Le sultane

  Marilù Oliva

La nuova copertina

Solferino ha ripubblicato un romanzo del 2016, e devo dire ha fatto bene, a questo link trovate la recensione che feci a suo tempo per Mangialibri, oggi ve ne riparlo qui saccheggiando qualche spunto da quel che avevo scritto. Il resto viene facile perché riconoscendo la bravura di Marilù nello spaziare e cambiare mood, Le sultane è forse il suo romanzo che mi è piaciuto di più. È saturo di cattiveria, quella che di solito non vediamo ma si annida inesorabilmente in molte persone anziane, quelle che purtroppo per loro non sono riuscite a godersi la vita o non accettano che la stessa abbia per tutti a stessa destinazione.  Wilma Mafalda e Nunzia, sembrano tre innocue anziane signore che abitano a Bologna – case popolari – ed elargiscono consigli non potendo più dare il cattivo esempio, purtroppo il destinatario dei consigli è spesso quello sbagliato. Fra una chiacchiera e un tè, il dramma di Wilma a cui è morto un figlio e non riesce più ad avere nessun rapporto con la figlia rimasta, la parsimonia (perché mi piacciono gli eufemismi) di Mafalda e la malattia di Nunzia la vita sembra procedere normalmente, finché una mosca, sotto forma di lamentela per il ticchettare dei tacchi sul pavimento, non salta al naso di Wilma. Nessun giudizio, nessuna lezioncina morale, solo la descrizione perfetta della miseria che può raggiungere l’essere umano, sì, anche quello che potrebbe essere il nostro vicino di casa o perché no noi stessi. Il ritratto spietato di una terza età che in genere si tende a sottovalutare (da tutti i punti di vista), la fotografia di quanto possa essere incredibile l’essere umano, angelo e demone senza soluzione di continuità, ricettacolo dei sentimenti più diversi e insospettabili. E se vi state chiedendo, ma ve lo dico comunque quindi risparmiatevi la fatica, perché sia il romanzo che più mi è rimasto, è presto detto. Si ride, amaramente molto amaramente ma si ride e si toccano vette di cinismo che Hannibal Lechter levate proprio. Vabbè, se vi è sfuggito nel 2016, leggetelo adesso che è rimasto perfetto. Ah e ricordatevi che non faccio mai citazioni a caso.

LA PIOGGIA

Piernicola Silvis

Di Piernicola Silvis vi ho già parlato quando ho consigliato Storia di una figlia, quello era uno stand alone, qui invece, sotto La pioggia – cosa sia lo scoprirete leggendo – ritroviamo Lorenzo Bruni, già protagonista di Formicae  La lupa e altri romanzi di alto livello. Bruni è un poliziotto, dirige una divisione dello SCO, ma non è uno che sta dietro una scrivania, no. Che si trovi a dover scovare un serial killer o a dirigere e organizzare indagini che coinvolgono altri reparti della Polizia, lui è per strada, con i suoi uomini e le sue donne, con la sua voglia di vedere finalmente coincidere Legge e Giustizia. Nonostante la carriera gli spostamenti su e giù per la penisola e la frequentazione ormai quotidiana e stabile con quei livelli che stanno a cavallo fra Forze dell’ordine e soggetti politici, è rimasto un ruvido bergamasco caratterizzato dalla cocciutaggine della gente di montagna. Uno che non si ferma.

Non lo fa nemmeno questa volta, quando richiamato a Roma dal Capo, gli viene chiesto di indagare sulla morte di un ragazzo (per overdose) la cui fidanzata, una ragazzina, è in coma per il buco con la stessa roba, ma soprattutto è la figlia seguita ma non riconosciuta di un pezzo da 90 che lavora con il governo. La faccenda appare subito grossa e si fa strada l’idea di poter dare un serio colpo alla più grande potente e infiltrata organizzazione criminale, che sta organizzando qualcosa di tremendamente grosso e pericoloso. Se ne parla sempre poco di ‘ndrangheta, eppure è più potente della sua ben più “famosa” mafia, molto più crudele della Camorra. Strisciante silenziosa, con accordi che vanno dalla microcriminalità alle organizzazioni delinquenziali di tutto il mondo. Capace di infiltrarsi nello Stato – e questa purtroppo è realtà non fantasia – con delle regole rigidissime. La ‘ndrangheta calabrese non ha onore che non sia il suo, non ha dio che non sia il denaro né nemico che non sia il potere (quello che ancora non ha). Il suo scopo è raggiungerlo, diventare il potere come mezzo per fare ancora più denaro. Non esiste famiglia, non esiste nulla di sacro e intoccabile.

