E anche Papa Francesco ha detto la sua cazzata – giustificata ma cazzata

Metto la foto solo di una mano, mi sembra più che sufficiente.

Questo bambino (ammesso che sia ancora vivo) non verrà salvato dalla morte   fame_africain mare, questo bambino probabilmente non vedrà mai un rubinetto, una tavola con sopra del cibo, se sopravviverà la sua vita sarà  presumibilmente un povero cristo che si arrabatta per un pugno di riso  concesso dalla Caritas o da qualche altra missione umanitaria. Più probabilmente morirà di fame prima che gli arrivi un aiuto.  Nella foto qui sotto bambini che sono sbarcati, quelli che ce l’hanno fatta.  Io una certa differenza la noto, voi

migranti minori2no? Ha ragione il Papa, e la cazzata è perfettamente coerente con il suo ruolo, scappare dalla fame non è un delitto, però però, faccio un inciso. Mi è capitato qualche giorno fa di sentire una storia, una giovane Italiana andata in Africa per imparare lo Swahili, ha raccontato delle difficoltà che ha incontrato già in aeroporto, donna bianca e sola, la polizia le ha sequestrato lo zaino (dicesi zaino non valigia di Vuitton, e le hanno fatto domande per ore. Quando ha raggiunto il villaggio, ha scoperto che non c’era acqua, per potersi lavare doveva andare a qualche km dal villaggio e pagare per fare la doccia in albergo. Ora mi sorge spontanea una domanda, è colpa nostra, intendo dell’occidente, se i governi di quel paese africano, credo fosse in Senegal, lasciano che gli alberghi abbiano l’acqua e i villaggi a pochi km no? Direi che l’ipotesi non regge, la colpa è di politiche interne su cui abbiamo poco potere.

Questa invece  un immagine di Aleppo, o10351175_568355249951655_3029075688244993624_nra mi chiedo, è davvero possibile non fare delle differenze? Considerare i migranti africani (quelli che sbarcano, che hanno trovato centinaia di dollari per pagare il viaggio, dollari con cui avrebbero potuto mangiare per mesi) alla stregua di chi scappa da un bombardamento? A chi, e credetemi sulla parola, esce per andare al lavoro o all’università e non sa se ci arriverà o se a sera rivedrà la sua famiglia.

Non è razzismo, non è intolleranza, è buon senso; e chi come il papa, che ripeto, non può dire altro, sostiene che deve esserci posto per tutti è in malafede, è condizionato dalla paura di passare per razzista o fascista, è un buonismo che non è supportato dai fatti. Torniamo coi piedi per terra, ridiamo la priorità alle cose, prendiamo le distanze e rivediamo le cose nella giusta prospettiva, perché a voler aiutare tutti va a finire che non si riesce a salvare nessuno

La resistenza del maschio (ossia sulla Buccia che ti fa scivolare)

I libri della Bucciarelli devo farli decantare prima di poterne scrivere; e in realtà sarà un’articolo molto breve perché l’alternativa sarebbe un trattato congiunto di architettura psicologia filologia e non so quante altre discipline. Non sono certa di chi fra il Maschio e le femmine che ne contornano l’egoismo o il legittimo desiderio di vivere come preferisce, ne esca peggio. Forse nessuno perché alla fine l’autrice riesce a mettere in un caleidoscopio tutti i meccanismi che poco più poco meno compongono l’universo coppia, qualunque tipo di coppia, sposi amanti liberi frequentatori, innamorati cronici e innamorati asettici. E come in un caleidoscopio all’inizio le immagini si confondono in un bellissimo disegno senza che tu riesca a distinguerle, ma poi giro dopo giro del cilindro si definiscono e le apprezzi una per una oltre che nell’insieme.

Una resistenza strenua e decisa quella di Emme, a scapito della sua stessa felicità apparentemente e sempre apparentemente anche a quella delle donne; E poi c’è l’inconsapevolezza delle protagoniste femminili, contrapposta alla nostra (dei lettori) assoluta consapevolezza e compassione. E quando lo finisci la scoperta che se cambi appena appena prospettiva, cambia tutto ma proprio tutto. Per quanto riguarda la scrittura è quella che ben conosce chi ha già letto qualcosa di suo, essenziale pulita e impeccabile. Non una parola di troppo e non una di meno del necessario, ricercata senza essere leziosa, raffinata senza essere snob. Un libro facile? No. Un libro bello? Molto

Edito da NNEditore, Casa Editrice indipendente con la vista molto molto lunga.

