UN PO’ DI VELENO E L’ANTIDOTO

Oggi un antidoto e un po’ di veleno, l’antidoto è splendido romanzo, L’attesa di Connelly. Sappiamo quanto è difficile mantenere un livello alto quando si scrivono romanzi seriali, ci sono esempi chiarissimi  di personaggi seriali che dopo anni non riescono più ad avere l’appeal, qualcuno si arrotola su se stesso arrivando ad essere quasi una caricatura. Penso alla Scarpetta, giusto per essere chiari, le cui “avventure” diventano con poche variazioni sempre la stessa, senza contare un particolare che definire irritante è poco, soprattutto perché spesso reiterato nel tempo: se per ribadre che sei di origine italiana, mi dici che hai scongelato un meraviglioso sugo alla marinara (credo a base di aglio e forse un calamaro), fatto con le tue mani sante, metti sulla pasta un mezzo kg di parmigiano, lo accompagni col pane all’aglio e lo innaffi con un corposo chianti, capisci bene che sei se non altro passibile di denuncia per oltraggio alla Costituzione. A parte lei comunque, credo che ogni lettore ne troverà almeno altri tre o quattro. Poi ci sono quegli autori graziati da Dio che li ha muniti di un talento che non gli fa sbagliare un colpo. Uno di questi è Connelly. In tanti, tantissimi, abbiamo amato Harry Bosch da subito, era il 1992 ed esordiva ne La memoria del topo, un personaggio fuori dalle righe, un ribelle non sempre capace di stare nei ranghi, sempre sul filo ma sempre in grado di aggiustare il tiro. Abbiamo palpitato per le sue vicende personali, fatto il tifo perché riuscisse a costruire un rapporto con Maddie – la figlia avuta dalla ex moglie – trepidato per i tanti cambiamenti di dipartimento e infine tremato quando è sato colpito dalla leucemia. In ogni romanzo, Connelly, è stato capace di calibrare la presenza e le assenze, il grado di protagonismo, ceduto al fratellastro o ai vari partner. In questo ultimo romanzo, L’attesa, la presenza del detective è ridotta all’osso o poco più, ma come nelle migliori bistecche, la carne intorno all’osso è la più saporita. Protagonista, anzi, protagoniste, sono Renée Ballard, e Maddie (che per inciso è entrata in polizia). Storia perfettamente equilibrata, più casi che si intrecciano e la presenza di Bosch, ormai in pensione, diventa il fulcro senza togliere una briciola. Un uomo ormai fragile ma che non molla di un centimetro quando si tratta di fare giustizia e di proteggere le persone che ama e/o con cui lavora.

