CONSIGLI PER LE STRENNE

Consigli a pioggia, anzi a neve ma se le perturbazioni si spostano, i suggerimenti invece restano on line, quindi prendete nota che un libro sotto l’albero è sempre un bel vedere.

Partiamo con l’ultimo Lucarelli,  ve lo ricordate Almost Blue? Nel caso non lo aveste fatto prendete anche quello come suggerimento. Dopo anni l’Iguana torna, nel momento più sbagliato. Grazia Negro, la poliziotta che lo ha fermato è in sala operatoria, con un cesareo ha appena. Spietato. È una parola che se ci si sofferma sopra fa paura, perché puoi sperare nell’attimo di pietà di chi uccide per denaro, per gelosia, per odio. Lui non sa cosa sia la pietà lui uccide e basta, senza un perché. Uno di quegli autori che ti fanno mettere sul divano con la sensazione di farti un caffè con un amico che ha un sacco di cose da raccontarti.  Ahimé è anche capace con i suoi capitoli brevi e incisivi come un bisturi ma soprattutto i suoi colpi di scena, di farti saltare e cadere dal comodo divano . Lèon – Einaudi Stile Libero

Restiamo sul giallo con un altro pezzo da novanta, Donato Carrisi e la sua Casa senza ricordi – Longanesi. Il protagonista è ancora Pietro Gerber, l’ipnotista fiorentino che si occupa, anche per il tribunale, di bambini. Forse più di qualunque altro autore non fa sconti, non abbellisce la realtà, come facciamo quasi tutti quando parliamo di bambini, ne riconosce e ne accetta come naturalela crudeltà. Perché esiste, forse semplicemente perché non ancora mediata dalla coscienza. Lui con le parole ci fa il giocoliere, arrotola e srotola gli avvenimenti con cui compone i suoi puzzle trascinando i lettori in un vortice con poche, veramente poche pause per rifiatare. E quando lo finisci, quasi ti manca che ti manchi l’aria, a volte anche per quanto ti fa inca**are, perché per qualche attimo, hai la sensazione di non aver capito niente, ma tranquilli, un paio d’anni e ne scrive un altro.

Il terzo consiglio ha bisogno di qualche cautela per l’uso, non mettetelo sotto l’albero di chi è troppo sensibile, soprattutto se lo è nei confronti degli animali, o almeno avvisate di leggerlo quando non si è particolarmente fragili (ma prima o poi va letto). Bernardo Zannoni, giovane autore incanta chi legge I miei stupidi intenti – Sellerio. La vita di una giovane faina raccontata dalla faina stessa, come un film d’animazione con momenti che ti straziano e altri che ti innamorano. Deliziosamente surreale ma anche crudele, così come sono le vita e la natura.

Ecchecavolo                                 il mondo secondo Imma Tataranni

Mariolina Venezia

Niente indagini per il sostituto procuratore più amata d’Italia, che la si voglia pensare con il volto di Vanessa Scalera o come la descrive Mariolina Venezia – un po’ meno bella più bassa e molto più popputa – i suoi borbottii interiori restano gli stessi e se siamo onesti, non fa niente altro che quello che capita a tutti almeno qualche volta di pensare “se dipendesse da me…”, la differenza è che Imma, lo fa più o meno con cognizione di causa. No, non è vero, nei suoi sfoghi rigorosamente mentali e non esplicitati, il magistrato si lascia andare a immaginare le pene più assurde per quelli che lei considera comportamenti che in realtà si dovrebbero configurare a tutti gli effetti come reati. Quali siano detti comportamenti ve lo potete immaginare da soli, si va dalle battute idiote, quelle che non fanno ridere nessuno se non per piaggeria allo sposta suocere, dalla penalizzazione del “ti è piaciuto?” che segue le prestazioni sessuali al diritto di sbotto.

Personalmente ho adorato questa raccolta, questa nuova ed estremamente esaustiva appendice al Codice Penale, sarà che tutto ‘sto brutto carattere che viene attribuito alla Tataranni, non lo vedo, anzi a dirla tutta la trovo estremamente razionale e sacrosantamente diretta.

