“Negli occhi di chi guarda” ci sono un sacco di cose

Ce lo racconta Marco Malvaldi nel romanzo pubblicato come sempre da Sellerio. No niente vecchietti e niente Bar Lume, ritroviamo invece la filologa Margherita e il genetista Pazzi. Ve li ricordate? Sono i due che in Milioni di milioni si incontravano a Montesodi Marittimo per uno studio sugli abitanti (noti per avere tutti una forza fisica fuori dall’ordinario) per poi finire a cercare l’assassino (ovvio che ci fosse un morto, leggiamo o non leggiamo gialli?) per potersi scagionare. Cioè solo Piergiorgio a dire il vero, è l’unico senza alibi, ma l’aiuto della Castelli è fondamentale. Vabbè ciancio alle bande, stavolta i due sono in una meravigliosa tenuta, sempre in Toscana, i proprietari sono due gemelli omozigoti (e questo spiega la presenza di Pazzi) e uno dei due ha una ricchissima e particolare collezione d’arte (e questo spiega la presenza di Margherita). Quel che succede ve lo leggete, io vi dico perché leggerlo. Perché prendere un libro di Malvaldi è come leggere l’Oscar Wilde de L’importanza di chiamarsi Ernesto, con una grossa collaborazione di P.G. Wodehouse. Un giocoliere uno che con le parole ci si diverte proprio, e si sente. Si ride, si ride molto, na se con le parole è facile fare dei calembour divertenti, non lo è altrettanto costruire una trama che tenga, e garantisco che tiene, mischiare le carte e aggiungere per sovrappiù tutta una serie di informazioni o nozioni chiamatele come volete, senza le quali risolvere il “mistero” sarebbe difficile. Aggiungete la giusta quantità di sense of humor, che Malvaldi non ci fa mai mancare (a volte sospetto che per una battuta ucciderebbe la mamma come suol dirsi), e avrete il piatto perfetto.

Sapessi com’è strano, girare in sedia a rotelle, per Milano

Martedì pomeriggio, intorno alle 18, ora di punta direi. Alla fermata McMahon Monteceneri (per i non milanesi siamo nella primissima periferia, il tram 12 (uno dei due che portano all’ospedale Sacco), si ferma senza un motivo apparente, pochi minuti e il mistero è svelato. Una signora, Chiara (non ho ritenuto di chiedere le generalità complete), in sedia a rotelle vorrebbe salire sul tram, per andare a casa suppongo, la fermata è predisposta per la pedana ma, eh sì un ma ci doveva essere, il conduttore del tram non ha in dotazione l’elenco delle fermate autorizzate (ovviamente è una questione di spazi se le fermate lo siano o no e già qui potremmo aprire una parentesi infinita ma transeat). Giustamente chiama in centrale per sapere se la fermata dove deve scendere Chiara è agibile o meno. Non lo sanno e richiameranno. Tic tac tic tac, i minuti passano i passeggeri si spazientiscono. Finalmente richiamano e no, la fermata non è abilitata ma dopo qualche altro minuto (lo so parliamo di minuti ma far le ore è un attimo), decidono che Chiara potrà scendere alla fermata successiva dove lo spazio c’è.Bene ma non benissimo, perché la pedana, evidentemente mai usata, non scende. Potete immaginare l’imbarazzo di Chiara? Perché se quattro o cinque persone ovviamente solidarizzano e le dicono di non preoccuparsi, il pirla che fa polemica non poteva mancare. Ignorato il pirla si cerca di far funzionare la pedana, arriva un altro tram il cui conducente scende ad aiutare ma ahinoi si rompe un cavetto fondamentale e la pedana non si può utilizzare. Tutto ‘sto pippone per dirvi che noi passeggeri abbiamo “perso” venti minuti, Chiara per fortuna sarà salita, o almeno spero, sulla vettura che seguiva e sarà arrivata a casa, ma io non potevo non fare una riflessione. Se il Comune di Milano Continua a leggere “Sapessi com’è strano, girare in sedia a rotelle, per Milano”

7 parti di Calvados 3 di Drambuie e una fettina di mela verde…L’alligatore è servito

