FLORA

di ALESSANDRO ROBECCHI

Un romanzo inaspettato, nel contenuto intendo, Robecchi come gli altri moschettieri di Sellerio lo aspetto per rilassarmi senza cedere a letture “vuote”, il famoso divertimento intelligente. Mi aspettavo ovviamente che il Monterossi o il Ghezzi con i loro sodali mi trascinassero in una delle follie a cui mi hanno abituata e invece Robecchi mi ha cambiato tutte le carte in tavola, anzi ha proprio giocato con un altro mazzo.

Il giallo direi che non c’è, sicuramente c’è la tensione del non sapere il perché e come finirà. Il perché viene svelato subito, si snoda pagina dopo pagina, qualcuno vuole lanciare un messaggio forte alla Nazione e per farlo decide di usare la madonna del plasma, Flora De Pisis. Per farlo la rapisce. Il riscatto oltre ad una bella cifra, consiste e in un’ora di trasmissione senza interruzioni di alcun tipo praticamente a reti unificate. Monterossi in quanto “creatore” del personaggio, viene coinvolto insieme a Falcone, ma il ruolo è marginale, diciamo che fa da filo conduttore, in fin dei conti come la conosce lui Flora, nessun altro.

In realtà nel complesso del romanzo, diventa uno di noi, anche lui costretto a fare ipotesi e supposizioni, perché il comportamento della diva spiazza tutti. Ma quindi cosa voleva comunicare Robecchi? Va da sé che qui ci trovate quello che è arrivato a me che non ho certo la pretesa di avere la verità in tasca. La contrapposizione è palesemente fra la finzione e la realtà. Quello che i rapitori vogliono comunicare al mondo è “solo” una storia che ha contribuito a fare la Storia. La vita e soprattutto la morte di un poeta (siamo onesti, misconosciuto a molti), il francese Desnos, noto per il feuilleton radiofonico Fantomas  e poi per il suo spirito surrealista, libero amante e sostenitore (anche politicamente)della libertà, che il nazismo ha cercato di imbrigliare senza riuscirci, perché la sua poesia il suo amore tormentato, sono ancora qui nonostante lui sia morto poco dopo la liberazione dal campo di Terezine. Finzione e realtà dicevo, e qui entra in campo la mia personalissima interpretazione, perché in realtà i rapitori di Flora, intendono usare per proclamare la libertà di pensiero, intesa proprio come pluralità vivacità e confronto, il mezzo che tutto appiattisce, che in qualche modo alimenta il pensiero unico e l’incapacità di critica. Magari Robecchi ha solo scritto una storia intorno a uno dei suoi personaggi, giustamente essendo tanti punta il faro ora più sull’uno e ora sull’altro, ma mi piace pensare che ci sia una specie di speranza.

Come me la De Pisis non conosceva Desnos, eppure la sua storia l’ha coinvolta (oddio, potrebbe aver solo recitato il suo ruolo per pararsi il palestrato didietro, ma insomma, è un romanzo e io ci leggo quel che voglio), le ha risvegliato quell’essere “autentico” che ormai è stato soppiantato dal personaggio. Restano i dubbi alla fine, a noi come anche al Monterossi & co., resta la consapevolezza che se per un attimo si è intravista la possibilità di un riscatto intellettuale collettivo, sarà appunto fuggevole e la produzione della Grande fabbrica riprenderà il suo posto velocemente, ma è bello pensare che possa accadere, che da qualche parte, quel paio di neuroni e di sentimenti, esistano ancora.

2021

La memoria n. 1191

384 pagine

EAN 9788838941665

I DIAVOLI SONO QUI

di Louise Penny

E niente, a me la Penny piace proprio, non è stato amore a prima vista, il primo che ho letto non è scorso via veloce, ma se poi ho preso per mano anche il secondo eccetera evidentemente qualcosa ci avevo trovato e il mio intuito difficilmente sbaglia. Gamache ormai è una figura familiare, come Reine Marie (sua moglie) le famiglie dei figli e tutta l’allegra tribù che vive a Tree Pines.