        Rientrando nel ruolo di seria lettrice, il personaggio nato dalla penna della Venezia, almeno a mia memoria, mette su carta e su piccolo schermo una donna normale (per la cronaca il significato letterale è “nella norma”, ossia corrispondente allo standard della maggioranza, perché si sappia, la Tataranni non è la sola ad essere stufa marcia del politicamente corretto). Né bella né brutta, bassetta come lo sono la maggior parte delle donne del nostro sud – a meno che non appartenenti al ceppo normanno – non è nemmeno particolarmente intelligente o geniale, non lo è mai stata ed essendone consapevole, ha applicato l’unico comportamento logico, si è impegnata tanto, fino ad arrivare a fare quello che desiderava fare. Non soggetta alle passioni dell’adolescenza ha fatto il suo senza esagerare, fino a quando ha incontrato Pietro, normale anche lui, non sarà un amore da film, ma da filarino è diventato un fidanzamento e poi un solido e confortante amore coniugale, ok non del tutto scevro da qualche ipotizzato scivolone, ma in fin dei conti gli occhi ce li ha e non è fatta di pietra e sa quando fermarsi prima di fare danni. È diventata madre con tutti i problemi che comporta crescere un figlia “sana” a dispetto della suocera che nutre manie di grandezza.

Un libro consolatorio e divertente, che se letto nel modo giusto ha secondo me una valenza sociologica importante, perché nascosto fra le improbabili norme che applicherebbe nel suo mondo ideale, c’è un messaggio forte per le donne. Siate quel che siete, siate felici di quello che vi siete conquistate con la vostra fatica, che non vuol dire accontentarsi, ma vivere se stesse senza inseguire ideali che stanno solo sulla carta o sui profili social, dove si possono applicare i filtri che nella vita vera non funzionano.

ROCK IS THE ANSWER

Massimo Cotto

 

Se siete di quelli che per prima cosa al mattino accendono la radio, che senza le cuffiette nelle orecchie non vi sentite vestiti, se ogni momento della vostra vita ha una precisa colonna sonora e per ogni stato d’animo vi viene in mente il testo di questa o quella canzone, direi che una sosta in libreria pe comprare questo libro è pressoché obbligatoria. Non ci trovate una storia, ma riflessioni pezzi di interviste – e Massimo Cotto ne ha fatte parecchie – che sono una specie di svelamento della verità. La verità della musica e dei testi, di ogni artista nominato. Per dire, vi ricordate quando Springsteen (se non ricordo male) ha chiamato la mamma sul palco perché lei ha l’alzhaimer  – con quel che ne consegue – ma quando canta e balla con lui si “ritrova”? Ecco, ci trovate queste cose qui, o la “confessione che alcuni dei pezzi più rivoluzionari Jagger li ha scritti sul divano di casa in pantofole? Tutta una roba così che però è come dire, in viva voce dai protagonisti. E gli argomenti della vita sono tanti, sono tante le domande che ci facciamo, i dubbi che abbiamo e quasi per tutti la musica ha la risposta o l’indicazione. Dice ma Cotto si è limitato a raccogliere i pezzi? A parte che garantisco sarebbe stato sufficiente, ma no, alla fine di ogni sottocapitolo (è fatto strano ‘sto libro), ci mette anche del suo. Ciliegina sulla torta, è fatto in modo tale che se ne avete voglia partite da pagina uno e arrivate a 446 – con alla fine 8 pagine di indice delle canzoni e degli artisti, i alternativa lo sfogliate e vi fermate sul nome che vi ispira in quel momento. Non male, sicuramente meglio di un ansiolitico e con lo stesso effetto.    La recensione vera insieme ad un’interessante intervista la troverete su Mangialibri e ovviamente vi avviserò, nel frattempo, una capatina in libreria io se fossi in voi la farei

