Un consiglio al volo di quelli da non trascurare – Guccini racconta – Tralummescuro

Il consiglio di oggi è Trallumescuro, una parola sola che indica la famosa ora che volge al disio e ai naviganti intenerisce il core, di Foscoliana e Dantesca memoria. Quel momento in cui il giorno lascia spazio alla notte ma ancora non se n’è andato del tutto. Un lungo riandare indietro messo a confronto con l’oggi, scritto con la passione che il Maestrone – dai adesso chiedetemi di chi parlo se avete il coraggio – ha sempre messo in quello che ha scritto, ma con in più la velata tristezza di chi, arrivato a ottanta primavere non ha paura di dire le cose come stanno, anche se proprio belle non sono – oddio non che il Guccio abbia mai avuto scrupoli a dire quel che aveva da dire – neanche quando le cose sono velate dal rimpianto di quel che non è più. Un lungo racconto che mescola italiano e pàvanese, che racconta quel paesino a cavallo dell’appennino, quell’angolo di mondo dove, deciso di “terminare” la carriera di cantante (per quanto sia poco come definizione di quel che ha fatto). si è ritirato nella casa che fu dei nonni. Un viaggio un po’ a ritroso e un po’ in avanti, senza soluzione di continuità. Un continuo di ricordi, quello che poi ha fatto in buona parte di lui l’uomo che è diventato e tanto ci ha dato. Non è il primo lavoro di Guccini ad essere scritto in forma di lunga ballata – il sottotitolo è Ballata per un paese al tramonto – è il primo però che usa le parole (alla fine c’è un lungo elenco di note con traduzioni e origine dei vocaboli) come mezzo di trasporto, fra nomi di piante frutti paesi modi di dire e abitudini ormai dimenticate. Un libro per tutti, perché l’arte vera, non ha confini di nessun genere.

Tornano le miss Marple di Rosa Teruzzi

In libreria da pochi giorni con La memoria del lago, a fine lockdown sono uscite anche Libera e Iole, Libera soprattutto, l’avevamo lasciata con un doppio peso sul cuore, entrambi fardelli molto pesanti, uno riguarda la mai conosciuta e adorata nonna Ribella, morta misteriosamente alla fine della guerra, l’altro invece è Gabriele, l’unico uomo che dopo la morte del marito, abbia saputo suscitare in lei dei sentimenti. Oddio, sentimenti, si parla proprio di amore, ma le circostanze hanno fatto sì che lui adesso aspetti un figlio da una collega con cui ha una relazione. Niente casi criminali stavolta per le nostre amate donne Cairati – nome scelto in omaggio a Bice, meglio nota come Sveva Casati Modignani, fra l’altro in questo romanzo appare un’altra amica di cui vi consiglio di sbirciare il profiloSarah– anzi. Libera ha ricevuto dei documenti strani, che aumentano i dubbi e le domande, per il momento è riuscita a tenerli nascosti a Iole, ma si sa che oltre al sesto e al settimo senso, sua madre ha il fiuto di un cane da tartufo.
Non resta che chiedere aiuto alla sua amica Irene detta la smilza e Cagnaccio detto dog, rispettivamente giornalista e direttore de La città, quotidiano di poche pretese ma molte copie. Certo, non essendo una notizia da prima pagina, c’è anche il dubbio se lo otterrà o meno.
Tutto in famiglia questo quarto romanzo, una ricerca dolorosa per trovare la verità, che come le ha inculcato fin da bambina nonno Spartaco, è l’unica via.
La Teruzzi (come del resto è capitato a molti autori, credo a loro insaputa), cambia leggermente registro, non ci sono indagini vere e proprie, ma un percorso a ritroso per capire, per scoprire, per togliere di mezzo almeno qualcuno di quegli ostacoli che impediscono in qualche modo di andare avanti. In questo quarto (o quinto) romanzo non solo non si sente la mancanza del classico caso poliziesco, ma anzi, ci si appassiona ancora di più alla vita di queste donne che abbiamo imparato a conoscere di pagina in pagina.
Sono romanzi a doppio binario – e d’altra parte la passione di Rosa sono treni e caselli – quelli di Rosa, sembrano leggeri, li prendi in mano per passare qualche ora di completo e totale relax, così succede in effetti, ma quando poi li chiudi e le parole che hai letto sedimentano un po’, ti accorgi che non sono affatto solo quello. Sono intrisi di qualcosa che ti resta, frasi e modi di fare che ti si attaccano dentro. Ti scopri a cercare in te i tratti caratteriali di una delle tre donne, ti senti o desideri essere un po’ Libera, gentile ferma determinata nonostante sia cresciuta con un nonno come unico punto di riferimento, ma anche come Iole, la sua mamma pazzerella, all’apparenza, che in realtà (questo è quello che arriva a me), è saggia, tanto saggia da vivere la sua vita senza curarsi delle convenzioni, a volte insopportabile, indifferente ai giudizi degli altri. Vittoria, figlia e nipote, che forse col suo rigore nasconde il bisogno di essere diversa da come si sente obbligata dalla divisa che indossa e dalla necessità di assomigliare un po’ di più a mamma e nonna. Ripensi a quanto sia importante la verità, a quanto i segreti possano rovinare delle vite e allo stesso tempo di quanto sia difficile valutare quando sia il caso di svelarli. Quanto il male che si può fare superi il bene. Molto più di un semplice romanzo giallo rosa, come una Piccadilly, scritto come sempre con una delicatezza e un talento impeccabili. (foto reperita nel web)

