Ancora Hap e Leonard ancora sopra le righe, per protesta per denunciare un sistema che va avanti indisturbato da decenni, da sempre direi. Un’altra storiaccia che vede buoni e cattivi scambiarsi i ruoli senza soluzione di continuità. Personalmente sono un po’ sufa di sentir parlare di razzismo, in qualunque modo me lo raccontino, ma Lansdale riesce a farmela andar giù. Sarà perchè Leonard, sia pure (spesso), sia troppo (tutto), alla fine insieme al socio riesce a farsi perdonare.
Leggo commenti del tipo “non è più il Deaver di una volta” “troppo tecnico” e altre simili amenità, ora non posso fare la sintesi che ho in mente perchè sarebbe un clamoroso spoiler, e io non ne faccio, però facciamo così, avete presente quei disegni che ne contengono altri 8 che vedi solo se cambi prospettiva? Quelli dove vedi un vaso o due volti uno di fronte all’altro? Ecco, Il taglio di Dio (pubblicato da Rizzoli) è esattamente così, sembra una cosa e poi scopri che potrebbe essere quello ma anche qualcos’altro e alla fine quel qualcosa e anche quell’altro, sono esattamente le facce di un diamante tagliato alla perfezione, per riflettere la luce nel modo migliore possibile. Il romanzo è esattamente questo, un diamante con un taglio mai eseguito, può lasciare perplessi il primo decimo di secondo, ma i riflessi che lancia quando lo colpisce la luce è assolutamente speciale e fantastica.
Provare a spiegare chi è Luca Crovi è impresa ardua, è un giornalista è laureato in filosofia è autore di saggi è fumettista (in tutte le accezioni possibili), insomma è uno che ne sa, ne sa tante. Il perchè abbia voluto scrivere una non fiction, L’ombra del campione ispirandosi, anzi impersonando De Angelis (autore che in qualche modo subì la censura del fascismo) e scrivendo del suo personaggio, il commissario poeta De Vincenzi, va cercato forse nel suo amore per Milano, una città di cui si crede di conoscere tutto e si scopre che c”è ancora qualcosa che non si sa. Un romanzo con dentro tante storie, in primis quella di Peppino Meazza, di tanti profumi odori suoni e voci, una Storia bella (sulla capacità narrativa non c’è niente da dire, vedi biografia), che riporta indietro a una città e una società che non esiste più, ma che in fondo sarebbe bello ritrovare.



Primo romanzo (pubblicato da una CE importante (i precedenti me li sono persi, chiedo scusa e cercherò di rimediare), di
Era il 2007 quando venne pubblicato quello che era il primo di una nutrita serie di romanzi storici a venire (non l’esordio dell’autrice), dopo undici anni,
Qualche mese è passato dall’uscita, ma tanto non è che leggiamo a cottimo, sicchè ne parliamo adesso. Una Torino fredda, ma fredda fredda, con la neve e i marciapiedi che luccicano di ghiaccio, un tizio strano, ex poliziotto ex marito ex padre, l’unica cosa che non gli manca, sono i nemici. A onor del vero ha anche qualche amico il nostro Contrera. Sono quasi tutti nella cerchia degli extracomunitari che popolano quasi per intero la Barriera di Milano, un quartiere periferico dove lo straniero è la norma, come del resto in quasi tutte le periferie estreme (indipendentemente da chi le abita). A farla da padrone nel quartiere è il malaffare, droga prostituzione gioco e chi più ne ha più ne metta, e inevitabilmente, con questo deve fare i conti la gente per bene. In mezzo a questo posto che è quasi un confine, si deve muovere il nostro detective, per ritrovare il nipote di Mohamed che, accusato di omicidio, è scomparso. Contrera non è un personaggio nuovissimo, nel senso che ormai inventarsi qualcosa di nuovo è credo impossibile, ma decisamente ben riuscito. Le atmosfere sono centrate, il freddo del titolo c’è tutto, sia quello atmosferico che quello interiore di Contrera, un freddo distacco, la sfiga non ci è andata leggera e lui ci ha messo del suo, ma che ha lasciato intatto il senso dell’umorismo, che diventa una specie di ancora di salvezza, e non ne ha intaccato l’umanità. Niente di eccezionale, ma l’umanità insita in chiunque non sia un sociopatico, un uomo normale che affronta situazioni particolari. Una scrittura fresca e pulita, che scorre liscia portando il lettore fino in fondo con buona soddisfazione, affrontando fra l’altro, un tema difficile e attualissimo come l’integrazione, raccontata in tutte le sue difficoltà, senza indulgere a derive buoniste e ipocrite, ma raccontando il brutto e il buono che sono insiti nell’essere umano. 