L’ESTATE DEI MORTI

Roberto Serra è un uomo strano, oddio, strano per questi nostri tempi; è analogico Serra, è legato al suo personale mondo e modo. Il computer è una bestia strana, utile quel tanto ma neanche troppo, la musica è rigorosamente quella dei cantautori e si ascolta su vinile, il cellulare serve per telefonare. Insomma a Case Rosse (che poi sarebbe Zocca dove oltre a Vasco è nato anche Pasini) ha trovato la sua dimensione, quella che a Roma non riusciva più a sostenere. In quel piccolo borgo, che se solo l’autore fosse più prolifico farebbe concorrenza a Cabot Cove per numero di omicidi in proporzione agli abitanti, ha quasi ritrovato pace, il quasi ha tante ragioni, sembra finalmente che la Danza non lo tormenti più, ma la paura che torni in qualunque momento non lo lascia mai, quasi perché smettere di bere è mantenersi sobri, se non sei in un telefilm americano non è così semplice, perché il coraggio di affrontare il suo fantasma più grosso, chi ha ucciso i suoi genitori e perché, sembra abbandonarlo ogni volta che sta per fare l’ultimo passo possibile, quasi perché la sua ex moglie sta per risposarsi e la sua Silvia, la ragione per cui è ancora vivo, abita con l’uomo che sposerà la mamma e lui non riesce a vederla abbastanza a viverla abbastanza darle abbastanza. Last but not least, da qualche mese condivide il suo minuscolo commissariato con Rubina Tonelli, mandata in esilio a tempo determinato, (come i carcerati cancella ogni ggiorno dal calendario in attesa di tornare nella sua Rimini). Praticamente gli hanno imposto di lavorare con la sua, almeno agli occhi l’uno dell’altra, antitesi vivente. È proprio la povera Rubina che prende la telefonata che dà l’avvio a un caso che sembra essere impossibile da risolvere. Potrei fare la sborona o la colta e dirvi che Pasini ha assorbito dai grandi, Poe Lovecraft King, e non racconterei neanche mezza bugia, certo che li ha introiettati, ma quella che ci restituisce è la Storia, quella che chi è nato in montagna conosce fin da bambino. Fiabe per i grandi, perché l’uomo nero, il babau, è dentro ognuno di noi e incarna, fin dai tempi delle favole (quelle originali dei fratelli Grimm), quelli che sono i pericoli della vita, perché un uomo nero o la Borda (poi vi dico chi è), la potremmo incontrare ogni giorno, senza riconoscerli mai se non quando è troppo tardi. La Borda è un “mostro” che prende i bambini e li ammazza, è l’uomo nero della bassa Lombardia e dell’Emilia, quello dei boschi di prima montagna in cui ci siano torrenti fiumiciattoli laghetti e stagni. E poi c’è l’attenzione che Pasini dedica al Diverso, è un’attenzione sottotraccia, delicata eppure fortissima, i suoi diversi non lo sembrano affatto, eppure affrontano mostri inimmaginabili, sono gli uomini e le donne spezzati, feriti e lacerati da cicatrici invisibili e mai chiuse. Lo fa Serra, lo fa Rubina, lo fanno, lo facciamo, tutti chi più chi meno, qualcuno nascondendo le battaglie sotto i pantaloni, chi rifugiandosi nella solitudine. Non ci sono mai né vincitori né vinti. E ancora c’è la magia dell’Appennino, fatta di colori di profumi di paesaggi e tradizioni secolari se non millenarie, di radici lunghe che non si spezzano mai. A questo aggiungete un numero imprecisato di coprotagonisti che sono i colleghi di Serra e Tonelli, i paesani, che comprendono anche chi sta nelle frazioni, i vivi i morti e chi conserva i segreti, oltre a un’indagine che fila perfettamente, svelando ben altro oltre al colpevole del duplice omicidio denunciato da un fantasma.