Sara

Fra le tante cose di cui la pandemia ci ha privato, (ma solo momentaneamente tranquilli), ci sono state le uscite dei libri con relative presentazioni. Per noi maniaci, non poter ascoltare i nostri autori (che in qualche caso sono anche cari amici), poter discutere con loro delle scelte fatte, poterli abbracciare, che è un modo per ringraziarsi a vicenda, è stata dura. Molti autori hanno rimandato le uscite o fatto uscire i libri alla data stabilita, Maurizio de Giovanni, ha fatto una scelta intermedia, lo ha fatto per un senso di responsabilità nei confronti del suo lavoro e soprattutto dei lettori,ha aspettato che riaprissero le librerie per far uscire Una lettera per Sara. Lo ha fatto, come ci ha spiegato ieri in uno splendido seppur virtuale incontro. Accade anche on line certamente, ma il lettore che entra in libreria per comprare il suo libro, probabilmente uscirà con anche altro, un esordiente, un classico, insomma, un libro tira l’altro no?
Bon che vi parlo del libro, si sa che io la Morozzi la amo, mi ci rivedo, con la sua sete di giustizia, con la sua capacità di andare oltre le convezioni, di inseguire quello che va al di là del limite della legge umana. Come sempre non sto a raccontarvi della trama o del dono di Maurizio di usare le parole, la storia non solo regge ma è anche molto molto buona, deGio con le parole crea ricami preziosissimi. Fra l’altro per la prima volta (escludendo alcuni racconti), è partito da una storia vera, la storia di Graziella Campagna, poco più di una bambina che si trovò suo malgrado ad avere a che fare con quella montagna di merda che è la mafia.
Una lettera mai arrivata a destinazione, finita dentro un libro, che per quegli strani disegni del destino, diventa una chiave che può aprire molte porte. Ed è questo che fa, o tenta di fare Sara, non con l’intenzione dell’autore che non si è mai posto su un podio a predicare, ma lei è il desiderio che le cose vadano nel modo giusto, è la Giustizia, giustamente bendata.
Non ha pietà ed è forse quello che tutti vorremmo. Che non si guardasse in faccia nessuno, a meno che non riguardi noi. Ecco, lei no. Lei paga in prima persona, e questo ci mette di fronte a qualcosa che non ci piace e non vogliamo vedere. Non è stata simpatica a tutti da subito, le sue scelte sono risultate incomprensibili a molti, non le si è perdonato di aver vissuto, di avere “sacrificato”, pagando un prezzo altissimo, la vita familiare sull’altare dell’amore. Eppure quella scelta è quello che le ha permesso di diventare quello che è. Ha trovato il suo riscatto, agli occhi del mondo, perché lei non ha nulla da perdonarsi, nel fare la nonna, sui generis ma nonna, ha trovato qualcuno con cui riempire, in minima parte, il vuoto che la riempie.
Ci sono Viola il bambino e Pardo, c’è Bionda, e c’è Andrea, il suo vecchio collega cieco. Andrea che in questa vicenda ha un ruolo fondamentale, che potrebbe, ma Sara ne è praticamente certa, conoscere qualcosa che le è stato nascosto.
Maurizio con questo dubbio, apre almeno un centinaio di scenari futuri, (non ultimo un accenno, durante l’incontro di ieri sul suo “desiderio”, un fil rouge che unisca le sue storie) mette Sara davanti a qualcosa che potrebbe sconvolgerla togliendo il senso a tutto quello che è stata la sua vita. Lo dico quasi sempre, lo so, ma a mio parere questo è il miglior romanzo su Sara, Maurizio ha dato al tutto un piccolissimo colpo di timone, che potrebbe cambiare completamente la rotta. Come sempre, c’è molto di più, i piani di lettura sono tanti e sfaccettati, godeteveli tutti.

