fondoschiena non vi dico nulla. Eh sì, non bastasse il modo di fare a destabilizzare Reali, reo di essere un gran pezzo d’uomo e quindi bersaglio naturale delle battute della donna, il colpo di grazia glielo dà un pezzo di bomba alla crema che dal sopracitato sedere di Olga a sua insaputa, come insegna Locard, è rimasta sull’alcantara della preziosa Egg chair su cui si è accomodata.  Vi ho raccontato meno di quel che succede nelle prime 14 pagine, siete riusciti a farvi un quadro di cosa può succedere dopo? Esatto, volgarmente si potrebbe dire la qualunque; La Cazzaniga Peroni (che al suo doppio cognome tiene assaissimo) ha dato mandato di indagare sul fidanzato della nipote Olivia che si è innamorata sembra ricambiata, di un antiquario parecchio più grande di lei e siccome la suddetta nipote, avviata sulla strada della ricchezza grazie alla sua professione, è anche la futura erede unica di un consistente patrimonio, Olga sua madre e una sorella, hanno pensato fosse meglio accertarsi che non si tratti di un cacciatore di dote. La storia si dipana così alternando una parte “seria”, quella dell’investigazione che Reali cerca, porello, di portare avanti nonostante le intemperanze della cliente, che ha fatto suo il “ lavoro guadagno spendo pretendo”, interpretandolo liberamente, nel senso che da appassionata lettrice e donna sostanzialmente annoiata, ritiene di potersi aggregare all’indagine, prendendo iniziative e incasinando tutto – compresa se stessa – non poco. Chiariamo che nonostante lo “strillo” di Antonio Manzini (garantisco che a differenza di tanti Nomi, lui lo ha letto) che parla di giallo, in realtà parliamo di una commedia leggermente tinta, con qui e là, qualche spruzzo di rosa (pallido ma rosa).

Ferdinando Pastori, uno dei due autori è un apprezzato scrittore di genere al suo nono romanzo e chi lo ha letto, non può che apprezzare come sia riuscito ad alleggerire moltissimo la sua vena splatter e nera, ideando comunque una trama con tutti gli ingredienti, manca solo il morto, cioè c’è ma non è oggetto di indagine, che dà il giusto punto di giallo a una commedia, senza nulla togliere, anzi quasi sottolineando e bilanciando alla perfezione, la meticolosa cialtroneria della Aicardi. Meticolosa sì, perché la signora al suo esordio da romanziera, è da molti anni la caporedattrice di Milanonera e protagonista – a volte involontaria – del festival di Suzzara Nebbiagialla, lettrice accanita e appassionata, ha al suo attivo circa 700 recensioni (di gialli) più un tot di interviste ai maggiori autori italiani e stranieri. In rigoroso ordine sparso dovete conoscere Olimpya Olivia Ottavia il De Stefani la russa, il Nero, Reali e la mamma di Olga. No, il fatto che due su tre (due autori e un editore) siano amici e/o lo conosca personalmente e mi siano entrambitre molto simpatici non fa di questo articolo una marchetta, è proprio che mi è piaciuto, è divertente anche quando va appena appena sopra le righe, e se nell’investigazione non intervenisse Olga, Reali potrebbe tranquillamente essere il protagonista di un giallo senza commedia, d’altra parte, appartengo alla schiera di quelli che per una battuta o una freddura venderebbero la mamma (che per inciso avrebbe venduto la primogenita e sappiate che ho solo due fratelli più piccoli).

