COME DELFINI FRA I PESCECANI

di FRANçOIS MORLUPI

Non conoscevo questo autore, per cui ne parlerò come se fosse il suo primo romanzo (anche se in realtà ne sono già usciti altri), mi è stato proposto da una persona che stimo e sulla cui professionalità nello scovare talenti non nutro il minimo dubbio, pertanto l’ho preso in mano più che volentieri. Trattasi di giallo classico, anche se lo strillo parla del noir più atteso dell’anno, quindi partiamo dal presupposto che ho in primis prestato attenzione alla trama, ottima, costruita solidamente senza punti di caduta e senza buchi, il movente c’è, ce ne sono molti in realtà, e anche i possibili assassini non sono pochi. Le vittime sono i cattivi e i buoni vestono la divisa della polizia. A livello trama quindi, promosso a pieni voti. Per quanto riguarda tutto il resto, vado punto per punto. I personaggi: di base molto belli, un commissariato relativamente tranquillo (quello di Monteverde) e una squadra eterogenea ma ben amalgamata. Il commissario, sovrappeso pacioso ipocondriaco e divorato da un’ansia patologica – leggerissimamente sopita dalla presenza di Chagall, un cane che gli ha forzatamente fatto capire che si può vivere anche dedicando del tempo ad un altro essere vivente, soprattutto se dipende da te. Un viceispettore algida come un ghiacciolo, un’altra che anche diventasse capo della polizia, deve costantemente sottostare a nonna, una dolce vecchina piena di energia che comunque la considererà sempre solo la sua nipotina e poi i Ringo boys, due agenti di cui uno (come si evince dal soprannome) è di pelle nera. Di ognuno di loro si intravede la strada che ha davanti, un percorso di crescita – che ovviamente prelude a nuovi romanzi – e di ciascuno si intuisce anche la presenza di un passato che col tempo e “giustificherà” ampiamente le “stranezze”. Anche i personaggi quindi sono promossi. Quello che mi ha lasciata perplessa è la sovrabbondanza, di citazioni un filino troppo colte, di aforismi di luoghi comuni e frasi fatte sulla bellezza della Città eterna e sui suoi guai. Troppe “battute” non tutte all’altezza. Troppo caratterizzati i protagonisti. A questo punto è ben chiaro che le “critiche” sono esclusivamente dovute al gusto personale, però ecco, non aspettatevi lo stile nordico la durezza di Carlotto né l’asciutta e sensuale scrittura di Pulixi, piuttosto un Pandiani esasperato e meno crudele.

Il ragazzo è giovane e la strada mi sembra quella giusta, in più ha una qualità non da poco in uno scrittore, sa ascoltare le critiche (motivate) e ne prende nota, perché anche se chi legge non è D’Orrico, è quello che la prossima volta comprerà o meno il libro, ne scriverà su un blog o una rivista e farà passaparola. Fidatevi che la modestia è qualità davvero non da poco.

Tutto ciò premesso, e io so che voi leggete fino in fondo, se lo conoscete e vi piace, continuate a leggerlo, se non lo conoscete, dategli fiducia e leggetelo, probabilmente resterete soddisfatti (mica tutti son piattole come me). Come ha detto uno che ne sa, “il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette”

Oggi qualche spruzzo di veleno – Fedez Salvini il Concertone e la festa del lavoro che non c’è

Oggi qualche spruzzo di veleno, sì sì, su Fedez o meglio, sul polverone che ne è seguito. Ha detto cose sacrosante e non ci piove. Ho letto che ha la terza media, beh, conosco dei laureati molto più ignoranti di lui, in compenso sua moglie oltre ad essere laureata in economia (e gran gnocca), tiene come docente dei corsi di economia negli States, e tanto per gradire è stata chiamata nel CDA di un’azienda che proprio piccola non è. Questo per dire che se i Ferragnez hanno il numero di followers che hanno, non è un caso e chi pensa che sia solo “culo” non ha capito nulla.

