Il visitatore notturno

Jeffery Deaver

È bello quando non ci pensavi da un po’ e incontri un amicoa cui non pensavi da un po’,  Deaver evidentemente lo sa e ogni tanto ci riciccia fuori l’amato consulente Lincoln Rhyme con tutta la banda e tutti in forma smagliante. Negli ultimi anni ci ha regalato un nuovo personaggio, Colter Shaw, che personalmente mi è entrato nel cuore insieme agli altri, ma quando penso a lui mi viene in mente Linc, tipo Pavlov. Lo schema è il consueto Lui studia ogni singolo frammento di qualsiasi materiale per farlo diventare una prova, sua moglie trasforma le sue intuizioni in indizi che portano al colpevole. La chicca è che per ragioni politiche, il nostro eroe si trova a vedersi impedita la collaborazione con la polizia. Fuori, non deve sapere niente non può accedere alle prove raccolte né avvicinarsi alle scene del crimine. In caso di trasgressione non sarà lui a pagare ma Amelia e i suoi collaboratori storici che della polizia fanno parte. Ancora più complicato perché ormai Amelia e Linc sono marito e moglie e nella casa coniugale c’è anche il sofisticatissimo laboratorio. Un bel problema, anche perché sul caso in questione, lui ha già cominciato a lavorarci quando la tegola gli cade sulla testa. Il caso è di quelli che sembrano impossibili, se sembra impossibile sappiamo tutti chi è l’unico che può risolvere il rebus. Insomma un cane che si morde la coda. Nel frattempo, Il Fabbro, così  si firma orgogliosamente il delinquente, continua imperterrito ad entrare nelle case altrui, non forza le serrature, non ruba, non uccide, quindi perché? Il terrore che può suscitare svegliarsi e avere prima l’impressione e poi la certezza che qualcuno è entrato in casa tua mentre eri inerme, addormentata, che ha messo le mani nei tuoi cassetti ha bevuto il tuo vino e dio solo sa cos’altro è indescrivibile. Per gli altri. Deaver lo rende palpabile e non ha nessuna importanza che tu sappia con certezza quasi matematica che verrà fermato, tu intanto vai a letto con un occhio aperto. Credo che si sia anche parecchio divertito a inventarsi gli escamotage che si rendono necessari per evitare di far finire in carcere il nostro Rhyme, io mi sono divertita molto a leggerli. C’è un tema per così dire sociale nei romanzi di Deaver e già da qualche tempo con la penna ben mirata, ci (ri)mette in guardia dall’uso sconsiderato dei social, ci ricorda, inutilmente temo, che dovremmo stare un po’ più attenti a quanta vita esibiamo e mettere sui piatti della bilancia se pesi di più l’invidia o comunque la “popolarità” o il rischio che qualcuno di molto attento, usi tutto per i suoi scopi anche se questi potrebbero danneggiarci. Non è l’unico spunto di riflessione, ma lascio a voi il piacere di scoprire cos’altro c’è nelle 464 pubblicate come sempre da Rizzoli, che trovate in libreria o se siete pigrissimi qui.