UNA SPECIE DI FOLLIA

Louise Penny

Ogni tanto sembra che ne siamo fuori, poi arrivano le news dalla Cina o da Dio sa dove e tutto quello che hanno lasciato nella psiche umana il covid19 i lockdown i negozi chiusi  l’incertezza i morti, torna tutto insieme e ci colpisce all’improvviso. Non è ancora tutto tornato alla normalità, ci si prova ma qualcosa di quella paura è ancora in circolo. Non più sotto forma di isolamento negozi chiusi mascherine e distanziamenti, ma di ipotesi, su come affrontare il futuro con quell’eredità sulle spalle e la consapevolezza che potrebe accadere di nuovo. A Tree Pines, come in tutto il resto del mondo cattolico, festoni luci presepi alberi addobbati, cibi tradizionali e riunioni conviviali, tentano di rendere il Natale come prima, e Gamache si sta godendo la famiglia quando gli viene chiesto di garantire la sicurezza ad una conferenza un po’ particolare, una controversa esperta di statistica, la terrà proprio lì n quel paesino minuscolo e nemmeno segnato sulle carte geografiche. A parte la stranezza della cosa in sé, è il personaggio che fa temere, a buona ragione scopriremo, l’ispettore capo che possano verificarsi quantomeno dei disordini. La donna, riconosciuta eminente scienziata, a seguito dei suoi studi post emergenza, ha elaborato delle teorie che definire divisive è davvero poco. Come accade per ogni cosa che divide, le fazioni pro e contro sono un rischio. Giacché Louise Penny scrive dei gialli e il protagonista è un poliziotto, va da sé che ci son degli omicidi da risolvere ma direi che in questo volume sono davvero l’ultima cosa da cercare e a cui prestare attenzione. Perché la vera protagonista del romanzo è una teoria assai vecchia ma che evidentemente viene periodicamente cancellata dalla memoria salvo altrettanto periodicamente, tornare a sconvolgere degli equilibri che sembrano stabili. Nell’apparentemente lontano 1933, in Germania si studiò e ahimè si applicò agli esseri umani quello che definito dai pastori Ausmarzen, indicava una pratica tremenda. L’eliminazione dei soggetti deboli, malati o comunque non abili a una vita produttiva.  La Penny con il suo innegabile talento narrativo, ci mette di fronte a quello che razionalmente ci rifiutiamo di accettare. Le risorse, alimentari energetiche mediche, sono insufficienti per una popolazione sempre più numerosa in cui la percentuale di soggetti bisognosi di protezione, che diventano di fatto un costo, aumenta proporzionalmente. Forse l’unica voce che ha avuto il coraggio, perché di questo si tratta, di affrontare un tema tanto delicato e che tocca nervi scoperti in tanti di noi se non in tutti. Perché siamo umani e se razionalmente, umanamente appunto, siamo portati ad essere solidali, laddove il diritto dell’altro rischia, anche solo idealmente, di mettere a rischio il nostro, in molti il “mors tua vita mea”, prende il sopravvento sull’umanità. Ad aumentare la percezione dell’inevitabile dicotomia che coinvolge tutti credo, c’è la presenza della nipotina di Gamache, affetta dalla sindrome di down a rappresentare quei soggetti fragili che tanto hanno pagato durante la pandemia, forse inevitabilmente o forse no e a quell'”Andrà tutto bene” che ci ha dato forza, sottovoce dovremo o dovremmo aggiungere se.

IL GRANDE HANS

foto reperite in rete

Siamo a poco più di metà strada fra il SalTo22 e il SalTo23, a questo punto se l’ufficio stampa della Casa Editrice o l’editore mi schifano quando mi vedono, mi tocca anche stare zitta. La punizione però me la sono inflitta da sola. È vero che ho problemi con i pdf che il mio vecchio kobo schifa, è vero che ho avuto un po’ di cose che mi han portato via tempo sono vere un sacco di altre cose, ma così imparo. Ecco.