Se esistesse o fosse esistita una qualche forma di censura, Fedez su quel palco non ci sarebbe stato, ho ascoltato attentamente sia l’intervento incriminato, sia la telefonata, opportunamente registrata. Cosa ci sia di strano nel fatto che la direzione del servizio pubblico abbia chiesto di non fare nomi o al limite edulcorare, non riesco a capirlo. Mi sarebbe parso strano il contrario. Che abbia potuto alla fine dire tutto ciò che aveva sul gozzo, mi sembra una palese dimostrazione che la censura di cui tanto si parla non esiste. E adesso vengo al discorso vero e proprio.

I “signori” che lui nomina, mi ricordo solo Pillon, mi sembra si siano definiti da soli con le affermazioni riportate, per altro datate e senza meno già derubricate a deliri inconsulti. Per quanto concerne il DDL Zan, mi pare che in Italia ci siano già leggi operative contro l’omofobia il bullismo l’odio la misoginia le discriminazioni di ogni tipo (figuratevi che mi sembra di ricordare ci siano addirittura come principio perfino nella Costituzione). Il problema è che l’ignoranza o comunque i sentimenti, perché sì, l’odio è un sentimento, non li puoi regolamentare con la legge. Non a caso esiste il divorzio. Quindi sostanzialmente di per sé è un DDL inutile – che non significa che i principi enunciati non siano sacrosanti – Per quanto riguarda la specifica sulle cose importanti per cui il parlamento ha trovato tempo, invito tutti a riguardarsi la composizione del parlamento, ma così, giusto per evitare di dare addosso solo a qualcuno (che le sue colpe le ha eh, sia ben chiaro). Invito anche sia i leghisti sia i sinistrorsi, a informarsi un filo meglio e sul costo del “Concertone” sia sulla storia dei 49 milioni.

Non ho sentito parlare né Fedez né nessun altro, dei posti di lavoro persi, della miriade di contratti che negli anni sono stati inventati, con l’avallo dei sindacati, per dare agio ai datori di lavoro di passare da un dipendente all’altro appena scadono, l’apprendistato lo stage il tirocinio i COCOCO e tutti quelli che vi vengono in mente, senza che il malcapitato/a abbia modo di avere un contratto di lavoro regolare. Non ho sentito una proposta che fosse una, tantomeno nel Piano per i fondi europei, che non fosse aria fritta. Proposte concrete intendo, se le ho perse, vi prego di correggermi.

Per concludere, Federico Lucia in arte Fedez, ha tutta la mia ammirazione per come gestisce il suo lavoro e per le cose che insieme alla dottoressa Ferragni, ha fatto di concreto durante questo anno, sopperendo a carenze statali e mettendoci del suo, ma per favore, piantatela di essere così ipocriti. Prendete atto di come sono le cose e le persone dietro la facciata, di come sono per davvero. Che trucco parrucco e copioni, fan diventare santo anche il diavolo in persona.