Oggi si parla di Angeli – Bastardi e di Colpa

Continua ad essere in classifica, molti lo avranno già letto e molti aspettano. Io ve ne parlo qui ma poi troverete la recensione vera e propria su Mangialibri, che come sempre, vi consiglio di consultare giornalmente, è sempre una caccia proficua. Torniamo a bomba sul romanzo, cercando di fare chiarezza. Le storie che vediamo in televisione NON sono uguali ai romanzi, quindi quando lo prendete in mano, e lo specifico per chi ancora non ha incontrato questo scrittore in libreria, fatelo sapendo che non ci troverete le stesse cose che avete vio in tv. Chi sono gli Angeli? Ognuno di noi ne ha uno, i più fortunati anche di più. Sono Angeli i gentori, figure che spesso, nella normalità delle cose, si tolgono il pabne di bocca, rinunciano a vivere per dare ai figli tutto ciò che possono e a volte quello che non possono. Angeli sono le persone che ci aspettano a casa la sera, che ci tolgono le fatiche di dosso, che ci fanno trovare e dividono con noi il momento della cena, del com’è andata la giornata, che ascoltano le nostre frustrazioni le nostre gioie che alleviano i nostri dolori e ci fanno diventare Angeli a nostra volta. Ma Angeli sono anche quelli che si sono ribellati a Dio e quindi quelli passati dalla parte del male. Difficile distinguere quelli buoni da quelli cattivi e quello è il lavoro dei Bastardi. Angeli anche loro, che fin dove possono prevengono e quando non ci riescono fanno il posssibile e l’impossibile perché la giustizia faccia ciò che deve. Come sempre ogni componente la squadra cresce mentre fa il suo dovere. E come sempre è difficile stabilire se sia più intrigante seguire la trama gialla – e dico giallo perché c’è un’indagine e i Bastardi sono poliziotti  ma è talmente crudele quello che racconta che diventa noir – o le vite di quegli uomini e donne che ormai sentiamo degli amici, dei parenti quasi. Probabilmente queste righe sono del tutto inutili, de Giovanni non ha certo bisogno di presentazioni, ma se per caso qualcuno passasse di qua e non lo conoscesse, bè, spero che la mia meraviglia ad ogni nuovo romanzo (e credo non ci sia NIENTE di deGio che non ho letto), si senta incuriosito e si regali la bellezza di una scrittura che coniuga talento mestiere arte e probabilmente un angelo che gli dona l’ispirazione.

                                                             PER MIA COLPA

Piergiorgio Pulixi ha la capacità rara di cambiare registro narrativo a seconda che scriva romanzi seriali o stand alone. Questo non saprei definirlo, Mondadori lo ha inserito nella narrativa italiana come “genere” intendo. Forse un giallo psicologico. Comunque lo si voglia definire in ogni caso, resta il fatto incontestabile e incontrvertibile (mi auguro), che qualunque cosa questo ragazzo decida di scrivere, ti tiene incollato dalla prima all’ultima riga. È quello che si dice un uomo che capisce le donne, ma profondamente, riesce a descriverne stati d’animo debolezze e forza come molte autrici donne non sono in grado di fare. Viene dalla scuola di Carlotto ma si è nutrito e ha introiettato il noir senza perdere un grammo della sua dolcezza, è sardo e ama la sua terra come può farlo chi ama a 360° pregi e difetti, Se ancora qualcuno non lo ha letto, si affretti prima che la lista (già parecchio nutrita) diventi ingestibile.

Come promesso tornano i consigli

Non ricordo su quale social ne avevo letto, fatto sta che entrata al Lingotto una delle mete prioritarie era lo stand di Stocazzo editore. Oh esiste, solo che ero di corsa (sai la novità al Salone) ho solo fatto una fotina veloce da mandare alla mia complice purtroppo assente. Assente ma attentissima mi risponde subito facendomi notare che non c’è neanche un libro sul banco. È vero ma non mi turbo, tanto poi ci ripasso e svelerò il mistero. Quando poi ci arrivo, i libri sono comparsi e c’è anche un ragazzo dalla faccia simpatica a cui sfacciatamente mi rivolgo per capire chi è Stocazzo. Maurizio Sbordoni, proprietario e fondatore mi si presenta in due parole, scrive, ha scritto ed è stato pubblicato anche da delle buone Case Editrici se vogliamo, ma non ha avuto il trattamento che secondo lui dovrebbe ricevere un autore, sicché potendolo fare, si è fatto una Casa Editrice. Corretto definirla personale, perché al momento pubblica solo se stesso. Incuriosita e anche un po’ stranita ne ho preso uno a caso. Vabbè per farvela corta, il titolo che ho letto è : Stavo soffrendo ma mi hai interrotto. Sorprendente. La parola che mi viene è questa. Il tema è quello della morte di una mamma e credetemi, raccontarlo con così tanta delicatezza senza diventare smielati, facendone un diario brutalmente reale ma rispettoso, è davvero difficile, Ma Sbardoni c’è riuscito. Per carità, qualche “difetto” l’ho trovato, ma passano in cavalleria perché davvero c’è un po’ di humor nero che per chi lo capisce è un toccasana per sdrammatizzare anche le cose che non possono essere sdrammatizzate, c’è una leggerezza che nulla toglie alla gravità. Lo so sembra un po’ contraddittoria come descrizione, ma siccome so che vi fidate, vi dico cercatelo, non credo lo si trovi facilmente nelle librerie, anzi ne sono certa, ma se andate sulla pagina face book di Stocazzo editore, trovate questo e anche gli altri. Io credo proprio che li cercherò e se lo desidera, mi sento di augurare a Sbordoni che lo legga qualcuno che sta in una di quelle case editrici belle grosse e che lo rubino alla sua, che poi come dicevo è di lui medesimo.

