A ESEQUIE AVVENUTE – MASSIMO CARLOTTO IS BACK

“Dove eravamo rimasti?”  Parto non a caso da questa frase. Non leggevamo dell’Alligatore da parecchi anni, almeno 5 ma più probabilmente sono 8.

Lo ritroviamo con il cuore spezzato, come quello del Vecchio Rossini ed entrambi sanno che le ferite diventeranno cicatrici e ogni tanto faranno male. Li ritroviamo che hanno venduto l’appartamento di Padova e comprato una cascina sui colli Euganei, Max ci vive stabilmente, Buratti ci è tornato come un gatto va in una cuccia nascosta a leccarsi le ferite e Rossini lo stesso.

Ognuno a modo suo, con il salame il pane e il vino che Max sta bene attento a non fare mai mancare, e forse – libera interpretazione – anche questo fa parte dell’essere la Memoria cose che riportano a un passato per alcuni mi rendo conto solo iconico. Ma un fuoco, pane salame e un bicchiere di vino, sono il passato che non morirà mai anche per chi non lo ha vissuto. 

Oh, ci sono delle bombe tali in questo romanzo che tante cose, passano un po’ in sordina. Ma sono quelle (credo) per cui Massimo Carlotto scrive.

Perché questo è il noir all’origine, il racconto del sociale che sottotraccia macina la legge, denuncia sociale, quello in cui la trama è collaterale, serve a raccontare altro e in questo Carlotto è davvero un maestro. Se per la gran parte, gli autori di genere e fidatevi che in Italia abbiamo un parterre che resto del mondo spostati, la trama nel corso degli anni, è diventata la parte centrale dei romanzi, per Carlotto no. Lo è per forza, per chi compra i libri e per chi li pubblica, ma non per tutti.

Massimo è sostanzialmente un giornalista d’inchiesta, solo che anziché sui giornali le sue inchieste diventano libri. Non sono inchieste che fanno rumore alla tv le sue, ma riguardano fatti e costumi che a nostra insaputa, influiscono sulle nostre vite.

Riguardano capire la differenza fra legge e Giustizia, che in soldoni vuol dire dormi una vita su una branda oppure hai la coscienza morta, che puzza e marcendo infetta tutto quello che c’è intorno.

Riguardano gli invisibili, quelli involontari, che avrebbero diritto alla dignità, nonostante la vita li abbia messi nella casella dei disperati – dove intendo letteralmente senza speranza – a cui viene negata.

Quelli la cui esistenza ha valore solo per la famiglia e spesso neppure per quella.

Quelli, quelle, che erano figlie mogli madri e diventano carne più o meno fresca da vendere sul bordo di una strada o sui divanetti di un night. E tutti quelli che se ci pensate vi vengono in mente.

Riguardano anche quelli che hanno facce ben visibili, apparentemente pulite, ricchi pseudo ricchi, a cui non manca niente, nemmeno un milione di euro a cui aggiungere un 15% da usare e non dovranno rinunciare a nulla se non forse, a cambiare la macchina una volta in meno.

Quelli che dormono su materassi ben imbottiti in case belle calde d’inverno e fresche d’estate. Quelli che non si sporcano le mani, perché i soldi che maneggiano e con cui comprano anche le vite degli altri, passa da particolari lavanderie – banche cinesi – che gli tolgono la patina sporca e li trasformano in denaro onestamente guadagnato.

Riguardano le conseguenze delle inutili e stupide guerre, che stravolgono le vite della gente, e fanno sì che chi non muore sotto le bombe o i colpi dei cecchini, vada a morire nell’invisibilità, o nelle mani di chi sui morti e sui vivi che quelle guerre producono e lasciano.

Di quella mafia che ormai non vediamo più – se mai l’abbiamo vista – che controlla lo spaccio, sia droga armi vite.

Ecco che allora diventa importante che ci siano uomini come l’Alligatore, come Rossini, come Max “la memoria”, che sì, sono fuori dalle regole, agiscono seguendo un codice morale che è lontano dalle leggi, che adottano un Codice che non è lo stesso dei tribunali.

No, non sto invitando nessuno a farsi giustizia in proprio, quello lasciamo che lo facciano loro, ma impariamo la “lezione” del maestro.