E verrà un altro inverno

di Massimo Carlotto

Negli anni ho imparato che quando prendo in mano un suo romanzo posso aspettarmi di tutto, soprattutto quando non scrive di crimine organizzato o con i personaggi seriali che tanto amiamo. Così è stato con La signora del martedì e quest’ultimo non ha fatto eccezione.                                                                                                                                                 Finita la lettura, devo sempre lasciar decantare almeno un paio di giorni, poi mi  lascio colpire, uno dopo l’altro, dai colpi potentissimi che sferra e dal senso di “sgomento” nel riconoscere la vita.                                                                         Un romanzo con dei picchi di crudeltà altissimi nella loro apparente banalità. Un desolante quadro che “spiega” molte cose su come tutto, nonostante apparentemente sia in perpetuo movimento chiamato   progresso, in realtà resti sempre uguale a se stesso, l’essere umano in particolare. Ambientato in una cittadina, centro di una valle, una qualsiasi nel nord Italia, dove gli abitanti guardano con compiacimento alle interminabili file di Tir che significano lavoro e soldi per la Valle. Gente semplice, che nonostante gli anni siano passati anche lì, continua imperterrita a dividersi in due categorie. I “normali” e i maggiorenti, convivono pacificamente ovvio, ma non si mischiano, come olio e acqua le loro vite scorrono su binari ben definiti, incontrandosi incrociandosi, ma che educatamente si girano attorno, non si mischiano. Carlotto, come credo quasi sempre, ha preso spunto da un fatto realmente accaduto, ha raccontato una storia di mediocrità ma non quella della maggior parte dell’uomo medio, che si limita ad ambire senza agire; no, qui si agisce –  in nome di due o tre principi sacri validi per maggiorenti e no; “fra di noi ci si aiuta” (dove noi sono gli appartenenti alla comunità da cui i “foresti” per quanto buoni o ricchi e generosi, sono comunque guardati con sospetto). Per raggiungere i propri scopi ci si autoassolve qualunque cosa si faccia e non si perde la faccia dichiarando i propri fallimenti che non si devono venire a sapere.  Queste le basi da cui prende l’abbrivio la storia. Il foresto, lo straniero – forse l’unico pulito – che diventa la vittima sacrificabile è Bruno Manera, un vedovo ricco immobiliarista che ha avuto l’ardire di sposare in seconde nozze la figlia di uno dei maggiorenti, lo ha fatto per amore al contrario di lei che dopo un po’ si accorge di non amarlo e intreccia una relazione con una sua vecchia fiamma. Bruno comincia a diventare bersaglio di atti vandalici e aggressioni, fino appunto all’ultima che lo ucciderà. Il come il chi e il perché sono il ritratto della cittadina, dei suoi abitanti, dalle reazioni di ognuno e da come ciascuno mette in secondo piano qualunque remora, anche l’umana pietà pensando a come approfittare della situazione per fare un passo avanti nei propri progetti. Di come il compiere reati sia diventato più semplice non tanto per la relativa facilità con cui si sfugge alla legge, quanto perché diventa una strada equiparata. Il crimine qui è un modo come un altro per elevarsi sulla scala economica e sociale, l’appiattimento culturale  o la mancata “evoluzione” (tipica dei luoghi chiusi), porta anche a quello morale e etico. Gli ostacoli, veri o presunti che siano, vanno eliminati senza lasciare traccia nemmeno sulla coscienza. I personaggi sono come sempre spettacolari nella semplicità con cui l’autore li descrive. Spiccano con ferocia le donne, il vero motore che tiene in piedi il presente, lasciando agli uomini l’illusione di essere le parti attive. L’ennesimo romanzo da non perdere, un noir purissimo che non può che affascinare e trovarsi un comodo posto fra quelli che resteranno.

Il prezzo del passato

di Kathy Reichs

Un anno dopo Predatori e prede, Temperance, Tempe per quasi tutti, si ritrova di nuovo ad aver a che fare con qualcosa che torna dal passato. Ok è il suo mestiere, ma è anche vero che è assolutamente improbabile trovarsi a lavorare su due casi accaduti a anni di distanza, in luoghi diversi e che presentano così tante analogie da mettere i brividi. Eppure improbabile non significa impossibile e Tempe, viene chiamata a “indagare” su due corpi, presumibilmente uno adulto e uno molto più giovane, incellofanati legati e infilati in un barile che riemerge dall’acqua.

Per me che amo questa autrice e la sua anatomopatologa forense, è sempre un po’ complicato seguirla nei suoi andirivieni fra il Quebec e il south Carolina, come anche a essere onesta, fra i suoi vari e numerosi incarichi, ma ho risolto fregandomene allegramente, quando ci mette qualche parola in francese è probabilmente in Quebec, altrimenti giù in Carolina, ammetto spudoratamente che mi sono anche persa un romanzo quello che nomino all’inizio, pubblicato lo scorso anno, in cui devono essere accadute un po’ di cose, ma tanto l’ho già messo nel reader e quindi recupererò al più presto, ciononostante, pur avvertendo che mi mancava qualcosa, devo riconoscere ancora una volta la bravura della Reichs.

Mentre siamo ancora in balia del covid, almeno in Europa e in gran parte del mondo, la storia, che è estremamente complessa, parla della situazione come praticamente finita ma inserisce nello sviluppo del romanzo, la parte fondamentale a ben vedere, l’ambiente delle case farmaceutiche, delle società di ricerca dove si studiano e producono vaccini, anche sperimentali e di una nuova “strana” esplosione di contagi di una malattia che per delle mutazioni genetiche e del dna, diventa trasmissibile (o almeno così pensa una parte della popolazione) dai cani agli umani. Riesce insomma a inserire, anzi a costruire quasi completamente, un romanzo basato sull’attualità – a mio parere esprimendo anche chiaramente il suo pensiero –  senza che il lettore lo realizzi fino a quando non finisce il libro. Operazione decisamente non facile ma perfettamente riuscita. Come sempre, se ve ne parlo qui, sempre a mio immodestissimo parere, vale la spesa e il tempo.