Avete presente quando esce un romanzo “seriale”? Lo compri lo sfogli (sì anche col reader, pignoli che siete) e poi ti metti comodo e te lo pregusti. Conosci i personaggi che ti stanno aspettando, ami le atmosfere che l’autore sa creare. Lo inizi e capisci dalle prime righe che c’è qualcosa di diverso, i nostri vecchi cuori fuorilegge sono sotto scacco e la partita si preannuncia sporca per davvero. Vabbè per la trama lasciamo stare che tanto la trovate ovunque, parliamo invece di quello che Carlotto ha messo in questo romanzo. Forse è il blues che permea ogni riga, il blues è mettere in musica la tristezza, il dolore la rassegnazione di chi sa come stanno le cose ma non per questo rinuncia a tentare, se necessario anche andando a braccetto con l’illegalità; guidati dalla propria coscienza valutando solo gli estremi per la propria salvaguardia (fisica e mentale), consapevoli che la legge si può aggirare in tanti modi, a maggior ragione da chi la amministra o è preposto alla sua applicazione. Consci che il filo del rasoio su cui si procede, può tagliare di netto, come una novella Atropo, uno qualsiasi dei fili che compongono la trama. Ed è esattamente quello che fanno Massimo Buratti Beniamino Rossini e Max la memoria. Sono cuori fuorilegge e non li turba, anzi, ne sono – opinione personale – giustamente orgogliosi. Hanno delle regole, potremmo riassumerle con un salomonico “chi sbaglia paga e i cocci sono suoi”. Qui più che in ogni altro romanzo della serie a mio parere, Carlotto si è adeguato ad un modo di dire, andare ai resti, cioè arrivare in fondo, senza sconti per nessuno. E altroché se si va ai resti, il lettore con i tre antieroi che poi forse in fondo…Occhio, non sto dicendo che l’autore faccia di tre delinquenti (chi più chi meno) degli eroi, è ben chiaro quello che sono ma è altrettanto ben chiaro che stabilire quale sia la parte “giusta”, è cosa davvero difficile. C’è un unico particolare che non posso perdonare all’autore, ma questa è un’altra storia

Un titolo carino e Tecla Dozio è di nuovo qui fra noi

Immagino che il nome di Tecla sia ben presente nella mente di chiunque frequenti il giallo, la sua Sherlockiana è stata un punto di riferimento di quelli fondamentali. Poco più di un anno fa Tecla ci ha lasciato, solo fisicamente mi sentirei di dire, perché di lei si parla si ricordano aneddoti, frasi lapidarie, il suo carattere tutt’altro che accomodante. Grazie al Sistema Bibliotecario di Milano, questo delizioso libretto, pubblicato nel 2009 da Marcos y Marcos, è tornato in giro in formato digitale, e meno male devo dire. Un gioco, uno scherzo, più probabilmente un atto d’amore. La trama è una divertente indagine che vede contrapposti tre schieramenti, il gotha della letteratura gialla italiana, quello della letteratura straniera e la polizia che deve indagare sull’omicidio della stessa Tecla, avvelenata durante la festa per i dieci anni della libreria. Ci sono tutti ma proprio tutti, Camilleri Lucarelli Colaprico Pinketts la Vallorani Carlo Oliva Biondillo Roversi Faletti e anche quelli che sto dimenticando, non sanno che ad un certo punto arriveranno anche Deaver la George Connelly Fred Vargas Lansdale la Rendell Mankell e chi più ne ha più ne metta. Ahimé, prima che la nutrita schiera degli stranieri irrompa in libreria, al momento di servire il mitico risotto, qualcuno versa del cianuro nel bicchiere della libraia e lei non saprà mai quanto sarebbe stata bella la sua festa. Non è un giallo tradizionale perché dell’assassino (che a onor del vero è un tipo parecchio strano), del come e del perché noi sappiamo tutto da subito, generalità lavoro e quant’altro. Non lo sa la polizia però, e certamente gli amici non si arrendono a sapere impunito l’autore di un tale obbrobrio. Dunque cos’ha di così particolare? Forse nulla per chi non abbia “familiarità” con l’ambiente o non abbia conosciuto Tecla, moltissimo per chi invece l’abbia conosciuta amata e “conosca” i protagonisti.Un audiolibro praticamente, sentivo il vocione grave di Camilleri, il tono sempre velato di ironia di Faletti, la calma olimpica di Lucarelli. Un divertissment, 129 pagine di amore per le più grandi voci gialle, per Tecla e chi l’ha amata. Cosa che non fa mai male, è anche scritto molto bene.
Assassinio in libreria
Lello Gurrado
Editore: Marcos y Marcos
Collana: MarcosUltra
Anno edizione: 2009
Pagine: 204 p., Brossura
EAN: 9788871685083

Comunicazione di servizio

Mi accorgo che wordpress ha cambiato le impostazioni di visualizzazione del blog, gli articoli si leggono lo stesso ma altre funzionalità sono disattivate e la grafica è decisamente fuori squadra, mi scuso e spero di avere a breve il tempo di metterci mano. Grazie per la pazienza.

