IL GRANDE HANS

foto reperite in rete

Siamo a poco più di metà strada fra il SalTo22 e il SalTo23, a questo punto se l’ufficio stampa della Casa Editrice o l’editore mi schifano quando mi vedono, mi tocca anche stare zitta. La punizione però me la sono inflitta da sola. È vero che ho problemi con i pdf che il mio vecchio kobo schifa, è vero che ho avuto un po’ di cose che mi han portato via tempo sono vere un sacco di altre cose, ma così imparo. Ecco.

L’autore del romanzo è Daniele Grillo, giornalista ligure che ha già pubblicato un bel po’ di cose, che evidentemente nel mare magnum mi erano sfuggite, sempre e solo mea culpa, questo è il suo primo romanzo non di genere e fidatevi che una storia d’amore di viaggio di vita così coinvolgente, non mi capitava sottomano da tanto. Hans Gueber, il protagonista è un gigante (2 mt e 18) ma la sua grandezza – altezza – fisica è niente paragonata alla sua grandezza morale. Da anni vive solo nella grande villa affacciata sul lago, sostenendo come può la figlia lontana a cui manca solo l’abilitazione per diventare avvocato e passa ore e ore a sperare che la sua Ju Ju si risvegli dal coma in cui è caduta una mattina, senza un perché, quattro anni prima. Lui è in pensione di ore libere ne ha tante,la maggior parte dedicate a stare con lei, incurante delle poche speranze che gli danno i medici, paziente, senza mai perdere la speranza di rivedere gli occhi del suo amore riaccendersi. Le parla la accudisce la coccola e intanto… Della trama vi dirò poco altro perché senza essere un giallo, qualunque cosa vi dicessi rovinerebbe la magia che Grillo ha saputo creare pagina dopo pagina, la magia e le sorprese che il grande Hans riserva al lettore. Sorprendente è forse la parola che meglio descrive il romanzo e lo stesso Hans. Un personaggio ben diverso da come appare agli occhi degli altri, non c’è una pagina che lasci indifferenti, c’è tenerezza c’è saggezza c’è una visione della vita che ad essere capaci di averla (e attuarla), non ci sarebbe una sola persona infelice in tutto il globo terracqueo. Ad un certo punto sembra che Hans sia impazzito ed è qui che subentra il romanzo di viaggio, seguiamo giocoforza gli spostamenti dell’uomo per mezzo mondo, dalle rive del tranquillo Attersee in Austria a Praga dove il suo vecchio amico Piotr col suo ancor più vecchio taxi, decisamente stupito, lo accompagna alla piccola chiesa ortodossa, una chiesetta di legno come tante altre. E poi in Islanda a Svartifoss, in Africa e poi nel Salar prima di arrivare in California. Non è impazzito il grande Hans e sembra che ad ogni tappa incappi in un problema più grosso del precedente ma come un mago in incognito ad ogni tappa lascia delle piccole briciole da seguire perché quel problema si risolva. Impossibile non amare questo gigante buono, non partecipare alla sua missione e non restare sgomenti ma con un sorriso alla fine del viaggio. Rimane dentro quest’uomo strano e insegna cosa si può nascondere dentro ogni persona che incontriamo e sperare di trovare almeno un Hans sulla nostra strada.