Le trame sono sempre complesse e intrecciano quel dilemma che fa parte della vita di tutti, vale più la nostra etica, la morale o sono più importanti le leggi dello Stato? Certo il capo, anzi l’ex capo della Sureté di Montreal è un personaggio complicato nella sua semplicità. Conscio che esistono il bianco e il nero ma anche di quante possono essere le sfumature di grigio.

I diavoli del titolo non sono in Quebec ma a Parigi e sono una citazione che il padrino di Gamache, il miliardario Stephen Horowitz gli ripete da quando, ancora bambino, lo portava a scoprire i giardini nascosti e gli edifici più significativi della ville lumiere. Del suo padrino si è sempre fidato ciecamente, le stranezze che ha commesso (di nascosto) negli ultimi tempi e le insinuazioni di un suo passato collaborazionista non riescono a scalfire comunque né l’affetto né la fiducia. A maggior ragione quando sotto i suoi occhi lo investono deliberatamente riuscendo quasi a ucciderlo e quando nel suo appartamento, Armande e la moglie trovano un cadavere mentre il probabile assassino è ancora in casa. Il dilemma, il dramma oserei, è quando si rende conto che chi ha ordito la trama in cui si trova invischiato, che coinvolge tutta la sua famiglia, potrebbe essere addirittura il capo della prefettura o il suo vice.

Avvincente avvolgente coinvolgente, ha un ulteriore pregio – vabbè almeno per me lo è – puoi interrompere la lettura, vivaddio nella vita c’è anche altro da fare, e non appena lo riprendi in mano, dalla prima riga sei di nuovo immersa nell’atmosfera, che  si sia interrotta la lettura in un momento angosciante o che lo si sia fatto in un momento gioioso onestamente non credo che sia facile mantenere un equilibrio nella scrittura che sia così fluido, anche nei passaggi ripeto, da momenti terribilmente drammatici come la morte violenta ad altri che inneggiano alla vita che va avanti, come una nascita.

Sullo sfondo, come le quinte di un teatro che cambiano di atto in atto, Parigi e il freddo Quebec, entrambi posti pieni di fascino e di vita, due mondi che più distanti non si potrebbe e ciononostante non riescono a scalfire minimamente la solidità delle figure protagoniste. Non perdetelo e se non l’avete ancora incontrata, leggete tutto quello che trovate, mi ringrazierete. Scommettiamo?

2021Stile Libero Big

pp. 616 € 16,00

ISBN 9788806248222

Traduzione di

GLI OCCHI DI SARA

di Maurizio de Giovanni

Sara con gli occhi che vedono tutto e non hanno visto quelle poche (o tante) cose che Massimiliano ti ha tenute nascoste, Sara che vede i sentimenti che le persone tentano di nascondere, Sara che se necessario uccide, Sara che ha perdonato suo figlio per non averla amata, Sara che non conosce la sconfitta se non quella che solo lei può infliggersi. Sara che adesso sfida addirittura il destino, quel destino che le ha tolto (credeva) tutto e invece le sbatte in faccia l’ennesima prova. Sara che non si piega. Sara ha imparato a nascondersi, a diventare “invisibile”. Che ancora una volta si trova di fronte il suo passato e non può evitarlo perché da quel passato dipende la vita di Massimiliano piccolo, letteralmente e lei non permetterà che accada.

All’incontro con lui per la presentazione del romanzo ai blogger, sono uscite tante cose interessanti, una fra tutte, la convinzione oserei dire pressoché unanime che siamo di fronte all’uomo allo scrittore, più femminista delle femministe, nella testa e nel cuore. Le donne di  de Giovanni  non sono neanche lontanamente inferiori né alcun personaggio maschile oserebbe non considerarle alla pari se non addirittura superiori. Lo sono Enrica Livia Bianca tata Rosa e perfino Nelide, lo  sono Ottavia Alex la Martone Elsa e perfino la figlia, così come lo è Mina. Lo sono non lo rivendicano, non sgomitano per avere il loro posto al sole, è il sole che le cerca. Non chiedono, gli viene riconosciuto. Lo è Viola, Sara forse più di tutte, per il mestiere che ha fatto, per le scelte di vita e a mio parere, ancora di più per come coniughi naturalmente la sua forza con un’anima gentile (che mai si perde in smancerie), con un cuore grande.