Qui andiamo sul piacevolmente serio con NERI POZZA e Jana Revedin

La recensione di questo romanzo la trovate su Mangialibri (non fatta da me ma dalla ottima Alessandra Farinola). Io al Salone ho passato quasi un’oretta credo, fra una cosa e l’altra, a chiacchierare con l’autrice di questo libro. È un romanzo o meglio una storia vera romanzata. Descrivere chi è Jana Revedin potrebbe tenerci qui fino a domani e questi sono i consigli veloci, è un’architetto, un’insegnante urbanista ricercatrice e tanto altro, tutto questo cervello, che state sulla fiducia è tanta roba, è racchiuso in una splendida signora bionda, bella elegante gentile e una passione smisurata per quello che fa. Lo so, una donna con tutte queste qualità, in un mondo giusto sarebbe come minimo antipatica o presuntuosa, invece no. La professoressa è simpatica e nonostante a parlarci si abbia l’impressione di essere con la sorella segreta di Alberto Angela, parla del suo libro e della sua materia con semplicità incredibile. Per tornare al libro, che tanto lei non dovete né potete portarvela a casa, si potrebbe pensare che la storia della nascita di un Movimento architettonico e filosofico, sia una cosa noiosa. Errore. La storia di Ise Frank (e se il cognome vi dice qualcosa c’è una ragione), di come ha conosciuto e sposato Walter Gropius, un uomo geniale che ha fondato la Bauhaus, una scuola un movimento filosofico un pensiero di vita. Tutto questo con la collaborazione attiva e fattiva della moglie. Tutto questo accadeva nella repubblica di Weimar nel 1923. E oggi a cent’anni di distanza è arrivata Greta Tumberg a dirci qualcosa che era (come tutto del resto) già stato detto, le archistar a parlarci di architettura sostenibile e gli intellettuali a parlarci di uguaglianza. Va letto, oltre che perché è una bella storia scritta molto bene, per capire che non c’è niente di nuovo sotto il sole, basterebbe imparassimo a conoscere e utilizzare ciò che già abbiamo e sappiamo.

2021 SI TORNA AL SALTO

Logo SalTo21021

Eccoci, un po’ in ritardo sul momento topico, me ne rendo conto, ma so anche se siccome si parla di libri non c’è data di scadenza. L’immagine qui sopra è quella che ha identificato e accompagnato questo Salone che ci ha visto tornare in presenza, orrido termine che abbiamo dovuto imparare causa pandemia. Prima di parlare di libri però devo per forza, l’han fatto tutti e non vedo perché esimermi, raccontare per quanto possibile cosa ha significato vedere quelle decine di migliaia di persone, più o meno ordinatamente in fila per entrare, per assistere agli eventitutti con mascherina messa giusta, sulle distanze insomma, però eravamo tutti col greenpass e quindi in teoria meno facilmente aggredibili.

Nonostante miliardi di cartelli che invitavano a evitare i contatti, ho visto (e dato e ricevuto) centinaia di abbracci, riconoscimenti dagli occhi dalle voci dai capelli, ma con un’unica cosa che era uguale per tutti, ma tutti eh, giuro. Bravi, la felicità di esserci, di ritrovarsi in mezzo a quel mare di parole e di occhi. Della distruzione fisica di chi lavora in Casa Editrice e/o in una qualsiasi delle attività correlate (agenti giornalisti fotografi autori blogger, ma qui poi aprirò un’altra parentesi e chi più ne ha più ne metta) è inutile parlare, chi la vive sa che per una settimana è come stare in un frullatore acceso circa 20 ore su 24, i neuroni vanno lo stress è praticamente quello che tiene in vita, cibo acqua e bagni sono una specie di miraggio e i piedi se uno potesse, arrivato in albergo li metterebbe nel frigobar fino al giorno dopo, ma è pieno di sorrisi, veri, quelli che prendono cuore bocca occhi e cervello. Quindi sì, l’hanno chiamato Supenova, ma è stato molto molto di più. La vita che abbiamo e che facciamo, teniamocela cara, comunque la si pensi, quel calore è stato come un camminetto acceso la notte di Natale, quando la sola cosa che conta è esserci, per una felicità condivisa che ci si porta dentro sperando che basti fino al prossimo maggio.