Silvis ha costruito una storia orrendamente bella. Oltre che sull’indagine (che si potrebbe dire si vabbè, ha ricoperto tutte le cariche, gli manca giusto di essere stato prefetto, cosa ci vuole? Eh, ci vuole che non puoi mica raccontare qualcosa che è successo davvero se scrivi un romanzo), ha puntato l’attenzione sulle donne, figure forti strazianti e indimenticabili, vittime che non ci stanno ad essere sacrificali e hanno una forza incredibile, diventano spietate come armi che una volta caricate non si possono fermare. Ha una scrittura che ti tiene lì sulle pagine, che non sono poche, senza mollarti mai. È un romanzo durissimo in cui peraltro si apprezza l’ottima padronanza della penna, mai splatter nonostante le situazioni non manchino, mai volgare, senza strappi. Se non vi ho convinti che vale la pena leggerlo, fatemelo sapere, vuol dire che non sono riuscita a dirvi quanto è bello e devo mettermi a fare altro. Ah, l’autore lo trovate se siete al Salto21, sabato 16 ottobre alle 13.30

UNA SIRENA A SETTEMBRE

Maurizio de Giovanni

La Signora prepara le verdure, le sceglie le monda le taglia, pronte a diventare parte integrante di piatti che doneranno consolazione placheranno la fame e nutriranno corpo e mente. Riempie secchi di fagioli di pomodori di patate, in uno gli scarti e in uno quello che verrà usato; non si sa chi godrà di quel cibo, lei va avanti senza fermarsi mai e intanto racconta a chi è arrivato fino da lei – e non è facile trovarla – per ascoltare. Ammalia la Signora, perché mentre le mani lavorano le sue parole ti portano sopra la città, ti mostra cose fatti persone situazioni che apparentemente non hanno nessun legame una con l’altra, ma momento dopo momento ti rende visibili  fili che le legano, come ogni piccola cosa prima o poi si incrocia con l’altra. Ed ecco che vediamo una ragazza costretta su una sedia a rotelle, praticamente segregata in casa perché il palazzo è vecchio e non c’è l’ascensore, eppure è felice, solo preoccupata per la fissa di suo fratello. In un altro quartiere c’è una donna che sogna ma è uno di quei sogni che poi ti restano appiccicati quando ti svegli e ti rovinano la giornata; ancora troviamo due ragazzi che scippano un anziana, ma la sfortuna è in agguato e lo scippo rischia di diventare un omicidio. Entrambi hanno una sirena tatuata su un braccio; e ancora, un programma tv in cui viene mostrata una scena agghiacciante, proprio lì, nei Quartieri, un bimbo si contende un pezzo di pane con un randagio. La penna di de Giovanni guidata dalla voce della Signora, unisce questi fatti, ha ragione la Signora, è tutto collegato. A partire dalla copertina questo libro è un inno, alla città che è madre, alla madre che nutre e sa, alla dignità che preserva dal degrado dei sentimenti anche se il degrado ti circonda. È poesia, quella che appartiene a ognuno e si nasconde sotto le difficoltà del quotidiano, dietro apparenti strati che formano un unico, fatto di dolori gioie frustrazioni risate. È qualcosa che ti spinge ad ascoltare, a cercare le connessioni, perché ci sono, ci sono sempre.