È proprio negli occhi di questa donna, di una nonna, su cui Maurizio non si era mai soffermato, c’è tutto quello che lei non vorrebbe si vedesse. Occhi verde azzurri in cui vedi tutto, per fare una citazione musicale “che non san nasconder niente neanche quanto tu sia intelligente”.

Bene, adesso che forse si è vagamente intuito quanto io ami questo personaggio, posso parlare del libro. Fino a qui la Morozzi, ha “risolto” sostanzialmente dei gialli, dei casi polizieschi, sia pur  facendo ricorso  alle antiche amicizie dell’ambiente di lavoro, stavolta non c’è un caso da risolvere, ma la maestria dell’autore lega indissolubilmente la salvezza di Massimiliano ci porta indietro negli anni, quando nel mondo che noi non vediamo, in quel chiaroscuro che avvolge i Servizi segreti (dritti o deviati poco cambia), anni in cui sono maturati odi personali che ancora persistono, desideri di vendetta alimentati nel tempo dall’ideologia, Una spy story in piena regola.  Tanto per non smentirsi, sappiate che gli vengono splendidamente anche quelle.

Editore:Rizzoli

Collana:Nero Rizzoli

Anno edizione: 2021

  • EAN: 9788817155724

EPUB con DRM10,99 €

Brossura18,05 €

LA CASA AL CIVICO 6

di NELA RYWIKOVA

Una scomparsa che viene sottovalutata dalla polizia, una telefonata presa per caso da un poliziotto costretto a dormire in ufficio e qualcosa che scatta, forse quella madre ha ragione, forse non è stato indagato abbastanza a fondo su quel ragazzo, potrebbe essere che davvero qualcuno lo abbia ucciso. Così, da una telefonata insolita quanto reiterata, prende il via un’indagine che oltre a portarci alla soluzione del caso che giaceva da troppo tempo, ci accompagna in un viaggio che pur svolgendosi a pochi (metaforicamente) passi da casa nostra, ci svela quanto siano diverse le cose. Un giallo sociale si potrebbe definire. La vicenda si svolge a Ostrava, una cittadina della Repubblica Ceca cresciuta intorno al complesso industriale per l’estrazione del carbone. Sono stati costruiti palazzi ed edifici per i lavoratori della fabbrica, ma gli architetti non hanno pensato al verde, nulla di nulla. Il colore predominante è il grigio, quella della polvere di carbone che copre e uniforma tutto, soprattutto il palazzo ormai mezzo in rovina ma in cui resistono stoicamente alcuni inquilini a cui gli appartamenti erano stati assegnati. Il poliziotto si accorgerà presto che lì, in quell’edificio al civico 6 di U Trati (che letteralmente significa alla ferrovia, deve trovarsi la soluzione della scomparsa di Martin e probabilmente anche il movente della sua morte che sembra essere la risposta. Per me il primo approccio alla letteratura di una parte di mondo che mi è oscura, un mondo a ridosso del nostro dove la libertà è un concetto del tutto diverso, ancora legato in qualche modo al totalitarismo imposto dall’Unione Sovietica. Non una lettura rilassante, anzi, potrebbe anche disturbare perché al di là della trama gialla, che è perfettamente delineata, sopra a tutto salta agli occhi quel grigio, quella polvere che negli anni è penetrata nell’anima di chi l’ha respirata condizionandone comportamenti atteggiamenti e vite. Lontana anni luce da Praga, capitale che oggi è una meta turistica culturalmente vivissima. Una lettura consigliata per uscire dai soliti schemi restando nella comfort zone del genere. Un viaggio diverso che però vale la pena fare.