L’autore del romanzo è Daniele Grillo, giornalista ligure che ha già pubblicato un bel po’ di cose, che evidentemente nel mare magnum mi erano sfuggite, sempre e solo mea culpa, questo è il suo primo romanzo non di genere e fidatevi che una storia d’amore di viaggio di vita così coinvolgente, non mi capitava sottomano da tanto. Hans Gueber, il protagonista è un gigante (2 mt e 18) ma la sua grandezza – altezza – fisica è niente paragonata alla sua grandezza morale. Da anni vive solo nella grande villa affacciata sul lago, sostenendo come può la figlia lontana a cui manca solo l’abilitazione per diventare avvocato e passa ore e ore a sperare che la sua Ju Ju si risvegli dal coma in cui è caduta una mattina, senza un perché, quattro anni prima. Lui è in pensione di ore libere ne ha tante,la maggior parte dedicate a stare con lei, incurante delle poche speranze che gli danno i medici, paziente, senza mai perdere la speranza di rivedere gli occhi del suo amore riaccendersi. Le parla la accudisce la coccola e intanto… Della trama vi dirò poco altro perché senza essere un giallo, qualunque cosa vi dicessi rovinerebbe la magia che Grillo ha saputo creare pagina dopo pagina, la magia e le sorprese che il grande Hans riserva al lettore. Sorprendente è forse la parola che meglio descrive il romanzo e lo stesso Hans. Un personaggio ben diverso da come appare agli occhi degli altri, non c’è una pagina che lasci indifferenti, c’è tenerezza c’è saggezza c’è una visione della vita che ad essere capaci di averla (e attuarla), non ci sarebbe una sola persona infelice in tutto il globo terracqueo. Ad un certo punto sembra che Hans sia impazzito ed è qui che subentra il romanzo di viaggio, seguiamo giocoforza gli spostamenti dell’uomo per mezzo mondo, dalle rive del tranquillo Attersee in Austria a Praga dove il suo vecchio amico Piotr col suo ancor più vecchio taxi, decisamente stupito, lo accompagna alla piccola chiesa ortodossa, una chiesetta di legno come tante altre. E poi in Islanda a Svartifoss, in Africa e poi nel Salar prima di arrivare in California. Non è impazzito il grande Hans e sembra che ad ogni tappa incappi in un problema più grosso del precedente ma come un mago in incognito ad ogni tappa lascia delle piccole briciole da seguire perché quel problema si risolva. Impossibile non amare questo gigante buono, non partecipare alla sua missione e non restare sgomenti ma con un sorriso alla fine del viaggio. Rimane dentro quest’uomo strano e insegna cosa si può nascondere dentro ogni persona che incontriamo e sperare di trovare almeno un Hans sulla nostra strada.

UNA REGATA MORTALE

Una regata mortale

Voglia di leggere qualcosa di fresco e scritto bene? Trovato. Direttamente dalla collana Vintage de Edizioni le Assassine, Una regata mortale. Fresco sì, nonostante l’autrice sia nata verso la fine del 1800, degna degnissima di essere accostata a zia Agatha, certo, un pochino meno imprevedibile chi sia l’omicida, ma decisamente scritto – e magistralmente tradotto – con brio e arguzia. Una critica neanche troppo velata a un certo tipo di nobiltà della campagna inglese di inizio secolo. Snob o meglio con i quarti di nobiltà ma senza pecunia – che credeva – di poter barattare l’entrata nei clan in cambio di soldi. La trama è un classico, Merle ricca plebea si innamora, sembra ricambiata, del giovane Leonard Holroyd. Conoscenza che è stata combinata da una vecchia conoscente di entrambe le famiglie e perfettamente a conoscenza delle esigenze deell’una e i desideri dell’altra. Purtroppo la giovane e generosa Merle capisce ben presto che la considerazione della sua nuova ( e unica famiglia) è solo per il suo partimonio e in cambio di averla fatta diventare una Lady, pretenderebbe di farla diventare qualcosa che da lei è lontanissimo. La situazione che Daria Lane, amica intima di Merle trova è decisamente sconcertante. La donna insiste perché lei si trasferisca nella suntuosa e antica dimora del marito che lei ha fatto ristrutturare, ha bisogno di sfogarsi di parlare e di un’alleata che la aiuti a tener testa a marito suocera e cugina, che inspiegabilmente vive con loro. Stanca di subire critiche e offese, nonostante sia sposata da relativamente poco, Merle si è infatuata, lei sostiene innamorata e ricambiata, di un politico che sta tentando di emergere tralasciando il fatto non indifferente, che le scalate politiche costano. Lei però ha deciso, vuole il divorzio e un nuovo matrimonio con Gideon Franklin che ovviamente beneficerebbe della ricchezza della donna al posto degli Holroyd. Ma qualcuno non è d’accordo al punto che la povera Merle viene uccisa. Questa la trama che come dicevo può sembrare non originalissima ma il ritratto che la Griffin fà dei personaggi e della piccola comunità in cui si muovono, gli indizi seminati qui e là, l’indagine che prende pieghe inaspettate, fanno scorrere le circa trecento pagine davvero leggermente e con la giusta dose di tensione, fino alla soluzione che ovviamente non è quella che ci si aspetta. Sono sempre indietro con le letture, ma ogni volta che Le Assassine mi propone qualcosa, che regolarmente rimane indietro (come tutto il resto), quando lo leggo poi, mi pento e mi dolgo di avere aspettato. Non imitatemi e leggetelo subito. Ah, per misurare se un libro mi è piaciuto, basta chiedersi se cercherò altri romanzi dell’autore – autrice in questo caso – e sì, nello specifico lo farò.