FAIRY TALE

Raccontami una storia di paura

No, non è decisamente un caso se oltre ad essere la traduzione del suo nome King è diventato il Re in tutto il mondo. Impossibile da classificare da chiudere in un genere, è horror? Si. È thriller? Si. È noir è fantasy è storico è…Tutto quello che vi viene in mente è! Ha messo la parola fiaba nel titolo e via via che scorrono le pagine, che sono 598 se non erro, ti rendi conto che ha davvero scritto una favola che ha fra gli altri protagonisti le favole, sì quelle che conosciamo tutti, dove ci sono i lupi le fate le streghe gli animali che parlano i nani malefici principi re principesse giganti morti viventi e chi più ne ha più ne metta (perché ne ho citato solo alcuni). Mondi che si incrociano, che trovano il punto di contatto in un diciassettenne che ha già vissuto tanta vita quanta se ne vive nel triplo degli anni e per aver fatto una cosa apparentemente normale, si trova catapultato in un vortice di situazioni dove deve prendere decisioni che potrebbero cambiare il destino di molte, moltissime persone. Come sempre ci sono più piani di lettura, la storia di Charlie, un diciassettenne – e sappiamo che infanzia e adolescenza sono temi molto cari a King – che si incasina un po’ (un po’ tanto a dire il vero), la vita per aver fatto una buona azione, no un’azione logica e normale a pensarci bene, ma non scontata. E poi c’è l’amore per un cane, che voglio vedervi a non innamorarvi e anche gli animali domestici sono un punto fermo nella produzione del re. Poi ci sono le responsabilità, le scelte obbligate, le sfide che a volte sembrano impossibili, quelle che la vita ti butta addosso e sta a te decidere se accettarle o meno.

Il solito libro quindi. No. King è in grado di affrontare gli stessi argomenti declinandoli verrebbe da pensare all’infinito e nei suoi romanzi c’è tutto, tutta la gamma dei sentimenti umani, c’è la bontà la cattiveria l’egoismo e la generosità l’estrema razionalità e la fantasia più sfrenata e sono tutte equamente divise nei vari  (tanti) personaggi che animano le storie e non un buono e un cattivo, esattamente come nella realtà in ognuno c’è del buono e del cattivo e ognuno li tira fuori a seconda delle necessità del momento.

Come ogni volta che si apre un libro del buon vecchio Steve, mettetevi comodi, per almeno un paio di giorni assicuratevi di non avere impegni, preparatevi a qualche attimo, più di qualcuno forse, ad aver paura a fare il tifo a intenerirvi a incazzarvi e poi a commuovervi e…se anche a smettere di trattenere il fiato non ve lo dico. Buon viaggio

LUNEDI PROSSIMO – La seconda indagine del commissario Cattaneo

Vi ricordate cosa ho scritto nella recensione di Requiem per un amico? Dicevo che Freeman è uno di quegli autori di cui fra un libro e l’altro mi “dimentico” salvo poi godere come una quaglia (no, non saprete mai come godono le quaglie, non qui perlomeno) quando lo leggo, magari dopo mesi che è uscito. Con Eugenio Tornaghi  mi succede lo stesso, parlando di libri, perché è una personcina che adoro e non potrei mai dimenticarmi che c’è. Diciamo pure che in parte è colpa sua, nel senso che essendo un affermato professionista oltre che un ottimo autore, pubblica ogni tot di tempo, non sforna un libro ogni sei mesi per capirci, ma neanche uno all’anno, così quando mi trovo un suo nuovo romanzo fra le mani, ho i miei bei momenti.

Il commissario Libero Cattaneo lo abbiamo incontrato la prima volta ne La pesca dello spada, un’indagine di polizia all’interno del mondo dell’alta finanza – che Tornaghi conosce profondamente – pubblicato nel 2015. Di lui però non sapevamo nulla fino a quando, nel 2020, perché si sa che chi va piano arriva sano e lontano, in Maradagal (palese e dichiarato omaggio a Gadda) Tornaghi ci ha raccontato tutto dall’inizio. Ed eccoci all’anno scorso, con  Lunedì prossimo, la seconda indagine del commissario Cattaneo.  La trama è tecnicamente ineccepibile, perché il ragazzo sa come si scrive un giallo, ma quello che davvero lo rende particolare è lo svolgimento. Surreale, una “commedia” degli equivoci in cui si accavallano senza soluzione di continuità situazioni paradossali intorno alla vicenda principale. Di fondo sono due i “protagonisti” che in qualche modo ritornano (lo so mi lascio andare ai voli pindarici ma sono giustificati). Un personaggio protagonista che non è esattamente una cima e il mondo delle banche dei soldi, della finanza che anche qui fa in qualche modo da sfondo. Qui in realtà si aggiungono anche più di un paio di temi che definirei socialmente rilevanti che ovviamente non vi sto a raccontare. Ho scritto commedia ma in realtà non c’è da ridere, sorrisi amari, quelli sì, perché le situazioni che crea, viste da fuori sono al limite del buffo, si creao malintesi e i conseguenti incasinamenti sono divertenti. La cura nella scrittura è di quelle davanti a cui togliersi il cappello. Non a caso il primo romanzo pubblicato da Todaro nel 2007 era curato dalla leggendaria e mai troppo rimpianta Tecla Dozio, che insomma, era una che di giallo e di scrittura ne sapeva.

