LA CENA DEGLI DEI

Quante volte ripensiamo ai nostri cari, agli amici o perché no a personaggi famosi che non ci sono più? In mille modi diversi  credo che tutti ci immaginiamo che in qualche modo continuino ad esistere. Anche gli atei credo hanno bisogno di pensare che la vita non sia fine a se stessa, che ci sia un qualche tipo di dopo. E se per tutta la vita hai fatto un mestiere che ti ha portato a conoscere e spesso a diventare amico, di personaggi che in qualche modo sono entrati nella Storia, se sei a tua volta un personaggio pubblico che con le parole scritte ci hai vissuto, è abbastanza probabile che un editore ti chieda di scriverci un libro. Ecco che dopo essersi cimentato con una trilogia (che diventerà quadrilogia – La squadra dei sogni- ) per ragazzi (dai 9 ai 99 anni), Marino Bartoletti, dopo essere stato direttore di testate giornalistiche, autore televisivo e dio sa quanto altro, appassionato e soprattutto conoscitore – per davvero – di sport e musica ma anche di Storia, ha immaginato un Luogo.

Assomiglia al paradiso il Luogo, c’è un Grande Vecchio Titolare e angeli di vario ordine e grado, regole ben precise da seguire e un sacco di gente. Dal 1988 c’è anche un altro Grande Vecchio, così lo chiamavano sulla terra, nella sua ma non solo. Un uomo non facile, avvolto anche se vogliamo da un alone di mistero e di si dice. Un uomo che come sotto il cielo d’Irlanda ha conosciuto e viaggiato, ma soprattutto fatto viaggiare, zingari e re. Accanto a lui, quello che da vivi è stato il suo angelo custode, pronto ad accogliere ogni richiesta e quasi sempre esaudirla. Al G.V. viene un’idea, non si sa bene neanche se sia possibile realizzarla – le regole sono abbastanza oscure oltre che rigide, ma Francangelo, l’assistente, ci prova. Il risultato è una cena con 10 convitati che definire di lusso è poco. Nomi che a noi comuni mortali fanno tremare le vene dei polsi, che hanno segnato le vite di tante generazioni – nomi lascio a voi il piacere di scoprire – ma diciamo che il titolo del libro, La cena degli dei, non si discosta troppo da quello che si racconta. Bartoletti intreccia episodi reali con altri immaginati o quantomeno non confermati, in un Luogo dove tutto è possibile, accosta personaggi che non si sono mai visti ne conosciuti, ma accomunati, e questa è la cosa sorprendente, a loro insaputa, da un fil rouge – letteralmente – che li fa convergere a quella tavola rigorosamente rotonda. Chi segue il baffuto giornalista sui social chi lo ha seguito nella sua lunga carriera e chi ha avuto modo di assistere a qualche evento in cui era ospite o conduttore, riconoscerà senza dubbio lo stile, garbato senza eccessi, senza turpiloquio e i tanti sentimenti che evidentemente ha avuto nei confronti dei personaggi di cui narra. Ammirazione affetto accondiscendenza e soprattutto poca edulcorazione. A voler trovare un difetto, ma proprio perché mi piace cercare il famoso pelo nell’uovo, il linguaggio, che peraltro è una sua caratteristica, è ricercato e accurato, pettinato direi. Tolto questo, rilevo anche l’orgogliosa emilio -romagnolità che emerge prepotente, anche nel menù, stante che romagnoli o emiliani sono quasi tutti i protagonisti, oltre all’autore. Ah, questo lo posso dire perché è evidente dalla copertina, il G.V. con tutte le sue luci e ombre, successi pubblici e dolori privati, altri non che Enzo Ferrari, di cui ci svela molte delle cose che nascondeva dietro gli immancabili occhiali neri. In libreria dal 3 dicembre lo si può preordinare a questo link  www.galluccieditore.com/1530