Costi quel che costi, impariamo a guardare quello che ci sta intorno, a farci delle domande, a non accettare passivamente perché non ci tocca. Non è vero, possono e toccano tutti

Davvero quello che vediamo è la realtà? Davvero possiamo continuare a guardare solo dentro il confine del nostro orto? È giusto così o è il momento di vedere quello che per esempio la GdF, sembra non vedere o che le FFOO non fanno (sicuramente con scopi “nobili” alla lunga, ma deleteri nell’immediato)?

Poi ci sarebbe il tema dell’invecchiamento, quello a differenza del riciclaggio tocca tutti i fortunati – gli altri muoiono giovani – e il tema del sociale torna al privato, al personale.

La cascina che hanno comprato i tre, diventa Casa, una parola che ha poco a vedere con muri e porte, ma tanto con il sentirsi al sicuro. Non giudicati, né per come siamo né per come agiamo.

Casa è dove qualcuno ti ama, è anche litigare, non si diventa tutti uguali, ma si impara a convivere con le differenze.

Capite quanta roba c’è in 300 pagine e spicci e perché diventa complicato parlarne?

Rimane solo una cosa sensata da fare: prendere il libro, cercare su Spotify la colonna sonora che l’Alligatore stesso, per mano di Carlotto, ha indicato come accompagnamento, avere vicino una bottiglia o una tazza di quello che più ci piace o conforta e accomodarsi su una poltrona comoda, sul letto sul divano e abbandonarsi al piacere della lettura.

Tanto piove, dove dovete andare?

PS né Carlotto né Einaudi hanno pagato per questo entusiasmo dovuto solo ed esclusivamente alle emozioni che mi sono rimaste dop la lettura. Quindi aggiungo un sincero grazie a entrambi.

APPASSIONATI DI MOTORI, È IL CONSIGLIO GIUSTO

Niente giallo in questo articolo, il libro di cui vi parlo oggi, anzi, che vi consiglio è quello che vedete qui sopra.

Quando l’ALFA ROMEO era MILANO.

Lo consiglio per essere precisa, a quelli che, sono definiti, anzi, si definiscono orgogliosamente, Alfisti. Ma anche a chi è di Milano o lo è diventato negli anni in cui la città aveva davvero il Coeur in man, a chi ama la Storia e scoprirla a tutto tondo, perché sì, parlare che so, delle Guerre mondiali, non è difficile, raccontare quello che le guerre – ma è solo un esempio – hanno provocato nei dettagli, non è cosa da tutti.

In questo libro, c’è un pezzo di Storia d’Italia in generale ma di Milano in particolare, di un’eccellenza che a differenza di altre grandi aziende, permettetemi questo piccolo pensiero personale, non ha usufruito di miliardi a pioggia dai governi.

Si parla della Anonima Lombarda Fabbrica Automobili, ALFA. Ci sono stati anni in cui avere l’Alfa indicava uno status, un modo di vivere, di pensare.

Io per esempio, che non l’ho mai avuta, oltre al destino, se sono viva lo devo alla solidità dell’Alfa 33, fossi stata su un’altra auto qualsiasi, probabilmente non sarei qui a raccontarvi un belino, come si suol dire.

Narra la leggenda, che Gianpaolo Sacchini, uno dei due autori, da bambino, riconoscesse le macchine dal suono del motore e che i motori diventassero in qualche modo fondamentali nella sua vita professionale, era forse inevitabile, è un giornalista professionista, che fa troppe cose per raccontarvele qui. L’altro, Marco Turinetto è un architetto, storico del design, il cui contributo, nella seconda parte del libro, è più legato alla città in sé e al design, che comunque ricordiamolo, è parte integrante sia di Milano che dell’ALFA.

Si parte come dicevo da lontano, dai primissimi del ‘900, quando Milano fu sede dell’EXPO che a differenza di quella che ci ricordiamo tutti a Rho, ebbe il suo centro in zona 8, dove poi sorse la fiera e dove c’era la “strada del Portello” – oggi via Traiano, che corre parallela a viale Certosa – zona rurale che però si collegava con il parco Sempione che per i milanesi è sinonimo di Castello e quindi di cuore della città.

Finita l’expo, rimasero degli spazi a un costo relativamente basso, che non intaccavano la vocazione agricola della zona a sud, e divennero piano piano sede della Milano industriale, proprio a partire dal Portello.

Per raccontare la storia della casa automobilistica, Sacchini ci illustra come l’auto, in generale, fosse inizialmente pensata per lo sport, le prime corse o comunque competizioni, pensate che so, alla Targa Florio o alla Milano Sanremo, che, sorpresa, non è solo la classica di primavera.