IL BIANCO E IL NERO

Amal Bouchareb

Leggendo i romanzi che Le Assassine pubblica nella collana Oltreconfine non ci si limita a un tempo più o meno lungo di relax o di svago, anzi, nel caso de IL BIANCO E IL NERO dell’algerina Amal  Bouchareb, si entra in un mondo ai più sconosciuto.  Non sono certa che si possa considerare un giallo, anzi direi che decisamente il giallo è l’ultima cosa importante in questo romanzo. Si parte con un morto, un artista di fama internazionale italoalgerino che è tornato ad Algeri inseguendo un’ambizione, quella di dipingere il quadro perfetto attraverso un viaggio a ritroso nelle sue origini. Ma la sinossi la trovate al link, quello che importa in questo polposo racconto è tutto quello che gira intorno. C’è la Storia, la colonizzazione francese certo, ma anche la presenza degli ebrei che hanno dato e preso, c’è la religione o meglio quella parte di islam di ebraismo sufismo e tanto altro che ha influenzato lo sviluppo di tante tradizioni che insieme al resto identificano una cultura, c’è la geografia, perché l’autrice con gli spostamenti dei protagonisti e del racconto ci porta a spasso e non è possibile semplicemente archiviare i nomi dei posti nella memoria. Ho parlato dell’ambizione di dipingere il quadro perfetto, non è un caso se ho usato la parola ambizione e non ricerca o ispirazione, perché ambire a qualcosa che sia o tenda alla perfezione non viene dal desiderio di realizzare qualcosa per gli altri, ma per sé e una spinta così potente può venire solo dal fuoco che accende dentro la filosofia. Poi c’è la magia, quella bianca e quella nera che si incrociano a Torino, insomma non manca nulla e per di più è scritto bene. Volete un termine di paragone, A che punto è la notte, sì sì, proprio quello di Fruttero e Lucentini. Ecco, non è un romanzo da leggere per rilassarsi, richiede concentrazione e spesso un accesso a san google.  Non so se sia una strada facile quella scelta da Le Assassine, vendere è più facile se dai al lettore solo pagine da relax, ma la lettura è altro e qui lo troviamo, per di più, c’è la scelta di pubblicare solo donne, in un momento in cui ogni giorno c’è notizia di un omicidio che vede soprattutto vittime femminili uccise senza una ragione che non sia impedirne l’autonomia. Che poi va a finire o almeno c’è il rischio che cercando di approfondire quel tanto che basta, si arrivi a capire quel che abbiamo intorno, – che non è esattamente il massimo – a capire come si può e si deve rapportarsi agli altri con la conoscenza reciproca. Non un romanzo semplice, ma io so che chi passa di qua a leggere le mie opinioni, ama anche scoprire cose nuove, modi diversi di approcciare la lettura e quello che se ne può ricavare. 

Le sultane

  Marilù Oliva

La nuova copertina

Solferino ha ripubblicato un romanzo del 2016, e devo dire ha fatto bene, a questo link trovate la recensione che feci a suo tempo per Mangialibri, oggi ve ne riparlo qui saccheggiando qualche spunto da quel che avevo scritto. Il resto viene facile perché riconoscendo la bravura di Marilù nello spaziare e cambiare mood, Le sultane è forse il suo romanzo che mi è piaciuto di più. È saturo di cattiveria, quella che di solito non vediamo ma si annida inesorabilmente in molte persone anziane, quelle che purtroppo per loro non sono riuscite a godersi la vita o non accettano che la stessa abbia per tutti a stessa destinazione.  Wilma Mafalda e Nunzia, sembrano tre innocue anziane signore che abitano a Bologna – case popolari – ed elargiscono consigli non potendo più dare il cattivo esempio, purtroppo il destinatario dei consigli è spesso quello sbagliato. Fra una chiacchiera e un tè, il dramma di Wilma a cui è morto un figlio e non riesce più ad avere nessun rapporto con la figlia rimasta, la parsimonia (perché mi piacciono gli eufemismi) di Mafalda e la malattia di Nunzia la vita sembra procedere normalmente, finché una mosca, sotto forma di lamentela per il ticchettare dei tacchi sul pavimento, non salta al naso di Wilma. Nessun giudizio, nessuna lezioncina morale, solo la descrizione perfetta della miseria che può raggiungere l’essere umano, sì, anche quello che potrebbe essere il nostro vicino di casa o perché no noi stessi. Il ritratto spietato di una terza età che in genere si tende a sottovalutare (da tutti i punti di vista), la fotografia di quanto possa essere incredibile l’essere umano, angelo e demone senza soluzione di continuità, ricettacolo dei sentimenti più diversi e insospettabili. E se vi state chiedendo, ma ve lo dico comunque quindi risparmiatevi la fatica, perché sia il romanzo che più mi è rimasto, è presto detto. Si ride, amaramente molto amaramente ma si ride e si toccano vette di cinismo che Hannibal Lechter levate proprio. Vabbè, se vi è sfuggito nel 2016, leggetelo adesso che è rimasto perfetto. Ah e ricordatevi che non faccio mai citazioni a caso.