Chi ama i riflettori e chi invece sceglie il buio – Ovvero La scelta del buio di Pulixi

Questa non è una recensione, quella uscirà su Mangialibri (che io fra l’altro vi consiglio di seguire perché una decina di recensioni al giorno, interviste, specialoni eccetera sono tanta roba), diciamo una riflessione su un romanzo che va oltre il bello e un autore che va oltre il bravo. Di Piergiorgio Pulixi ho già parlato poco tempo fa, raccontandovi L’ira di Venere, una raccolta di racconti in cui questo signore dimostra come si possa ancora parlare di donne in modo diverso, con una sensibilità che ce l’avessero le tante donne che sento parlare di donne, il genere femminile governerebbe il mondo. Qui, nel romanzo che vede il ritorno di Vito Strega facciamo un ulteriore passo avanti. Tecnicamente si suppone che dopo 8 romanzi, di cui cinque con un personaggio seriale (biagio Mazzeo) innumerevoli raccolte di racconti e molto altro, uno scrittore abbia trovato il suo stile e vi si attenga, ma qui salta fuori la marcia in più. Pulixi ha fatto un ulteriore passo avanti nella scrittura, nei dialoghi; si percepisce la crescita, lo studio. In alcune interviste ho trovato raccontato il percorso che lo ha portato qui, si può dire che ha letteralmente assorbito tutto quello che poteva dal Maestro Carlotto dai colleghi del Collettivo Sabot e dalle (migliaia, quante?) di libri letti. Un personaggio simile a tanti altri, in fin dei conti il cliché non è difficile, un uomo solo, con quello che si definisce “un passato”, sguardo magnetico e una dolcezza infinita ben nascosta. Ecco dove si vede la bravura, se non avessi paura di esagerare direi addirittura il genio. Lo stesso stereotipo che ritroviamo quasi in ogni preteso giallo o noir che dir si voglia, solo in pochi (e parliamo di tre o quattro) autori, riescono a farlo diventare personaggio a se stante, completamente diverso dai suoi omologhi. Strega ha un passato, ha un peso notevole sul cuore, ha paura di far male ma non si ferma fino a che la verità non emerge in tutto il suo squallore. Come capita a Schiavone a Ricciardi a Lojacono (no, Montalbano è sui generis è proprio diverso come impostazione) e pochi altri, pur avendo queste, chiamiamole basi comuni, riescono ad essere completamente diversi l’uno dall’altro. E questo credetemi, è solo questione di bravura. Ottima la concezione del giallo in se, trama perfetta senza sbavature, a Pulixi va riconosciuto un altro merito. In un momento in cui i neri sono un facile bersaglio, il suo commissario mulatto, riesce a farsi amare incondizionatamente, da nord a sud, da est a ovest, e facendo una mezza citazione, isole comprese. Lunga vita a Strega, e davvero grazie a Pulixi.

L’importanza di “sti cazzi” – Antonio Manzini docet

Ammettiamolo, quelli che sostengono l’esistenza di una differenza sostanziale fra nord e sud, in fondo hanno ragione. Ce lo spiega Antonio Manzini nella sua ultima fatica (e non la chiamo fatica a caso ma ne parliamo poi); alzi la mano chi, vivendo a nord di Firenze, davanti a qualcosa di speciale, un gol spettacolare una vincita milionaria o che ne so, non ha esclamato “sti cazzi”. Tutti; e alzi la mano chi essendo di Roma o comunque laziale, non ha provato l’impulso omicida. Tutta ‘sta premessa per dire che quando ho finito Pulvis et umbra, ho esclamato “me cojoni” (che è l’espressione giusta per indicare meraviglia stupore e ammirazione). Dopo 7/7/2007 non avevo idea di cosa potesse inventarsi, mi aspettavo un romanzo bello, perché Manzini è uno di quelli che entrerà nella Storia, volendo potrei farvi i nomi degli altri scrittori che verranno studiati ma li sapete, certamente non mi aspettavo una botta del genere. In questi casi l’unica cosa che ti auguri è che non ci sia niente di autobiografico, ma è evidente che anche l’autore come tutti noi, ha provato almeno una volta sulla sua pelle quello che racconta. Si è inventato una storia che è cattivissima e allo stesso tempo di una dolcezza indescrivibile, ha messo a nudo quell’anima che credevamo di avere visto nel romanzo precedente. Le persone (e badate che non uso personaggi ma persone), cambiano, cambiano perché accadono delle cose, perché invecchiano, perché le ferite si rimarginano, perché arrivati ad un certo punto bisogna prendere coscienza di sé. Ecco, Manzini ci mostra un uomo che prende coscienza di sé stesso controvoglia, perché altri, che poi altri non sono perché sono parte di lui, gli sbattono in faccia la realtà. Sbatte violentemente il suo già ciancicato faccione contro le macerie che lasciano i tradimenti, capire chi tradisce chi, è una ulteriore prova della bravura dell’autore, la polvere che sollevano le macerie rende difficile vedere le cose come stanno. E’ amaro, è intriso di dolore, per questo parlavo di fatica, allo stesso tempo è pieno d’amore, amore a tutto tondo, quello che Dante diceva move il sole eccetera. Insomma Me cojoni per davero. Per concludere una citazione che capirà chi ha letto il libro, con gli altri ci si rilegge poi. “Lupa Pappa Lupa No” La quarta parola, la più importante, scopritela voi.