FLORA

di ALESSANDRO ROBECCHI

Un romanzo inaspettato, nel contenuto intendo, Robecchi come gli altri moschettieri di Sellerio lo aspetto per rilassarmi senza cedere a letture “vuote”, il famoso divertimento intelligente. Mi aspettavo ovviamente che il Monterossi o il Ghezzi con i loro sodali mi trascinassero in una delle follie a cui mi hanno abituata e invece Robecchi mi ha cambiato tutte le carte in tavola, anzi ha proprio giocato con un altro mazzo.

Il giallo direi che non c’è, sicuramente c’è la tensione del non sapere il perché e come finirà. Il perché viene svelato subito, si snoda pagina dopo pagina, qualcuno vuole lanciare un messaggio forte alla Nazione e per farlo decide di usare la madonna del plasma, Flora De Pisis. Per farlo la rapisce. Il riscatto oltre ad una bella cifra, consiste e in un’ora di trasmissione senza interruzioni di alcun tipo praticamente a reti unificate. Monterossi in quanto “creatore” del personaggio, viene coinvolto insieme a Falcone, ma il ruolo è marginale, diciamo che fa da filo conduttore, in fin dei conti come la conosce lui Flora, nessun altro.

In realtà nel complesso del romanzo, diventa uno di noi, anche lui costretto a fare ipotesi e supposizioni, perché il comportamento della diva spiazza tutti. Ma quindi cosa voleva comunicare Robecchi? Va da sé che qui ci trovate quello che è arrivato a me che non ho certo la pretesa di avere la verità in tasca. La contrapposizione è palesemente fra la finzione e la realtà. Quello che i rapitori vogliono comunicare al mondo è “solo” una storia che ha contribuito a fare la Storia. La vita e soprattutto la morte di un poeta (siamo onesti, misconosciuto a molti), il francese Desnos, noto per il feuilleton radiofonico Fantomas  e poi per il suo spirito surrealista, libero amante e sostenitore (anche politicamente)della libertà, che il nazismo ha cercato di imbrigliare senza riuscirci, perché la sua poesia il suo amore tormentato, sono ancora qui nonostante lui sia morto poco dopo la liberazione dal campo di Terezine. Finzione e realtà dicevo, e qui entra in campo la mia personalissima interpretazione, perché in realtà i rapitori di Flora, intendono usare per proclamare la libertà di pensiero, intesa proprio come pluralità vivacità e confronto, il mezzo che tutto appiattisce, che in qualche modo alimenta il pensiero unico e l’incapacità di critica. Magari Robecchi ha solo scritto una storia intorno a uno dei suoi personaggi, giustamente essendo tanti punta il faro ora più sull’uno e ora sull’altro, ma mi piace pensare che ci sia una specie di speranza.

Come me la De Pisis non conosceva Desnos, eppure la sua storia l’ha coinvolta (oddio, potrebbe aver solo recitato il suo ruolo per pararsi il palestrato didietro, ma insomma, è un romanzo e io ci leggo quel che voglio), le ha risvegliato quell’essere “autentico” che ormai è stato soppiantato dal personaggio. Restano i dubbi alla fine, a noi come anche al Monterossi & co., resta la consapevolezza che se per un attimo si è intravista la possibilità di un riscatto intellettuale collettivo, sarà appunto fuggevole e la produzione della Grande fabbrica riprenderà il suo posto velocemente, ma è bello pensare che possa accadere, che da qualche parte, quel paio di neuroni e di sentimenti, esistano ancora.

2021

La memoria n. 1191

384 pagine

EAN 9788838941665

I DIAVOLI SONO QUI

di Louise Penny

E niente, a me la Penny piace proprio, non è stato amore a prima vista, il primo che ho letto non è scorso via veloce, ma se poi ho preso per mano anche il secondo eccetera evidentemente qualcosa ci avevo trovato e il mio intuito difficilmente sbaglia. Gamache ormai è una figura familiare, come Reine Marie (sua moglie) le famiglie dei figli e tutta l’allegra tribù che vive a Tree Pines.