Certo all’epoca era uno sport da ricchi, come tante altre cose, ma grazie a tanti fattori, che devo dire sono spiegati con chiarezza, piano piano l’automobile è diventata un oggetto che è parte integrante della vita di quasi tutti.

L’Alfa, nasce quindi a Milano, dalle ceneri di un’altra impresa, il 24 giugno del 1910.  Come poi è diventata Alfa Romeo, chi ci ha lavorato le tappe della sua crescita, con trionfi e cadute, le troverà chi vorrà ascoltare il consiglio. Fra l’altro, oltre che giornalista e creatore di eventi, Sacchini è anche un imprenditore, cosa che gli ha permesso di raccontare la storia di un’azienza, con competenza, ma anche con cognizione di causa nell’analisi degli eventi.

L’unica avvertenza che mi sento di dare, almeno per i non ferratissimi, è di non cercare di star dietro alle date, a meno che non siate dei Pico della Mirandola, ma di lasciarsi trasportare in un’Italia e in una Milano, che è stata fucina di idee, che ha saputo nascere e rinascere mille volte.

Il racconto si ferma agli anni ’80, quando la città si è trasformata nella Milano da bere, ma quella è un’altra storia.

L’UOMO DAGLI OCCHI TRISTI

La recensione vera e propriamente detta, la leggerete su Mangialibri, però per dire tutto quello che c’è ne L’uomo dagli occhi tristi, bisognerebbe scrivere un papiro, un altro libro. C’è il talento, ormai più che conclamato di Piergiorgio nell’ideare la trama “gialla”, ma c’è anche tutta la sensibilità di un uomo che ha imparato, se è vero che le donne vengono da Venere e gli uomini da Marte, non solo il venusiano, ma anche il non detto. Con una straziante semplicità, racconta di madri, dell’amore che una madre può provare e del dolore che questo amore può provocare se viene distrutto. Parla di amicizia, quella che cresce con il tempo, che si perde nei malintesi, nelle omissioni e poi è capace di chiedere scusa, di mostrarsi in tutta la sua potenza. Non parla, non racconta non descrive, ci fa vivere, quella che è in alcuni casi è la normalità e in altri diventa una condizione che può mettere a rischio la vita stessa. E ancora l’amore per la sua terra, un racconto che alterna la bellezza e i tentativi (che paiono eterni), di trasformarla in moneta sonante, stuprandola e poi mettendola in vendita. Ci sono anche cose solo accennate, poche frasi qui è lì, nelle quali se ci soffermiamo un minimo, vediamo tutto il potenziale distruttivo dell’amore malato, quello che rasenta la follia. È tanta roba vero? Non è neanche tutta. Ogni volta che finisco un romanzo di Pulixi, penso che abbia dato il massimo e regolarmente, al romanzo successivo, vengo clamorosamente smentita. Tratteggia personaggi da amare incondizionatamente o da odiare senza mezze misure, poi come un sarto farebbe con un abito su misura, ti fa intravedere un qualcosa di nascosto, che ti scombina tutto e ti fa intravedere la possibilità di una redenzione sempre possibile. Viene solo voglia di ringraziare i maestri che hanno visto quel talento in erba – per chi se lo chiedesse, sì, parlo di Carlotto – gli editori che hanno deciso di puntare su di lui, chi lo ha cresciuto con tanta sensibilità e chi gli sta accanto. Pulixi è la conferma che in questi anni, una cosa di cui possiamo andare fieri in Italia, sono gli autori cosiddetti di genere. Genere speciale.

La pazienza che dovete avere…

C’è una premessa inprescindibile, chi mi segue sa che quindici giorni fa, ho dovuto affrontare una delle cose più dolorose che ci siano nella vita, ho fatto addormentare uno dei due mici, vi lascio immaginare con che stato d’animo mi accingevo a partire (praticamente obbligata da amici impagabili, che avevano ragione). La sera prima, il pulsante di accensione del Kobo, quel pirullino in plastica sul bordo inferiore, finisce di sfracellarsi. Vabbè, la mattina, il treno era alle 8 e spiccioli, ma va anche raggiunta la stazione, lo faccio ripartire ataccandolo al pc. Vi pare che la sfiga potesse abbandonarmi? Giammai, infatti si è riacceso, ma si è anche resettato completamente, perdendo nell’etere la bellezza di 482 titoli. Letti da leggere da consultare. Puf. Scomparsi. Ricarico al volo quello che stavo leggendo (di cui vi parlo fa poco) e via. Morale della favola, parto con sto coso rabberciato ma acceso e se due anni fa il 15 di agosto ero a caccia di un telefono, arrivata in Romagna, si è partite (sia sempre reso grazie a Rosy che è un’amica ma è anche santa), a caccia di un nuovo reader.