Ah, il collegamento è alla pagina FB dell’autore, un po’ perché mettere quello a Linkedin mi pareva inutile, un po’ perché, pochi se non siete fra i suoi amici, ma trovate qualche post che fa anche riferimento al film che è stato tratto da Una spiegazione logica, così a conferma che scrive roba buona. E lo so, di solito non metto foto dell’autore, ma siccome gli rimprovero da anni di essere uno strafigo, mi pareva giusto mostrarlo alle fanciule che passano di qua.

Siete ancora lì e non l’avete ancora ordinato, meglio se al vostro libraio di fiducia? Su dai che poi mi dite, in tutti gli store e sul sito di Laurana Editore.

CAMINITO un aprile del commissario Ricciardi

Ci sono romanzi  che sono poesie, raccontano storie succedono cose ma la sostanza rimane poesia.

Quella di un amore non corrisposto che non si arrende, non accetta di morire e si sublima in una musica che diventa una danza. Sensuale crudele affascinante, che anche se non la sai ti invade il corpo. Una danza che si accompagna a parole di rimpianto che nascondono una forza che a volte non sai di avere.

È poesia una stradina che diventa viaggio e meta, è una pietra elevata a panchina, una strada che può essere ovunque e ad ogni metro risveglia ricordi, riscalda il cuore di chi l’ha percorsa con accanto l’amore e lì, solo lì, ci parla e ascolta, come se fosse ancora fisicamente vicino. Perché l’amore risponde l’amore ascolta e asciuga lacrime che non finiranno mai.

La poesia di un mese ingannevole, con l’aria che parla di primavera, che ci si può nascondere dietro un cespuglio per  far l’amore e trovare la morte.

È poesia la paura di un padre che non sa se potrà proteggere la figlia da un’eredità che potrebbe averle involontariamente trasmesso, né da un futuro che è gravato da nuvole nere, in cui ogni parola può essere un pericolo, un futuro che potrebbe non esserci.   O quella di un padre disposto a mutilarsi perché un figlio possa avere il meglio. È poesia perfino un marcantonio vestito da Lady dei boschi                                                                               

Lo è la dolcezza di una bimba che fa ridere quel papà imitando la sua tata che comunica solo con proverbi in cilentano stretto e lo rende orgoglioso della sua intelligenza che un’amica preziosa sta curando.   

Questo e tanto altro è Caminito.

Un inno alla vita che va avanti prepotente a dispetto di tutto e si sente la necessità di de Giovanni o di Ricciardi (che pare sia uno stolker da manuale) di raccontare che la vita che non si può fermare. Non ci sono lutti che ci portino via chi abbiamo amato, non c’è paura che non si superi, non c’è nulla per cui non valga la pena di rischiare.

Poi c’è tutto quello de Giovanni ci ha abituato a trovare nei suoi romanzi, il giallo la Storia le cose di tutti i giorni, l’amicizia la Città, ma quello lo trovate nelle recensioni vere, questa è solo una dichiarazione d’amore a chi non avevo capito, mi fosse mancato tanto