E’ così che si uccide (la voglia di leggere)

Porca vacca, due delusioni una di seguito all’altra ti fanno davvero girare le scatole, la prima il libro che ha vinto uno dei più prestigiosi e ambiti (sì ciao) premi letterari di cui però ho ampiamente detto su Anobii, la seconda più cocente per il battage che ha preceduto l’uscita del libro. E’ così che si uccide di Mirko Zilahy. Venduto in mezzo mondo pubblicato da una signora Casa Editrice, mi aspettavo una bomba, e l’ho avuta; a partire dalle prime pagine in cui un professore universitario canna (sbaglia per chi non ama il gergo dialettale) clamorosamente un congiuntivo – e ancora a ripensarci mi parte un brivido dal vertice del cranio che arriva fino al coccige – alla carta d’identità di una signora il cui stato civile è celibe. Taccio sulle procedure di polizia, che poi dai, cosa ti costa chiedere a qualcuno, sorvolo sul fatto che ad un certo punto, per arrestare un banalissimo assassino, in genere il serial killer ha caratteristiche un po’ diverse da quelle del nostro ma transeat, viene richiesto l’intervento dei NOCS (squadra speciale della polizia addestrata all’antiterrorismo e alle azioni di assalto in cui siano presenti ostaggi), ignoro o almeno ci provo, il fatto che un PM partecipi attivamente alle indagini, tralasciando di segnalare un fatto di una gravità assoluta che inficerebbe la confessione anche davanti al tribunale di Topolinia. E però santa pace, mi fai un trattato storico logistico che neanche gli Angela (Piero e Alberto) sull’architettura pre o post industriale (non ne ho idea e non vorrei scrivere cavolate, facendomi anche l’analisi comparativa fra i monumenti del passato e gli emblemi della modernità (parliamo del gazometro e di altri siti particolari), e anche se mi annoio un po’ ci posso passare sopra, ma poi mi mandi un commissario (che fra l’altro ha riconsegnato il tesserino) e un medico legale a manomettere di nascosto il cadavere, e la scientifica non si accorge di nulla, bè permettimi che un po’ mi girano. La mia anima animalista poi non ci ha visto più davanti alle nutrie carnivore. Non vado oltre con la demolizione anche se il materiale non mancherebbe, mi limito a dire che mi auguro, ma soprattutto auguro al giovane autore, di trovare sulla sua strada persone che non cavalchino l’onda, che abbiano il coraggio di fare un sano editing e una sana correzione delle bozze. Spero davvero che con questa brutta caduta, indipendentemente dai risultati di vendita lo è, non danneggi un autore che con una mano un po’ più ferma a guidarlo, e accumulando un po’ di esperienza, potrebbe scrivere delle cose davvero buone. Magari non gialli che richiedono oltre ad una buona storia, una solida conoscenza, o almeno degli ottimi consulenti delle procedure poliziesche. Ah, un ultima cosa, so perfettamente che gazometro è utilizzato normalmente, ma dizionario alla mano, in italiano è meglio gasometro, che a ingarbugliare i fatti con le parole ci pensa già la politica.