Cadaveri a sonagli

Lea e Nico sono due sbandati che si sono incontrati in un bar, qualche ora di sesso – sebbene a insaputa di lei lui abbia moglie e prole – e giorno dopo giorno il riconoscimento di chi non avendo niente a che fare con la moralità, li fa decidere che svaligiare ville è abbastanza redditizio e relativamente poco pericoloso. Fino a quella mattina (quella della quarta rapina), in cui Carla Maniero, una donna che nessuno ha mai amato, ma il cui patrimonio Gianni Romoli ha sposato, è inaspettatamente a casa. Mentre i due sono nella villa, totalmente ignari della sua presenza – è a letto da giorni per un’influenza e non l’hanno vista mentre facevano i sopralluoghi – Carla sente un cellulare squillare e scende dal letto avventurandosi al piano inferiore per vedere chi ci sia in casa. Preso alla sprovvista Nico non riesce a pensare niente di meglio di “ci dev’essere un malinteso” e poi colpirla non per ucciderla ma per renderla inoffensiva. In realtà la donna, pur sfuggendo al colpo, perde l’equilibrio e cade dalle scale e sembra morta, un osso le fuoriesce dalla spalla ed è in una posizione per cui è impossibile sia viva. Cinicamente Lea sale a frugare in cerca di oro soldi gioielli e intima al complice di togliere dal dito l’enorme smeraldo. Nico seppur sconvolto esegue, mentre stanno uscendo però, quell’informe fagotto riesce a sussurrare: “aiuto”.  Questo è solo l’inizio di una catena di eventi che coinvolge persone che si trovano dove non dovrebbero, altre dove non vorrebbero. Oppure come Dora Baròn, ispettore capo che prende servizio come comandante della stazione di polizia, proprio nel giorno in cui Santa Margherita delle Langhe si trasforma in un mezzo inferno. Per l’ennesima volta in queste settimane, devo ripete la stessa cosa, ci sono morti e qualcuno che li uccide, c’è un’indagine e dei poliziotti, ma non riesco a classificarlo come un giallo. Un noir piuttosto, dove Frascella evidenzia – se mi passate la citazione – la banalità del male. Uscendo dalla sua comfort zone di Barriera di Milano, il quartiere di Torino dove “opera” il suo detective Contrera, terra di mezzo dove ognuno fa i fatti suoi, leciti o illeciti che siano, dove si mescolano i disperati di mezzo mondo approdati per cercare una vita dignitosa e fagocitati dalla miseria dalla delinquenza, mostra tutta la sue qualità di noirista. Cambia anche la scrittura, si adegua a questo paesaggio di provincia dove intreccia le vite di gente comune, che probabilmente non si sarebbe mai incontrata, gente che si trova coinvolta a vario titolo in un episodio criminale che tira fuori da ognuno il peggio. O forse porta semplicemente in luce quella parte che giace nascosta in tutti noi, quella che si adegua alla civile convivenza, ma è pronta a prendere il sopravvento e approfittare delle circostanze per trarre un possibile vantaggio a spese degli altri. Epperò se posso, e non vedo chi me lo impedirà, vi dico che a me questa prova ha convinto molto più delle altre, che pure mi sono piaciute assai.

Maradàgal – Tornaghi is back

Cosa definisce uno scrittore? Domanda ovviamente retorica che ci si pone in ogni ambito in cui gravitino una o più persone che abbiano pubblicato qualcosa. Oggi vi parlo di uno che fa un altro mestiere, che ha scritto libri per bambini poi un romanzo, che forse definire giallo è improprio “Il debito dell’ingegnere” e poi un giallo propriamente detto “la pesca dello spada”. Se la piglia con calma il ragazzo, dalla Pesca sono passati giusto cinque anni, ha sceneggiato un film tratto dal suo libro e prosegue la sua carriera in mezzo ai numeri.

Detto questo, per chi conoscendolo ha avuto la pazienza di aspettare che fosse soddisfatto di quelle 675 pagine e per chi voglia conoscere un  autore non notissimo ma che porca miseria se sa scrivere, in libreria già da qualche mese – mea culpa ci ho messo un po’ prima di prenderlo in mano – trovate un romanzo dal titolo particolare, Maradàgal, come lo Stato inesistente trasposizione della Brianza in Sud America, in cui Gadda ha ambientato La cognizione del dolore. Bè diciamolo, fa molto più figo così che un libro intitolato Brianza.  