UNA REGATA MORTALE

Una regata mortale

Voglia di leggere qualcosa di fresco e scritto bene? Trovato. Direttamente dalla collana Vintage de Edizioni le Assassine, Una regata mortale. Fresco sì, nonostante l’autrice sia nata verso la fine del 1800, degna degnissima di essere accostata a zia Agatha, certo, un pochino meno imprevedibile chi sia l’omicida, ma decisamente scritto – e magistralmente tradotto – con brio e arguzia. Una critica neanche troppo velata a un certo tipo di nobiltà della campagna inglese di inizio secolo. Snob o meglio con i quarti di nobiltà ma senza pecunia – che credeva – di poter barattare l’entrata nei clan in cambio di soldi. La trama è un classico, Merle ricca plebea si innamora, sembra ricambiata, del giovane Leonard Holroyd. Conoscenza che è stata combinata da una vecchia conoscente di entrambe le famiglie e perfettamente a conoscenza delle esigenze deell’una e i desideri dell’altra. Purtroppo la giovane e generosa Merle capisce ben presto che la considerazione della sua nuova ( e unica famiglia) è solo per il suo partimonio e in cambio di averla fatta diventare una Lady, pretenderebbe di farla diventare qualcosa che da lei è lontanissimo. La situazione che Daria Lane, amica intima di Merle trova è decisamente sconcertante. La donna insiste perché lei si trasferisca nella suntuosa e antica dimora del marito che lei ha fatto ristrutturare, ha bisogno di sfogarsi di parlare e di un’alleata che la aiuti a tener testa a marito suocera e cugina, che inspiegabilmente vive con loro. Stanca di subire critiche e offese, nonostante sia sposata da relativamente poco, Merle si è infatuata, lei sostiene innamorata e ricambiata, di un politico che sta tentando di emergere tralasciando il fatto non indifferente, che le scalate politiche costano. Lei però ha deciso, vuole il divorzio e un nuovo matrimonio con Gideon Franklin che ovviamente beneficerebbe della ricchezza della donna al posto degli Holroyd. Ma qualcuno non è d’accordo al punto che la povera Merle viene uccisa. Questa la trama che come dicevo può sembrare non originalissima ma il ritratto che la Griffin fà dei personaggi e della piccola comunità in cui si muovono, gli indizi seminati qui e là, l’indagine che prende pieghe inaspettate, fanno scorrere le circa trecento pagine davvero leggermente e con la giusta dose di tensione, fino alla soluzione che ovviamente non è quella che ci si aspetta. Sono sempre indietro con le letture, ma ogni volta che Le Assassine mi propone qualcosa, che regolarmente rimane indietro (come tutto il resto), quando lo leggo poi, mi pento e mi dolgo di avere aspettato. Non imitatemi e leggetelo subito. Ah, per misurare se un libro mi è piaciuto, basta chiedersi se cercherò altri romanzi dell’autore – autrice in questo caso – e sì, nello specifico lo farò.

Napul’è …

Come ormai tradizione, a Milano, in date variabili ma non troppo, si svolge Bookcity, il programma è sempre bello sostanzioso e c’è modo di soddisfare più o meno tutti i gusti. Stasera, in attesa del fine settimana in cui non ci sarà tempo di scrivere, ma di cui vi racconterò, faccio un doppio salto (im)mortale carpiato e vi butto lì due consigli per domenica pomeriggio/sera. Che a Napoli ci sia un pezzo bello abbondante del mio cuore è cosa nota, ma nel cuore di tutti di sicuro ci son due cose. La pizza e Pino Daniele. immortali entrambi, cibo per lo stomaco e l’anima, ché entrambi hanno bisogno di essere nutriti. Per tutelare e diffondere quello che Pino a lasciato in termini di musica poesia solidarietà, è nata la Fondazione che porta il suo nome. Alessandro, secondogenito di Pino, ha scritto un libro in cui ci racconta l’uomo e l’artista. I proventi del libro sostengono “i suoni delle emozioni” per il contrasto alla povertà educativa ed il disagio scolastico, un progetto che Alessandro Daniele cura da qualche anno con la Fondazione Pino Daniele e che si basa sul sistema di valori di suo padre, atto ad utilizzare la musica come linguaggio per comunicare gli stati d’animo ed i sentimenti (info: www.fondazionepinodaniele.org). I proventi del libro sostengono “i suoni delle emozioni” progetto che si pone come obbiettivo quello di contrastare la povertà educativa ed il disagio scolastico. Sarà lo stesso Alessandro, coadiuvato da Massimiliano Finazzer Floris, a parlarne in dettaglio. Domenica 20.11 da Mondadori Book Store in piazza del Duomo. Ingresso libero fino a esaurimento dei posti.

