IL VENDITORE DI ROSE

Dario Sardelli

Torpignattara è un quartiere di Roma, non esattamente un posto residenziale, ma i suoi abitanti (come capita in quai tutte le periferie), dopo essere stati “emarginati” guardati dall’alto in basso e ovviamente “invasi” dalle varie comunità di stranieri più o meno regolari, hanno trovato l’orgoglio di rivendicare la loro identità di borgatari (anche quelli di Milano e di ogni grande città). A Torpigna, perché così la chiamano, il commissariato è retto dal vicequestore Piersanti Spina, uno tranquillo che non ama fare l’eroe, fa il suo e cerca di vivere meglio che può, cosa non facilissima perché è affetto da CIPA, una malattia rara e congenita del sistema nervoso che gli impedisce di provare caldo freddo e di sudare. Non so esattamente se la malattia sia come descritta o un po’ esagerata, ma certamente caratterizza il personaggio.  Belli anche gli altri personaggi e bella la storia. Un cadavere in mutande, in quello che viene chiamato il pratone  che Spina riconosce come il “bangla” da cui ha comprato tre rose per la sua fidanzata, la sera prima che incidentalmente era san Valentino.

Un bel casino, un po’ perché essendo in mutande non ha documenti, un po’ perché probabilmente non li avrebbe avuti neanche se fosse stato vestito. Sia come sia il vicequestore sa fare il suo mestiere e alla fine, non proprio agevolmente scopre sia chi era il ragazzo (ben altro rispetto a un venditore di rose), sia il perché e chi lo ha ucciso.  C’è da dire che personalmente l’ho molto apprezzato, veloce, scritto bene, senza esagerazioni e colpi di scena improbabili ma con tante piste che depistano, una trama che si discosta dalle “solite”, fresca e nuova così come il protagonista. Decisamente piacevole. Un nuovo esordio di un italiano che a occhio e croce non resterà un unicum, l’unico augurio che mi/ci faccio (pur conoscendo le dinamiche editoriali), è che non ne sforni uno ogni sei mesi, andazzo che purtroppo è sempre più presente ma che, scusate la franchezza, dopo un po’ diventa un legaccio che ti fa sentire obbligato a leggere, pena i sensi di colpa da lettore incallito e il dover scegliere qualcuno a scapito di altri.

Voi però leggetelo, perché il ragazzo, sceneggiatore e autore televisivo, probabilmente ci darà delle altre belle soddisfazioni.

2021

Stile Libero Big

  1. 240

€ 17,00

ISBN 9788806244408

L’inizio e la fine – Stefano Tura chiude il cerchio

Stefano Tura non ha bisogno di gran presentazioni, autore di thriller giornalista creatore di un Festival del giallo a Cesenatico, volto ormai storico di RAI1, ha esordito con Il killer delle ballerine nel 2001 e poi ha proseguito con il thriller, direi anche con un buon successo. Per farla breve, una volta rientrato in possesso dei diritti sul suo lavoro (l’editoria come la musica è un mondo strano), ha messo in atto un progetto con La Corte editore (che io ve lo dico, è una casa editrice che sa quello che fa). Scrivere il sequel di quel primo romanzo (che era comunque autoconclusivo), tornando per così dire sul luogo dei delitti 20 anni dopo.
Le discoteche ci sono ancora così come ci sono le cubiste, quello che il protagonista de L’ultimo ballo, ex poliziotto coinvolto negli atroci delitti, non si aspettava proprio, è di ripiombare dritto in quello che con qualche variante sembra essere una replica di quanto già vissuto.
Bravo Tura a non fare un copia incolla invecchiando un po’ i protagonisti, ma a inventare una storia del tutto diversa nella sostanza.
Se infatti è vero che la vicenda attuale è diretta conseguenza della prima, i protagonisti il modus operandi e lo svolgimento dell’indagine, sono tutta un’altra cosa. Le differenze fra i due romanzi sono palesi nel linguaggio, il primo ovviamente non era soggetto al politically correct (che semplicemente non esisteva) che oggi è impensabile non seguire se non si vuole finire alla gogna, il secondo è per forza leggermente più pettinato, ma la cosa che più si nota, è l’attenzione che l’autore, evidentemente maturato, pone sul tema delle diversità, in generale, un’attenzione profonda che mette in luce quanto ancora ci sia da fare e riconosce al tempo stesso quanto sia facile distrarsi. Quanto oggi sia possibile diventare vittime nell’indifferenza. L’unico appunto che personalmente mi sento di fare al libro (in particolare al secondo romanzo) è la tendenza a qualche ripetizione di troppo di alcuni rimandi, qualche descrizione che si poteva evitare, ma che tutto sommato nulla toglie a un romanzo da leggere.