È COSì CHE SI MUORE

Correva l’anno 2012 e militavo in quel fantastico gruppo di anobiani (per chi non lo sapesse Anobii è una specie di godreaders ante litteram) che si chiamava Corpi freddi, un chiaro omaggio al genere di letture che ci accomunava. Fra i nomi nuovi o da poco emersi, arrivò anche Giuliano Pasini. Venti corpi nella neve fu una rivelazione. Una scrittura pulita e mai banale che ti porta ad andare avanti senza togliere il fiato, ma non ti lascia andare, la capacità di entrare in punta di piedi in argomenti delicatissimi, come poi ha dimostrato nei romanzi successivi e un personaggio strano. Non del tutto nuova come idea ma declinata in maniera diversa, che lo rende unico.                                                                           Roberto Serra è a capo del più piccolo commissariato d’Italia, lo era quando nel 1995 si consumò la tragedia raccontata in Venti corpi nella neve e ci è tornato per cercare la pace.  Da ragazzino gli sono stati strappati entrambi i genitori, uccisi mentre erano in auto da uno sconosciuto che ha sparato da una moto, lui era con loro e lo shock gli ha lasciato dei problemi che gli hanno reso la vita davvero difficile, ha dei buchi di memoria che cerca di riempire da tutta la vita. È affetto da uno strano e  indiagnosticabile disturbo che lo porta ad avere delle crisi, facilmente scambiabili per attacchi epilettici, durante i quali quasi come un derviscio, raggiunge uno stato di trance in cui vede (o immagina di vedere) come sono andati i fatti di cui si occupa ma non solo. È una condanna La danza – così ha soprannominato il disturbo – che teiene nascosta a tutti, che ha mandato in frantumi il suo matrimonio, arriva inaspettata ed è preceduta da un sentore di fiori marci, prende il controllo sul suo corpo che comincia a girare e fare movimenti inconsulti durante i quali vede cose che non sempre riesce a decifrare. Gli attacchi arrivano all’improvviso, gli lasciano appena il tempo di capire che sta per succedere e lo lasciano stremato, ogni volta sempre più spaventato di aver in qualche modo potuto trasmettere questa maledizione alla figlia.     A Case Rosse sull’appennino modenese, ambientazione naturale per l’autore che è concittadino di Blasco, oltre a Serra è stata inviata, come misura disciplinare, Rubina Tonelli che durante il servizio è solo un po’ intemperante ma  nel suo privato si porta dei fardelli pesanti come quelli del suo capo e altrettanto segreti, che la trasformano in qualcuno di competamente diverso. Nonostante il paese raggiunga a malapena il migliaio di abitanti, che significa conoscersi e sapere più o meno tutto di tutti, il Burdigòn, al secolo Eros Bagnaroli viene ucciso e la sua cascina incendiata.           L’indagine è, se così si può dire, alleggerita dai divertenti contrasti fra la Tonelli, che viene dalla Romagna (se state per obiettare che la regione è una, sappiate che vale solo se siete emiliano romagnoli, in quel caso si fa fronte comune, ma in regione, cambia tutto) e la gente del paese; per di più viene da Rimini, il che equivale a dire che per lei stare a Case Rosse è come stare in un cimitero.                                                                                                                                                Ai suoi ripetuti “Cùt vègna” (“che ti venga” a cui segue un sottinteso “cancher” che a dispetto di tutto è un intercalare del tutto esente da rancore) si alternano le obiezioni e il classico che sei un “ed fora”, un forestiero. Qualcuno che non può capire le logiche del paese. Per non parlare dei soprannomi, che se nei paesi, in città è diverso ovviamente, in generale, ad esser chiamati col proprio nome sono in pochi, nei paesini, nessuno e ogni soprannome ha una storia, una motivazione incomprensibile a chi venga da fuori. Le ambientazioni sono splendide, personalmente mi riportano alla mente autori che amo, Guareschi Varesi Guccini e Macchiavelli, un mondo che sembra lontano e invece è appena dietro la curva.                                                                          Una natura a volte inospitale ma affascinante, con un retrogusto di cose passate, che si rispecchia anche nella gente, perché come diceva zia Agatha, l’essere umano non cambia. Una storia bella tosta, ottimo biglietto da visita per chi non conoscesse l’autore, un graditissimo ritorno, con tanti fatti nuove che scopriamo insieme al commissario su lui stesso, per chi ha già incontrato e amato Roberto Serra. Ben tornato Giuliano Pasini, adesso non facciamo che ci fai aspettare anni e anni per il prossimo.

LA STELLA DEL DESERTO

Hieronymus “Harry” Bosch. Età settant’anni circa. Veterano del Vietnam. Professione poliziotto in pensione, detective privato, collaboratore freelance. Una figlia, Maddie, poliziotta anche lei. È un appassionato di jazz: Parker, Coltrane, Brown, Baker. Lo ascolta preferibilmente nella sua casa sulle colline di Hollywood, da dove spesso, mentre se ne sta seduto fuori a gustarsi la sua birra, sente l’urlo del coyote in lontananza.

Questo il curriculum, molto sintetizzato, del personaggio creato da Michael Connelly ormai trent’anni fa. Eppure Harry è ancora uno dei personaggi più amati della letteratura thriller: soprattutto per chi lo segue da sempre, Harry è ancora l’eroe romantico, con ideali ferrei e una particolare e immensa compassione per le vittime dei suoi casi. Non per nulla la filosofia che lo guida è: “Contano tutti o non conta nessuno.”  Non uno slogan, non un messaggio motivazionale, ma un modo di sentire profondo che da sempre lo anima.

Per questo Renée Ballard, che abbiamo incontrato in coppia con Bosch negli ultimi libri, lo chiama a collaborare con lei quando viene messa a capo della rinata Unità Casi Irrisolti. Ballard è a sua volta una outsider della polizia, con un curriculum altrettanto tormentato di quello di Bosch: degradata all’Ultimo Spettacolo (il turno di notte), uscita dalla polizia per incomprensioni coi capi, rientra in gioco quando le viene promesso di poter lavorare nel settore preferito.