Se dopo aver librato tutto il giorno avete deciso di andare a sentire il figlio di Pino e vi è venuta una gran voglia di Napoli, dovete solo prendere un tram (il 12 o il 14 per la precisione) e scendere alla fermata via Cenisio via Induno. All’altezza del civico 19 di Cenisio, è aperto da giugno un ristorante pizzeria, Quartieri spagnoli. Entrare è come fare una full immersion in Partenope. Ma davvero eh, la maniglia della porta è un grande curniciello rosso vivo, e appene dentro…La meraviglia. Vi accoglierà una cameriera sorridente, che è sempre un bel biglietto da visita, in un mare di colori, su un muro c’è il faccione della mano de dios, su un altro c’è Sofia, dal soffitto scendono fumetti con le più belle e famose frasi che si usano sotto il Vesuvio e la voce dei neomelodici. L’apoteosi però si raggiunge quando vi arriva davanti la pizza, pasta lievitata oltre le 24 ore, fiordilattte o bufala, corrnicione – e quando dico one lo dico sul serio – con o senza ripieno. O se preferite, fritti cuoppi primi e secondi. La pasticceria è quella di Sal de Riso, i piatti, una volta svuotati si rivelano quasi da eposizione, un tripudio di colori e limoni che a guardarli ti sembra di essere in Costiera. Non vi chiedo di fidarvi così a caso, l’invito è quello di seguire i due consigli letterarculinari. Sono sicurissima che poi verrete a dirmi che bella domenica avete passato.

GIORNI BELLI CON I LIBRI BLU

ATTENZIONE POSSONO PROVOCARE DIPENDENZA

Ne parlerò più esaustivamente e separatamente su Mangialibri, però proprio come capita agli artisti (che mi perdoneranno l’ardimento del paragone) ho proprio l’urgenza di raccontarvi questi tre e spingere chi non li conoscesse (ma che davero esiste qualcuno che non?) o chi ancora non li avesse letti a provvedere al più presto. Andiamo con ordine? Sì, alfabetico per la precisione. Bruzzone Samatha, coniuge e complice (lui lo dice da sempre e finalmente in copertina c’è anche lei) di Malvaldi Marco. Tutta la scienza e la conoscenza di due cervelli parecchio funzionanti, messe a servizio del divertimento intelligente e credetemi che i due di scienza e conoscenza ne hanno a iosa di loro. Come ebbe a dire mi pare Umberto Eco, non è fondamentale avere tutte le risposte ma sapere esattamente dove cercarle quando ti servono. Questi due non solo sanno dove cercare le risposte, ma sono in grado di inventarsi le domande alle quali darle. Manzini Antonio, quando scrive di Rocco Schiavone è splendido ma quando racconta altro diventa superlativo. Una storia di provincia, di campanile, in cui descrive le miserie e le rivincite, che sanno di miseria anche quelle, di chi è costretto ad abbassare la testa, dagli eventi le circostanze la vita in generale. Lo fa con apparente distacco, dico apparente perché nei suoi romanzi, soprattutto quando parla di bambini e giovani, c’è compassione, quella vera che fa trasparire il dolore che provocano le ingiustizie e questa, La mala erba che infesta e soffoca, è di quelle che non può essere risolta da un tribunale o da un’indagine di polizia. Non è un thriller ma di sicuro se associamo il noir al romanzo “sociale”, è nero come la pece. Recami Francesco fiorentino, già inventore del Consonni e Co, abitanti di una casa di ringhiera in Milano, intorno a via Porpora. Anche lui come gli ideatori di romanzi seriali, ogni tanto esce dallo schema e se posso, si gode. La sinossi parla di un killer che come copertura è un tranquillo impiegato dell’inps. Ci si aspetta una storia intricata e ricca di humor nero (che è poi la sua cifra, di Recami non degli impiegati statali). Epperò parliamo di 573 pagine di romanzo, riuscite a immaginare quante trame orizzontali verticali e diagonali può essersi inventato? Non ci provate neanche perché non ci riuscireste. Dai colleghi corrotti, che non potevano mancare a un ipotetico ulteriore killer che decapita cani, anche quelli di gente che ha affari sozzissimi e poi sedicenti universitari, figli di ‘ndranghetisti, spogliarellisti, attentati, fino a una finta Sibilla e vi ho detto solo quel che succede nelle prime pagine. Dando per scontata la ricchezza lessicale del toscano (inteso come l’autore) e il suo amore per l’assurdo insieme a una fantasia che si riscontra raramente, ha messo insieme una storia in cui oltre alle millemila trame che si incrociano pefettamente, è palesemente nascosta una spietata disincantata crudeltà che sbeffeggia elegantemente tutti, perché in un pochino di quei personaggi, con un po’ di onestà ci si può riconoscere tutti.