Correva l’anno 2012 – Consapevolezza si potrebbe chiamare

Ciao mia dolce amica, inseparabile credevo, compagna di viaggio. Da sempre al mio fianco senza mancarmi mai, giorno o notte che fosse, estate o inverno. Pronta a farmi sorridere se mi veniva da piangere a cazziarmi senza la minima pietà quando ne facevo una delle mie.
Che bello rivederti amica mia, anche se non sei qui. Noi due bambine io che facevo solenni dichiarazioni e tu che mentre gli adulti ridevano, mi sostenevi sottovoce. Mi davi ragione e mi dicevi che non capivano. Io abbozzavo forte del tuo sostegno, e facevo lo stesso con te. Insieme pensavamo che nulla ci avrebbe fermato, e forse era così davvero, fatto salvo quel qualcosa che chiamano destino.
Ti rivedo poco più che adolescente, alta impunita e impudente, non camminavi mica; incedevi su quegli assurdi tacchi che ti rendevano una specie di giraffa, che sarebbero stati ridicoli su molte altre donne, ma che tu portavi come se avessi i piedi tacco 12. E andavi incurante delle occhiate invidiose, col culo a cui mancava la parola, che ondeggiava impavido, i lunghi capelli che ogni tanto spostavi scuotendo la testa, con violenza, perché erano pesanti. E la gente si spostava per farti passare, una specie di Mosè in minigonna. Ti rivedo smorzare con un sorriso malizioso, o forse solo divertito, le intemperanze di un povero cristo che per guardare le tue gambe che uscivano dalla minigonna ha tamponato, e il tamponato che resta lì a guardarle anche lui come un pirla, e tu che te ne vai lasciandoli a guardare.
E mi ricordo le notti che hai passato a consolare qualcuno, incurante del fatto che il tuo cuore fosse a pezzi, non ci credeva nessuno che tu potessi essere così fragile e così forte al tempo stesso. No vabbè, io lo sapevo e guardavo con timore a quella tua aria sfacciata, a quel tuo rassicurare tutti, a perdonare e sminuire qualunque cosa ti avessero fatto, quel tuo chiudere porte e finestre in attesa che passasse la bufera. Ti hanno rovesciato addosso di tutto, e in così pochi abbiamo visto le tue lacrime. E chi le ha viste non le ha comunque comprese fino in fondo. Quasi tutti quando tentavi di parlare del tuo magone del tuo dolore della tua paura, finivano per riportare il discorso su di se, e mi ricordo quanto ti mandava in bestia. Perché tu eri diversa. Riportare il discorso su di te serviva solo quando l’esempio da portare era un incoraggiamento; credo di non averti mai sentito dire a qualcuno : ”e anch’io”. No, sempre pronta a dare un supporto un aiuto una parola. O al limite ad aprire le braccia e consolare, anche chi ti aveva fatto del male.
Ti rivedo amica mia, dritta come un fuso sul cavallo, o con la faccia di tolla a entrare dove non avresti dovuto o potuto, e con quel tuo sorriso un po’ sghembo non c’era porta che restasse chiusa. E non hai esitato a far aprire anche l’ultima, sebbene non sapessi cosa c’era dietro
Per non parlare dei tuoi amori strampalati, quelli su cui ridevi con tutti tranne con me. E non sai quanto mi rammarico per chi non ti ha conosciuta o voluta conoscere, per chi ti ha usato senza rendersi conto di chi tu fossi. Senza sapere a cosa stavano rinunciando. Oh se ne sono accorti poi, ma sempre dopo averti strappato un ulteriore pezzetto di cuore, dopo averti messo un altro sacco sulle spalle, senza sapere quanto peso stavano già portando, perché tu quel peso non lo hai mai mostrato per quello che era. Lo so ci hai provato in tutti i modi che conoscevi. Ma forse tu e il mondo non parlavate la stessa lingua. O più semplicemente era più facile stare ad ascoltarti mentre rassicuravi tutti, e dio sa se non ho visto nei tuoi occhi lo sgomento quando hai capito che non ci sarebbe stato nessuno che ti avrebbe teso una mano. No per carità, non è un J’accuse, forse non si è capito davvero cosa stavi chiedendo. O forse nessuno è stato abbastanza forte da ammettere di non poterti tendere la mano. Ma non posso accusare il mondo per quello che è.
E poi non lo so cosa ti è accaduto. Forse è l’unica cosa di cui non abbiamo mai parlato. Ho visto credo unica testimone, la paura diventare più forte di te. Il tuo coraggio scemare poco a poco, la tua sicurezza diventare insicurezza. Le spalle che non stavano più dritte, un leggero incurvarsi come sotto un peso, quando pensavi che nessuno ti stesse prestando attenzione, quando la stanchezza ti cadeva addosso tutta insieme. E sola so il dolore che mi dava non poterti aiutare, non essere capace di sollevarti come tu hai fatto tante volte con me. Non essere capace come facevi tu di alleggerire ogni cosa; riportare tutto ad una dimensione che fosse affrontabile. Non sai quanto mi pesa non essere riuscita a farti ridere, ad asciugare le tue lacrime a trasformarle in un sorriso come tu facevi con me.
E non parliamo della rabbia, la rabbia nel vedere i cavalieri senza macchia partire lancia in resta per difenderti, ma solo dalle cose da cui ti difendevi benissimo da sola, contro i draghi che tu non riuscivi a combattere hanno alzato le bandiere bianche più improbabili. Oh mi ci metto anch’io fra quelli che hanno alzato bandiera bianca, e fra i destinatari della rabbia. Anzi contro di me raddoppio la dose, perché se gli altri avevano la scusa dell’improbabilità delle tue “battaglie” io no. Io sapevo esattamente quanto fossero dolorose per quanto improbabili.
Non mi resta che arrendermi alla tua assenza, alla tua “scomparsa” e posso solo sperare che sarai indulgente, che capirai, come hai sempre fatto. Che mi perdonerai per essermi arresa al pari degli altri. Ma d’altra parte hai sempre perdonato e giustificato, lo farai anche stavolta vero?
Addio mia splendida amica, spero di ritrovarti prima o poi, in quello che mi hai dato, che mi hai insegnato che in tanti anni insieme mi hai trasmesso. Spero di ritrovare quel tuo sorriso che non era mai solo con la bocca, quel sorriso che avevi negli occhi e nel cuore. Non mi lascerai mai del tutto lo so, ma non averti al mio fianco mi fa più povera e più sola.