Martin Hewitt Investigatore

Torniamo a scrivere i consigli, che qui ormai, fra dirette di autori recensori blogger (me inclusa eh) o semplici lettori, non ci si sta più dietro.
Del Vecchio Editore ha recuperato un autore vintage, Arthur Morrison. Vissuto a cavallo fra ‘800 e ‘900, ha creato un investigatore decisamente sui generis. Un po’ Sherlock un po’ miss Marple e contemporaneamente del tutto a se stante. Martin Hewitt, dopo aver lavorato con successo per uno studio legale, decide di proseguire l’attività di investigazione in proprio. Non cerca il suo Watson ma un casuale incendio nell’edificio dove ha l’ufficio, durante il quale il suo vicino Brett che fa il giornalista, salva dei documenti importanti, innesca per così dire una sorta di collaborazione.
Il libro è in effetti composto dai racconti/cronaca che Brett fa di alcuni dei casi risolti da Hewitt, come dicevo lo stile di Morrison può ricordare per ambientazione e periodo, sia miss Marple, sia Holmes, a differenza dei due però, non c’è un’investigazione che segue la deduzione, ma la consegna del colpevole alla giustizia. Peraltro il buon Hewitt è, a differenza di Holmes, un signore pacioso e cordiale, senza scatti d’ira e con buona pace di miss Marple, non si sofferma troppo sulla natura umana, concentrandosi esclusivamente sui fatti nudi e crudi. Perfetto per rilassarsi con un giallo “leggero”, nel senso di non trucido, in cui abbandonarsi al lavoro dell’investigatore, senza sforzarsi di seguire trame troppo complicate. Ottimo anche per chi non ha ancora recuperato la concentrazione, perché i casi narrati, sono slegati fra loro, come dei racconti, consentendo una lettura veloce che può essere interrotta e ripresa senza risentirne e restando un piacevole momento di relax.

Standby – comunicazione di servizio

Chi segue il blog si sarà accorto che sto latitando un po’, sto leggendo meno, mi manca la concentrazione, sto uscendo come tutti i miei colleghi, regolarmente su Mangialibri, dove vi ricordo che ogni giorno, e dico ogni, trovate recensioni nuove interviste curiosità e cose belle.Però chi ha un profilo facebook, sulla pagina del blog (omonima ovviamente), trova ogni lunedì dei filmatini con i video consigli, se ne avete voglia, ci si vede lì. A presto