Le trame sono sempre complesse e intrecciano quel dilemma che fa parte della vita di tutti, vale più la nostra etica, la morale o sono più importanti le leggi dello Stato? Certo il capo, anzi l’ex capo della Sureté di Montreal è un personaggio complicato nella sua semplicità. Conscio che esistono il bianco e il nero ma anche di quante possono essere le sfumature di grigio.

I diavoli del titolo non sono in Quebec ma a Parigi e sono una citazione che il padrino di Gamache, il miliardario Stephen Horowitz gli ripete da quando, ancora bambino, lo portava a scoprire i giardini nascosti e gli edifici più significativi della ville lumiere. Del suo padrino si è sempre fidato ciecamente, le stranezze che ha commesso (di nascosto) negli ultimi tempi e le insinuazioni di un suo passato collaborazionista non riescono a scalfire comunque né l’affetto né la fiducia. A maggior ragione quando sotto i suoi occhi lo investono deliberatamente riuscendo quasi a ucciderlo e quando nel suo appartamento, Armande e la moglie trovano un cadavere mentre il probabile assassino è ancora in casa. Il dilemma, il dramma oserei, è quando si rende conto che chi ha ordito la trama in cui si trova invischiato, che coinvolge tutta la sua famiglia, potrebbe essere addirittura il capo della prefettura o il suo vice.

Avvincente avvolgente coinvolgente, ha un ulteriore pregio – vabbè almeno per me lo è – puoi interrompere la lettura, vivaddio nella vita c’è anche altro da fare, e non appena lo riprendi in mano, dalla prima riga sei di nuovo immersa nell’atmosfera, che  si sia interrotta la lettura in un momento angosciante o che lo si sia fatto in un momento gioioso onestamente non credo che sia facile mantenere un equilibrio nella scrittura che sia così fluido, anche nei passaggi ripeto, da momenti terribilmente drammatici come la morte violenta ad altri che inneggiano alla vita che va avanti, come una nascita.

Sullo sfondo, come le quinte di un teatro che cambiano di atto in atto, Parigi e il freddo Quebec, entrambi posti pieni di fascino e di vita, due mondi che più distanti non si potrebbe e ciononostante non riescono a scalfire minimamente la solidità delle figure protagoniste. Non perdetelo e se non l’avete ancora incontrata, leggete tutto quello che trovate, mi ringrazierete. Scommettiamo?

2021Stile Libero Big

pp. 616 € 16,00

ISBN 9788806248222

Traduzione di

GLI OCCHI DI SARA

di Maurizio de Giovanni

Sara con gli occhi che vedono tutto e non hanno visto quelle poche (o tante) cose che Massimiliano ti ha tenute nascoste, Sara che vede i sentimenti che le persone tentano di nascondere, Sara che se necessario uccide, Sara che ha perdonato suo figlio per non averla amata, Sara che non conosce la sconfitta se non quella che solo lei può infliggersi. Sara che adesso sfida addirittura il destino, quel destino che le ha tolto (credeva) tutto e invece le sbatte in faccia l’ennesima prova. Sara che non si piega. Sara ha imparato a nascondersi, a diventare “invisibile”. Che ancora una volta si trova di fronte il suo passato e non può evitarlo perché da quel passato dipende la vita di Massimiliano piccolo, letteralmente e lei non permetterà che accada.

All’incontro con lui per la presentazione del romanzo ai blogger, sono uscite tante cose interessanti, una fra tutte, la convinzione oserei dire pressoché unanime che siamo di fronte all’uomo allo scrittore, più femminista delle femministe, nella testa e nel cuore. Le donne di  de Giovanni  non sono neanche lontanamente inferiori né alcun personaggio maschile oserebbe non considerarle alla pari se non addirittura superiori. Lo sono Enrica Livia Bianca tata Rosa e perfino Nelide, lo  sono Ottavia Alex la Martone Elsa e perfino la figlia, così come lo è Mina. Lo sono non lo rivendicano, non sgomitano per avere il loro posto al sole, è il sole che le cerca. Non chiedono, gli viene riconosciuto. Lo è Viola, Sara forse più di tutte, per il mestiere che ha fatto, per le scelte di vita e a mio parere, ancora di più per come coniughi naturalmente la sua forza con un’anima gentile (che mai si perde in smancerie), con un cuore grande.