Amo moltissimo
Lo avete letto? Nel caso non lo abbiate fatto, rimediate, rimediate subito, così quando vi verrà voglia di mettervi alla tastiera e digitare come forsennati sull’ignoranza degli altri, usando immagini frasi e ridicole scemenze, magari vi fermate un attimo e riflettete. Leggo ogni giorno – troppe volte al giorno ahimè – che dovremmo ricordarci di quanto noi bianchi cattivoni abbiamo sfruttato l’Africa. Ora, siccome non sono nè una negazionista nè una revisionista, non nego che gli europei ne abbiano fatte di ogni, ben imitati dagli americani per altro, ma non è questo il punto. Il punto è, e lo scoprirete o vi tornerà in mente quello che dovreste aver studiato, leggendo
Prendi tre grandi, ma quelli veri, non grandi sui social e nel quartiere, tre che hanno scritto Storie di quelle che resteranno in librerie e biblioteche per molto molto tempo. Parlo di Carlotto de Giovanni e De Cataldo. Tre storie di donne, non convenzionali, lontane dagli schemi,
Credo sia noto e risaputo quanto io abbia amato 
Non so quanto spesso accada, ma credo sia un fenomeno frequente a Catania o almeno questo deduco dalla lettura di questo giallo. La protagonista – Giovanna Guarrasi detta Vanina, il perchè lo scoprirete leggendo – è nuova di zecca, un vicequestore che definirei normale. Una donna normale, brava, molto brava nel suo lavoro, al punto che i suoi superiori tentano in ogni modo di farla tornare nei reparti speciali, ma lasciare la propria città e il proprio ruolo, è un po’ come lasciare un marito. Una donna lo fa perchè ha delle ottime ragioni e difficilmente (mi spingerei a dire mai ma non in questo caso), torna sui suoi passi. Un giallo giallo, senza scivolate nel noir. Come direbbero in Emilia Romagna, c’è il suo bell’omicidio (vecchiotto a dire il vero, un cold case), che porta ad un omicidio nuovo. C’è la sua bella indagine, condotta ineccepibilmente, c’è questa squadra fresca, con tutte le sue cose a posto, qualche segretuccio, il leccaculo che però non è un cattivo cristiano, insomma, c’è tutto, vuole solo una penna che sappia raccontarlo. Einaudi a quanto pare l’ha trovata. Gridiamo al miracolo? No, i capolavori sono altro o perlomeno diventano tali sulla lunga distanza, ma una che sa scrivere (bene), che sa mettere insieme una storia di quelle che leggi senza che ti vada in circolo l’adrenalina, ma che fai fatica a mollare. Ho letto da qualche parte delle “recensioni” che vedevano riferimenti e omaggi vari ed eventuali al Grande Vecchio, io decisamente no, ho trovato una storia che giustamente mi mostra una Sicilia non stereotipata, in cui la mafia c’è, ma non è di quello che si parla, in cui al posto dei quartieri degradati di Palermo o della “tranquilla” Vigata, c’è una città che vive all’ombra di un vulcano che forse, voci di corridoio, insieme a quella fastidiosa sabbia nera, le imprime un’energia non comune. Benvenuta 