Giurin giuretta che nei prossimi giorni scrivo anche di libri, perché mai come adesso, sono diventati un collante fenomenale, cibo per anime cervelli e cuori.

LA PIOGGIA

Piernicola Silvis

Di Piernicola Silvis vi ho già parlato quando ho consigliato Storia di una figlia, quello era uno stand alone, qui invece, sotto La pioggia – cosa sia lo scoprirete leggendo – ritroviamo Lorenzo Bruni, già protagonista di Formicae  La lupa e altri romanzi di alto livello. Bruni è un poliziotto, dirige una divisione dello SCO, ma non è uno che sta dietro una scrivania, no. Che si trovi a dover scovare un serial killer o a dirigere e organizzare indagini che coinvolgono altri reparti della Polizia, lui è per strada, con i suoi uomini e le sue donne, con la sua voglia di vedere finalmente coincidere Legge e Giustizia. Nonostante la carriera gli spostamenti su e giù per la penisola e la frequentazione ormai quotidiana e stabile con quei livelli che stanno a cavallo fra Forze dell’ordine e soggetti politici, è rimasto un ruvido bergamasco caratterizzato dalla cocciutaggine della gente di montagna. Uno che non si ferma.

Non lo fa nemmeno questa volta, quando richiamato a Roma dal Capo, gli viene chiesto di indagare sulla morte di un ragazzo (per overdose) la cui fidanzata, una ragazzina, è in coma per il buco con la stessa roba, ma soprattutto è la figlia seguita ma non riconosciuta di un pezzo da 90 che lavora con il governo. La faccenda appare subito grossa e si fa strada l’idea di poter dare un serio colpo alla più grande potente e infiltrata organizzazione criminale, che sta organizzando qualcosa di tremendamente grosso e pericoloso. Se ne parla sempre poco di ‘ndrangheta, eppure è più potente della sua ben più “famosa” mafia, molto più crudele della Camorra. Strisciante silenziosa, con accordi che vanno dalla microcriminalità alle organizzazioni delinquenziali di tutto il mondo. Capace di infiltrarsi nello Stato – e questa purtroppo è realtà non fantasia – con delle regole rigidissime. La ‘ndrangheta calabrese non ha onore che non sia il suo, non ha dio che non sia il denaro né nemico che non sia il potere (quello che ancora non ha). Il suo scopo è raggiungerlo, diventare il potere come mezzo per fare ancora più denaro. Non esiste famiglia, non esiste nulla di sacro e intoccabile.

Silvis ha costruito una storia orrendamente bella. Oltre che sull’indagine (che si potrebbe dire si vabbè, ha ricoperto tutte le cariche, gli manca giusto di essere stato prefetto, cosa ci vuole? Eh, ci vuole che non puoi mica raccontare qualcosa che è successo davvero se scrivi un romanzo), ha puntato l’attenzione sulle donne, figure forti strazianti e indimenticabili, vittime che non ci stanno ad essere sacrificali e hanno una forza incredibile, diventano spietate come armi che una volta caricate non si possono fermare. Ha una scrittura che ti tiene lì sulle pagine, che non sono poche, senza mollarti mai. È un romanzo durissimo in cui peraltro si apprezza l’ottima padronanza della penna, mai splatter nonostante le situazioni non manchino, mai volgare, senza strappi. Se non vi ho convinti che vale la pena leggerlo, fatemelo sapere, vuol dire che non sono riuscita a dirvi quanto è bello e devo mettermi a fare altro. Ah, l’autore lo trovate se siete al Salto21, sabato 16 ottobre alle 13.30

STORIE DI ORDINARIA FOLLIA ITALIANA

Vi chiederete perché mettere in piazza i fatti miei, non è facile, ma è una storia che probabilmente è condivisa da migliaia di persone oneste. Non ho agganci politici, non saprei come farla arrivare oltre gli impiegati dei call center, quindi confido che leggano in tanti e che in tanti la condividano sperando che di orecchio in orecchio arrivi a qualcuno che può/vuole, tentare di fare qualcosa per cambiare le cose. Badate, non sono incazzata, sono solo stufa di vedere i miei e i vostri, sì sono anche i vostri, diritti, calpestati e ridicolizzati.