È proprio negli occhi di questa donna, di una nonna, su cui Maurizio non si era mai soffermato, c’è tutto quello che lei non vorrebbe si vedesse. Occhi verde azzurri in cui vedi tutto, per fare una citazione musicale “che non san nasconder niente neanche quanto tu sia intelligente”.

Bene, adesso che forse si è vagamente intuito quanto io ami questo personaggio, posso parlare del libro. Fino a qui la Morozzi, ha “risolto” sostanzialmente dei gialli, dei casi polizieschi, sia pur  facendo ricorso  alle antiche amicizie dell’ambiente di lavoro, stavolta non c’è un caso da risolvere, ma la maestria dell’autore lega indissolubilmente la salvezza di Massimiliano ci porta indietro negli anni, quando nel mondo che noi non vediamo, in quel chiaroscuro che avvolge i Servizi segreti (dritti o deviati poco cambia), anni in cui sono maturati odi personali che ancora persistono, desideri di vendetta alimentati nel tempo dall’ideologia, Una spy story in piena regola.  Tanto per non smentirsi, sappiate che gli vengono splendidamente anche quelle.

Editore:Rizzoli

Collana:Nero Rizzoli

Anno edizione: 2021

  • EAN: 9788817155724

EPUB con DRM10,99 €

Brossura18,05 €

LA CASA AL CIVICO 6

di NELA RYWIKOVA

Una scomparsa che viene sottovalutata dalla polizia, una telefonata presa per caso da un poliziotto costretto a dormire in ufficio e qualcosa che scatta, forse quella madre ha ragione, forse non è stato indagato abbastanza a fondo su quel ragazzo, potrebbe essere che davvero qualcuno lo abbia ucciso. Così, da una telefonata insolita quanto reiterata, prende il via un’indagine che oltre a portarci alla soluzione del caso che giaceva da troppo tempo, ci accompagna in un viaggio che pur svolgendosi a pochi (metaforicamente) passi da casa nostra, ci svela quanto siano diverse le cose. Un giallo sociale si potrebbe definire. La vicenda si svolge a Ostrava, una cittadina della Repubblica Ceca cresciuta intorno al complesso industriale per l’estrazione del carbone. Sono stati costruiti palazzi ed edifici per i lavoratori della fabbrica, ma gli architetti non hanno pensato al verde, nulla di nulla. Il colore predominante è il grigio, quella della polvere di carbone che copre e uniforma tutto, soprattutto il palazzo ormai mezzo in rovina ma in cui resistono stoicamente alcuni inquilini a cui gli appartamenti erano stati assegnati. Il poliziotto si accorgerà presto che lì, in quell’edificio al civico 6 di U Trati (che letteralmente significa alla ferrovia, deve trovarsi la soluzione della scomparsa di Martin e probabilmente anche il movente della sua morte che sembra essere la risposta. Per me il primo approccio alla letteratura di una parte di mondo che mi è oscura, un mondo a ridosso del nostro dove la libertà è un concetto del tutto diverso, ancora legato in qualche modo al totalitarismo imposto dall’Unione Sovietica. Non una lettura rilassante, anzi, potrebbe anche disturbare perché al di là della trama gialla, che è perfettamente delineata, sopra a tutto salta agli occhi quel grigio, quella polvere che negli anni è penetrata nell’anima di chi l’ha respirata condizionandone comportamenti atteggiamenti e vite. Lontana anni luce da Praga, capitale che oggi è una meta turistica culturalmente vivissima. Una lettura consigliata per uscire dai soliti schemi restando nella comfort zone del genere. Un viaggio diverso che però vale la pena fare.