La corsa folle in cerca di un posto dove ne avessero almeno due modelli fra cui scegliere, con un caldo che scioglieva i neuroni, un nervoso che mi facevo paura da sola, erano esasperati dal romanzo che stavo leggendo. Mimica di Fitzek. Un pazzo totale ma un talento sterminato. L’idea di non riuscire a finire Mimica mi stava mandando ai pazzi. (Che sarebbe anche stato il posto più adeguato ai personaggi )

La trama di Mimica è una ragnatela in cui si rimane impigliati, inesorabilmente, sapendo che arriverà il ragno e ci mangerà, magari a pezzetti. Ed è esattamente quello che fa, ad ogni pagina la prospettiva si ribalta e se credevi di avere raggiunto il massimo dell’orrore ecco che Fitzek ti porta un po’ più in là e quel che è peggio, ti rendi conto che non solo non ci hai capito niente – i moventi e i possibili colpevoli sono infiniti – ma che fino a quando l’autore non ti svelerà l’arcano, non ci salterai fuori. La scrittura di Fitzek è un turbine, che però non solleva polvere, non c’è confusione pur essendo una montagna russa. Se, faccio fatica a crederlo ma tutto è possibile, è il primo Fitzek della vostra vita, preparatevi perché in men che non si dica, diventerete dipendenti e andrete inesorabilmente a cercare gli altri.

Finito Mimica e ripresami dallo shock, felice del mio nuovo Kobo – che adesso grazie a Dio fanno riparabile – inizio Strani disegni di Uketsu. Ve lo consiglio? Sì a condizione che abbiate già letto autori giapponesi. Se è vero come è vero che ogni autore ha un suo stile, è anche vero che la letteratura nipponica ha un filo condutttore, un fondo comune che – è sempre un’opinione personale, non sparate sul pianista – anche in eventuale assenza di nomi che inevitabilmente ti fanno capire dove sei, permea le narrazioni, indipendentemente dalle trame. Una sorta di pacatezza nel racconto, che non tiene minimamente conto del fatto che si parli di efferati omicidi o di ciliegi che fioriscono. L’altra condizione che ve lo farà amare, è essere appassionati di matematica e della strettissima connessione con il disegno. Se non lo foste, presumo che vi piacerà lo stesso, ma solo dopo averlo finito e averlo lasciato riposare qualche giorno. Difficile spiegare il perché, ma ripensando alla trama, dopo che avete lasciato sedimentare il resto, vi renderete conto di aver letto un bel giallo.

SCENDE LA TEMPERATURA, TORNA LA VOSTRA BLOGGER SCONDIZIONATA

Ahimè, fra il caldo – che lo sapete, per me è come la kriptonite per Superman – la malattia di uno dei mici e la frenesia del lavoro pre chiusura, è un po’ che non posto, vediamo di rimediare, che tanto per leggere c’è sempre tempo e le belle storie, fortunatamente non scadono.

 Oggi vi parlo di due romanzi, ma in realtà di due donne. Così simili e così diverse.

Il pappagallo muto – Rizzoli- è la nuova storia in cui Sara Morozzi, ex agente dei Servizi, a suo sentire, diventa responsabile del pericolo gravissimo che coinvolge una delle persone più importanti della sua vita. Lo Spy Story, genere poco rappresentato in Italia negli ultimi anni, come il noir, racconta quello che non vediamo ma condiziona le vite di tutti. Storie che sono perfette nella costruzione di de Giovanni e maledettamente molto più che veritiere.                      Distinguiamo i piani di lettura, il primo che riguarda ovviamente la storia, sembra in alcuni punti – come i precedenti e come tutte le storie del Genere – impossibile. Esagerazioni letterarie, invenzioni e invece no. Sono storie assolutamente plausibili per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la cronaca. La rappresentazione esatta di una realtà che a vari livelli è impensabile ma esiste. La dimostrazione dell’effetto farfalla, quello per cui un gesto qualunque, anche apparentemente innocuo come un saluto, possa cambiare svariati destini, anche lontanissimi. Prendetelo per quello che è, un romanzo, ma siate consapevoli che quel mondo esiste eccome. Ci sono mille domande da farsi e molte resteranno per il momento senza risposta, ma è bene porsele. Oppure leggetelo senza farvi domande e godetevi solo la meravigliosa scrittura di Maurizio.