Con questa premessa mi pare superfluo specificare la location, c’è qualche incursione a Milano, dove vive il commissario Cattaneo – protagonista anni dopo di La pesca dello spada – allora ancora solo sovrintendente e in servizio di scorta a una magistrata che lo tratta come un figlio. A tirarlo dentro una storiaccia da cui non riuscirà ad uscire fino a che non avrà trovato il bandolo della matassa, è un tizio che gli ha prestato degli appunti per un esame universitario, non sono amici ma si sente in dovere di ricambiare il favore. Il laureando Paolo Vertemati “rifugiatosi” a Basileggio – un paesino che è esattamente quello che ci si aspetta di trovare in questo pezzo di Lombardia – capannoni villette e palazzine e cantieri, tanti cantieri aperti. Che poi le infrastrutture siano quel che siano, è poca cosa, tanto gli imprenditori che vanno a vivere in Brianza ci han tutti il SUV, così come lo hanno i locali a cui quei cantieri hanno fruttato tanto. Convivono a poche strade di distanza con extracomunitari che occupano le vecchie cascine, rigorosamente in nero o quasi, e con i vecchi che non hanno mai voluto lasciare il paese. Tutti sanno tutto di tutti e molti sanno i segreti che non devono vedere la luce, Roba vecchia ma che inesorabilmente riverbera i suoi effetti sul presente. Paolo in attesa di scrivere questa benedetta tesi, collabora con un giornale locale, redazionali perlopiù e qualche notizia per quello che può succedere in un posto di 10000 anime. Nello specifico il redazionale è per un’impresa edile che sta realizzando l’ennesimo agglomerato di palazzine, la cronaca è che “lo scemo del villaggio” è scomparso. Paolo non ha grandi relazioni e amicizie con gli altri giovani del paese, che rispecchiano perlopiù  i loro genitori e nonni, con qualche eccezione. Nel suo cercare notizie si imbatte in qualcosa che potrebbe collegare, almeno secondo lui, le due cose di cui si sta occupando, incalzato da una delle eccezioni di cui sopra, che risponde al nome di Francesca e mentre fa la barista nel locale del padre studia canto, che si preoccupa di che fine abbia fatto il Soldo – così  è soprannominato lo scomparso – e lo coinvolge. Di nome in nome di domanda in domanda, Paolo decide di riscuotere un vecchio “credito” . Quegli appunti a Cattaneo che come poliziotto ha più strade di lui. In virtù di un 30 ad un esame Libero Cattaneo, sovrintendente di polizia che vorrebbe diventare commissario, si ritrova a svolgere quella che da un favore diventa la sua prima indagine. un vero peccato che il Tornaghi sia così pigro? Pignolo? Impegnato? Insomma cinque anni per scrivere un libro sono parecchi, ma devo dire che ne è valsa la pena. Ha una scrittura fluida e pulita, tenere botta per quasi 700 pagine senza ricorrere alla tensione al colpo di scena o alla sospensione, non è affatto facile, eppure il romanzo scorre, pagina dopo pagina come acqua quando hai sete. la trama è quella di un giallo ma definirlo così sarebbe riduttivo, è un osservatorio su un mondo che in piccolo riproduce le schifezze a cui purtroppo siamo abituati, è una raccolta di caratteri e di personalità, a differenza di tanti altri autori, i suoi protagonisti, alcuni perlomeno, non hanno lati buoni e lati cattivi, hanno apparenza ed essenza. I cattivi sono delle merde e i buoni lo sono davvero. Certo essendo il ragazzo molto dotato di talento, individuarli non sono così facilmente individuabili, così come non lo sono le motivazioni degli uni e degli altri.