Dunque nel 2019, a fine settembre perdo il lavoro. Non era il lavoro della vita, facevo la badante, perché già da molti anni in questo disgraziato Paese superati i 40 anni si è troppo vecchi per ambire a un lavoro coerente con le proprie competenze, ma io sono una che di lavorare e sporcarsi le mani non ha mai avuto paura, quindi l’ho fatto senza fare una piega, anzi, ho imparato a farlo, perché mi scuseranno i benpensanti, ma è un lavoro che si impara, di deve imparare a voler bene alla nonnina a cui pulisci il sedere, devi imparare a non pensare mai “tanto non capisce più un c***” , imparare la pazienza di ascoltare la stessa domanda 100 volte al giorno e rispondere come se ogni volta fosse la prima, devi accettare che imboccare una persona anziana che magari ti sputa o spruzza il cibo addosso, non è come farlo con un bambino. Comunque, l’ho fatto senza storie. Quando purtroppo la signora è mancata e dopo anni, se lo fai con un po’ di cuore è anche un dolore, ho pensato di rinfrescare le mie competenze amministrative facendo dei corsi, pensavo potesse essere più facile trovare un altro lavoro e avevo il paracadute della disoccupazione. È arrivata la pandemia, sfiga, ma io ho continuato tranquillamente a studiare e poi a mandare curriculum  e credetemi è un lavoro a tempo pieno. “L‘indennità di disoccupazione” (naspi), è proporzionale allo stipendio che prendevi, e anche qui, state sulla fiducia, quello delle badanti non è granché, i contratti sono quel che sono e una badante viaggia sui 5/6 euro all’ora. 

A gennaio2020, visto che vivo in affitto in una gnomocasa e ogni mese sborso 650 euro, ho fatto richiesta del reddito di cittadinanza, mi è stato concesso nella misura massima di 780 euro che sommati alla disoccupazione, circa 500 euro – che diminuiscono mese dopo mese – mi davano una certa tranquillità. Ad un certo punto, mentre la naspi continua a ridursi (e il mese prossimo finisce), sulla carta del reddito mi hanno accreditato 335 euro. Motivo? Lo scorso anno ho percepito ben 6900 euro totali di naspi, pertanto l’integrazione è stata dimezzata. Per mia fortuna, immensa fortuna, ho una zia anziana che ha deciso di darmi qualcosa (o tutto non lo posso sapere) di quello che aveva già stabilito di lasciarmi in eredità, mentre è ancora viva e in buona salute. 7000 euro che mi hanno permesso di pagare l’affitto in anticipo (fino al mese prossimo) bollette e tasse (immondizia e televisione per dire) e di mangiare concedendomi perfino una pizzeria qui e là nel corso dei mesi.

Il RdC, prevede che della cifra erogata, il beneficiario possa ritirarne una parte (molto piccola) dall’atm della posta, il resto giustamente, lo puoi usare solo per gli acquisti diciamo vitali.  L’altro ieri vado in posta per ritirare un minimo di contanti, ahimé i 2,40 al giorno di sigarette con cui mi vizio non li posso pagare (giustamente) con il RdC ma in molte tabaccherie neanche col bancomat. Così pure a volte mi capita di concedermi un caffè (sono irrimediabilmente viziosa). Niente da fare, l’inps o chi per esso ha deciso che io da questo mese posso ritirare 10 euro. Ora, cosa dovrei farci con 10 euro in un mese? Capite il mio sconcerto? Lo Stato a fronte di un sostegno, esiguo ma un sostegno, pretende e lo fa, di decidere come lo devo spendere quel sostegno, ricordo che parliamo di 335 euro. In compenso mi obbliga, laddove io volessi vedere ancora la televisione, all’acquisto di un decoder, perché il mio anziano apparecchio, perfettamente funzionante, non riceverà il segnale ultrafigo. Forse lo fanno perché io smetta di fumare o di farmi un caffè al bar ogni tanto, forse perché dopo aver scoperto di avere dato milioni di euro a gente che non aveva i requisiti, deve risparmiare e lo fa su quelli come me, che non hanno mai imbrogliato, che non vedono un parrucchiere da anni, che comprano i vestiti (pochi) nei magazzini più popolari che ci siano o nei negozi dei cinesi (solo quelli che hanno il pos e non sono tutti), che non vanno da un’estetista da anni, che non possono andare a un teatro o a un cinema perché sono lussi che il RdC non contempla.