Poi c’è Sara, sola anche in mezzo agli altri, poche persone nella sua vita, pochi amori pochi amici, perché lei vive i sentimenti in maniera totalizzante. Ama o odia al 100%. Il resto è indifferenza. O quantomeno sepolto talmente in profondità da sembrare inesistente. Una cosa la muove, il “trionfo” della giustizia. Ho conosciuto una persona come Sara – un po’ meno rigida e che per fortuna non era un agente o ex agente dei Servizi – ma come lei ha pagato ogni scelta fatta in nome del suo rigore morale. Un personaggio pubblico che ancora oggi manca da morire, non solo a me.  E per quanto sembri presuntuoso, la sento così simile a me da essere forse il personaggio che più amo fra quelli di deGio. Sara è un ideale, forse quello che tutti vorremmo riuscire ad essere, senza tempo, senza età, capace di tutto in nome di qualcosa di superiore.

L’altra donna è nuova di zecca nel panorama letterario italiano, non altrettanto la sua “mamma”, Barbara Perna, magistrato in attività, che dopo averci divertito con le storie di Annabella Abbondante, ci presenta l’avvocato Lia Carotenuto, protagonista di Se tu non ridi più – Bompiani – La trama in questo caso, si lega profondamente con la protagonista. Per ragioni che si scoprono poco a poco nel corso della lettura, ha lasciato la professione legale, dedicandosi all’insegnamento, è ancora “segretamente” iscritta all’ordine e molto meno segretamente riconosciuta come uno dei migliori avvocati in circolazione. Per aiutare un’amica tornerà a indossare la toga, sebbene le costi moltissimo. Una donna che ha in comune con Sara il rigore e una dolcezza che pochi intimi le conoscono, oltre a un dolore grosso che custodisce gelosamente. La Perna conosce bene l’ambiente di cui scrive ed è palese, ha un talento per la scrittura che è altrettanto impossibile non riconoscerle, che affianca a una profonda umanità. Mai giudicante, cosa non facile visto l’argomento e lo svolgimento della vicenda, era facile cadere in uno stereotipo, ma accogliente, capace di rapportarsi distinguendo l’affetto dagli obblighi che impone la legge, passando sopra se stessa opponendo solo un debole tentativo di autoprotezione, capace però anche di tornare sulle sue decisioni, facendo sanguinare una ferita che sembra chiusa, ma certamente non è guarita. Non un romanzo semplice, è il classico pugno nello stomaco che non ti aspetti, non a caso il titolo, in chi abbia dimestichezza coi classici, fa suonare un campanello, eppure una lettura che secondo me sarebbe davvero imperdonabile farsi mancare, per la storia, per la scrittura e per il personaggio che senza farsene accorgere, vi entrerà nel cuore.

SI ABBASSANO LE TEMPERATURE E SI ALZA LA VOGLIA DI LEGGERE

Vi lascio qualche consiglio, veloce senza troppo approfondire, ma titoli garantiti, un po’ come andare dall’ortolano di fiducia, perché vi fidate vero?

Einaudi, che devo dire, difficilmente delude – soprattutto con Stile libero – Delitto di benvenuto : Cristina Cassar Scalia, spostandosi indietro di qualche anno, negli anni ’50 ’60, si conferma un’autrice di razza. Scipione Macchiavelli, commissario tolto dalla via Veneto dei locali delle bevute e delle belle donne, affronta una Noto che inevitabilmente sembra arretrata e provinciale ma si rivela alla fine molto diversa da come appare. Belli i nuovi personaggi, ben architettata – ma su queto non c’erano dubbi – l’indagine e la conferma, laddove ce ne fosse bisogno, che sostanzialmente, la gente non cambia mai. Promossa a pieni voti