Il regno delle ombre – Louise Penny

Mi par di capire che da qualche settimana, anche i lettori più voraci abbiano blocchi, mancanza di concentrazione e dio sa quali altre deformazioni mentali, per cui pur avendo un sacco di tempo a disposizione, stiamo leggendo poco. Ecco, io ho finito (mettendoci una vita per i suddetti motivi), Il regno delle ombre, di Louise Penny. L’ho iniziato con un po’ di timore, perché il precedente Le case di vetro, lo avevo trovato un po’ lento e faticoso. Impressione clamorosamente smentita. Il commissario Armand Ghamache, capo della Sûreté du Québec, al momento sospeso per un “forse” errore, commesso nella conclusione di un caso, roba grossa davvero, si ritrova nominato esecutore testamentario, insieme a Myrna, ex psicologa sua vicina di casa e attuale gestrice della libreria di Three Pines e a Benedict, uno strano ragazzo di Montreal. Ma esecutori testamentari nominati da chi e perché loro? Un vero e proprio groviglio ordinato, in cui il capo del filo da tirare per sbrogliare la matassa è davvero difficile da trovare. Non fossi stata in quarantena probabilmente lo avrei finito in un paio di giorni. La Penny è abile a intrecciare più trame contemporaneamente, fra l’altro tutte belle toste. Le intervalla sciogliendo la tensione, con le descrizioni del fantastico paesaggio canadese, con tanta, tanta neve, pasti caldi (e deliziosi) condivisi fra gli abitanti del villaggio, la caratterizzazione di Ghamace che oltre ad essere il capo della Sûreté, è un marito amorevole un padre attento e un nonno che si perde nel profumo dei capelli del nipotino. Un’alternanza affascinante di indagine serrata e dolcezza. Se avete il blocco, è il momento di superarlo e questo mi pare un ottimo modo.

Nel nome della pietra – Il duomo di Milano pietra per pietra

Anno domini 1387, a Milano Giangaleazzo Visconti, primo duca di Milano, fa gettare le fondamenta di Santa Maria Nascente, sul perimetro di Santa Maria Maggiore e Santa Tecla, che vengono “sacrificate” alla nuova costruzione. Non sarà solo una chiesa, il progetto è enorme e dovrà rappresentare a tutti, il potere del duca, dei Visconti di Milano. Si sa che in quegli anni, la vita della gente era promiscua, le vite dei nobili erano intrecciate strettamente con quelle di chi per loro lavorava o gravitava nella loro sfera. Facile che nascessero storie anche d’amore o comunque rapporti, e nascevano anche figli, non voluti o forse non accettabili. Cristina Fantini usa ottimamente le vite di nobili e gente comune, per raccontarci la storia di un monumento che tutto i mondo conosce, che rappresenta poco al di sotto di San Pietro in Vaticano, la religione cattolica nel mondo. Ma quante vite, quante segrete battaglie, quanto orgoglio e quanti segreti è costata la costruzione della cattedrale, lo sanno in pochi. Davvero un bel romanzo, scritto rispettando la Storia ma mettendoci la giusta dose di fiction equilibrandoli e rendendo la lettura rilassante e interessante allo stesso tempo, con anche il giusto grado di suspance in qualche punto. Una lettura consigliata a chi ama gli intrighi e i personaggi forti. Fra un giro sui social, e qualche partita a carte, io lo prenoterei in libreria o su Amazon. Fino al 3 aprile dobbiamo passare il tempo in casa, e con Nel nome della pietra, garantisco che lo passate bene.

Sulla Riva – Francesca Violi

Sempre complicato parlare di un’opera prima, almeno io con gli esordienti sono sempre un po’ più critica, sarà che ho letto talmente tante cose belle nella vita, che ho sempre il timore di restare delusa o insoddisfatta, soprattutto quando si parla di noir. Ebbene devo dire che Elliot, difficilmente delude e ci ha visto giusto pubblicando il primo romanzo di un’autrice che mantiene quel che promette. Un’andata e ritorno dall’inferno all’inferno. La Violi, un architetto reggiano trasferitasi a Treviso, ha scritto un noir puro direi, senza l’ausilio della trama investigativa come spesso accade. Tutto ruota intorno a Nicola, figlio illegittimo che come unica eredità dal padre ha avuto una malattia genetica che avrà conseguenze piuttosto gravi. Ancora bambino, per una serie di coincidenze, incontra il padre sposato e con un figlio legittimo. Pur instaurando un rapporto molto poco intimo, come un uomo adulto potrebbe fare con un ragazzino qualsiasi che graviti nella comunità, questo viene inacidito dall’ostilità palese, della moglie che soffre forse di una irrazionale gelosia retroattiva e da una sottaciuta gelosia del figlio legittimo che pur sentendosi forte nel suo ruolo riconosciuto, teme irrazionalmente di perderlo. Passano così gli anni dell’adolescenza di Nicola e Mauro, in una sorta di complicità contro il resto del mondo e come accade fra complici, non fidandosi mai completamente uno dell’altro. Ha una scrittura cruda tagliente ma che affascina, com’è affascinante la presenza dell’acqua che diventa personaggio, accoglie si intorbidisce può arrivare ad uccidere per poi tornare a scorrere placidamente. Una storia di uomini e donne stravolti nel loro essere, dal dolore dall’amore e da quanto i sentimenti possano essere crudeli.