IL SEGRETO DI MR.WILLER

di CHICCA MARALFA

Seconda prova per Chicca Maralfa, dopo l’esordio con una black commedy, ha deciso di cimentarsi con un giallo che scivola nel noir. Uno streamer, politicamente scorretto fino all’eccesso, uno che si è scelto un nom de plum in omaggio al cavaliere solitario, uno che sembra un buzzurro fortunato, si rivela essere invece un personaggio del tutto diverso da quello che appare. Si è fatto volontariamente e consapevolmente bersaglio di heater attivisti no vax e tutta quella fauna che popola il web. Peccato che per scoprire la vera essenza di Willer, il mondo dovrà aspettare che muoia, più precisamente che venga ucciso. La Maralfa scrive sicuramente bene, attenta a che la trama non abbia buchi o incongruenze, brava nel descrivere (e essersi inventata) dei personaggi davvero forti, con personalità che risultano addirittura disturbanti che vivono in quel sottobosco che tutti frequentiamo e crediamo di conoscere, ma che in realtà è perfetto per chi vive ai margini, che permette di nascondersi dietro nickname e falsi profili, che permette di dare sfogo a tutte le frustrazioni e le perversioni che non si possono mostrare al mondo.  Un bel giallo in conclusione, però forse c’è qualcosa da rivedere, il giallo è una sfida che l’autore lancia al lettore, l’investigatore (che sia poliziotto carabiniere detective giornalista o qualunque altra figura) deve avere una sua peculiarità, il lampo di genio che a un certo punto della storia gli fa trovare il pezzo del puzzle che nessuno aveva visto, fin qui non ci piove, ma la sfida, che non potrà mai essere ad armi pari, deve essere quantomeno leale e in questo libro non lo è. Benissimo il colpo di scena finale, del tutto inaspettato e insospettabile, però personalmente, mi sono chiesta come io lettrice avrei potuto giocare la partita non avendo a disposizione il benché minimo indizio.

Non si legga questo appunto come una critica, il romanzo resta ottimo, scritto bene e con tutto quello che serve, mi è anche piaciuto e lo consiglio, ma non ai giallisti appassionati che amano cimentarsi nella caccia all’assassino, per tutti gli altri, un’ottima lettura.

Editore: Les Flâneurs Edizioni

Collana: Maigret

Anno edizione: 2021

In commercio dal: 19 febbraio 2021

Pagine: Brossura

EAN: 9788831314787

SCELTE SBAGLIATE

Edizioni Le Assassine continua nella sua costante e ascendente ricerca di autrici e romanzi, contemporanee e non, senza sbagliarne una. Nello specifico parliamo di un’autrice finalmente non nordica (mi perdonerete ma io di paesaggi banchi freddi e desolati, per quanto bellissimi mi sono un po’ stufata). Nella collana Oltreconfine, troviamo Scelte sbagliate di Susan Hernàndez, autrice Catalana ( di cui spero di trovare tradotti gli altri romanzi). Siamo oltre il noir siamo oltre il giallo psicologico. La storia relativamente e apparentemente semplice di due coppie o forse di quattro persone, due fratelli il cui nome nel piccolo centro della Catalogna dove vivono, è sinonimo di ricchezza di benessere di potere. Sono i Badia. Eredi del salumificio che sostiene quasi tutta l’economia del paese. Àxel è stato dichiarato affetto da un disturbo psicotico, dovuto all’abuso di alcol e droghe e dal quel momento praticamente ripudiato dal padre che sposta ogni aspettativa sul fratello più giovane Rai, accettando di tenere il figlio maggiore in azienda a fare qualcosa di poco impegnativo, togliendogli ogni responsabilità e buona parte dell’eredità. I due sono sposati con due amiche, super Carla, la donna perfetta, professionista affermata elegante sempre impeccabile, moglie e madre di Joel, ha “incastrato” Rai nel modo più banale, restando incinta, Àxel ha spostato Lisa, amica di super Carla. I due non hanno figli, per scelta di Lisa, e non sono riusciti a mantenere una vita normale se non benestante. La voglia di rivincita, di “vendetta” di rivalsa sulla vita fa sì che venga fatta la prima scelta sbagliata, e a volte il prezzo da pagare è altissimo.

Perché lo consiglio caldamente? Perché è scritto bene, tradotto bene, perché descrive un mondo che nonostante tutte le speranze di no, esiste. Perché Rai super Carla Àxel o Lisa, potremmo essere noi e Joel nostro figlio. Perché uscire dalla confort zone degli autori che conosciamo e amiamo è utile. Perché dovreste leggerlo? Perché sapete di potervi fidare di quello che consiglio (spero), se così non fosse non si capisce cosa facciate qui.