Sempre per restare su letture che rilassano ma tutto sono tranne che superficiali, consiglio Un cadavere in cucina (l’ultimo nato della serie) ma in generale le indagini del contino Manrico Spinori – con tutti gli altri nomi e cognomi – Il Sostituto Procuratore che (se fossimo innocenti), tutti vorremmo incontrare. È un personaggio strano, emana calma e tranquillità mentre in realtà è bello frizzantantino il ragazzo, affronta il lavoro con la stessa accettazione che ha dovuto applicare alla vita, con una mamma ludopatica, ma simpatica, un figlio adolescente e un ex moglie che…Rispettoso di tutti ma non molla di un centimetro finchè la verità vera non è sul piatto. L’unica cosa che proprio mi fa sanguinare gli occhi (ma la “colpa” non è di de Cataldo credo, gli editor si adeguano al mondo), è l’uso di Ispettora, abbiamo una bella parola come ispettrice, perché adeguarsi al brutto?

Last but not least, vi consiglio fortemente di leggere La Furia, un thriller che “ricalca” meravigliosamente le orme impresse dalla Christie e da Dard senza scopiazzare. Il passaggio dalla pioggia di Londra al sole di un’isoletta della Cicladi avviene in contemporanea al cambiamento psicologico dei personaggi con sorpresa finale davvero ben ben pensata. Ah l’autore è Alex Michaelides e la Furia del titolo uno dei personaggi, certamente inaspettato.

UN PAIO DI TITOLI DI CUI NON PRIVARSI

Carlo Lucarelli non è certamente il primo a rendere protagonista un figlio – nello specifico figlia – di un romanzo, certo che mettere su carta e nella testa di chi legge, così tante emozioni diverse, richiede un certo talento (ma su quello c’erano pochi dubbi) e almeno altre due cose. Non è detto che sia o/o, possono tranquillamente convivere, questo romanzo ne è la prova.                                                                                             Un’enorme sensibilità, che gli permette di raccontare come lo stesso fatto, la stessa tragedia, sia vissuta elaborata e affrontata in modi così diversi da sembrare fatti diversi e uno studio approfondito sulle dinamiche che si innescano in chi viene privato di una parte di sé.                           Cosa diventa il dolore? Dove ti può portare il dolore senza nome – in realtà ho scoperto che una definizione esiste –  Quali abissi può arrivare a toccare un essere umano? Ma più di tutto, la domanda che ti resta dentro e continua a macinare quando meno te lo aspetti è: quante volte vediamo ciò che vogliamo vedere e non la realtà delle cose? Cosa siamo disposti a sacrificare per non vedere la realtà? Almeno tu è un romanzo sconvolgente ma imprescindibile nei tempi in cui viviamo.

Magari imprescindibile non è la parola esatta per questo romanzo di Alessandro Robecchi, però ecco, Il tallone da killer è uno di quei romanzi salvavita che sarebbe bene avere a portata di mano. Avete presente quando vi viene il blocco del lettore? Oppure quando aprite centordici libri e dopo le prime 10 pagine li richiudete sbuffando? Ecco, a quel punto prendete in mano il libriccino blu e si compie la magia. La penna (vabbè la tastiera l’è istess) di Robecchi, si trasforma in una bacchetta magica e la sua mente (deliziosamente perversa), partorisce incantesimi. I due protagonisti li abbiamo già incontrati, se non ricordo male – si fa per dire, lo ricordo benissimo – sono i padri della della famosa frase Hic sunt capannones, definizione perfetta della ubertosa Brianza. Non hanno un nome, ne hanno tantissimi, monouso naturalmente. Robecchi è un autore raffinato, capace di farti sballicare dal ridere usando ironia e paradossi eppure andando a toccare temi che riflettono perfettamente uno dei peggiori quesiti che oggi rappresentano quasi la normalità. Quanto vale la vita di qualcuno? O ancora più precisamente, ha un valore oltre a quello economico? Secondo me, scoprirlo ridendo, non ha prezzo.

CECI N’EST PAS UNE PIPE TANTOMENO UNA RECENSIONE

Ho un file aperto da settimane, quello che ho aperto per dire quello che penso del nuovo romanzo, lo stand alone, di de Giovanni L’antico amore.          Sono a tre fogli fitti fitti, troppi per un articolo sul blog. Ho letto delle recensioni splendide, in cui gli autori hanno colto ogni minima sfumatura.             Eppure ho trovato altro da dire, troppo.                                                                      E allora forse vale pena solo sottolineare quello che dico da anni.                   