Stile Libero Big

pp. 272 – € 18,50 – ISBN 9788806248833

L’inizio e la fine – Stefano Tura chiude il cerchio

Stefano Tura non ha bisogno di gran presentazioni, autore di thriller giornalista creatore di un Festival del giallo a Cesenatico, volto ormai storico di RAI1, ha esordito con Il killer delle ballerine nel 2001 e poi ha proseguito con il thriller, direi anche con un buon successo. Per farla breve, una volta rientrato in possesso dei diritti sul suo lavoro (l’editoria come la musica è un mondo strano), ha messo in atto un progetto con La Corte editore (che io ve lo dico, è una casa editrice che sa quello che fa). Scrivere il sequel di quel primo romanzo (che era comunque autoconclusivo), tornando per così dire sul luogo dei delitti 20 anni dopo.
Le discoteche ci sono ancora così come ci sono le cubiste, quello che il protagonista de L’ultimo ballo, ex poliziotto coinvolto negli atroci delitti, non si aspettava proprio, è di ripiombare dritto in quello che con qualche variante sembra essere una replica di quanto già vissuto.
Bravo Tura a non fare un copia incolla invecchiando un po’ i protagonisti, ma a inventare una storia del tutto diversa nella sostanza.
Se infatti è vero che la vicenda attuale è diretta conseguenza della prima, i protagonisti il modus operandi e lo svolgimento dell’indagine, sono tutta un’altra cosa. Le differenze fra i due romanzi sono palesi nel linguaggio, il primo ovviamente non era soggetto al politically correct (che semplicemente non esisteva) che oggi è impensabile non seguire se non si vuole finire alla gogna, il secondo è per forza leggermente più pettinato, ma la cosa che più si nota, è l’attenzione che l’autore, evidentemente maturato, pone sul tema delle diversità, in generale, un’attenzione profonda che mette in luce quanto ancora ci sia da fare e riconosce al tempo stesso quanto sia facile distrarsi. Quanto oggi sia possibile diventare vittime nell’indifferenza. L’unico appunto che personalmente mi sento di fare al libro (in particolare al secondo romanzo) è la tendenza a qualche ripetizione di troppo di alcuni rimandi, qualche descrizione che si poteva evitare, ma che tutto sommato nulla toglie a un romanzo da leggere.

Cadaveri a sonagli

Lea e Nico sono due sbandati che si sono incontrati in un bar, qualche ora di sesso – sebbene a insaputa di lei lui abbia moglie e prole – e giorno dopo giorno il riconoscimento di chi non avendo niente a che fare con la moralità, li fa decidere che svaligiare ville è abbastanza redditizio e relativamente poco pericoloso. Fino a quella mattina (quella della quarta rapina), in cui Carla Maniero, una donna che nessuno ha mai amato, ma il cui patrimonio Gianni Romoli ha sposato, è inaspettatamente a casa. Mentre i due sono nella villa, totalmente ignari della sua presenza – è a letto da giorni per un’influenza e non l’hanno vista mentre facevano i sopralluoghi – Carla sente un cellulare squillare e scende dal letto avventurandosi al piano inferiore per vedere chi ci sia in casa. Preso alla sprovvista Nico non riesce a pensare niente di meglio di “ci dev’essere un malinteso” e poi colpirla non per ucciderla ma per renderla inoffensiva. In realtà la donna, pur sfuggendo al colpo, perde l’equilibrio e cade dalle scale e sembra morta, un osso le fuoriesce dalla spalla ed è in una posizione per cui è impossibile sia viva. Cinicamente Lea sale a frugare in cerca di oro soldi gioielli e intima al complice di togliere dal dito l’enorme smeraldo. Nico seppur sconvolto esegue, mentre stanno uscendo però, quell’informe fagotto riesce a sussurrare: “aiuto”.  Questo è solo l’inizio di una catena di eventi che coinvolge persone che si trovano dove non dovrebbero, altre dove non vorrebbero. Oppure come Dora Baròn, ispettore capo che prende servizio come comandante della stazione di polizia, proprio nel giorno in cui Santa Margherita delle Langhe si trasforma in un mezzo inferno. Per l’ennesima volta in queste settimane, devo ripete la stessa cosa, ci sono morti e qualcuno che li uccide, c’è un’indagine e dei poliziotti, ma non riesco a classificarlo come un giallo. Un noir piuttosto, dove Frascella evidenzia – se mi passate la citazione – la banalità del male. Uscendo dalla sua comfort zone di Barriera di Milano, il quartiere di Torino dove “opera” il suo detective Contrera, terra di mezzo dove ognuno fa i fatti suoi, leciti o illeciti che siano, dove si mescolano i disperati di mezzo mondo approdati per cercare una vita dignitosa e fagocitati dalla miseria dalla delinquenza, mostra tutta la sue qualità di noirista. Cambia anche la scrittura, si adegua a questo paesaggio di provincia dove intreccia le vite di gente comune, che probabilmente non si sarebbe mai incontrata, gente che si trova coinvolta a vario titolo in un episodio criminale che tira fuori da ognuno il peggio. O forse porta semplicemente in luce quella parte che giace nascosta in tutti noi, quella che si adegua alla civile convivenza, ma è pronta a prendere il sopravvento e approfittare delle circostanze per trarre un possibile vantaggio a spese degli altri. Epperò se posso, e non vedo chi me lo impedirà, vi dico che a me questa prova ha convinto molto più delle altre, che pure mi sono piaciute assai.