L’Unità Casi Irrisolti, a cui aveva già lavorato Bosch anni addietro, era stata smantellata, ma ora viene ricostituita sotto l’insistenza e con l’appoggio del consigliere comunale Jake Pearlman, la cui sorella minore era stata assassinata anni addietro senza che il suo assassino fosse mai stato preso. Bosch accetta di lavorare con la squadra di Ballard quando gli viene promesso che potrà rioccuparsi del caso freddo che più gli è rimasto nel cuore: lo sterminio della famiglia Gallagher, genitori e due figli piccoli uccisi e poi seppelliti nel deserto del Mojave. Un sospettato, Finbar McShane, mai rintracciato.

Le indagini nel libro seguono i due filoni Pearlman e Gallagher, con alterni colpi di scena e momenti di suspense. Più ci addentriamo in esse, più torniamo in sintonia con Bosch, più la lettura diventa adrenalinica, concitata e impellente. Purtroppo non è possibile raccontare i momenti più tesi della storia, per non fare spoiler. Ma vi assicuro che non vi faranno dormire!

Ritroverete il Bosch che avete amato tanto, quello che pensa“a come la verità veniva sempre manipolata dalle persone al potere”, o che “A volte fai la cosa sbagliata per il motivo giusto”. E che il nostro è inevitabilmente “un mondo pieno di rabbia” dove “le persone fanno cose che non ti aspetteresti mai. Che forse non si aspettano neppure loro”. Ritroverete un Bosch invecchiato e acciaccato, ma ancora capace di conquistare il cuore del lettore. Un Bosch che si commuove di fronte alla stella del deserto: un piccolo fiore dall’aspetto delicato, eppure forte e implacabile, resistente al caldo e al freddo, che nasce tra le rocce del deserto. Un fiore che secondo qualcuno è la prova che Dio esiste: “È difficile credere che qualcosa di così bello possa nascere in un posto come questo. E dicono che Dio non esiste. Se lo chiedi a me, Dio è proprio qui, nelle piccole cose.”

Bosch è ancora lì: personaggio immaginario, eppure così vivo e reale. E ancora se ne va, continuando a guidare nella notte. Fino alla prossima volta.

REQUIEM PER UN AMICO

Brian Freeman

Potrebbe far finta di nulla Jonathan Stride, ha taciuto per tanti anni, la storia è morta e sepolta esattamente come il corpo di Ned Baer, dato per annegato e disperso nel fiume sette anni prima. Potrebbe non dar peso alle parole che Steve Garske gli dice poco prima di morire, potrebbe lasciare che i morti riposino in pace. Ma non lo farà. La principale caratteristica dei thriller di Freeman è proprio di mettere al centro della storia le vicende personali dei suoi protagonisti facendole diventare Il Caso. Abilissimo nel costruire trame intricate in cui si intrecciano più storie apparentemente slegate, fino alla conclusione che riunisce tutti i fili. in questo romanzo, la morte di Baer che si scopre essere stato ucciso, riporta prepotentemente all’attenzione della cronaca fatti che trent’anni prima hanno visto Andrea, diventata poi la seconda moglie di Stride, vttima di una violenza sessuale che molti anni dopo, viene attribuita a un politico. Il Caso riguarda Stride tanto strettamente, che il tenente si trova ad essere sospeso dal servizio in quanto principale indiziato dell’omicidio. La trama parallela riguarda invece la giovane Cat, ragazza problematica, più volte abusata, abbandonata e diventata giocoforza una prostituta, che i coniugi Stride hanno accolto a casa amandola come una figlia. La ragazza è vittima di stalking da parte di un ammiratore sconosciuto ed estremamente pericoloso, al punto che le viene messo vicino un agente che la protegge h24. Vicenda che si scoprirà strettamente intrecciata a quello principale. Non ha niente del “supereroe” il tenente Stride, se non un’etica ormai rara, condivisa con Serena e la sua vice Maggie e una capacità di amare fuori dal comune, oltre alla rara capacità di unire davvero le forze e riuscire insieme a trasformare i problemi in opportunità, a trovare serenità dove non c’è. Dire di più sulla trama di questo thriller non si può perché il piacere maggiore dei lettori di Freeman deriva dalle sorprese continue e dai colpi di scena che si susseguono fino all’ultima pagina. Chi sceglie di leggere Freeman, uno degli autori americani più amati, sa cosa aspettarsi e non rimane deluso. Nemmeno questa volta. “Restarono in silenzio, a guardare la risacca e il sole scintillante sull’acqua. Sulla sinistra, la città si stendeva sulla collina. All’orizzonte, una nave da carico piena di minerale grezzo si dirigeva verso il ponte mobile. Era una giornata perfetta a Duluth.”