L’iradiddio? Peggio – L’ira di Venere Piergiorgio Pulixi

Sarà perché son loro che partoriscono e hanno una visione che va oltre (è un’ipotesi esposta dallo stesso autore) o perché semplicemente sono costituzionalmente esagerate (questa è la mia), ma i sentimenti delle donne sono diversi da quelli degli uomini, vanno oltre di default in tutto. Le donne per amore muoiono, le donne che si vendicano vanno oltre l’immaginazione. Una donna ferita è come una bestia selvatica con l’aggravante della pazienza, una donna può aspettare anni per mettere a punto il suo piano e quando alla fine è pronta, si salvi chi può. In sintesi questo è il riassunto dei venti racconti che Piergiorgio Pulixi ci regala in questa torrida estate, a brevissima distanza dall’uscita del secondo attesissimo romanzo che vede il  ritorno di Vito Strega  – il primo vi ricordo è stato Il canto degli innocenti, in cui precorrendo i tempi, descriveva a grandi linee quel fenomeno che poi è diventato realtà con Blue whale – .Ma torniamo a bomba sull’antologia, sulla raccolta L’ira di Venere. Tralascerò di sottolineare la raffinatezza lessicale, chi lo ha letto ben la conosce e chi deve ancora cominciare scoprirà da sé, quello su cui mi soffermerei è l’abilità diabolica di questa faccetta d’angelo, lui non si limita a conoscere le persone, le assorbe e le fa parte di lui per poi restituircele, romanzate d’accordo, ma con una base di verità che fa paura per come arriva in profondità. Non c’è solo vendetta in questi racconti, c’è amore c’è dolore ci sono paure e c’è normalità. C’è la normalità di Carla Rame, personaggio amato da molti lettori, c’è la “normalità” di chi ha a che fare con Mazzeo, ci sono madri figlie padri fratelli. Avete capito che non si può perdere vero? Mi scuso con Piergiorgio perché comunque non potrò mai rendere qui quello che lui mette nei libri (e nei rapporti umani, fortunato chi gli è amico). Concludo dicendo che chi mi “legge” sa bene quanto io consideri bravo de Giovanni nel leggere gli animi, beh, Piergiorgio sta diventando bravo come lui, e non è cosa da poco. A questo aggiungete l’umiltà di imparare sempre (pur avendo una cultura che te la raccomando). Non resta che ringraziare e leggere in fretta, aspettando Vito Strega.