Il visitatore notturno

Jeffery Deaver

È bello quando non ci pensavi da un po’ e incontri un amicoa cui non pensavi da un po’,  Deaver evidentemente lo sa e ogni tanto ci riciccia fuori l’amato consulente Lincoln Rhyme con tutta la banda e tutti in forma smagliante. Negli ultimi anni ci ha regalato un nuovo personaggio, Colter Shaw, che personalmente mi è entrato nel cuore insieme agli altri, ma quando penso a lui mi viene in mente Linc, tipo Pavlov. Lo schema è il consueto Lui studia ogni singolo frammento di qualsiasi materiale per farlo diventare una prova, sua moglie trasforma le sue intuizioni in indizi che portano al colpevole. La chicca è che per ragioni politiche, il nostro eroe si trova a vedersi impedita la collaborazione con la polizia. Fuori, non deve sapere niente non può accedere alle prove raccolte né avvicinarsi alle scene del crimine. In caso di trasgressione non sarà lui a pagare ma Amelia e i suoi collaboratori storici che della polizia fanno parte. Ancora più complicato perché ormai Amelia e Linc sono marito e moglie e nella casa coniugale c’è anche il sofisticatissimo laboratorio. Un bel problema, anche perché sul caso in questione, lui ha già cominciato a lavorarci quando la tegola gli cade sulla testa. Il caso è di quelli che sembrano impossibili, se sembra impossibile sappiamo tutti chi è l’unico che può risolvere il rebus. Insomma un cane che si morde la coda. Nel frattempo, Il Fabbro, così  si firma orgogliosamente il delinquente, continua imperterrito ad entrare nelle case altrui, non forza le serrature, non ruba, non uccide, quindi perché? Il terrore che può suscitare svegliarsi e avere prima l’impressione e poi la certezza che qualcuno è entrato in casa tua mentre eri inerme, addormentata, che ha messo le mani nei tuoi cassetti ha bevuto il tuo vino e dio solo sa cos’altro è indescrivibile. Per gli altri. Deaver lo rende palpabile e non ha nessuna importanza che tu sappia con certezza quasi matematica che verrà fermato, tu intanto vai a letto con un occhio aperto. Credo che si sia anche parecchio divertito a inventarsi gli escamotage che si rendono necessari per evitare di far finire in carcere il nostro Rhyme, io mi sono divertita molto a leggerli. C’è un tema per così dire sociale nei romanzi di Deaver e già da qualche tempo con la penna ben mirata, ci (ri)mette in guardia dall’uso sconsiderato dei social, ci ricorda, inutilmente temo, che dovremmo stare un po’ più attenti a quanta vita esibiamo e mettere sui piatti della bilancia se pesi di più l’invidia o comunque la “popolarità” o il rischio che qualcuno di molto attento, usi tutto per i suoi scopi anche se questi potrebbero danneggiarci. Non è l’unico spunto di riflessione, ma lascio a voi il piacere di scoprire cos’altro c’è nelle 464 pubblicate come sempre da Rizzoli, che trovate in libreria o se siete pigrissimi qui.