L’assassino ci vede benissimo – Garantisce Christian Frascella

A Torino, quartiere Barriera di Milano fa un freddo porco e Contrera svegliato da un sms di Mohammed, titolare della lavanderia a gettoni che in un angolo ospita un tavolino e due sedie che sono il suo ufficio, deve lasciare il caldo letto che spesso divide con Erica. Prima di uscire guarda con tenerezza i capelli rossi della donna, le sue lentiggini e pensa che quando sarà costretto a dirle quanto le sta tenendo nascosto, finirà tutto nel peggiore dei modi.
La sua ex moglie è rimasta incinta, così a tradimento, colpa di una serata piena di uno scadente vino rosso che li ha portati a consumare un rapporto senza senso.
Quando non dorme da Erica, è ancora lì che sopporta la convivenza obbligata con il cognato, da quando poi ha il sospetto che tradisca sua sorella, lo sopporta ancora meno. Un uomo questo ex poliziotto che ancora rimpiange amaramente il suo tradimento alla divisa, solo perché ha portato al disprezzo di suo padre. Investigatore privato sicuramente capace ma senza futuro, stavolta con la sua licenza di detective privato, dovrebbe convincere un pusher a lasciare la casa di sua madre, che l’ha lasciata al ragazzo che lo spacciatore ha messo su una sedia a rotelle, investendolo mentre guidava fatto e ubriaco. L’incarico glielo commissiona il fratello del disabile, una questione di giustizia. Il pusher la casa la lascia in effetti, ma solo perché qualcuno lo uccide risolvendo il problema alla radice. Naturalmente il tempismo che caratterizza la vita di Contrera, fa sì che sia lui a trovare il cadavere.
Ad ogni romanzo Frascella definisce un po’ di più la figura di un uomo che ha mille sfaccettature, uno che sembra l’emblema della sfiga e della capacità di andarsela a cercare. Però in fondo, nonostante i pochi scrupoli, una morale tutta sua, risulta essere una brava persona, uno che ha capito l’inutilità di combattere contro la vita e fa del suo meglio (che spesso non è abbastanza), per pararne i colpi. Frascella è decisamente bravo nel raccontare l’umanità, quella che sta un po’ ai margini (Barriera di Milano non è esattamente un quartiere elegante e residenziale), nel descrivere un mondo di rapporti umani ideale, dove ognuno è quel che è e per tale viene accettato dagli altri. Purtroppo vien da dire, sono solo romanzi e la morale comune, si infastidisce per principio nel dare per buono piaccia o no, che al mondo e in particolare sotto casa, la norma sia che dietro la porta accanto a quella dell’idraulico, viva tranquillo il pusher. Ma così va il mondo oggi e così ce lo racconta.