Gli ultimi giorni di quiete

Un imperdibile immersione nelle profondità dell’essere umano

Ci sono delle morti che non seguono le leggi di natura ma sono imposte da mani assassine che non spezzano una sola vita. I genitori di un ragazzo che viene ucciso muoiono con lui, quasi sempre. Non c’è perdono nel cuore di Pasquale e Nora, da quando sei anni prima il loro Corrado è stato ucciso durante una rapina. Continuano a esistere ma non vivono più, lui apre ogni giorno la tabaccheria e lei passa ore accoccolata nel letto del figlio. L’unica “consolazione” è che l’assassino è in carcere. Ma quando l’assassino è libero, ha scontato la sua pena (la pena che decide un tribunale), mentre la tua pena non avrà mai fine e lo vedi improvvisamente di fronte a te, sul sedile di un treno regionale, quello che resta di te diventa un grumo di dolore rabbia disperazione. Non si può leggere Gli ultimi giorni di quiete, senza diventare di volta in volta tutti i protagonisti. Ognuno con un’etica diversa ognuno con differenti metodi ma un unico scopo, dare pace a quel dolore che non lascia tregua per i genitori e dimenticare, andare avanti con la propria vita senza che il marchio di Caino sia visibile per Paolo Dainese.
Non c’è spazio per sarcasmo ironia o battute, Antonio Manzini semina dubbi, domande che non hanno una risposta, entra nella mente dei protagonisti come un chirurgo che opera in robotica. Una telecamera in grado di cogliere ogni minimo particolare e lo trasforma in parole. Parole e pensieri pesantissimi, macigni appoggiati con gentilezza sul cuore. Il romanzo, o meglio l’autore è terribilmente acuto nel cogliere le infinite sfumature degli stati d’animo che il lettore sente suoi ad ogni pagina, nel raccontare la distanza invisibile dall’esterno, che la morte di qualcuno creato insieme, rende enorme. È quasi palpabile la solitudine di Nora e Pasquale e il loro trascinarsi fino a quel momento fatale in treno. Quello che cambia tutto.

La bugiarda – Le Assassine centrano ancora l’obiettivo

Ancora un romanzo al femminile, forse più ancora perché la protagonista al contrario di quanto accade spesso, anziché lasciarsi usare dagli uomini, mette in campo tutta la sua intelligenza per usarli e raggiungere i suoi scopi. Scopi leciti, anzi ammirevoli, non altrettanto i metodi e le vie che usa. Figlia di un delinquente e una donna del tutto inutile, cresciuta in una casa ai bordi dell’autostrada – posizione strategica per gli affari del padre – impara fin da piccola che il mondo e la vita difficilmente hanno strade costellate di petali di rosa. Le hanno insegnato ad usare una pistola a capire dove sta il trucco e come aggirare gli ostacoli. Per un breve periodo Patience è stata anche una donna felice, il tempo in cui è stata sposata con un uomo meraviglioso, distante dal suo mondo, che la faceva sentire una regina e le ha dato due figlie. Purtroppo l’ha anche lasciata vedova e per tirare avanti, si deve inventare una nuova vita. Lo fa in maniera onesta, usando le sue risorse, la perfetta conoscenza dell’arabo, per collaborare come interprete per la polizia, ma quando vede una possibilità, grazie proprio a questa sua conoscenza, non si fa scrupolo di diventare La bugiarda del titolo. Io forse preferisco il titolo con cui è stato tradotto in inglese, The good mother, ma il perché lo capirete leggendolo. Haeelenore Cayre, che nella vita svolge la professione di avvocato penalista, ha cominciato a scrivere nel 2004, romanzi sceneggiature e se non sbaglio si è cimentata anche nella regia. Con la scrittura ha vinto una valanga di premi e a mio modesto parere, sono ampiamente meritati. La Casa Editrice – Le assassine – ha decisamente tenuto fede alla sua mission. Scovare e pubblicare autrici che in un modo o nell’altro scrivano donne. Sempre a mio avviso, la Cayre è anche oltre. Sicuramente la protagonista è una “criminale”, ma nel romanzo si va a fondo soprattutto della sua personalità, delle motivazioni che la spingono  a fare quel che fa. Una donna decisamente particolare, non solo per il carattere ma per la freddezza e la lucidità con cui affronta una situazione che definire più grande di lei, molto più grande di lei è poco. La scrittura in linea col personaggio principale, è lineare e distaccata eppure riesce a farci entrare in empatia con lei e quasi a fare il tifo. Un romanzo appassionante che consiglio caldamente.

Papaveri a Strangolagalli (anche fuori stagione)