LA CATTIVA STRADA

Paola Barbato, scrittrice di thriller e romanzi per ragazzi e sceneggiatrice di fumetti – tra i quali è doveroso ricordare il mitico Dylan Dog -, è tornata in libreria quest’estate con il suo nuovo romanzo La cattiva strada.

Chi legge le sue opere dall’esordio sa che ci troviamo davanti una scrittrice che sorprende sempre, sia nei romanzi che nei graphic novel, perché le sue trame sono sempre originali e con finali mai banali e scontati. Pensiamo ad esempio a uno dei primissimi libri di Paola, ‘Il filo rosso’, in cui l’autrice utilizza un punto di vista inusuale nella maggior parte dei libri che leggiamo, ovvero quello dell’assassino. Oppure, in tempi più recenti, la graphic novel in 4 volumi ’10 ottobre’, in cui viene immaginato un mondo fatto di persone con una vera e propria ‘data di scadenza’. Oltrepassata quella moriranno. O ancora un’altra graphic novel recente, scritta con il compagno Bussola e disegnata dallo stesso Bussola in collaborazione con l’amico Pilliu, ovvero ‘Bacteria’ in cui si immagina la nascita di quattro bambini portatori sani di alcune tra le più mortali malattie al fine di portare morte in territori nemici.

E anche con La cattiva strada non si è smentita regalando al lettore una storia claustrofobica e adrenalinica come lei sa fare ma con due particolarità: l’ambientazione esclusiva in autostrada, lungo la A1 e una storia narrata secondo due punti di vista che sembrano due poli opposti ma che alla fine la stessa storia raccontano.

Protagonista di questa vicenda è Giouscia Gambelli, un ragazzo trentenne che non è mai maturato del tutto. Non chiede nulla dalla vita, non ha mire particolarmente ambiziose per il suo futuro ma tutto sommato è contento perché è un bravo corriere, anche se non sa esattamente di cosa. Lavora per un privato che gli commissiona dei trasporti notturni con il suo furgoncino con l’ordine di non guardare mai all’interno dei pacchi che trasporta. E lui lo fa, stando ben attento a non essere mai alterato dall’alcool, rispettando i limiti di velocità, cercando di non farsi notare. Solo qualche piccolo strappo alla regola: fa delle tappe negli autogrill lungo il percorso dove ha stretto una sorta di amicizia con alcune persone che ci lavorano.

Ma una notte le cose non vanno come dovrebbero andare. Dalla scatola che sta trasportando esce del liquido, la scatola è rovinata e bagnata e quindi decide di sostituirla. Ma per farlo deve vedere il contenuto. E da li iniziano i guai. Ma non solo per lui ma anche per le persone che loro malgrado vengono coinvolte in questa rocambolesca avventura. Giosciua capisce di essere diventato un testimone scomodo e soprattutto si accorge che chi lo ha ingaggiato è li vicino pronto ad eliminarlo e l’unica cosa che può fare è fuggire ma forse il luogo più sicuro è proprio l’autostrada che sta percorrendo…

Autostrada che ho percorso pure io andando quest’estate in vacanza dove ho potuto vedere gli autogrill menzionati nel libro e rendermi conto che determinate situazioni, in particolari orari, che durante la lettura mi sembravano piuttosto irrealistiche sono invece assolutamente possibili. Non voglio spoilerare ma provate a pensare di attraversare a piedi di notte un’autostrada come la A1! Ecco, percorrendo proprio quel pezzo sono stata presa da alcuni brividi interni rivivendo la scena letta pochi giorni prima.