DAVIDE LONGO – ARCADIPANE E BRAMARD

Nel 2021 Einaudi ha deciso di (ri)pubblicare tre romanzi dello stesso autore, una scelta interessante se si calcola che in realtà i romanzi sono stati scritti in tempi molto diversi. Parliamo di polizieschi o quanto meno di romanzi che implicano un’indagine e dei poliziotti o ex poliziotti.

I romanzi sono  – Il caso Bramard – Le bestie giovani  – Una bestia feroce – Nel primo non è chiarissimo chi sia il protagonista designato, se il commissario Arcadipane o il suo ex superiore Corso Bramard (cognome tipico del Roero), è un continuo passarsi la palla, dove non arriva uno arriva l’altro. Anche perché nel caso Bramard, Corso è parte in causa.

Il secondo è un’indagine parallela a quella ufficiale ed è una sorta di romanzo civile, che torna agli anni di piombo con tutto quel che ne consegue, quello che cambia sono le proporzioni del peso dei personaggi, qui si parla molto più di Arcadipane che non sta passando un bel momento nel suo privato.

Nel terzo sono più evidenti i cambiamenti di entrambi, il caso riguarda web deep web e di conseguenza le magagne di una società che abbiamo tutti sotto gli occhi.

La scrittura di Longo è piacevole, equilibrato nel dosaggio fra indagine e focus sui personaggi (ad affiancare i due c’è anche un’agente ben stramba e piena di problemi ma decisamente brava nel suo lavoro) e sulla loro evoluzione nel tempo e bello il modo di descrivere la città (Torino) e i dintorni, senza campanilismo ma si sente se mi passate l’espressione, l’amor patrio. Allo stesso modo c’è equilibrio fra i caratteri, che pure sono decisi e con storie “forti” alle spalle sono descritti quasi con delicatezza, con rispetto. Per quanto riguarda le trame, a non fermarsi in superficie, ci si trova anche altro, denuncia sociale se vogliamo, di fenomeni comuni quanto tristi della società attuale e delle loro conseguenze. Quasi dei noir. Ahimè nonostante la sua produzione sia assolutamente polposa, non lo conoscevo. È uno di quegli autori che puoi prendere con calma, non ti mette l’ansia di sapere, i romanzi aspettano pazienti che arrivi il momento per dedicarti a loro e goderne. Sicuramente non resteranno sullo scaffale (nel Kobo) a lungo fra i non letti.