Da Mosca all’Alto Adige o viceversa

Ancora un consiglio doppio, perchè siamo onesti, chi ama leggere ama anche variare genere trovare cose nuove e soprattutto avere tanti libri.
Il primo consiglio è un romanzo strano, la recensione la trovate su Mangialibri, se comunque avete letto e amato Bulgakov Gogol e arrivo ad accostargli anche Kafka perchè sono una donna esagerata, non fatevi scappare Il violista di Orlov. Una storia che va oltre il fantasy arriverei a definirlo onirico e visionario, la vita di un uomo con qualcosa in più (è per metà figlio di un demone) che però usa i poteri in modo del tutto diverso da come ci si aspetterebbe. A me è piaciuto davvero tanto, l’unica avvertenza è di non fissarvi sui nomi dei millemila personaggi che circondano Danilov, fra nomi cognomi patronimici soprannomi, potreste perdervi (a me fino ad un certo punto è successo).

Col secondo suggerimento torniamo in Italia, grave lacuna della sottoscritta che si era persa Luca D’Andrea, ho rimediato leggendo Il respiro del sangue, ottimo giallo con un protagonista, Tony Carcano, che ha una storia mediamente triste ma niente di troppo drammatico, che gli ha dato la spinta per diventare uno scrittore, che essendo cresciuto in quartiere difficile di Bolzano (avreste detto che anche lì ce n’è uno?), si è fatto crescere le palle ma senza bisogno di esporle, ha fatto maturare il suo senso dell’umorismo senza farlo diventare troppo invadente e dulcis in fundo, gira con un san bernardo da 110 kg. Racconta D’Andera di strane cose, di quella “magia” che spesso si trova in montagna, a cui troppo spesso si ispira la gente per fare delle realissime cose brutte.

Week End sulla spiaggia? I consigli di lettura di Coleichelegge

Bene, il caldo è arrivato e si cominciano in fine settimana in giro, ma io che conosco i miei polli, so che senza un libro (o il reader), non andate da nessuna parte, quindi cominciamo con qualche consiglio. Tutta roba buona buona e per tutti i gusti
Per questo ci vuole più di un fine settimana, son 664 pagine, ma state sulla fiducia.
Otto ragazze e qualche ragazzo, compreso Chris Harper, trovato col cranio fracassato nel giardino, tutti distribuiti fra il St Kilda (la scuola femminile) e il St Colm (quella maschile), collegi privati prestigiosi e contigui. Anche se le indagini al momento dell’omicidio non hanno portato a niente, la foto di Chris con scritto “io so chi è stato”, trovata da una delle ragazze sulla bacheca del Posto segreto, a distanza di mesi e portata al detective Moran, conferma che lì va cercato il colpevole.
Ve le ricordate le amicizie di scuola e dei cortili? Apparentemente indissolubili – che non lo sono lo scopriamo poi da grandi – quando le vivi sono tutto. La famiglia che ti scegli, incastri perfetti di equilibri fra caratteri diversi e complementari che diventano un unico organismo e come tale reagiscono a qualunque tipo di “aggressione” esterna. Individuato il pericolo, esterno o interno che sia, gli anticorpi attaccano per difendere lo status quo. La French, per mezzo della detective Conway e il detective Moran, indaga ogni cellula di quell’organismo, la difficoltà sta nel fatto che ognuna di loro, cambia forma e diventa altro da sè a seconda di quello che suppone essere necessario a preservare il gruppo. Un’indagine psicologica da leccarsi i baffi, un tuffo nel mondo degli adolescenti che definire agghiacciante è poco.