La cattiva strada è sicuramente un thriller ad alta tensione, con personaggi ottimamente delineati, che acquistano spessore man mano che procediamo con la lettura e con un finale a dir poco sorprendente. Ma è anche un romanzo di crescita personale, un passaggio dall’innocenza alla responsabilità, al rendersi conto come un’azione che commettiamo possa incidere sulla vita di altre persone. E di come il male sia ovunque, anche dove mai potremo immaginare.

CI SPOSTIAMO IN GIAPPONE un autore – due romanzi

L’articolo è di Martina Sartor che ringrazio di cuore, appassionata di giallo classico, lettrice più o meno compulsiva e decisamente esperta del genere (ma non solo). Benvenuta e speriamo a presto. Speriamo perché qui, nessuno ha obblighi tranne la scrivente coleichelegge. PS – Si richiede una standing ovation per la cura e la pazienza nel cercare tutti i caratteri speciali.

MATSUMOTO SEICHō

Quando un genere appassiona molto, il lettore si sente spinto ad esplorare nuove frontiere, a scoprire sempre nuovi autori che soddisfino le proprie esigenze. Da appassionata di gialli classici, dopo aver letto tantissimi mystery degli autori più noti, da Agatha Christie in poi, sto riscoprendo molti autori giapponesi che nei decenni passati hanno sfornato gialli ad enigma, psicologici, o comunque di stampo classico appunto, degni di stare accanto agli autori più noti: Keigo Higashino, Yokomizo Seishi, Shimada Sōji e, appunto, Matsumoto Seichō. Matsumoto (in giapponese si antepone sempre il cognome al nome) è stato considerato il Simenon giapponese per la sua prolificità, avendo scritto dagli anni ‘50 in poi oltre trecento romanzi. Quando in libreria ho visto che la collana Il Giallo Mondadori aveva pubblicato due suoi titoli – Agenzia A e La donna che scriveva haiku e altre storie – li ho presi praticamente a occhi chiusi.

AGENZIA A

Un giallo di stampo spiccatamente psicologico, ambientato negli anni immediatamente successivi al dopoguerra giapponese. La giovane Itane Teiko sposa, con un matrimonio combinato come era usanza a quel tempo, Uhara Ken’ichi, manager in un’agenzia pubblicitaria. Ma, subito dopo la luna di miele, durante un viaggio di lavoro, Kenichi scompare. Teiko quindi inizia a cercarlo, ripercorrendone le tracce nel nord del Giappone. La trama è molto radicata nella storia dell’epoca e prende spunto da quegli eventi, riflettendone malinconie, difficoltà e tristezze. Non è un caso che nel Giappone occupato dai soldati americani, alla fine della seconda guerra mondiale la miseria era tale che “nacquero” le cosidette pan pan ragazze che sopravvivevano prostituendosi coi soldati stranieri. Come spesso accade nei gialli giapponesi, l’atmosfera è molto noir. Più che indizi fisici, seguiamo le indagini attraverso i pensieri dei personaggi e le loro elucubrazioni psicologiche. Bellissimo, a questo proposito, il personaggio di Teiko, la giovane moglie: il romanzo è praticamente raccontato attraverso i suoi pensieri. Ci immerge profondamente nella sua psiche, seguiamo le sue ipotesi sulla vita di questo quasi sconosciuto marito. Aiutati dall’abilità di Matsumoto nel ricreare ambienti e scenari naturali, alla fine ci sembra di esser lì con lei, sulle rive del Mar del Giappone, in una sera di burrasca invernale, ripetendo i versi di Allan Poe: Nel suo sepolcro laggiù in riva al marenella sua tomba laggiù dove echeggia il mare!