Un colpo al cuore

Devo dire che da qualche anno a questa parte la “nuova generazione” degli scrittori italiani sta decisamente esprimendo il meglio di sé, autori che ad ogni romanzo ti lasciano a bocca aperta. Penso, con un paragone che può sembrare azzardato ma se ci riflettete non lo è poi tanto, per esempio a un Camilleri o per fare un salto nel passato un Simenon o a tutti quelli che hanno dato vita a serie e personaggi indimenticabili, quando leggi uno dei loro romanzi, è come infilarti in un paio di vecchie comode adorate pantofole, ti accolgono ti avvolgono e ti danno una sensazione di benessere, sai cosa troverai fra le pagine. Poi un giorno ti capita in mano uno come Piergiorgio Pulixi, allievo di Massimo Carlotto e membro del collettivo Sabotage che parte con un personaggio bomba, Biagio Mazzeo e ne fa un seriale (a buona ragione adorato dai lettori), poi ti sforna un romanzo come L’appuntamento, da brividi letteralmente, roba da staccare immediatamente tutte le connessioni possibili. Cambia genere cambia tutte le carte in tavola e ti turba non poco con Il canto degli innocenti  creando un personaggio complesso come un puzzle che si chiama Strega. Cresce nella scrittura nelle trame e ogni “torta” è un pochino più buona della precedente. Raggiunge il top – per il mio gusto e prima di leggere Un colpo al cuore – quando scrive L’isola delle anime, in cui unisce tutto l’amore per la sua splendida terra, ci mette la Storia ci mette le tradizioni ci mette quel mistero che sono i sardi e la loro storia, così pieni di antico e moderno insieme, chiusi come conchiglie e capaci di amicizie impagabili. Così per gradire, si è inventato altri due splendidi personaggi, le ispettrici Mara Rais e Eva Croce, due anime strappate che hanno deciso di ricucirsi con l’ironia, nascondendo gli strappi una sotto un’immagine impeccabile e l’altra con anfibi trucco pesante e i capelli rossi ereditati dalla madre irlandese. Per contro, la rockettara ha modi educatissimi mentre la raffinata Mara, usa un linguaggio che definire spiccio è fargli un complimento. Un colpo al cuore riunisce Strega, che anche lui in quanto a strappi dell’anima non scherza affatto, con Rais e Croce, fra Cagliari e Milano. La trama coinvolge ogni lettore in prima persona, perché tra le centinaia di notifiche che riceviamo ogni giorno sui nostri smartphone, potrebbe arrivarne una che ci chiede di sostituirci alle Istituzioni, ci dice che possiamo decidere noi cosa sia la giustizia. Basta un tap. La tentazione è forte, dallo schermo non si sente l’odore del sangue, non ti resta sulle mani e l’anonimato protegge anche dalla propria coscienza. Strega per le sue competenze viene inviato a Cagliari per formare una tasksforce con le ispettrici ed è subito magia. Non è solo nella sintonia fra i tre (e qualche comprimario ovviamente) a livello di lavoro, quanto complessiva, tre vite e tre modi di pensare che si incastrano perfettamente. Potrei parlare del cuore dei personaggi, che non hanno pietà nel raggiungere l’obiettivo e nello stesso tempo la provano sia nei confronti delle vittime sia del criminale, potrei raccontarvi di come nella drammaticità della storia Pulixi riesca con il linguaggio ironico e ricchissimo, ad alleggerire la tensione o di quanto da tutti i romanzi, emerga prepotente l’attenzione a quella fascia di mondo che è il nostro futuro, i bambini e gli adolescenti, di come esprima l’amore per la natura e gli animali con le descrizioni dei paesaggi (ok ammetto che con la Sardegna ha gioco facile) e della gatta Sofia, di come sappia dosare l’adrenalina ma preferisco lasciarvi a questo punto, usare il tempo per leggere lui e non me.

PS, non ho elencato tutte le opere del ragazzo, ma solo per non riempire tre pagine e con il benestare dell’autrice, vi lascio il link di una delle più belle interviste fatta da Cristina Aicardi per MilanoNera (ci trovate anche la sua recensione seria) che qui sul blog la prendiamo morbida. E ovviamente per Un colpo al cuore e qualsiasi altra informazione libresca, vi ricordo che le mie (recensioni serie) le trovate su Mangialibri

L’opzione di Dio

Papa Bergoglio è morto e il suo successore ha cercato di tenere viva l’impostazione che lui aveva dato alla Chiesa, apertura pulizia e chiarezza soprattutto negli affari economici dello IOR che tanti scheletri ha negli armadi. Ma il pontefice è malato, gli resta poco da vivere e chiaramente fra i pochissimi cardinali che ne sono al corrente, comincia una delle battaglie più subdole che esistano al mondo. Quella che si svolge prima del conclave, quando i papabili si giocano il Soglio con accordi e manovre che sono il segreto di Pulcinella. Proprio dalle manovre di Warren Hamilton, arcivescovo di Pretoria, che usa metodi non proprio etici per mettere a tacere le vittime dei tanti, troppi, religiosi pedofili, prende il via il romanzo di Caliceti. Sottovoce, nel senso che è un signore discreto che non si sovraespone, sta alzando l’asticella ad ogni romanzo (scusate lo so che è una frase trita ma rende l’idea). L’ambito in cui si muove è più o meno lo stesso dei precedenti, la finanza, che è la protagonista ma solo nella misura in cui incide sulla vita degli uomini. Qui è entrato a gamba tesa e senza sconti in quel territorio delicatissimo che è l’etica, figlia della filosofia. I due protagonisti, apparentemente sono Hamilton e Vignale, in competizione per il Soglio e se vogliamo essere precisi anche per la palma di bastardo dell’anno, in realtà sono solo la rappresentazione di una realtà, di più realtà, su cui troppo spesso non ci si sofferma se non per un attimo di momentanea indignazione. Non fa uno sconto Caliceti, mette in mostra il marcio che purtroppo non ha nulla di fantascientifico. Un romanzo che racchiude un giallo (si apre con un attentato jiadista in via della conciliazione e le relative indagini dell’antiterrorismo) una denuncia spietata della corruzione e nei dialoghi che sono lo scheletro del libro, una serie di riflessioni che spingono il lettore a farle proprie. Un’amara conclusione che non toglie però la speranza che partendo da un uomo, un nuovo rinascimento sia possibile.