Io il sangue e lo star bene

Avete mai sentito le persone che fanno beneficenza o volontariato, dire che è una cosa che fa star bene? Ecco la stessa cosa succede quando vai a donare il sangue. Mi ricordo ancora l’emozione di quando ho cominciato, già da anni accompagnavo il mio babbo e mi piaceva vedere quelle facce sorridenti, sapevo di volerlo fare anch’io. Allo scoccare dei 18 anni ho fatto la mia prima donazione, coccolata tenuta in palmo di mano (sono uno 0 negativo), e gratificata. Sapevo che quella sacca che a me non costava nulla dare, per qualcuno faceva la differenza, a volte addirittura fra la vita e la morte. Sì è una specie di senso di onnipotenza. Appena arrivata a Milano, una delle prime cose che ho fatto è stata cercare in quale ospedale andare a fare le donazioni, il Policlinico era perfetto. 9 anni senza un problema, poi mi sono spostata a Reggio Emilia e non ho avuto il tempo di andare, ma vabbè, pazienza. Ho fatto una donazione estemporanea a Napoli, nel 2015, c’era il pulmino e prima di entrare a Santa Chiara mi son fermata, tutto perfetto, mi hanno mandato gli esami con tanti ringraziamenti per la donazione fatta. Poi sono tornata a Milano e volevo ricominciare, ahimè, mi è sorto un problema di ipertensione (con relativa terapia che secondo i protocolli del policlinico non era compatibile), ovviamente ci son rimasta male, ma la salute viene prima di tutto e me ne sono fatta una ragione. Poi mi hanno cambiato terapia e ho chiamato per verificare, questa era compatibile e siamo partiti con gli esami di idoneità. Un problema di globuli bianchi alti (documentato dal 2007) e mai ritenuto un problema, è diventato un possibile linfoma. Potete immaginare l’ansia di sentirsi dire che mi stavano già aspettando in reparto per il prelievo del midollo? Per fortuna gli altri esami lo hanno escluso ma la dottoressa, di cui sono fortemente indecisa se fare il nome, ha deciso che siccome sono una fumatrice, nonostante riscontrasse l’assoluta mancanza di patologie, ha continuato ad escludermi. Oggi ho trovato un altro medico, più anziano della spocchiosa signorina, che alle mie rimostranze fra l’altro, mi ha accusata di aver voluto approfittare della sanità facendo una caterva di esami anche molto costosi, questo medico ha guardato gli esami degli ultimi anni, mi ha visitata e fatto un’anamnesi coi fiocchi, mi ha detto gentilmente che se riesco a smettere di fumare è meglio (sapendo che stava dicendo un di più, lo so benissimo da sola) e poi mandandomi a fare il prelievo e la donazione. Io non so chi avrà bisogno della mia sacca, se un bianco un nero un latino, un tossico o uno che è stato coinvolto in un incidente, una persona per bene o un delinquente, non lo so e non mi interessa, il sangue è vita e se puoi dare un pezzetto di vita a chiunque, lo fai, è un dovere, è un piacere.  Mi è arrivato un messaggio in pvt, da una persona che a volte ha bisogno di sangue, un’amica, non avrà mai il mio perché siamo in città diverse, ma quel grazie è il più bel vaffanculo che potesse arrivare alla giovane spocchiosa dottoressa, mi auguro che non abbia mai bisogno, né lei né un suo caro, ma il vaffanculo resta, con tutto il cuore.