LA DONNA CHE SCRIVEVA HAIKU E ALTRE STORIE

Anche in La donna che scriveva haiku e altre storie è intatta la grande capacità introspettiva dell’autore che porta in modo magistrale a capire dinamiche e motivazioni degli omicidi. Si tratta di sei racconti, ognuno con protagonista un personaggio particolare di cui scopriamo la vicenda, sia esso la vittima o l’assassino. Rispetto ai romanzi, data l’inevitabile brevità dei racconti, è un po più difficile memorizzare i nomi di luoghi e personaggi, soprattutto se i racconti vengono letti di seguito, come ho fatto io. Prendetelo come un suggerimento. Consigliatissimo leggere anche gli altri titoli (pochi rispetto alla produzione) di Matsumoto già pubblicati in italiano: Tokyo Express, La ragazza del Kyūshū e Come sabbia tra le dita.

Gli ultimi giorni di luce di Billie Scott

“Molte persone usano l’arte come un rifugio. Se trasformi una cosa che ti ferisce in qualcosa di bello che gli altri possono capire, non stai aiutando solo te stesso, ma anche gli altri. Non hai bisogno che ti dica quanto è crudele il mondo. E quanto può essere avvilente la vita di tutti i giorni. Ma se tu, attraversandolo e creando qualcosa di nuovo, non importano le circostanze…aggiungi alla realtà qualcosa che prima non c’era… Questo è incredibile!

Quale è la tua paura più grande? Sicuramente la mia, fra le tante ovviamente, è quella di perdere la vista.

E’ proprio ciò che succede alla protagonista di questo nuovo graphic novel edito da Feltrinelli Comics ‘Gli ultimi giorni di luce di Billie Scott’ , opera prima della fumettista britannica Zoe Thorogood.

Ma andiamo con ordine. Billie Scott è una pittrice solitaria -ha chiuso con amici e famigliari – e vive barricata in una stanza, dedita esclusivamente alla pittura. Un giorno le arriva una lettera in cui una galleria le comunica di essere stata selezionata per una mostra personale dove potrà esporre dieci dipinti. E’ finalmente arrivato il suo momento! E quindi decide di uscire di casa per trarre ispirazione ma ecco che il destino le si mette contro: subisce un’aggressione e nel giro di pochi giorni scopre che è destinata a rimanere cieca entro due settimane.

Da qui prendono il via tutta una serie di avvenimenti che porteranno Billie in giro per Londra alla ricerca di dieci soggetti da ritrarre. Incontrerà molti personaggi durante questo viaggio che le apriranno gli occhi come non mai. Si tratta di molte persone alla deriva ma dotati di tanto ottimismo e forza di volontà che le insegneranno a non arrendersi mai. Tra i vari personaggi che Billie incontra nel suo viaggio spiccano su tutti Iris e Rachel, due ragazze conosciute in momenti diversi e che segneranno profondamente la sua vita.

Per quanto riguarda la parte grafica il graphic novel ha un disegno pulito, reale, riempito di colori caldi e freddi a tratti vivi a tratti spenti ma che creano uno sfondo ideale ad apprezzare ancor di più la trama.

“Dentro ciascuno di noi c’è una mappa, complessa e incompleta di quello che siamo, eravamo e saremo. Questo viaggio assurdo ci accomuna tutti , così rendiamocelo più facile gli uni con gli altri”