UN GIOCO DA RAGAZZI Enrico Ruggeri

Ho letto credo quasi tutti i libri di Enrico Ruggeri, so quanto scrive bene,  come è in grado di cambiare genere, ma trovare la storia che ha messo in UN GIOCO DA RAGAZZI non me lo aspettavo proprio. Quando l’ho finito ho acceso subito il pc, ero così entusiasta che ho pensato mi sarebbe uscito tutto in un attimo. Errore, proprio perché l’ho trovato ottimo (non mi spingo a definirlo eccezionale perché è un aggettivo che uso davvero raramente), temo di banalizzarlo scrivendone.

Non è il primo libro che leggo sugli anni di piombo, ma questo punto di osservazione non ricordo di averlo mai trovato. A seconda dell’opinione o dell’orientamento di scrive, ci sono i buoni e i cattivi. Qui no. Qui c’è una storia se non vera molto verosimile, non ci sono prese di posizione, solo fatti nudi e crudi.

Per quanto sia più che abituata agli autori di gialli e noir che entrano nella testa degli assassini, oltre che degli investigatori, il percorso di vita di questi due fratelli che prendono strade opposte, è descritto con una vividezza tale che entri letteralmente nei panni sia di Vittorio e Mario, sia della famiglia – madre padre sorella e zia – che assistono, prima senza accorgersene e poi colpiti a morte dall’enormità della cosa, alla crescita dei due ragazzi che di giorno in giorno si allontanano sempre di più, perdendosi, non riuscendo più a dialogare, diventando due nemici che nulla hanno in comune. In quasi  tutti i romanzi c’è un messaggio – o almeno questo è quello che ci trova e forse cerca un lettore – qui forse no, c’è solo il racconto puro e semplice dei fatti, del perché e come si è arrivati a quegli  anni terribili, pieni di fervore e furore. Anni cosiddetti di piombo, che a me sono rimasti appiccicati addosso (come a tutti quelli della mia generazione credo) e che hanno letteralmente dato forma a un paio di generazioni successive. Una forma malata ahimè, che saltato un giro, si trova a mettere tutta la passione politica, dove politica sta per tutto ciò che riguarda la collettività, scrivendo perlopiù stronzate) sui social network. Mario e Vittorio con la loro storia “disgraziata”, ci ricordano quanto sia necessario mantenere un equilibrio, quanto sia facile deragliare e perdere il controllo arrivando a commettere dapprima azioni scellerate e poi reati, perdendo di vista qualunque cosa non sia la propria ossessione fino ad arrivare a perdere completamente se stessi.

Un romanzo che vale ogni minuto impiegato a leggerlo, che insegna tanto, un racconto profondo di una stagione che per l’Italia è stata fondamentale, della quale ancora oggi piangiamo i morti da una parte e dall’altra. Uno sguardo distaccato, che non prende posizione (come è giusto che sia), ma va a fondo di ogni spinta emotiva, di ogni azione compiuta in nome di un’utopia. Un romanzo per capire come siamo arrivati dove siamo ora. Un libro come ce ne vorrebbero tanti. Grazie Rouge.