COSA BEVIAMO STASERA?

Questo per dimostrare che sono sempre sul pezzo, questo libro, che non è un romanzo non è un saggio non è un testo su cui studiare ma va giù bello liscio come un margarida (o margarita) in una sera d’estate, mi è stato dato, o più probabilmente l’ho chiesto, al SalTo di maggio. Marco Giuridio, l’autore, serviva dei deliziosi drink con pochissimo alcol e molto gusto; chi si sia fatto almeno una volta il SalTo come addetto ai lavori, può immaginare cosa siggnifica fermarsi in uno stand e trovare un ristoro di quel tipo. Leggere il suo libro era proprio il minimo sindacale. Fra l’altro pochi mesi prima avevo recensito per Mangialibri un libro con 101 ricette dei più cocktails più bevuti, ricette nude e crude con dei piccoli accenni di storia per ognuno sicché ero anche un po’ curiosa. Qui c’era una storia o una specie di storia, insomma un coprotagonista. Marco è dietro il bancone da una vita, è stato bartender nei più importanti cocktail bar d’Italia e all’estero, è stato brand ambassador e ha fondato una scuola per bartender, tutto questo, unito al cocktail di cui sopra mi sembrava una bella garanzia. E ho fatto bene a fidarmi, perché ammettiamolo, a tutti è capitato di aver voglia di bere qualcosa di particolare ma non è che magari che so, il giovedì sera alle 22 e 30 (che poi il giorno dopo devi andare al lavoro) non è che ti vesti ed esci, ti tieni la voglia, o un dopocena a casa con gli amici e ci si stufa del solito amaro (per buono che sia), con questo libro in casa, letto magari prima, potrete stupire e stupirvi con degli ottimi drink. Certo dovete avere uno spazietto per qualche bottiglia, per il bicchiere giusto e per qualche ingrediente in più, ma garantisco che seguendo le “istruzioni” e gli stati d’animo, risolverete un sacco di serate, godrete del gusto di una bevuta sana, senza esagerare (perché sempre di alcool parliamo) e imparerete un mucchio di cose che non vi aspettavate. Mi corre l’obbligo di un grazie a Gianni La Corte e al suo mitico ufficio stampa Giovanna Burzio, che oltre a fare egregiamente il suo lavoro, mi conosce e sa consigliarmi sempre libri di cui parlare è un piacere e mai un obbligo. Quindi Cosa beviamo stasera?