Io spero che questo articolino arrivi alla guardia di finanza, che sono certa, se dovesse attenzionarmi troverebbe qualcosa da contestarmi, magari l’acquisto della tinta per i capelli, genere voluttuario e spesa superflua, o del bagnoschiuma visto che potrei usare tranquillamente il sapone di marsiglia, buono per i panni come per la pelle, ma mi piacerebbe che lo leggesse, magari prima di mettersi a lavorare sui redditi di qualche pregiudicato carcerato che percepisce il reddito pieno. O che arrivasse a Giorgia Meloni/ Salvini o Silvio (e notare bene che io sono decisamente di destra), ma soprattutto mi piacerebbe che arrivasse sotto gli occhi di chi sta col culo al riparo, appoggiato sulle poltrone in pelle dei piani alti o delle stanze parlamentari e decide questi meccanismi, così, perché magari gli balena in testa che qualcosa non sta andando esattamente come previsto. Che i tutor non esistono se non nelle liste degli stipendiati dall’iNPS, che c’è gente che ringraziando dio ha qualcuno che gli ha dato una mano e si chiedesse quante Carle o Giovanni ci sono che non hanno nessuno che li aiuta. E che si chiedessero perché tanta gente decide di delinquere o comunque di imbrogliare per poter vivere. Perché di questo parliamo. Vivere. E alla faccia di tutto e tutti, io continuo a provarci, sorridendo.

BOLLE DI SAPONE

Marco Malvaldi

Il quindici febbraio del 2020 tutto era ancora normale, qualche voce, qualche cosa si stava muovendo ma ancora non si capiva bene cosa, ma questo suppongo ve lo ricordiate, poi il 9 marzo, sbadaban. Tutti a casa, al massimo a far la spesa e far fare la pipì al cane. Che ci si creda o no, anche Pineta è andata in lockdown, ve li immaginate l’Ampelio il Pilade l’Aldo e il Rimediotti chiusi in casa con le mogli e il BarLume aperto solo per l’asporto? Il perfido Malvaldi (poi vi spiego l’appellativo), non solo c’è riuscito, ma gli ha anche messo su un piatto, pardon un tablet d’argento, un bel caso da risolvere. Giustamente si dirà, ma come, i nonni , quei nonni, con tablet e smartphone? Yessa. Ma ha fatto di più e di peggio, ha bloccato il povero vicequestore Alice Martelli in Calabria, c’era andata a tenere un corso e come spesso capita ai poliziotti le son caduti fra i piedi un paio di morti, vuoi non dare una mano ai colleghi. No, neanche a distanza i nostri geronteroi riescono a non intromettersi. Ah fra l’altro il nonno Viviani, che poi sarebbe l’Ampelio (lo so che nella serie tv è morto ma nella realtà (dei romanzi), è vivo e lotta insieme a noi) ha pensato bene di cadere da uno sgabello e rompersi un femore, così, per poter rompere l’anima oltre che alla fidanzata di Massimo, anche alla di lui ex moglie che all’ospedale, essendo un medico, ci lavora. Io avevo giurato a me stessa che non avrei letto niente e dico niente che fosse ambientato durante quel periodo, quei mesi durante i quali i pochi che hanno avuto abbastanza buonsenso da non trasformarsi in virologi, ascoltavano un po’ sgomenti le notizie (anche perché altro da ascoltare in televisione non c’era). Però Sellerio mi pubblica un Malvaldi – di cui leggerei qualsiasi cosa – coi vecchietti e cosa faccio, leggo la quarta? Ma non ci penso nemmeno, ci sono autori che si leggono a prescindere. Ah, non vi ho spiegato il perfido, dovete sapere, i pochi che non lo abbiano incontrato a una presentazione o un evento letterario, non sanno che per qualche strana e inspiegabile ragione, anche partisse da Marte, riesce a consigliare, così quasi per caso, almeno tre o quattro romanzi che inevitabilmente, chi lo ascolta, va a comprarsi e legge. E lui lo sa, l’ignaro lettore no e se li va a cercare e li legge. Tornando a bomba, il libro è corto ahimè, il contesto difficile da digerire, e qui la verve del canuto benché giovane toscano, tocca vette altissime, trasformando una “tragedia” in una spassosa commedia. Va detto che le indagini, ancorché svolte dagli smandrappati nonnetti, sono sempre impeccabili, ma qui Malvaldi si è concesso e ci ha regalato uno spaccato di vita con qualcosa in più. Cosa? Beh, quello lo trovate nelle ultime pagine, travestito da magistrale colpo di scena.