Consigli del giorno 3

8 come le renne di Babbo Natale, oggi non consiglio libri ma autori. Poche righe per ciascuno, naturalmente do per scontato che siccome sono nomi grossi (altri ne seguiranno) li conosciate e li abbiate letti, ma una ripassata male non fa. Mi accorgo che sono tutti autori gialli e noir, vabbè, oggi va così. Hop hop che le librerie sono aperte.

Cometa: porta con sé Maurizio de Giovanni, i suoi romanzi, siano i seriali o i singoli, sono poesia, sono immersioni nelle anime e nei pensieri. Il noir è solo il mezzo che ha scelto per portarci davanti a uno specchio magico, dove volenti o nolenti, vediamo chi siamo al di là di quello che crediamo.

Ballerina: alla sua redine è attaccata Rosa Teruzzi, la sua scrittura gentile, la bravura nell’architettare storie, la semplicità con cui esalta (senza darne l’impressione) le donne, con il rispetto dovuto, la rendono una delle autrici che dopo il primo libro entrano nel cuore e ci restano ben salde insieme alle sue protagoniste.

Fulmine colpisce con Massimo Carlotto, illumina e poi brucia, noir puro, non ci sono sbavature nei romanzi (ma l’avete visto in tv L’Alligatore?), scrive senza fronzoli colpisce e come suol dirsi, non fa prigionieri. Qui volendo potrei sbilanciarmi e fare anche qualche titolo, anzi lo faccio con quello che personalmente amo di più, L’oscura immensità della morte, ma sto facendo un torto all’autore perché fidatevi, non si può leggerlo e rimanere gli stessi.

Donnola (traduzione orrida ma non è colpa mia), vi porta i romanzi di Pierluigi Porazzi. Anche lui di difficile definizione, qualcuno più decisamente nero, altri più gialli ma anche fantascienza. Preciso come un bisturi non c’è una parola che non sia necessaria. Trame perfette, colpi di scena calibrati con precisione da gioielliere. Non può mancare nelle librerie di chi ama il genere.

Freccia, a lei affido Antonio Manzini, come gli altri consigliati non ha alcun bisogno di introduzioni o presentazioni. Che scriva di Schiavone facendoci ridere e piangere, che scriva altre storie facendoci provare tutte le emozioni possibili, prendere in mano un suo libro è come avvolgersi in un plaid di cachemire in una giornata fredda. E come disse Forrest Gump, su questo argomento non ho altro da aggiungere.

Saltarello chi mai può portare se non Marco Malvaldi? Un folletto lungo lungo con dei neuroni che saltano appunto da una parte all’altra, come degli stambecchi capaci di non vacillare neanche atterrando in spazi impossibili. Da un bar di Pineta alla chimica al cibo alla filologia. Per restare nell’ambito dei paragoni, presente una birra ghiacciata in un giorno di luglio con 35 gradi all’ombra. Ecco la goduria con i suoi libri è quella.

Donato invece di un autore trasporta addirittura una Casa Editrice, piccolina ma tosta, tutta al femminile con una selezione che va dal vintage ai temi più delicati con autrici decisamente diverse dal mainstream. Cercate Edizioni Le Assassine, scommettiamo che poi mi ringraziate?

Cupido porta con sé l’autore più lontano dall’idea di romanticismo, ma chi lo porta lo porta, Francesco Recami è una garanzia per chi ama lo humor inglese, il politicamente scorretto l’arguzia sottile e pungente. Una piccola vespa che punge ma non provoca danni, semina paradossi come i contadini fanno coi pomodori e ogni pianta è piena di frutti deliziosi.

Consigli per le strenne…2

L’impaginazione non risponde, ma metti che stiate uscendo, vi beccate i consigli così come vengono.

Un libro particolare, fra lo storico il romanzo e forse il saggio, tanta roba eh, l’ha pubblicato SEM si intitola Storia di una figlia e lo ha scritto Piernicola Silvis, di solito scrive gialli di quelli tosti (ma tanto), stavolta ha voluto condividere delle domande che si è posto e oggettivamente dovremmo porci tutti. E se nel nostro dna ci fosse molto più di qualche informazione genetica? Ma soprattutto, siamo sicuri che ci hanno raccontato proprio tutto? Perché la Storia la scrivono i vincitori, ma da qualche parte c’è anche quello su cui molti, hanno preferito sorvolare.