LA CATTIVA STRADA

Paola Barbato, scrittrice di thriller e romanzi per ragazzi e sceneggiatrice di fumetti – tra i quali è doveroso ricordare il mitico Dylan Dog -, è tornata in libreria quest’estate con il suo nuovo romanzo La cattiva strada.

Chi legge le sue opere dall’esordio sa che ci troviamo davanti una scrittrice che sorprende sempre, sia nei romanzi che nei graphic novel, perché le sue trame sono sempre originali e con finali mai banali e scontati. Pensiamo ad esempio a uno dei primissimi libri di Paola, ‘Il filo rosso’, in cui l’autrice utilizza un punto di vista inusuale nella maggior parte dei libri che leggiamo, ovvero quello dell’assassino. Oppure, in tempi più recenti, la graphic novel in 4 volumi ’10 ottobre’, in cui viene immaginato un mondo fatto di persone con una vera e propria ‘data di scadenza’. Oltrepassata quella moriranno. O ancora un’altra graphic novel recente, scritta con il compagno Bussola e disegnata dallo stesso Bussola in collaborazione con l’amico Pilliu, ovvero ‘Bacteria’ in cui si immagina la nascita di quattro bambini portatori sani di alcune tra le più mortali malattie al fine di portare morte in territori nemici.

E anche con La cattiva strada non si è smentita regalando al lettore una storia claustrofobica e adrenalinica come lei sa fare ma con due particolarità: l’ambientazione esclusiva in autostrada, lungo la A1 e una storia narrata secondo due punti di vista che sembrano due poli opposti ma che alla fine la stessa storia raccontano.

Protagonista di questa vicenda è Giouscia Gambelli, un ragazzo trentenne che non è mai maturato del tutto. Non chiede nulla dalla vita, non ha mire particolarmente ambiziose per il suo futuro ma tutto sommato è contento perché è un bravo corriere, anche se non sa esattamente di cosa. Lavora per un privato che gli commissiona dei trasporti notturni con il suo furgoncino con l’ordine di non guardare mai all’interno dei pacchi che trasporta. E lui lo fa, stando ben attento a non essere mai alterato dall’alcool, rispettando i limiti di velocità, cercando di non farsi notare. Solo qualche piccolo strappo alla regola: fa delle tappe negli autogrill lungo il percorso dove ha stretto una sorta di amicizia con alcune persone che ci lavorano.

Ma una notte le cose non vanno come dovrebbero andare. Dalla scatola che sta trasportando esce del liquido, la scatola è rovinata e bagnata e quindi decide di sostituirla. Ma per farlo deve vedere il contenuto. E da li iniziano i guai. Ma non solo per lui ma anche per le persone che loro malgrado vengono coinvolte in questa rocambolesca avventura. Giosciua capisce di essere diventato un testimone scomodo e soprattutto si accorge che chi lo ha ingaggiato è li vicino pronto ad eliminarlo e l’unica cosa che può fare è fuggire ma forse il luogo più sicuro è proprio l’autostrada che sta percorrendo…

Autostrada che ho percorso pure io andando quest’estate in vacanza dove ho potuto vedere gli autogrill menzionati nel libro e rendermi conto che determinate situazioni, in particolari orari, che durante la lettura mi sembravano piuttosto irrealistiche sono invece assolutamente possibili. Non voglio spoilerare ma provate a pensare di attraversare a piedi di notte un’autostrada come la A1! Ecco, percorrendo proprio quel pezzo sono stata presa da alcuni brividi interni rivivendo la scena letta pochi giorni prima.

La cattiva strada è sicuramente un thriller ad alta tensione, con personaggi ottimamente delineati, che acquistano spessore man mano che procediamo con la lettura e con un finale a dir poco sorprendente. Ma è anche un romanzo di crescita personale, un passaggio dall’innocenza alla responsabilità, al rendersi conto come un’azione che commettiamo possa incidere sulla vita di altre persone. E di come il male sia ovunque, anche dove mai potremo immaginare.