L’IRA FUNESTA

L’ira funesta. La prima indagine del maresciallo Omar Valdes

Non c’è rumore di auto che sfrecciano nelle quattro vie del borgo, gli autoctoni sono relativamente pochi e si conoscono tutti, rigorosamente per nomignolo sia chiaro. I bambini sono di tutti, e i genitori li mandano tranquillamente in piscina per esempio, quella della Poli(sportiva), sapendo che tutti si occuperanno di tutti, è “Il piccolo Russia”, sulle carte geografiche non si trova, ma sulle rive del Po sì. Quando la moglie del farmacista deve partorire, ovviamente il povero Donelli lascia la farmacia chiusa e il Gaggina – che è poi colui del quale scopriremo l’ira funesta – resta senza le sue medicine. Chiaro che come si suol dire, non ha tutti i venerdì a posto, e anche qualche giovedì o lunedì è andato, ma di solito è abbastanza innocuo e gestibile. Non stavolta. Lasciato a sé stesso, scatenerà in perfetta buonafede, un casino epocale. Un romanzo diviso in due, solo che Roversi è bravo e quindi tu che leggi, te ne accorgi solo alla fine. C’è la prima parte dove si sorride molto, soprattutto credo chi conosce la cosiddetta Bassa, quel pezzo di terra che costeggia il grande fiume e come regola la vita di chi gli vive accanto, poi di riga in riga l’atmosfera cambia, resta qualche sorriso ma le cose si fanno serie, soprattutto per Valdes, il maresciallo che sognando il suo mare, ha imparato a conoscere e amare (oddio forse amare è un po’ eccessivo) anche il fiume. Resta il fatto che Roversi sa scrivere come nomi ben più altisonanti, riesce a cambiare le atmosfere e i registri narrativi passando dalla Milano di Radeschi, moderna veloce, la Milano dei locali dei soldi delle modelle, agli stand alone in cui tiene alta l’adrenalina ai romanzi come questo, come PesceMangiaCane, che raccontano fatti , anche brutti, molto brutti, con la placidità e “l’indifferenza” del Po, capace di violente esternazioni, ma altrettanto rasserenante con la sua sola presenza. Insomma vedete voi, ma io me lo sono proprio goduto tanto. La prima pubblicazione risale al 2013, riproposto adesso da SEM, che spero riesca a convincere, anche dopo qualche anno, Roversi a riprendere questo personaggio che sono sicurissima piacerà a tutti per una serie molteplice di ragioni che ovviamente scoprirete leggendo il libro