Ormai Teresa Papavero la conoscete no? Figlia di un noto criminologo, molto presente in questo romanzo e “abbandonata” dalla madre in tenera età, ha sviluppato l’autostima di una cozza, ciononostante, come una novella Bridget Jones, cucca un sacco e si permette anche di trattare male gli spasimanti (tutti dei gran gnocchi) – questa è una mia personale interpretazione con cui l’autrice si è detta del tutto in disaccordo – La nostra Papavero sta aprendo un B&B a Strangolagalli, sembra che tutto vada per il meglio, ma siamo pur sempre in un romanzo della Moscardelli e quindi qualcosa deve succedere. Non è che manca un timbro del comune o della camera di commercio, eh no, avendo l’onore di tirare giù personalmente l’ultimo tramezzo, all’interno dall’intercapedine ci trova uno scheletro. Il resto ve lo leggete. Io da brava blogger rilevo alcune cose. Che sapesse scrivere lo avevamo capito dal primo romanzo, che avesse un’anima gialla così ben sviluppata no; mi spiego meglio. I morti assassinati le indagini e le intuizioni decisive c’erano anche nei precedenti, ma in questo la trama gialla che peraltro coinvolge personalmente Teresa, prende il sopravvento ed è decisamente più articolata e completa, tutto questo senza nulla togliere, ma anzi quasi per contrasto esaltandola, la parte relativa alle follie che inevitabilmente accadono, un po’ per la location un po’ perché pare che sia una calamita per disastri. Irriverente con la giusta dose di ironia e giocosità alterna momenti drammatici a grasse risate. Alla presentazione in presenza, che coraggiosamente ha fatto ieri sera e per la quale dopo quasi un anno senza, non smetterò mai di ringraziarla, le ho chiesto “conto” di questa anima giallo noir, se avessi letto (cosa che farò al più presto) La vita non è un film, mi sarei risparmiata la domanda. C’è l’ha da sempre e devo dire che da lettrice piuttosto “esperta”, ha anche uno stile decisamente assimilabile ai tanti autori, penso a Malvaldi Recami Savatteri, tanto per citarne alcuni, e allo stesso tempo decisamente personale e diverso. L’equilibrio fra le parti nere/gialle e quelle decisamente umoristiche è perfetto. Scritto durante il lockdown, con la necessità che abbiamo avuto tutti di ingannare l’angoscia, ha confessato di avere inizialmente fatto fatica, ma di avere poi capito di voler regalare alle lettrici e lettori, quello che meglio le riesce, sorrisi intelligenza e ironia. Vi lascio a ripulirvi la mente dai pensieri bui e a rilassarvi qualche ora a Strangolagalli – Per i brividi ci si sposta in Emilia Romagna.

Il Falco di Sveva Casati Modignani

Cosa c’è di più rilassante in queste giornate autunnali che accoccolarsi sul divano con una tazza di cioccolato un plaid e un gatto? Avere in mano un bel romanzo. E qui entro in scena io (il primo che pensa io pecchi di presunzione verrà messo in ginocchio sui ceci crudi); Andate in libreria, che tanto per fare la spesa uscirete, fiondatevi allo scaffale delle novità e portate alla cassa Il falco di Sveva Casati Modignani, poi andate a casa, fate quel che dovete fino a quando potrete divanizzarvi come sopra descritto. Saranno ore di goduria, garantito. Ah fermi tutti, prima di tornare a casa, assicuratevi di avere in dispensa del cioccolato. Potreste anche chiedervi se ho deciso di boicottare Nowzaradan, no la verità è che come da foto, una volta iniziato a leggere, la voglia di una tazza di cioccolato o un cioccolatino a portata di mano, diventerà inarrestabile (e a quel punto voi capite che tanto vale avere vicino uno dei migliori).

Il format è lo stesso di sempre, focus su  un personaggio e poi un viaggio a ritroso nella sua vita e in quella di tutti i personaggi che l’hanno popolata. Giulietta Brenna è un personaggio delizioso, con i suoi errori le sue vittorie le sue sconfitte e naturalmente i suoi amori. E questo è il lungo romanzo che vi consiglio, una lunga storia d’amore con tutti gli inciampi che la vita, quella vera, mette di fronte ad ognuno di noi quotidianamente. Lungo ma ahimè, come sempre con Sveva, la lettura corre e lo si finisce in un attimo. I personaggi che accompagnano la protagonista sono come sempre i più svariati, dal coprotagonista, Rocco, salito bambino a Milano dalla Sicilia, che partendo dal basso, ha fatto tutta la gavetta e ha avuto la fortuna di trovare qualcuno che riconoscendo il talento e facendolo crescere fino a diventare un imprenditore ricchissimo ma con lo stesso cuore di cui Giulietta si era innamorata decenni prima. Le amiche e gli amici di sempre, il tassista il gioielliere eccetera.Io non so quale sia il segreto di questa signora (parlo dell’autrice), ma oserei addirittura un accostamento a Liala – non ci scherzate su perché parliamo di milioni di copie vendute – declina la stessa storia in mille modi, non stufando mai. Forse dipende dal fatto che oltre ad essere una donna intelligente e colta, ha capito il segreto della vita. Pochi ingredienti essenziali, la famiglia l’amore un pizzico di fortuna e di sfortuna e affrontare tutto quello che ci capita, fin dove è possibile con un sorriso e cercando di forgiarci per essere pronti a tutto.