Malvaldi – Ghammouri

Un corso di scrittura all’interno del carcere di Pisa e il buon vecchio Malvaldi, ti scova del talento in un uomo che da lì, non potrà uscire per molti anni, sta scontando la pena per un omicidio e conscio del peso di quanto commesso, ha messo a frutto il tempo, scrivendo un libro, Vengo dal sud oltre l’orizzonte (di cui lo stesso Malvaldi ha scritto la prefazione), e ha contribuito a questo nuovo romanzo. Fatta questa doverosa premessa passiamo a parlare di questa nuova fatica, Il vento in scatola (in libreria dal 9 maggio). Salim Salah, brillantemente laureato in economia, arriva dalla Tunisia in Italia e lo conosciamo come ispettore di volo ENAC. Un bel salto eh, non si capisce neanche quanto conveniente poi, cioè, facendo trading rischi anche di fare dei bei soldini – anche se a onor del vero, la finanza islamica si basa su principi un tantinello diversi da quelli che conosciamo, ma tant’è. Che poi a rifletterci, chissà se lo spiegassimo che so, all’Arabia saudita? Pensaci Malvaldi vah -Torniamo a bomba che se mi distraggo è finita, come diavolo è successo un cambiamento così radicale (che comprende peraltro anche un nome nuovo di zecca)? E niente, si vede che studiare Leonardo per il romanzo precedente, l’avete letto tutti vero? All’uomo di Vecchiano gli si sono lubrificate ulteriormente le già diaboliche cellule grige, perchè, state sulla fiducia fino a quando non lo avrete letto, ha messo insieme una trama micidiale. Un giallo (perchè noi lo sappiamo che è un giallo), senza morto e che si svolge all’interno di un carcere. Poi così, per inciso, il fatto che il nostro tenga o abbia tenuto, dei corsi di scrittura in carcere, fa pensare che la scelta della location non sia casuale e che sempre per le celluline di poirottiana memoria, abbia capito che quel che racconti sorridendo o facendo sorridere, sedimenta meglio nella testa e nel cuore. Se come mi capita spesso di dire, a qualche autore mi abbandono fiduciosa nella poesia che troverò, a qualche altro con la soddisfazione di lasciarmi stupire, a Malvaldi mi abbandono felice al rincoglionimento. Pascolo felice dalla prima all’ultima riga, capendo qualcosa qua e là, sapendo con certezza che il risultato finale mi lascerà satolla e soddisfatta. Esce stamattina ve l’ho detto, hop hop via in libreria

Estate, cosa c’è di meglio che prendere al volo un Torpedone? Magari trapiantati

Lo conoscete Francesco Abate? Si dai, è quel sardo praticante che ha scritto insieme a Carlotto con Mi fido di te, poi ci ha fatto morir dal ridere con Mia madre e altre catastrofi e non solo. Ah è anche quello che su Fb ci racconta le sue disavventure da trapiantato. Sì è uno degli uomini che ha ricevuto una seconda vita (adesso è un po’ in pensiero perchè pare che i trapiantati abbiano una data di scadenza 😀 ). Uno dei pochi che ha il coraggio di parlarne col sorriso, un sorriso a volte velato di tristezza, quando ricorda Cinzia, la donna che lo ha rimesso al mondo, un sorriso divertito quando ci parla della sua vita con (mi pare) 15 pastiglie al giorno. Sorride e si sente quando parla di sua moglie di sua figlia di sua madre e di signora Corrias, ma anche quando ci racconta della fatica, sua e dei Fratelli, nell’affrontare ogni giorno una vita che deve essere davvero difficile, ma è vissuta come il regalo più grande. C’è un dolore terribile nelle sue parole, lo si intuisce solo però, c’è il dolore per chi non ce l’ha fatta, per chi ogni giorno condivide con lui/loro, la vita nuova. C’è un rispetto enorme per la vita, un rispetto che Abate manifesta con allegria, con grazia (e con Grazia), insegnandoci davvero tanto. Immancabile il Fratello che non c’è più e che molti di noi/voi, ricordiamo con un affetto immenso, il suo compagno di lavoro e di attesa, Severino Cesari. Lo so del libro non vi ho detto niente, ma voi state sulla fiducia e portatevelo in vacanza, o in tram se siete ancora al lavoro. Vi divertirete (molto), vi commuoverete (un po’), penserete e poi alla fine mi ringrazierete per avervelo consigliato, e ringrazierete lui per averlo scritto. Bè, perchè no, anche Einaudi che lo ha pubblicato.