Se dico Enrico Ruggeri, alla maggior parte di voi credo vengano in mente centinaia di canzoni (una più bella dell’altra), a qualcuno invece i libri che ha scritto, che non sono neanche pochi e sono anche belli qualunque sia la storia che ci ha voluto raccontare. Quello che consiglio oggi è Un gioco da ragazziLa nave di Teseo – la storia di due fratelli che sono adolescenti negli anni di piombo con tutto quel che ne consegue. E fra la storia personale dei due e la Storia ne consegue un piatto davvero ricco.

Di questo libro vi ho già parlato quando è uscito, ai primi di dicembre, l’ha scritto Marino Bartoletti e l’ha pubblicato Gallucci (mi pare che ancora adesso sia possibile averlo autografato ordinandolo in casa editrice), e si intitola La cena degli dei. Una fiaba con dentro molta realtà, un incontro che fa sognare per lo spessore dei convenuti e anche un po’ per l’affetto (che si ente sincero) che l’autore ci ha messo nel raccontarli.

Abbiamo tutti un’amica una mamma una zia (tutti declinabili anche al maschile) che amano le storie se non vere almeno verosimili, quelle che potrebbero accadere a tutti ma soprattutto quelle che ricordano senza pesantezza, quali sono le cose che contano davvero, quelle poche semplici cose che rendono la vita di ognuno, un regalo da scartare ogni giorno con la consapevolezza che se abbiamo saputo creare attorno a noi una rete di amore (filiale fraterno amicale o di coppia), il bello sarà ancora più bello e il brutto diventerà sopportabile. Per loro trovo perfetto Il falco di Sveva Casati Modignani edito da Sperling & Kupfer

Storia di una figlia

Cosa cerca un lettore nelle pagine di un libro? Emozioni, evasione relax oppure conoscenza,  approfondimento. Nel romanzo di Piernicola Silvis, si trova anche molto altro. Ci sono domande senza risposta, ci sono cose che la maggior parte della gente non sa e forse avrebbe preferito non sapere, ma per quanto siano cose tremende, forse è bene che se ne parli. Anna Sartori è una figlia privilegiata, si è comodamente laureata e affronterà la specializzazione con la benedizione di papà che l’ha sostenuta e la sosterrà economicamente, ha anche un fidanzato che papà Luigi non vede  l’ora diventi marito. La mamma ha lasciato la famiglia molti anni prima, senza una spiegazione, semplicemente se n’è andata con un altro uomo, questo e la natura violenta (non nota agli altri) del fidanzato, sono le uniche cose che la turbano. Lei ha bisogno di certezze, è una donna tosta come suol dirsi, nonostante la sua dolcezza. Ha delle domande senza risposta Anna, si chiede perché il padre non parli né abbia mai parlato della sua giovinezza nel periodo della guerra, perché anche la madre, che pure qualcosa dovrebbe sapere, opponga alle domande risposte vaghe, perché non abbiano parenti di cui parlare. È un tarlo che quando suo  padre viene colpito da un ictus ed entra in coma con l’alta probabilità che passi oltre senza più riprendersi, per Anna diventa un chiodo fisso. Lo stress per la situazione la porta a trascurarsi perdere peso  concentrazione e ad avere degli inspiegabili incubi. A partire da quelle visioni che la sconvolgono, Anna decide che se anche non potrà più rivolgere le domande a suo padre, troverà da sola le risposte.

