IL NIDO DEL CORVO

Sentivamo il bisogno di una nuova coppia di investigatori (regolarmente appartenenti al Corpo di Polizia)? Forse no, ma fin dalle prime pagine de Il nido del corvo, il dubbio che senza saperlo ci servissero, si insinua fino a diventare certezza.

Dopo I canti del male che di romanzo in romanzo si sono arricchiti facendoci amare ogni personaggio, dopo il libraio che “indaga” con l’aiuto dei due gatti che lo hanno adottato – mi sono sempre dimenticata di chiedere a PP se sotto sotto ci sia un omaggio a Lilian Jackson Brown – dopo gli stand alone, arrivano Daniel Corbu e Viola Zardi.

Quando decido di scrivere di un libro, mi faccio sempre un giro di recensioni, non perché mi manchi qualcosa da scrivere, ma per “controllare” se altri hanno individuato cose che mi sono sfuggite.

Senza nulla togliere a Viola, che secondo me ci dirà molto nei prossimi romanzi, qui il protagonista assoluto, anzi, i protagonisti, sono Daniel e il Sinis, una “regione” forse meno nota di tante altre, che personalmente mi ha affascinata, un luogo senza tempo, contigua alla città eppure immersa nel silenzio apparente della natura.

Un posto che nello specifico della “tenuta” dei Crobu, racchiude un mondo.

È un thriller che ti tiene incollato alle pagine? Sì. Senza dubbio, ma, non so se si possa dire di un romanzo di genere, lo fa gentilmente, con delicatezza. Una collega ha sottolineato la “lentezza” e ripensandoci c’è, la lentezza della vita, quando Pulixi ci racconta i momenti privati, che diventa il perfetto contraltare alla frenesia dell’indagine, arrivando a comprendere nel racconto la dicotomia che caratterizza sia Daniel che Viola. La freddezza e il rigore nell’analizzare le scene del crimine, i fatti nudi e crudi, contro la dolcezza di un uomo che abbraccia la moglie le figlie, che assiste all’avvicinarsi della fine per il padre adorato. Meno in luce ma perfettamente intuibile, anche il dualismo di Viola, che ripeto, secondo me uscirà prepotentemente nei prossimi romanzi.

Il nido del corvo è l’ennesima conferma di un talento puro, quello che ti permette di scrivere una storia completa, che soddisfa il lettore in toto.

Se non disturba, rendo pubblico anche il grazie e il riconoscimento al merito di Massimo Carlotto e Colomba Rossi, che con la creazione del Colletivo Sabot Age, hanno scoperto e permesso a questo talento di essere visto e goduto da tutti.

CITÉ

Forse non tutti sanno che Massimo Carlotto, oltre che autore di Noir che non serve certo presentare, scrive anche soggetti per fumetti – che tecnicamente si chiamano Graphic novel – si tratta di veri e propri romanzi brevi illustrati. Dalla collaborazione con Irene Carbone nasce la graphic novel Citè, pubblicata da Round Robin Editrice nella collana Tempesta curata da Mirko Zilahy.
Cité è la Marsiglia di oggi del Mediterraneo, è il porto è il carcere delle Baumettes è il luogo delle bande del Milieu, dei nuovi boss del crimine, dei killer, degli spacciatori. E’ il luogo dove i cattivi sono cattivi…ma i buoni forse sono anche peggio.
Protagonista di Cité è B.B. ovvero Bernadette Bourdet, commissario che i lettori hanno già incontrato in Respiro corto, che si trova ad indagare sull’omicidio di un agente spagnolo avvenuto nella suite di un albergo di lusso.
B.B è un commissario decisamente carismatico; è ribelle brutta lesbica e combatte il male con il male. Non amata dalla malavita e malvista dai piani alti della Polizia, ma è brava, risolve i casi evita disordini e riesce mantenere una specie di pace.
Anche in questo caso si avvarà dell’aiuto di un boss della malavita, una vecchia conoscenza…( E basta così perché qui non facciamo spoiler e non vogliamo togliere il piacere di godersi l’intrigo della trama e le atmosfere che caratterizzano questo graphic novel).
Atmosfere rese benissimo da Irene Carbone, grazie alla scelta di colori particolari per dare maggior effetto alle ambientazioni e all’anima dei personaggi.
Come ha spiegato durante la presentazione al SalTo22, ha scelto di utilizzare delle palette ‘disturbanti’, in particolar modo il rosso (che indica tendenzialmente i cattivi con il male, la violenza, la morte) e il verde acido (per indicare i buoni o ‘i meno cattivi’, le loro azioni al limite della morale e della legalità) e soprattutto nella prima parte del volume, un utilizzo sapiente dell’arancione che rimanda alla morte, quasi a voler mettere in primo piano i personaggi.
Cité è un graphic novel che merita di essere letto, per scoprire una Marsiglia diversa da quella che siamo stati abituati a leggere, un personaggio particolare e una trama degna del miglior Carlotto e per godere dell’abilità illustrativa di Irene di cui prossimamente sentirete parlare ancora.

A proposito di razzismo – parliamone con un libro – Cristiani di Allah

Lo avete letto? Nel caso non lo abbiate fatto, rimediate, rimediate subito, così quando vi verrà voglia di mettervi alla tastiera e digitare come forsennati sull’ignoranza degli altri, usando immagini frasi e ridicole scemenze, magari vi fermate un attimo e riflettete. Leggo ogni giorno – troppe volte al giorno ahimè – che dovremmo ricordarci di quanto noi bianchi cattivoni abbiamo sfruttato l’Africa. Ora, siccome non sono nè una negazionista nè una revisionista, non nego che gli europei ne abbiano fatte di ogni, ben imitati dagli americani per altro, ma non è questo il punto. Il punto è, e lo scoprirete o vi tornerà in mente quello che dovreste aver studiato, leggendo Cristiani di Allah, che state dimenticando la Storia. Carlotto voleva parlare di omosessualità, i protagonisti sono una coppia di uomini costretti (come tanti) ad abiurare per poter vivere la loro vita. Certo sottostando ad alcune regole di facciata, ma tutto sommato tranquilli. Secondo me, ma si sa che ognuno nei libri ci trova cose che non necessariamente l’autore aveva in mente, non è venuto fuori un gran servizio alla causa, nel senso che uno dei due è evidentemente innamorato (e in quanto tale fedele), mentre l’altro, pur dichiarandosi innamorato, va allegramente in giro a fare sesso per amore di bellezza (diciamo così). Su questo fatto mi sono già espressa, è l’esatta dimostrazione che come fra gli etero ci sono persone capaci di amare e altri meno. Ma c’è un aspetto storico in questo libro, che sempre a mio parere andrebbe approfondito. Lo schiavismo. Le descrizioni che Carlotto fa, ovviamente documentato come sempre a prova di bomba, del mercato degli schiavi, di come e perchè poteva capitare che si finisse in quel mercato. Valutati come bestie al mercato, in base al peso alla necessità del compratore alle caratteristiche iconografiche legate alla provenienza e ai propri talenti, sono eccezionali. Gli schiavi e le schiave, non hanno colore. Non sono i poveri neri sfruttati, no, sono africani olandesi francesi italiani. Sorpresa eh, vi eravate dimenticati che lo schiavismo ha radici molto più lontane di quelle che vi ricordavate – e sono buona non mi spingo all’impero romano e oltre – Lo so ho un po’ deviato dal solito e del libro vi ho detto poco, ma anche a questo servono i libri, soprattutto quelli di autori garanzia come Massimo Carlotto, a dare spunti di riflessione, ad andare a fondo di tanti argomenti, in buona sostanza a stimolare il pensiero.