Lo scrittore napoletano, forse per nascita o per inclinazione personale, ha solo usato il plot giallo come copertura, come esca. Strategia perfetta del resto, perché gli riesce alla perfezione.                                                                            Dietro ogni storia, a muovere le fila di tutto c’è sempre stato solo l’amore. A partire dai primi racconti per arrivare ai romanzi e alle storie di tifo o di cucina.                                                  Materno filiale fraterno, quello per la Città in ogni sua componente, luoghi Storia cibo paesaggi atmosfere, che si trasferisce agli esseri umani.                Fin dal racconto che è stato la spina dorsale de Le lacrime del pagliaccio – il romanzo che lo ha fatto conoscere al grande pubblico diventando Il senso del dolore – passando per Il resto della settimana, al Metodo del coccodrillo, fra le indagini, dietro gli omicidi, nei rapporti umani, c’è amore.

Sapete che sono una delle fortunelle che leggono in anteprima i romanzi di de Giovanni, so quanto Maurizio tiene ai “fuori serie”, se li coccola per anni, li cresce li plasma, ci mette dentro tutto se stesso. Io l’ho adorato, sarebbe stato così per tutti? Ho avuto paura? Sì e sì, ho temuto che potesse essere criticato e invece…                                                                  

Ci ho messo qualche mese ma ho capito, nonostante i social, la politica l’ignoranza che impazza, la gente ha bisogno d’amore e se è raccontato con maestria, con grazia, intrecciando un passato lontano e uno più recente, che si sovrappongono con naturalezza, il risultato non può che essere…Amato.       

Un sentimento che va oltre, che sublima tutto il bene e tutto il male.         Un bene superiore all’egoismo degli amanti, che si arrotola su se stesso e si tace per l’altro, perché l’amato non abbia a soffrire, non debba cambiare, perché l’altro, quando ami così, è più importante.                                                

Questo racconta de Giovanni, amori così profondi da spingere chi li prova a disinteressarsi del suo stare per preservare l’amato.

È Oxana, la “badante” moldava che badante non è, la voce narrante del presente, una narratrice che non sa ma intuisce, è la ragione che accetta, che si arrende a qualcosa che sente essere troppo intimo e profondo per essere indagato e lascia che accada.                                                                                  Dà spazio a quello che non capisce, a dei pezzetti di carta che contengono, forse, parole che non si sono potute dire, raccogliendoli con rispetto.                            Accompagna, restando un passo indietro, il vecchio e noi nella memoria, in una vita che non ci appartiene ma possiamo riconoscere, camminando nel sole e nella pioggia che diventa un sipario, fino a svelarci l’unica verità a cui troppo spesso rinunciamo o non sappiamo accettare.

Se qualcosa può salvarci, è l’amore. E se c’è un uomo che lo sa raccontare, è Maurizio de Giovanni.

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SETTE VITE COME I LIBRI

Post influenza, ragazzi ma davvero quest’anno bastardissima, giustamente mi hanno chiamata per un piccolo intervento programmato, niente di che ma con obbligo/consiglio di stare il più ferma possibile. Ok la televisione ok qualche ora la dedichi al pc per eventuali emergenze di lavoro, ma se devi stare ferma con la gamba in scarico, cosa c’è di meglio che un buon libro?

Mi è andata di lusso, siamo onesti, il giorno prima del ricovero è uscito 7 vite come i libri, l’ultima fatica di Serena Venditto.

Posso dire che a me certe menti fanno “paura”? Lei, come la Perna come i Bruzzaldi – sia chiaro che sono tre nomi su 100 che valgono la spesa – hanno questa capacità di imbastire delle trame gialle che non hanno una sbavatura neanche a cercarla col lanternino e contemporaneamente (nell’ordine): svuotarmi la testa da qualsivoglia pensiero – inchiodarmi alle pagine, non c’è verso di mollarli – divertirmi e finirli senza mai deludermi. Se vi pare poco… Certo c’è qualche esagerazione in alcune scene, quello zicchettino di surreale che però riesce a sembrare perfettamente naturale, il tutto unito a un naturale (credo che dipenda dalla genetica territoriale) senso dell’umorismo e della tragedia. Lo so, sembra un parolone ma parliamo pur sempre di un giallo, c’è pur sempre il morto e quando qualcuno muore, per qualunque ragione, è sempre una tragedia. Ecco, raccontare le morti, quello che le ha provocate, a volte partendo da lontano, richiede talento e probabilmente, credo, un radicato bisogno di giustizia che Serena Venditto ha riversato sui 5 di via Atri, sì sì, anche Mycroft ha una spiccata idiosincrasia per le cose brutte. Ah, per inciso, anche senza il morto, le tragedie sono tali per chi le vive, anche quando si tratta di un amore che finisce, una bocciatura o la perdita del lavoro. Sono consapevole di non avervi raccontato niente della trama, non lo faccio mai e non si capisce perché dovrei iniziare adesso. Comunque, Malù diventa all’intrasatto una sostituta libraia e in un libro usato, perché quelli vende la libreria, trova delle pagine macchiate di sangue. E non è sangue vecchio, come arriva al proprietario del libro del sangue e del come e perché…Oh, ve lo dovete leggere.