LA VITA PAGA IL SABATO

Difficile parlare dei romanzi di Davide Longo, perlomeno di quelli che vedono protagonisti Bramard, che ha lasciato la polizia e Vincenzo Arcadipane, suo allievo che riesce ancora  a “coinvolgerlo”nelle indagini. Quando lessi il secondo, mea culpa sono sempre in ritardo sulla tabella di marcia, rimasi perplessa, non riuscivo a capire cosa ci fosse di strano. Con la lettura di questo quarto capitolo, mi si è illuminata la famosa lampadina. Non c’è il bellone cupo e affascinante che nasconde un oscuro passato, non c’è il genio sottovalutato che risolve il caso inconsapevolmente, non c’è la fragile fanciulla che bisogna salvare non ci sono storie d’amore impossibili, stranelle sì, ma con un loro certo equilibrio. Quello che c’è invece è una squadra di persone normali, con delle vite un po’ ciancicate ( nel caso di Corso molto ciancicata e in altri consapevolmente incasinata) per le quali non danno la colpa al mondo, ognuno di loro ha preso atto dei propri errori, delle proprie sfighe e degli errori altrui senza farne drammi o colpe da espiare per tutta la vita e ognuno fa il suo. Baricco li ha definiti la risposta piemontese a Montalbano, a me francamente non sembra, sono più una netta rappresentazione del territorio in cui sono nati. Solidi come le montagne che circondano Torino, riservati pragmatici, all’apparenza un po’ travet se vogliamo, ma con dei notevoli guizzi che il travet (inteso come immagine retorica ovviamente, massimo rispetto per la categoria a cui peraltro appartengo) non avrà mai nella vita. Al di là dei personaggi e dei comprimari comunque, va sottolineata l’originalità delle trame che spazia davvero a 360° sulle tematiche sociali che inevitabilmente stanno dietro i crimini, ma soprattutto la scrittura. Apparentemente semplice è in realtà (sempre secondo me ovviamente) frutto di una accurata ricerca tesa a sembrare così. Trasuda anche l’amore discreto per la sua regione, le caratteristiche territoriali e caratteriali dei piemontesi che a onor del vero, sbugiardano il vecchio e scorretto detto che vuole il piemontese falso e cortese. Se non li avete letti rimediate, partendo dal primo possibilmente per gustarvi ogni particolare, compresa la sottile irriverente ironia che Longo lascia cadere nei punti giusti.

PRATO ALL’INGLESE

Frédéric Dard è noto ai più per la famosa serie del commissario Sanantonio – 184 volumi – con cui raggiunse il successo ma dagli anni ’40, scrisse più di 300 romanzi tra serie e fuoriserie, alcuni dei veri e propri gioielli noir, che Rizzoli sta proponendo nella collana NeroRizzoli. In Prato all’inglese Jean-Marie Valaise, un rappresentante di calcolatori in vacanza a Juan les Pins si imbatte a causa di uno strano
equivoco in Marjorie Faulks, una donna inglese all’apparenza piuttosto triste. Pure lei è in vacanza da sola e complici il senso di libertà, i bicchieri di champagne e l’inevitabile fascino della Costa Azzurra in cui tutto sembra poter accadere, si invaghiscono l’una dell’altra. Tutto in una notte, perché Marjorie deve ripartire il giorno dopo; si lasciano con la promessa di scriversi. Un paio di giorni e Jean-Marie riceve in albergo una lettera appassionata con cui Marjorie lo invita a raggiungerla senza indugi a Edimburgo, cosa che lui decide di fare partendo immediatamente, spinto anche dalla sua ex, forse, Nicole che lo ha inaspettatamente raggiunto. Arrivato fortunosamente, a causa di uno sciopero non previsto, nella capitale scozzese, la donna che sognava lo stesse aspettando, sembra non essere mai esistita, non si presenta all’appuntamento e sembra non essere in nessun albergo bed & breakfast o casa privata. Valaise non capisce o non vuole credere a quello che sta vivendo e si ritrova in situazioni via via più allucinanti, fino ad entrare in un incubo e scoprire di essere parte di un piano a dir poco machiavellico. Anche in questo romanzo, come i precedenti pubblicati da Rizzoli (Il montacarichiI bastardi vanno all’infernoGli scellerati) l’autore basa
la storia su uno schema ben preciso e principalmente su due personaggi ottimamente caratterizzati, creando un intreccio surreale e folle ma che
alla fine ha una logica più che reale.
Un noir molto scorrevole, arricchito dalle ottime descrizioni paesaggistiche che trasportano il lettore, ci si ritrova a passare dal sole e la spensieratezza quasi irreale della Costa Azzurra al freddo e piovoso clima scozzese, girovagando insieme al protagonista dal centro alla periferia di Edimburgo, in un gioco sempre più folle.
Lo consiglio sicuramente ai lettori di Georges Simenon e di Artur Conan Doyle da cui l’autore sembra aver trovato ispirazione per la realizzazione dei
contesti e per la caratterizzazione dei personaggi investigativi.

“Dal pudore che aveva, si intuiva la profondità del suo dolore. La vera disperazione non ha il coraggio di esprimersi. Chi si confida dimostra di avere ancora qualche riserva di energia. Mentre Marjorie era arrivata al capolinea. Ero entrato nella sua esistenza….”