Nel percorso alla ricerca di sé, di una storia che vada oltre l’infanzia, si imbatte in qualcosa che come dicevo prima è poco noto. Scopre l’esistenza di reparti delle SS composti da Italiani, connessioni fra il fuhrer e il Vaticano, stragi di cui solo pochi sopravvissuti hanno memoria. Quello che ha spinto Silvis, che ha gentilmente risposto a qualche mia domanda e che ringrazio, è quella che senza risposta, almeno una volta si sono posti tutti: com’è possibile tanta crudeltà? Cosa spinge un essere umano ad usare un neonato come piattello per farci il tirassegno? A ridere mentre tortura violenta e sevizia? Se ormai il sentimento comune è una più o meno blanda indignazione (tanto abbiamo la giornata della memoria no? Basta e avanza) nei confronti dei tedeschi, i veri responsabili delle atrocità, Silvis non si è accontentato e ha voluto andare oltre, facendo ricerche, i cui risultati, sia pure sotto forma di romanzo, ha voluto  rendere noti. L’esistenza  di mostri (parola abusata ma efficace), che hanno condiviso quel modus vivendi che attribuiamo ai tedeschi e che poi per ragioni politiche – nel senso più ampio del termine – hanno potuto farsi dimenticare, rinascendo alla vita come se nulla fosse, diventando persone anche stimate. Il dramma a cui ci pone davanti il romanzo è proprio questo, dove siamo disposti ad arrivare in nome dell’etica? Qual è il limite che la nostra etica personale ci impone? Fino a che punto possiamo sopportare di convivere con qualcosa che pensavamo non ci riguardasse o per cui pensavamo bastasse indignarsi  e fingere di ricordare? E se fosse toccato a me? E fidatevi che sono domande a cui dare una risposta è davvero difficile.

Fiori

Per i Bastardi di Pizzofalcone

A Napoli succede, fra i vicoli le scese e le scalinate improvvisamente ti trovi davanti un paesaggio che mozza il fiato o una chiesa di una bellezza che incanta, quel che succede è più tutto. Più colorato più chiassoso più profumato e più disperato. Così è Pizzofalcone, un groviglio di ricchezza e povertà, di allegria e di dolore. Esageratamente primavera anche nell’alba di aprile, in cui Savio Niola, viene trovato Massacrato appena oltre la soglia del suo chioschetto liberty, in ferro battuto e vetro da dove ogni mattina, nonostante i settantaquattro anni, tirava fuori i suoi fiori e le sue piante, pronti ad essere venduti a chiunque abbia qualcosa da dire, un perdono da chiedere, un amore da dichiarare, un’amicizia da ribadire e perfino un addio da suggellare. Eppure Savio era amato da tutti, aiutava chiunque avesse bisogno, fosse con le parole con i gesti con la comprensione. Lo ribadisce anche Ciro Durante, l’amico che tutte le mattine lo incontrava lì, gli faceva compagnia mentre Savio metteva fuori le piante, parlavano o forse no, quando si è amici da una vita non c’è bisogno di tante parole. Ma di questo, di come evolve l’indagine, lascio che vi dicano gli altri blogger. Quando finisco di leggere Maurizio ho il privilegio di poterlo chiamare e dire quel che ne penso, stavolta non avevo parole. Lui vuole sapere se il giallo regge, ma quello regge sempre, è il resto che mi ha lasciata fra le pagine per un pezzo. Ho scoperto il significato dei fiori, sentito la poesia, la bellezza e il dolore che emana l’amore, quello felice quello travagliato quello taciuto e quello manifesto. Quanto possano sorprenderci le persone (ok i personaggi) che credevamo di conoscere e quelli che stiamo conoscendo poco a poco. Quanto qualcuno possa scatenare nel giro di pochi minuti, raptus omicidi e risate di cuore e quanto ci si possa sbagliare nel “giudicare” qualcuno. Al di là di questo comunque, la potenza narrativa di una poesia messa in prosa, è al momento irraggiungibile ed è quello che fa de Giovanni, mette su carta le emozioni le paure le gioie segrete. Ci sono anche un paio di “colpi di scena” che scateneranno discussioni infinite, ma si sa che non sempre i lettori sono d’accordo su tutto, di una cosa però sono certa, non guarderete più un anemone, una rosa, un geranio o un ciclamino.    “Tu lo sai, perché te l’ho detto tante volte: ogni fiore racconta una storia. A volte sono storie di una parola sola, altre invece sono piú lunghe. Dipende dal fiore”. In questo, che forse a parte il prossimo, è al primo posto della mia classifica, ho trovato più poesia più bellezza più dolore e più amore che in tutti i precedenti.  Io lo sapevo che non sarei riuscita ad evitare la banalità, che inevitabilmente sminuisce la profondità della scrittura di de Giovanni. Ci ho provato, ma credetemi è davvero una poesia in prosa.