UN MARE DI SILENZIO

Cristina Rava

Capita anche a voi di scovare un libro di un autore – autrice nello specifico – della quale eravate convinti di aver letto tutto? A me sì ed è una goduria non da poco. Non ho idea del perché mi fosse sfuggito, in genere sono piuttosto attenta, rimane il fatto che Un mare di silenzio non lo avevo proprio letto. A me la Ardelia Spinola, vuoi perché è un medico legale – lo so, le bambine di solito sognano di fare altri lavori io invece avrei voluto fare quello – “normale”, lontanisima da una Kay Scarpetta, vuoi perché è una donna di poco più giovane di me, senza superpoteri, nel senso che a fine giornata è stanca ma non disdegna un aperitivo con un amico o amica, che ama cucinare anche per se stessa, vive con i suoi gatti, sta bene quando è in coppia ma anche quando è single , vuoi perché il suo cuore è equamente diviso fra il mare e le colline tendenti alla montagna e e last but not least è una discreta casinista o meglio ha una ingestibile propensione a ficcarsi in situazioni incasinate, molto incasinate, mi piace assai. Insomma mi ci ritrovo. Aggiungiamo che sa essere un’amica preziosa e che Cristina Rava, la donna che se l’è inventata, scrive benissimo e nelle storie che le fa vivere ci mette quello che c’è nella vita di tutti, a parte i morti ovviamente. Affronta tutto con una delicatezza rara che non è mai fragilità, con partecipazione vera. Lo so che gli scaffali delle librerie sono pieni di cose nuove e belle da leggere, ma se non la conoscete o magari avete letto solo qualcosa, fate un salto in libreria e prendeteveli tutti che tanto i libri belli non vanno mai in prescrizione e quando avete bisogno di un libro leggero ma non troppo, rilassante ma mai noioso, avvincente senza che vi manchi il fiato, ne prendete uno di questi e garantisco che siete a posto.

LA VITA PAGA IL SABATO

Difficile parlare dei romanzi di Davide Longo, perlomeno di quelli che vedono protagonisti Bramard, che ha lasciato la polizia e Vincenzo Arcadipane, suo allievo che riesce ancora  a “coinvolgerlo”nelle indagini. Quando lessi il secondo, mea culpa sono sempre in ritardo sulla tabella di marcia, rimasi perplessa, non riuscivo a capire cosa ci fosse di strano. Con la lettura di questo quarto capitolo, mi si è illuminata la famosa lampadina. Non c’è il bellone cupo e affascinante che nasconde un oscuro passato, non c’è il genio sottovalutato che risolve il caso inconsapevolmente, non c’è la fragile fanciulla che bisogna salvare non ci sono storie d’amore impossibili, stranelle sì, ma con un loro certo equilibrio. Quello che c’è invece è una squadra di persone normali, con delle vite un po’ ciancicate ( nel caso di Corso molto ciancicata e in altri consapevolmente incasinata) per le quali non danno la colpa al mondo, ognuno di loro ha preso atto dei propri errori, delle proprie sfighe e degli errori altrui senza farne drammi o colpe da espiare per tutta la vita e ognuno fa il suo. Baricco li ha definiti la risposta piemontese a Montalbano, a me francamente non sembra, sono più una netta rappresentazione del territorio in cui sono nati. Solidi come le montagne che circondano Torino, riservati pragmatici, all’apparenza un po’ travet se vogliamo, ma con dei notevoli guizzi che il travet (inteso come immagine retorica ovviamente, massimo rispetto per la categoria a cui peraltro appartengo) non avrà mai nella vita. Al di là dei personaggi e dei comprimari comunque, va sottolineata l’originalità delle trame che spazia davvero a 360° sulle tematiche sociali che inevitabilmente stanno dietro i crimini, ma soprattutto la scrittura. Apparentemente semplice è in realtà (sempre secondo me ovviamente) frutto di una accurata ricerca tesa a sembrare così. Trasuda anche l’amore discreto per la sua regione, le caratteristiche territoriali e caratteriali dei piemontesi che a onor del vero, sbugiardano il vecchio e scorretto detto che vuole il piemontese falso e cortese. Se non li avete letti rimediate, partendo dal primo possibilmente per gustarvi ogni particolare, compresa la sottile irriverente ironia che Longo lascia cadere nei punti giusti.