A breve la recensione su Mangialibri

Il metodo del dottor Fonseca

Voi che mi leggete sapete vero che uso l’ironia come forma di legittima difesa e non come comunemente si fa per dileggiare. Ecco questo articolino, o almeno l’inizio, leggetelo così, soprattutto tu dottor Vitali, metti mai ti dovesse capitare sotto gli occhi. Se fosse possibile ecco, io vorrei il numero del fornitore. No perché è facile scrivere cose psichedeliche, bastano un paio di bottiglie buone o sostanze strane, ma le riconosci perché alla fine non ci capisci una cippa, pur magari apprezzando la scrittura o lo psicocontenuto. Invece Vitali, che già con Documenti prego, aveva cominciato l’esplorazione di quell’universo che è la psiche umana, scrive dei romanzi che pur allontanandosi dal reale – inteso come procedure, che restano nel vago – entra in territori che non possiamo definire inesplorati, ma che certamente non sono consueti fra i grandi nomi italiani. Qui personalmente mi sono più volte chiesta se stessi leggendo Vitali o Carrisi con inserti di King o Koontz . Attenzione, niente a che fare con imitazioni o omaggi, direi più la liberazione di un folletto che il dottor Vitali teneva ben nascosto, lasciandolo uscire qualche volta a raccontare antiche leggende nascoste nelle storie di lago. Devo dire che a parte lo straniamento iniziale, questo nuovo trend non mi dispiace affatto, ambientazioni cupe, montagne che invece di essere imponenti sono incombenti, pochissimi personaggi, non luoghi non nomi solo i fatti, peraltro al limite del paranormale. Lontanissimo dal consueto Andrea Vitali e da Bellano, luminoso paesino pieno di persone personaggi chiacchiere e fatti che si incrociano continuamente sulla riva del lago, io vi consiglio di leggerlo – se ancora non lo avete fatto – per scoprire e ribadire che quando c’è il talento, non sai mai come si esprimerà, ma lo farà.

Continuano le Commedie nere – N° 4 La cassa refrigerata

“La morte della vecchia però esclude che l’assassino sia lei stessa, non è più fra i sospettati”… “la sua morte non la scagiona nemmeno dall’essere l’assassina di sé stessa”. Il dialogo virgolettato è solo uno dei tanti che si svolgono fra i convenuti a casa della signora Maria Carrer, di anni 82 evidentemente deceduta per motivi naturali, che giace nella cassa – che come da titolo ha la particolarità di essere refrigerata e permettere di vedere il volto della defunta – in attesa dell’ultimo saluto nel salotto di casa sua. Il particolare che fra la ventina di presenti in attesa di entrare, ci sia solo un parente lontano, che peraltro la defunta non vedeva da anni, è la cosa meno surreale che Recami si è inventato nel mettere insieme questo quarto volume delle Commedie nere. Un compito non facile quello che si è dato lo scrittore fiorentino, i morti perlopiù ammazzati – e garantisco che non sono pochi – diventano leggeri come palloncini, volano via tranquilli senza lasciare nel lettore la benché minima pena. Ci sta, non per nulla sono commedie, ma il surrealismo delle storie e dei dialoghi, se la gioca alla pari con Whodehouse, con Oscar Wlide e Woody Allen. Credete che stia esagerando? No affatto, l’umorismo nero (quasi esclusivamente inglese ed ebraico e da non confondere con la satira) è davvero una delle cose più elitarie che si possano immaginare, è dissacrante irrispettoso ironico con tendenza al sarcasmo e non è nemmeno scontato che sia di immediata comprensione, moltissima gente, probabilmente per una questione di educazione e cultura, non ride e non riesce a coglierlo. Francesco Recami, che a ben pensarci l’aspetto di un tranquillo signore britannico un po’ ce l’ha, quando apre bocca o prende i mano la penna, si mostra, per restare in casa nostra, per quel toscanaccio che è, raccontando storie adorabili.
Evidentemente, visto il successo indiscusso, riesce comunque ad andare oltre il nero che dicevo ed è da tempo una delle punte di diamante di Sellerio. Oltre a leggere senza meno il libro e se li avete persi anche i precedenti, sia le Commedie che la serie della casa di ringhiera, quando finalmente si potrà incontrarsi di persona, mi riferisco ovviamente alle limitazioni dovute al virus, non perdetevi una delle poche presentazioni che concede.