MILANO IN BIONDA

Dal 2008 a Milano c’è un appuntamento, quello con tanti autori e una bionda. La bionda è ovviamente una birra, quella che disseta gli “spettatori”  e quella che a ogni autore viene data per avere le mani occupate nei 5 minuti 5 che ha a disposizione per raccontare il suo libro e invogliare i lettori. Dopo lo scorso anno in cui è saltato praticamente tutto, Paolo Roversi (patron ed inventore di MilanoNera e di Milano in bionda), ha fortemente voluto ricominciare. E ha avuto ragione, complice il caldo non eccessivo in un tardo pomeriggio di fine agosto, il giardino di Labò si è riempito di gente. Autori e lettori che non si vedevano da tempo se non in video presentazioni on line, amici che si sono finalmente potuti incontrare e con le dovute cautele abbracciarsi. Cosa sia Labò, e come è legato a Morellini Editore, ve lo andate a guardare seguendo il link, Gli autori presenti erano tanti, se non li riconoscete dalle foto li trovate sulla pagina di Milano in bionda, con relativi titoli (chè non dimentichiamoci, sempre di libri stiamo parlando ed è bene ricordarlo) tutti hanno usato i loro minuti – quasi tutti i minuti – per un ricordo, un episodio o qualcosa di legato a due macigni. Uso la parola non a caso, perché sia Andrea Pinketts che Stefano Di Marino, erano due enormi solidi massi della scrittura di qualità, e adesso la loro mancanza è un macigno sul cuore di chi ha avuto la fortuna di conoscerli e di essergli amico/a. Roversi ha voluto che l’edizione di quest’anno fosse “intitolata” a loro e inevitabilmente anche se non ufficialmente, al nome di Tecla Dozio, che anche fra cent’anni, sarà nei nostri discorsi come se l’avessimo vista ieri. Ah, quando qualcuno, perdonatemi ma non mi ricordo chi, l’ha nominata, Tecla e Andrea per la precisione, una cornacchia (siamo poi a Milano e non a Londra)ha iniziato a gracchiare passando e ripassando sopra di noi, praticamente il corvo di Allan Poe in salsa meneghina. Lo so che alla fine della fiera in questo articolino non vi ho raccontato niente, ma lo scopo non era quello, era ribadire una volta di più, che un libro non è mai solo un tot di pagine rilegate più o meno bene, non è mai solo una storia più o meno bene raccontate, no, un libro è fatto di persone che da quelle parole sono partite per costruire rapporti, conoscenze e amicizie, affetti molto più che stabili, che danno sapore a ogni giorno.

PS se volete vedere delle foto belle andate a cercare quelle pubblicate dalle pagine e/o (che tante tante credo siano le sue) quelle di Grazia La Notte e se non siete suoi amici seguitela perché è una fotografa strepitosa

CONSIGLI FLASH 3

Indubbiamente Enzo Gentile, giornalista e critico musicale, ha dalla sua un’esperienza pluridecennale, pubblica di musica fin dal 1978 con una predilezione per il rock e il pop. Onda su Onda, è un compendio (piuttosto corposo) e contemporaneamente un saggio quasi sociologico su come la musica, come richiama il titolo dagli anni ’50 ’60 e si arriva ad oggi, abbia e continui a influenzare o meno, la nostra vita quotidiana. Non è un romanzetto da sfogliare o in cui immergersi sotto l’ombrellone, ma per chiunque ami la musica e sia curioso, nel senso di interessato alle cose del mondo, un volume – quasi una piccola enciclopedia – della musica da tenere e consultare. Qualora invece voleste leggerlo sotto l’ombrellone, ma vale anche a casa in tram o dove volete, a questo link https://open.spotify.com/playlist/4bgUe8hR4zwqhZ6wALAqOQ?si=a56ae403a72c4905. trovate anche la play list creata dallo stesso autore per accompagnare la lettura. Gentile si è avvalso di una bibliografia enorme per un testo davvero completo (si arriva fino ai giorni nostri) peraltro corredato da interviste dichiarazioni di tanti protagonisti e da una bellissima galleria fotografica.

La Barbato la conoscete, scrive delle robe da far accapponare tutto l’accaponabile, le piace proprio far paura. Maestra della tensione, qui ce la fa provare in tridimensionale. La vicenda sembra semplice, una vecchia signora muore e gli eredi come formiche sullo zucchero, tentando di non perdere neanche una briciola della cospicua (o almeno presunta tale con una certa ragionevolezza) eredità, incaricano un notaio di effettuare un inventario completo del contenuto della villa. Sembra facile no? No, è un romanzo della Barbato e quindi può (e succede) qualunque cosa. non vi sto a dire, trovate decine di recensioni, ma ve lo consiglio tanto tanto tanto.

Vabbè, io e l’impaginazione, due mondi paralleli proprio. Non ci fate caso e se volete immergervi nella scrittura eccelsa di un grande autore, accattatevi L’ora buca di Valerio Varesi (di cui è in giro anche il nuovo Soneri). Un romanzo particolare e particolarmente godibile. Una trama decisamente strana, un professore alla ricerca di qualcosa, senza nemmeno sapere bene cosa, che finirà per trovare qualcosa di totalmente inaspettato.