Un male necessario

Abir Mukherjee autore scozzese di origine indiana, ha esordito nel 2016 con L’uomo di Calcutta, pubblicato in Italia da SEM, me ne avevano parlato bene, ma io che sono testacchiona, ci ho messo un po’ a leggerlo. E mal me ne incolse. Avete presente quei periodi in cui qualsiasi libro tu prenda in mano ti annoia? Ecco, ero in uno di quei momenti lì e mi son trovata in una situazione strana, non avevo voglia di leggere e allo stesso tempo mi stava intrigando la storia, il libro giusto per sbloccare la situazione. La scrittura (grazie anche, credo, alla traduzione di Alfredo Colitto che è spettacolare) è morbida e trascinante, aiuterà l’ambientazione in una Calcutta e poi a Sambalpore – capitale dell’omonimo distretto – negli anni 20 del secolo scorso? Non lo so, ma di sicuro si fa fatica a mollarlo. Un’ambiente che sta a metà tra la realtà della povertà, o comunque dell’idea che noi abbiamo della miseria di quei posti, e il lusso del palazzo del maharaja, il cui figlio per inciso, o meglio il suo assassinio, è il motivo che porta il protagonista, capitano Sam Wyndham e Surrender-not (che ovviamente non si chiama così, ma Surendranath, un nome particolarmente difficile da pronunciare, perché come lui stesso sostiene, la lingua inglese non comprende la d morbida) al palazzo delle meraviglie. Come al solito per dire che un libro è buono, ci sono i tre parametri, oltre al gusto personale ovviamente, la trama, nel giallo in particolare, che deve reggere e non avere nessun “buco”, Mukherjee l’ha pensata e scritta così. La lingua o il linguaggio, che non sono la stessa cosa, devono incastrarsi per coinvolgere fino in fondo, sono i veicoli con cui l’autore ti porta dove vuole e anche qui, non dico che si viaggia in Rolls Royce, ma di sicuro è una macchina di lusso, infine i personaggi. Caratterizzati davvero bene, con il giusto mix fra quelli che sono i ruoli e le personalità, divertenti quanto basta senza esagerare per quelli fissi, e una precisione cinematografica per gli altri. Insomma, proprio un bell’autore e per me, una bella scoperta.

D’andrea e L’animale più pericoloso

Una gran storia, D’Andrea l’ho incontrato per caso con Il respiro del sangue, apprezzatissimo, ho letto con curiosità L’animale più pericoloso e per inciso, prenderò anche gli altri. Il ragazzo ha del talento, ma tanto. A parte l’inventarsi trame e storie (che se uno decide di fare lo scrittore, è il minimo), sa usare anche l’italiano, non solo perché ha un ricco vocabolario, ma anche nel senso che lo usa impeccabilmente per rendere atmosfere, emozioni stati d’animo e pensieri. Caratterizza i personaggi senza sconti e a differenza di tante nuove leve (che mi scuseranno per la definizione) e consolidati autori, D’Andrea nei suo romanzi non mette battute di spirito, non c’è il personaggio alla Catarella per intenderci, a stemperare la tensione, ci va giù duro e gli riesce perfettamente. Uno scenario non così distante dalla realtà, una ragazzina che non sopporta il modo in cui il mondo ignora e maltratta habitat e animali, non una stupida eh, nemmeno un’esaltata, solo una ragazzina che prende seriamente lo studio, si informa e ha accesso ai social. Un paranoico che persegue i suoi scopi, mescolando l’ideologia con la sua storia personale e la follia (nemmeno tanto latente), che la coinvolge, le fa credere di poter fare qualcosa di importante, di tanto importante da prevedere anche la perdita di vite umane, (questo però Dora lo capirà da sola). Una storia crudele di suo amplificata dall’ambiente montano, le splendide foreste dell’Alto Adige che paradossalmente diventano un posto claustrofobico. Davvero un ottimo autore e un gran bel romanzo, non perdetevelo.