di FRANçOIS MORLUPI

Non conoscevo questo autore, per cui ne parlerò come se fosse il suo primo romanzo (anche se in realtà ne sono già usciti altri), mi è stato proposto da una persona che stimo e sulla cui professionalità nello scovare talenti non nutro il minimo dubbio, pertanto l’ho preso in mano più che volentieri. Trattasi di giallo classico, anche se lo strillo parla del noir più atteso dell’anno, quindi partiamo dal presupposto che ho in primis prestato attenzione alla trama, ottima, costruita solidamente senza punti di caduta e senza buchi, il movente c’è, ce ne sono molti in realtà, e anche i possibili assassini non sono pochi. Le vittime sono i cattivi e i buoni vestono la divisa della polizia. A livello trama quindi, promosso a pieni voti. Per quanto riguarda tutto il resto, vado punto per punto. I personaggi: di base molto belli, un commissariato relativamente tranquillo (quello di Monteverde) e una squadra eterogenea ma ben amalgamata. Il commissario, sovrappeso pacioso ipocondriaco e divorato da un’ansia patologica – leggerissimamente sopita dalla presenza di Chagall, un cane che gli ha forzatamente fatto capire che si può vivere anche dedicando del tempo ad un altro essere vivente, soprattutto se dipende da te. Un viceispettore algida come un ghiacciolo, un’altra che anche diventasse capo della polizia, deve costantemente sottostare a nonna, una dolce vecchina piena di energia che comunque la considererà sempre solo la sua nipotina e poi i Ringo boys, due agenti di cui uno (come si evince dal soprannome) è di pelle nera. Di ognuno di loro si intravede la strada che ha davanti, un percorso di crescita – che ovviamente prelude a nuovi romanzi – e di ciascuno si intuisce anche la presenza di un passato che col tempo e “giustificherà” ampiamente le “stranezze”. Anche i personaggi quindi sono promossi. Quello che mi ha lasciata perplessa è la sovrabbondanza, di citazioni un filino troppo colte, di aforismi di luoghi comuni e frasi fatte sulla bellezza della Città eterna e sui suoi guai. Troppe “battute” non tutte all’altezza. Troppo caratterizzati i protagonisti. A questo punto è ben chiaro che le “critiche” sono esclusivamente dovute al gusto personale, però ecco, non aspettatevi lo stile nordico la durezza di Carlotto né l’asciutta e sensuale scrittura di Pulixi, piuttosto un Pandiani esasperato e meno crudele.
Il ragazzo è giovane e la strada mi sembra quella giusta, in più ha una qualità non da poco in uno scrittore, sa ascoltare le critiche (motivate) e ne prende nota, perché anche se chi legge non è D’Orrico, è quello che la prossima volta comprerà o meno il libro, ne scriverà su un blog o una rivista e farà passaparola. Fidatevi che la modestia è qualità davvero non da poco.
Tutto ciò premesso, e io so che voi leggete fino in fondo, se lo conoscete e vi piace, continuate a leggerlo, se non lo conoscete, dategli fiducia e leggetelo, probabilmente resterete soddisfatti (mica tutti son piattole come me). Come ha detto uno che ne sa, “il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette”