Oggi si parla di Angeli – Bastardi e di Colpa

Continua ad essere in classifica, molti lo avranno già letto e molti aspettano. Io ve ne parlo qui ma poi troverete la recensione vera e propria su Mangialibri, che come sempre, vi consiglio di consultare giornalmente, è sempre una caccia proficua. Torniamo a bomba sul romanzo, cercando di fare chiarezza. Le storie che vediamo in televisione NON sono uguali ai romanzi, quindi quando lo prendete in mano, e lo specifico per chi ancora non ha incontrato questo scrittore in libreria, fatelo sapendo che non ci troverete le stesse cose che avete vio in tv. Chi sono gli Angeli? Ognuno di noi ne ha uno, i più fortunati anche di più. Sono Angeli i gentori, figure che spesso, nella normalità delle cose, si tolgono il pabne di bocca, rinunciano a vivere per dare ai figli tutto ciò che possono e a volte quello che non possono. Angeli sono le persone che ci aspettano a casa la sera, che ci tolgono le fatiche di dosso, che ci fanno trovare e dividono con noi il momento della cena, del com’è andata la giornata, che ascoltano le nostre frustrazioni le nostre gioie che alleviano i nostri dolori e ci fanno diventare Angeli a nostra volta. Ma Angeli sono anche quelli che si sono ribellati a Dio e quindi quelli passati dalla parte del male. Difficile distinguere quelli buoni da quelli cattivi e quello è il lavoro dei Bastardi. Angeli anche loro, che fin dove possono prevengono e quando non ci riescono fanno il posssibile e l’impossibile perché la giustizia faccia ciò che deve. Come sempre ogni componente la squadra cresce mentre fa il suo dovere. E come sempre è difficile stabilire se sia più intrigante seguire la trama gialla – e dico giallo perché c’è un’indagine e i Bastardi sono poliziotti  ma è talmente crudele quello che racconta che diventa noir – o le vite di quegli uomini e donne che ormai sentiamo degli amici, dei parenti quasi. Probabilmente queste righe sono del tutto inutili, de Giovanni non ha certo bisogno di presentazioni, ma se per caso qualcuno passasse di qua e non lo conoscesse, bè, spero che la mia meraviglia ad ogni nuovo romanzo (e credo non ci sia NIENTE di deGio che non ho letto), si senta incuriosito e si regali la bellezza di una scrittura che coniuga talento mestiere arte e probabilmente un angelo che gli dona l’ispirazione.

                                                             PER MIA COLPA

Piergiorgio Pulixi ha la capacità rara di cambiare registro narrativo a seconda che scriva romanzi seriali o stand alone. Questo non saprei definirlo, Mondadori lo ha inserito nella narrativa italiana come “genere” intendo. Forse un giallo psicologico. Comunque lo si voglia definire in ogni caso, resta il fatto incontestabile e incontrvertibile (mi auguro), che qualunque cosa questo ragazzo decida di scrivere, ti tiene incollato dalla prima all’ultima riga. È quello che si dice un uomo che capisce le donne, ma profondamente, riesce a descriverne stati d’animo debolezze e forza come molte autrici donne non sono in grado di fare. Viene dalla scuola di Carlotto ma si è nutrito e ha introiettato il noir senza perdere un grammo della sua dolcezza, è sardo e ama la sua terra come può farlo chi ama a 360° pregi e difetti, Se ancora qualcuno non lo ha letto, si affretti prima che la lista (già parecchio nutrita) diventi ingestibile.

Come promesso tornano i consigli

Non ricordo su quale social ne avevo letto, fatto sta che entrata al Lingotto una delle mete prioritarie era lo stand di Stocazzo editore. Oh esiste, solo che ero di corsa (sai la novità al Salone) ho solo fatto una fotina veloce da mandare alla mia complice purtroppo assente. Assente ma attentissima mi risponde subito facendomi notare che non c’è neanche un libro sul banco. È vero ma non mi turbo, tanto poi ci ripasso e svelerò il mistero. Quando poi ci arrivo, i libri sono comparsi e c’è anche un ragazzo dalla faccia simpatica a cui sfacciatamente mi rivolgo per capire chi è Stocazzo. Maurizio Sbordoni, proprietario e fondatore mi si presenta in due parole, scrive, ha scritto ed è stato pubblicato anche da delle buone Case Editrici se vogliamo, ma non ha avuto il trattamento che secondo lui dovrebbe ricevere un autore, sicché potendolo fare, si è fatto una Casa Editrice. Corretto definirla personale, perché al momento pubblica solo se stesso. Incuriosita e anche un po’ stranita ne ho preso uno a caso. Vabbè per farvela corta, il titolo che ho letto è : Stavo soffrendo ma mi hai interrotto. Sorprendente. La parola che mi viene è questa. Il tema è quello della morte di una mamma e credetemi, raccontarlo con così tanta delicatezza senza diventare smielati, facendone un diario brutalmente reale ma rispettoso, è davvero difficile, Ma Sbardoni c’è riuscito. Per carità, qualche “difetto” l’ho trovato, ma passano in cavalleria perché davvero c’è un po’ di humor nero che per chi lo capisce è un toccasana per sdrammatizzare anche le cose che non possono essere sdrammatizzate, c’è una leggerezza che nulla toglie alla gravità. Lo so sembra un po’ contraddittoria come descrizione, ma siccome so che vi fidate, vi dico cercatelo, non credo lo si trovi facilmente nelle librerie, anzi ne sono certa, ma se andate sulla pagina face book di Stocazzo editore, trovate questo e anche gli altri. Io credo proprio che li cercherò e se lo desidera, mi sento di augurare a Sbordoni che lo legga qualcuno che sta in una di quelle case editrici belle grosse e che lo rubino alla sua, che poi come dicevo è di lui medesimo.