IL VENDITORE DI ROSE

Dario Sardelli

Torpignattara è un quartiere di Roma, non esattamente un posto residenziale, ma i suoi abitanti (come capita in quai tutte le periferie), dopo essere stati “emarginati” guardati dall’alto in basso e ovviamente “invasi” dalle varie comunità di stranieri più o meno regolari, hanno trovato l’orgoglio di rivendicare la loro identità di borgatari (anche quelli di Milano e di ogni grande città). A Torpigna, perché così la chiamano, il commissariato è retto dal vicequestore Piersanti Spina, uno tranquillo che non ama fare l’eroe, fa il suo e cerca di vivere meglio che può, cosa non facilissima perché è affetto da CIPA, una malattia rara e congenita del sistema nervoso che gli impedisce di provare caldo freddo e di sudare. Non so esattamente se la malattia sia come descritta o un po’ esagerata, ma certamente caratterizza il personaggio.  Belli anche gli altri personaggi e bella la storia. Un cadavere in mutande, in quello che viene chiamato il pratone  che Spina riconosce come il “bangla” da cui ha comprato tre rose per la sua fidanzata, la sera prima che incidentalmente era san Valentino.

Un bel casino, un po’ perché essendo in mutande non ha documenti, un po’ perché probabilmente non li avrebbe avuti neanche se fosse stato vestito. Sia come sia il vicequestore sa fare il suo mestiere e alla fine, non proprio agevolmente scopre sia chi era il ragazzo (ben altro rispetto a un venditore di rose), sia il perché e chi lo ha ucciso.  C’è da dire che personalmente l’ho molto apprezzato, veloce, scritto bene, senza esagerazioni e colpi di scena improbabili ma con tante piste che depistano, una trama che si discosta dalle “solite”, fresca e nuova così come il protagonista. Decisamente piacevole. Un nuovo esordio di un italiano che a occhio e croce non resterà un unicum, l’unico augurio che mi/ci faccio (pur conoscendo le dinamiche editoriali), è che non ne sforni uno ogni sei mesi, andazzo che purtroppo è sempre più presente ma che, scusate la franchezza, dopo un po’ diventa un legaccio che ti fa sentire obbligato a leggere, pena i sensi di colpa da lettore incallito e il dover scegliere qualcuno a scapito di altri.

Voi però leggetelo, perché il ragazzo, sceneggiatore e autore televisivo, probabilmente ci darà delle altre belle soddisfazioni.

2021

Stile Libero Big

  1. 240

€ 17,00

ISBN 9788806244408

IL SANREMO DI AMORINO e PATATO

foto reperita in rete

Ok, vediamo di dare un senso a questo blog, non ci metto spesso riflessioni e articoli che non parlino di libri, ma forse è ora di cambiare registro, o almeno di provarci. Oggi quindi si parla del Festival di Sanremo, della musica poco, perché passi tutto, ma non ho sufficiente competenza per parlarne al di là di quelli che sono i miei gusti.

In forse fin quasi all’ultimo, pubblico sì pubblico no, niente passerelle niente casino niente caccia agli autografi, giornalisti pochi (diciamolo, la sala stampa è da sempre spettacolo nello spettacolo), insomma certamente non era facile e lo abbiamo capito tutti. Usciamo subito dalla polemica canone mica canone compensi eccetera, si è capito da mò che la kermesse si ripaga ampiamente da sola. Continua a leggere “IL SANREMO DI AMORINO e PATATO”