Troppo freddo per Settembre

Un inverno particolarmente freddo, insolito a Napoli, permette a Mina (Gelsomina all’anagrafe), di camuffare ancora più del solito il suo esuberante e imbarazzante – per lei – Problema n° 2. Per chi non avesse letto il precedente – vergogna e 5 minuti in ginocchio sui ceci – l’assistente sociale, che viene da un quartiere bene ma lavora nel consultorio più scalcagnato di Napoli, nei Quartieri con quel che ne consegue, ha un fisico che inspiegabilmente resiste alla forza di gravità e al passare del tempo, nonché una quinta abbondante, il problema n° 2 appunto. Il fascinoso ginecologo che la affianca al consultorio DomenicoChiamamiMimmo, palesemente cotto di lei ma che Mina sappia fidanzatissimo, continua a turbarla, ma la turba molto di più la richiesta di aiuto di una madre che le si rivolge chiedendo aiuto. Nè Mina nè la donna sanno se e cosa sia possibile fare,qualcosa va fatto e Mina non esita a superare il turbamento e coinvolgerlo in qualunque cosa le venga in mente di fare per aiutare questa donna.
Nel frattempo, un anziano professore viene ucciso, cioè potrebbe esserci suicidato, ma il procuratore che casualmente è anche l’ex marito di Mina, scova qualcosa che non lo convince e peraltro lega l’omicidio alla vecchia signora che ha chiesto l’aiuto di Mina. Naturalmente ognuno dei due è all’oscuro del coinvolgimento dell’altro.
E la miseria, quanta trama vi ho raccontato, allora veniamo al succo, si ride, con quell’umorismo al limite del sarcasmo che abbiamo imparato nei confronti del povero Aragona (sì l’agente dei Bastardi), ma che nel sarcasmo vero e proprio non scivola mai, perchè de Giovanni ama i suoi personaggi pur riconoscendone le debolezze e gliele perdona. Cresce il personaggio di Mina Settembre, e si alza l’asticella dei problemi in cui si trova coinvolta. L’autore di Ricciardi dei Bastardi di memorabili racconti sulla cronaca e sul calcio, della donna invisibile, è sempre riuscito ad evitare un argomento che chiunque scriva di Napoli è praticamente costretto a toccare, la camorra. Ebbene stavolta ne parla ma lo fa come lui solo credo può fare. Con dolcezza, lo so, sembra un paradosso ma è esattamente così che deGio riesce a parlarne. Andando dentro le anime anche di gente che teoricamente non ci pensa un attimo ad ammazzare. Ci va con la storia di un”anziano”, schifato (come direbbero a Napoli) dal figlio la nuora e i nipoti, ma adorato dalla nipotina decenne, a cui affida quello che deve lasciare al mondo. La saluta rendendo dolce anche la morte, con l’amore che solo i nonni possono dare e ricevere dai bambini. Lo fa raccontandole delle storie, una in particolare. Lo scrittore, il raccontatore di storie, anche parlando di camorra e morte, come sempre, usa una delicatezza e un’arte nel maneggiare le parole, che lasciano storditi. Come dicevo all’inizio, dopo i racconti e il primo romanzo, la calibratura fra divertimento e racconto è praticamente perfetta. Io dico che anche gli scettici, stavolta si innamoreranno senza dubbio di questa signora, che per inciso, vedremo anche in tv con il volto e il corpo prestati da Serena Rossi.
PS : la storia che la bimba vuole sentire sempre, è una di quelle che la signora Edda ha raccontato a lui e ai suoi fratelli e poi ai nipoti quando erano piccini. Quella piccola donna che racchiudeva un cuore gigantesco, è sempre stata presente nelle storie di de Giovanni ma leggere oggi della scodella è più dolce e doloroso che mai.