IL SEGRETO DI MR.WILLER

di CHICCA MARALFA

Seconda prova per Chicca Maralfa, dopo l’esordio con una black commedy, ha deciso di cimentarsi con un giallo che scivola nel noir. Uno streamer, politicamente scorretto fino all’eccesso, uno che si è scelto un nom de plum in omaggio al cavaliere solitario, uno che sembra un buzzurro fortunato, si rivela essere invece un personaggio del tutto diverso da quello che appare. Si è fatto volontariamente e consapevolmente bersaglio di heater attivisti no vax e tutta quella fauna che popola il web. Peccato che per scoprire la vera essenza di Willer, il mondo dovrà aspettare che muoia, più precisamente che venga ucciso. La Maralfa scrive sicuramente bene, attenta a che la trama non abbia buchi o incongruenze, brava nel descrivere (e essersi inventata) dei personaggi davvero forti, con personalità che risultano addirittura disturbanti che vivono in quel sottobosco che tutti frequentiamo e crediamo di conoscere, ma che in realtà è perfetto per chi vive ai margini, che permette di nascondersi dietro nickname e falsi profili, che permette di dare sfogo a tutte le frustrazioni e le perversioni che non si possono mostrare al mondo.  Un bel giallo in conclusione, però forse c’è qualcosa da rivedere, il giallo è una sfida che l’autore lancia al lettore, l’investigatore (che sia poliziotto carabiniere detective giornalista o qualunque altra figura) deve avere una sua peculiarità, il lampo di genio che a un certo punto della storia gli fa trovare il pezzo del puzzle che nessuno aveva visto, fin qui non ci piove, ma la sfida, che non potrà mai essere ad armi pari, deve essere quantomeno leale e in questo libro non lo è. Benissimo il colpo di scena finale, del tutto inaspettato e insospettabile, però personalmente, mi sono chiesta come io lettrice avrei potuto giocare la partita non avendo a disposizione il benché minimo indizio.

Non si legga questo appunto come una critica, il romanzo resta ottimo, scritto bene e con tutto quello che serve, mi è anche piaciuto e lo consiglio, ma non ai giallisti appassionati che amano cimentarsi nella caccia all’assassino, per tutti gli altri, un’ottima lettura.

Editore: Les Flâneurs Edizioni

Collana: Maigret

Anno edizione: 2021

In commercio dal: 19 febbraio 2021

Pagine: Brossura

EAN: 9788831314787

SCELTE SBAGLIATE

Edizioni Le Assassine continua nella sua costante e ascendente ricerca di autrici e romanzi, contemporanee e non, senza sbagliarne una. Nello specifico parliamo di un’autrice finalmente non nordica (mi perdonerete ma io di paesaggi banchi freddi e desolati, per quanto bellissimi mi sono un po’ stufata). Nella collana Oltreconfine, troviamo Scelte sbagliate di Susan Hernàndez, autrice Catalana ( di cui spero di trovare tradotti gli altri romanzi). Siamo oltre il noir siamo oltre il giallo psicologico. La storia relativamente e apparentemente semplice di due coppie o forse di quattro persone, due fratelli il cui nome nel piccolo centro della Catalogna dove vivono, è sinonimo di ricchezza di benessere di potere. Sono i Badia. Eredi del salumificio che sostiene quasi tutta l’economia del paese. Àxel è stato dichiarato affetto da un disturbo psicotico, dovuto all’abuso di alcol e droghe e dal quel momento praticamente ripudiato dal padre che sposta ogni aspettativa sul fratello più giovane Rai, accettando di tenere il figlio maggiore in azienda a fare qualcosa di poco impegnativo, togliendogli ogni responsabilità e buona parte dell’eredità. I due sono sposati con due amiche, super Carla, la donna perfetta, professionista affermata elegante sempre impeccabile, moglie e madre di Joel, ha “incastrato” Rai nel modo più banale, restando incinta, Àxel ha spostato Lisa, amica di super Carla. I due non hanno figli, per scelta di Lisa, e non sono riusciti a mantenere una vita normale se non benestante. La voglia di rivincita, di “vendetta” di rivalsa sulla vita fa sì che venga fatta la prima scelta sbagliata, e a volte il prezzo da pagare è altissimo.

Perché lo consiglio caldamente? Perché è scritto bene, tradotto bene, perché descrive un mondo che nonostante tutte le speranze di no, esiste. Perché Rai super Carla Àxel o Lisa, potremmo essere noi e Joel nostro figlio. Perché uscire dalla confort zone degli autori che conosciamo e amiamo è utile. Perché dovreste leggerlo? Perché sapete di potervi fidare di quello che consiglio (spero), se così non fosse non si capisce cosa facciate qui.