PS – ho linkato il nome anche se la pagina porta a wikipedia in spagnolo, dio sa perché, ma se non la conosceste, lì trovate tutti i titoli, perché non so se vi è chiaro, ma ci tengo proprio che la conosciate.

UN GROSSO SI E UN “ANCHE NO”

In attesa tornare in forma, (ma quanto è lunga la forma influenzale quest’anno) vado a raccontarvi un po’ di quello che ho letto e cosa ne penso.

Ordunque, c’è ovviamente Donato Carrisi, con La casa dei silenzi, sempre più estremo se così vogliamo dire, epperò, siccome lo conosco da tanto tempo, so che prima di mettere qualcosa nelle pagine di un libro, si documenta fino all’ultima lettera, pe quanto folle possa sembrare quello che racconta, tocca crederci. Non che faccia testo, ma a me è piaciuto molto, più dei precedenti. Ancora Pietro Gerber e il suo rapporto con i bambini che cerca di aiutare, i metodi a volte possono sembrare estremi, in realtà di estremo ed eccezionale, c’è solo la sua bravura nel creare l’atmosfera in cui accadono le cose. Cupe, capaci di metterci in una condizione di tensione a priori, ovviamente questo fa sì che anche la cosa più banale risulti ammantata da un sintomatico mistero. Last but not least, il tema di fondo, l’abuso, più che mai attuale, più di sempre trattato con delicatezza ma di una forza prepotente. Se lo amate, non lasciatelo sullo scaffale dei non letti a lungo, concedetevi qualche ora e immergetevi in quella splendida follia che riesce sempre a creare.

C’è un romanzo che invece potete tranquillamente lasciar attendere, eh sì, lei, la superanatomoatologa, zia di un genio e sposata con il top dei servizi segreti nonché partner del buzzurrissimo Pete Marino – che per inciso è anche suo cognato – Non ce la fa. Io ogni tanto ripenso al primo anatomopatologo della fiction, ve lo ricordate il dottor Quincy? Buona che avesse un microscopio, ma quanto lo abbiamo amato. Ora, per carità, la scienza va avanti il progresso e la grandeur americana, ma dio santo. Ci sono le auto, ma no, l’ineffabile Lucy si sposta solo in elicottero – e che elicotteri – indossa gli occhiali smart h24 (perché lei non dorme) e mentre parla con la zia, pilota in mezzo alle tempeste, riceve messaggi inoltra mail controlla le videocamere di sicurezza di almeno 4 posti e magari si fa uno snack. Ok la supereroina ci sta – oddio – ce la facciamo stare, ma l’acerrima nemica che sembra più che altro un’ araba fenice… La arrestano e quella evade (scomparendo), ha sul gobbo qualcosa come una decina di omicidi – noti – ma non è ancora andata a processo definitivamente, probabilmente perché con la pena di morte finirebbe il gioco. Riesce regolarmente a penetrare le barriere di casa Benton Scarpetta, datele le chiavi santo cielo, che facciamo prima. Dulcis in fundo, tralasciando il fatto chesull’omicidio aleggiano gli UFO, questa cosa che la bella Kay deve rimarcare le sue origini italiane, perdonatemi ma du palle. Pasta alla marinara (sugo preparato da lei e congelato, che quando trovi il tempo rimane un mistero glorioso), serviti con abbondante parmigiano e accompagnati da pane all’aglio (ma da quando è una specialità italiana?) e udite udite, un corposo chianti. Mi pare abbastanza no? Patricia Cornwell insomma, la sua Kay Scarpetta e le Cause innaturali, possono tranquillamente attendere che non abbiate niente ma niente di meglio da fare.