Qui andiamo sul piacevolmente serio con NERI POZZA e Jana Revedin

La recensione di questo romanzo la trovate su Mangialibri (non fatta da me ma dalla ottima Alessandra Farinola). Io al Salone ho passato quasi un’oretta credo, fra una cosa e l’altra, a chiacchierare con l’autrice di questo libro. È un romanzo o meglio una storia vera romanzata. Descrivere chi è Jana Revedin potrebbe tenerci qui fino a domani e questi sono i consigli veloci, è un’architetto, un’insegnante urbanista ricercatrice e tanto altro, tutto questo cervello, che state sulla fiducia è tanta roba, è racchiuso in una splendida signora bionda, bella elegante gentile e una passione smisurata per quello che fa. Lo so, una donna con tutte queste qualità, in un mondo giusto sarebbe come minimo antipatica o presuntuosa, invece no. La professoressa è simpatica e nonostante a parlarci si abbia l’impressione di essere con la sorella segreta di Alberto Angela, parla del suo libro e della sua materia con semplicità incredibile. Per tornare al libro, che tanto lei non dovete né potete portarvela a casa, si potrebbe pensare che la storia della nascita di un Movimento architettonico e filosofico, sia una cosa noiosa. Errore. La storia di Ise Frank (e se il cognome vi dice qualcosa c’è una ragione), di come ha conosciuto e sposato Walter Gropius, un uomo geniale che ha fondato la Bauhaus, una scuola un movimento filosofico un pensiero di vita. Tutto questo con la collaborazione attiva e fattiva della moglie. Tutto questo accadeva nella repubblica di Weimar nel 1923. E oggi a cent’anni di distanza è arrivata Greta Tumberg a dirci qualcosa che era (come tutto del resto) già stato detto, le archistar a parlarci di architettura sostenibile e gli intellettuali a parlarci di uguaglianza. Va letto, oltre che perché è una bella storia scritta molto bene, per capire che non c’è niente di nuovo sotto il sole, basterebbe imparassimo a conoscere e utilizzare ciò che già abbiamo e sappiamo.

2021 SI TORNA AL SALTO

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Eccoci, un po’ in ritardo sul momento topico, me ne rendo conto, ma so anche se siccome si parla di libri non c’è data di scadenza. L’immagine qui sopra è quella che ha identificato e accompagnato questo Salone che ci ha visto tornare in presenza, orrido termine che abbiamo dovuto imparare causa pandemia. Prima di parlare di libri però devo per forza, l’han fatto tutti e non vedo perché esimermi, raccontare per quanto possibile cosa ha significato vedere quelle decine di migliaia di persone, più o meno ordinatamente in fila per entrare, per assistere agli eventitutti con mascherina messa giusta, sulle distanze insomma, però eravamo tutti col greenpass e quindi in teoria meno facilmente aggredibili.

Nonostante miliardi di cartelli che invitavano a evitare i contatti, ho visto (e dato e ricevuto) centinaia di abbracci, riconoscimenti dagli occhi dalle voci dai capelli, ma con un’unica cosa che era uguale per tutti, ma tutti eh, giuro. Bravi, la felicità di esserci, di ritrovarsi in mezzo a quel mare di parole e di occhi. Della distruzione fisica di chi lavora in Casa Editrice e/o in una qualsiasi delle attività correlate (agenti giornalisti fotografi autori blogger, ma qui poi aprirò un’altra parentesi e chi più ne ha più ne metta) è inutile parlare, chi la vive sa che per una settimana è come stare in un frullatore acceso circa 20 ore su 24, i neuroni vanno lo stress è praticamente quello che tiene in vita, cibo acqua e bagni sono una specie di miraggio e i piedi se uno potesse, arrivato in albergo li metterebbe nel frigobar fino al giorno dopo, ma è pieno di sorrisi, veri, quelli che prendono cuore bocca occhi e cervello. Quindi sì, l’hanno chiamato Supenova, ma è stato molto molto di più. La vita che abbiamo e che facciamo, teniamocela cara, comunque la si pensi, quel calore è stato come un camminetto acceso la notte di Natale, quando la sola cosa che conta è esserci, per una felicità condivisa che ci si porta dentro sperando che basti fino al prossimo maggio.