L’inizio e la fine – Stefano Tura chiude il cerchio

Stefano Tura non ha bisogno di gran presentazioni, autore di thriller giornalista creatore di un Festival del giallo a Cesenatico, volto ormai storico di RAI1, ha esordito con Il killer delle ballerine nel 2001 e poi ha proseguito con il thriller, direi anche con un buon successo. Per farla breve, una volta rientrato in possesso dei diritti sul suo lavoro (l’editoria come la musica è un mondo strano), ha messo in atto un progetto con La Corte editore (che io ve lo dico, è una casa editrice che sa quello che fa). Scrivere il sequel di quel primo romanzo (che era comunque autoconclusivo), tornando per così dire sul luogo dei delitti 20 anni dopo.
Le discoteche ci sono ancora così come ci sono le cubiste, quello che il protagonista de L’ultimo ballo, ex poliziotto coinvolto negli atroci delitti, non si aspettava proprio, è di ripiombare dritto in quello che con qualche variante sembra essere una replica di quanto già vissuto.
Bravo Tura a non fare un copia incolla invecchiando un po’ i protagonisti, ma a inventare una storia del tutto diversa nella sostanza.
Se infatti è vero che la vicenda attuale è diretta conseguenza della prima, i protagonisti il modus operandi e lo svolgimento dell’indagine, sono tutta un’altra cosa. Le differenze fra i due romanzi sono palesi nel linguaggio, il primo ovviamente non era soggetto al politically correct (che semplicemente non esisteva) che oggi è impensabile non seguire se non si vuole finire alla gogna, il secondo è per forza leggermente più pettinato, ma la cosa che più si nota, è l’attenzione che l’autore, evidentemente maturato, pone sul tema delle diversità, in generale, un’attenzione profonda che mette in luce quanto ancora ci sia da fare e riconosce al tempo stesso quanto sia facile distrarsi. Quanto oggi sia possibile diventare vittime nell’indifferenza. L’unico appunto che personalmente mi sento di fare al libro (in particolare al secondo romanzo) è la tendenza a qualche ripetizione di troppo di alcuni rimandi, qualche descrizione che si poteva evitare, ma che tutto sommato nulla toglie a un romanzo da leggere.

DAVIDE LONGO – ARCADIPANE E BRAMARD

Nel 2021 Einaudi ha deciso di (ri)pubblicare tre romanzi dello stesso autore, una scelta interessante se si calcola che in realtà i romanzi sono stati scritti in tempi molto diversi. Parliamo di polizieschi o quanto meno di romanzi che implicano un’indagine e dei poliziotti o ex poliziotti.

I romanzi sono  – Il caso Bramard – Le bestie giovani  – Una bestia feroce – Nel primo non è chiarissimo chi sia il protagonista designato, se il commissario Arcadipane o il suo ex superiore Corso Bramard (cognome tipico del Roero), è un continuo passarsi la palla, dove non arriva uno arriva l’altro. Anche perché nel caso Bramard, Corso è parte in causa.

Il secondo è un’indagine parallela a quella ufficiale ed è una sorta di romanzo civile, che torna agli anni di piombo con tutto quel che ne consegue, quello che cambia sono le proporzioni del peso dei personaggi, qui si parla molto più di Arcadipane che non sta passando un bel momento nel suo privato.

Nel terzo sono più evidenti i cambiamenti di entrambi, il caso riguarda web deep web e di conseguenza le magagne di una società che abbiamo tutti sotto gli occhi.

La scrittura di Longo è piacevole, equilibrato nel dosaggio fra indagine e focus sui personaggi (ad affiancare i due c’è anche un’agente ben stramba e piena di problemi ma decisamente brava nel suo lavoro) e sulla loro evoluzione nel tempo e bello il modo di descrivere la città (Torino) e i dintorni, senza campanilismo ma si sente se mi passate l’espressione, l’amor patrio. Allo stesso modo c’è equilibrio fra i caratteri, che pure sono decisi e con storie “forti” alle spalle sono descritti quasi con delicatezza, con rispetto. Per quanto riguarda le trame, a non fermarsi in superficie, ci si trova anche altro, denuncia sociale se vogliamo, di fenomeni comuni quanto tristi della società attuale e delle loro conseguenze. Quasi dei noir. Ahimè nonostante la sua produzione sia assolutamente polposa, non lo conoscevo. È uno di quegli autori che puoi prendere con calma, non ti mette l’ansia di sapere, i romanzi aspettano pazienti che arrivi il momento per dedicarti a loro e goderne. Sicuramente non resteranno sullo scaffale (nel Kobo) a lungo fra i non letti.