Giurin giuretta che nei prossimi giorni scrivo anche di libri, perché mai come adesso, sono diventati un collante fenomenale, cibo per anime cervelli e cuori.

LA PIOGGIA

Piernicola Silvis

Di Piernicola Silvis vi ho già parlato quando ho consigliato Storia di una figlia, quello era uno stand alone, qui invece, sotto La pioggia – cosa sia lo scoprirete leggendo – ritroviamo Lorenzo Bruni, già protagonista di Formicae  La lupa e altri romanzi di alto livello. Bruni è un poliziotto, dirige una divisione dello SCO, ma non è uno che sta dietro una scrivania, no. Che si trovi a dover scovare un serial killer o a dirigere e organizzare indagini che coinvolgono altri reparti della Polizia, lui è per strada, con i suoi uomini e le sue donne, con la sua voglia di vedere finalmente coincidere Legge e Giustizia. Nonostante la carriera gli spostamenti su e giù per la penisola e la frequentazione ormai quotidiana e stabile con quei livelli che stanno a cavallo fra Forze dell’ordine e soggetti politici, è rimasto un ruvido bergamasco caratterizzato dalla cocciutaggine della gente di montagna. Uno che non si ferma.

Non lo fa nemmeno questa volta, quando richiamato a Roma dal Capo, gli viene chiesto di indagare sulla morte di un ragazzo (per overdose) la cui fidanzata, una ragazzina, è in coma per il buco con la stessa roba, ma soprattutto è la figlia seguita ma non riconosciuta di un pezzo da 90 che lavora con il governo. La faccenda appare subito grossa e si fa strada l’idea di poter dare un serio colpo alla più grande potente e infiltrata organizzazione criminale, che sta organizzando qualcosa di tremendamente grosso e pericoloso. Se ne parla sempre poco di ‘ndrangheta, eppure è più potente della sua ben più “famosa” mafia, molto più crudele della Camorra. Strisciante silenziosa, con accordi che vanno dalla microcriminalità alle organizzazioni delinquenziali di tutto il mondo. Capace di infiltrarsi nello Stato – e questa purtroppo è realtà non fantasia – con delle regole rigidissime. La ‘ndrangheta calabrese non ha onore che non sia il suo, non ha dio che non sia il denaro né nemico che non sia il potere (quello che ancora non ha). Il suo scopo è raggiungerlo, diventare il potere come mezzo per fare ancora più denaro. Non esiste famiglia, non esiste nulla di sacro e intoccabile.

Silvis ha costruito una storia orrendamente bella. Oltre che sull’indagine (che si potrebbe dire si vabbè, ha ricoperto tutte le cariche, gli manca giusto di essere stato prefetto, cosa ci vuole? Eh, ci vuole che non puoi mica raccontare qualcosa che è successo davvero se scrivi un romanzo), ha puntato l’attenzione sulle donne, figure forti strazianti e indimenticabili, vittime che non ci stanno ad essere sacrificali e hanno una forza incredibile, diventano spietate come armi che una volta caricate non si possono fermare. Ha una scrittura che ti tiene lì sulle pagine, che non sono poche, senza mollarti mai. È un romanzo durissimo in cui peraltro si apprezza l’ottima padronanza della penna, mai splatter nonostante le situazioni non manchino, mai volgare, senza strappi. Se non vi ho convinti che vale la pena leggerlo, fatemelo sapere, vuol dire che non sono riuscita a dirvi quanto è bello e devo mettermi a fare altro. Ah, l’autore lo trovate se siete al Salto21, sabato 16 ottobre alle 13.30