Voglia di leggere? Serviti

Un romanzo cattivo, non perché succedano cose strabilianti, poco più poco meno è 584-large_defaultuna realtà che conosciamo quella che ci racconta Bastasi, il punto è come ce lo racconta.  Spietato è la parola che meglio descrive a mio parere questo romanzo. Sottolineo questo, perché parliamo di un autore versatile, capace di provare e trasmettere empatia e lo ha dimostrato nei suoi precedenti lavori, la scelta stavolta è stata di tenersi al di fuori. La storia di un uomo qualunque, Massimo Gerosa, che vuole fortissimamente vuole diventare “qualcuno”, e ce la fa; ci riesce nel modo in cui ci riescono tutti, calpestando tutto e tutti, senza guardare in faccia nessuno. Ma come raccontano i proverbi c’è sempre qualcuno che al mattino si sveglia prima di te e qualcuno si è svegliato anche prima di Gerosa, e userà lui come lui ha fatto con gli altri. Una storia di degrado morale che si estende dal privato di Massimo al pubblico, con la descrizione precisa di come la politica, tutta senza esclusioni, sia in grado di manipolare la gente, soprattutto quella animata da principi basici, mors tua vita mea per intenderci. A detta dell’autore – ma non cercatela in rete questa cosa perché viene da una conversazione – non c’è una morale predefinita o intenzionale, io ce l’ho trovata comunque, ognuno è artefice del proprio destino, e nessuno è tanto potente da sfuggire al destino che le stelle hanno disegnato per lui. Quindi se avete voglia di una storia con cui sporcarvi le mani, in cui potete trovare tutti i responsabili che volete, colpevoli per ogni schifezza che vediamo ogni giorno; se se cercate un romanzo scritto bene, nel senso letterale, e soprattutto se vi piacciono i bei libri, Era la Milano da bere è quello che fa per voi.

La ragazza nella nebbia – Donato Carrisi ci sfida impunemente

Qucop (1)ando chiudi un libro e ti scatta l’urgenza di scriverne di parlarne di dire a tutti cosa ne pensi i casi sono due, o hai letto la ciofeca dell’anno o una storia splendida. Ho finito La ragazza nella nebbia e non ho potuto aspettare neanche un giorno. Donato Carrisi si è fatto attendere ma dire che ne è valsa la pena sarebbe estremamente riduttivo. Della trama vi posso dire che scompare una ragazzina che non si trova nonostante sia sparita in un paese piccolo, nonostante la cerchino ovunque, nonostante…Ma quello che fa Carrisi è altro, la storia in se, l’indagine sui fatti, che pure vi assicuro sono magistralmente costruite, sono un contorno; quello che fa è puntare i riflettori, per non dire l’occhio di bue, su cosa sono oggi, ma non da oggi, le investigazioni su casi che di per se sarebbero banali, ma che diventano mediatici. L’intento è darci un pugno nello stomaco buttandoci addosso una realtà che spesso rifiutiamo di guardare o accettare; C’è davvero tutto quello che fa di un giallo una storia agghiacciante. Dalle prime pagine si capisce che qualcosa non va nell’impianto, quando la priorità non è più trovare la persona scomparsa, viva o morta che sia, quando non si cercano le prove ma un mostro da sbattere in prima pagina, diventa chiaro che giustizia è solo una parola sul dizionario. I richiami alla cronaca recente sono palesi e fanno sorgere interrogativi e dubbi dai quali forse la mediaticità appunto, ci aveva distratti. Dopo averci lasciati sgomenti con Il suggeritore; dopo averci insinuato la paura raccontandoci il Male; ci trascina nel Dubbio. Il dubbio di avere preso le comode scorciatoie che ci hanno fornito  televisione e giornali per ragioni che con la verità non hanno nessuna attinenza.  In tutto ciò, da giallara di lungo corso, vi garantisco che di gialli così belli ne trovate davvero pochi

Cuccioli da salvare e da amare – de Giovanni fa centro un’altra volta

downloadDomani 23 novembre, esce il nuovo romanzo di deGio – consentitemi di chiamarlo così – e ancora una volta stupisce, non per la trama gialla che è perfettamente costruita,  ma per come riesce a scrivere qualcosa di sempre nuovo pur restando fedele a se stesso e al suo particolarissimo modo di scrivere. Ad ogni romanzo, Cuccioli è il quarto romanzo con gli stessi protagonisti, aggiunge qualcosa ai protagonisti, gli mette addosso i giorni che passano e che inevitabilmente cambiano le persone.  E’ incredibilmente in grado di approfondire il carattere e le vicende, di ogni di ogni personaggio focalizzando di volta in volta l’attenzione, mediante un complesso gioco di assegnazione degli incarichi, su una coppia che diventa protagonista. L’incredibile è che quando hai finito il romanzo, ti accorgi che in realtà ha fatto progredire la storia di ognuno; tutti, cattivi compresi. E’ un caleidoscopio di emozioni fatti e atti che alla fine ti fa quasi credere si tratti di persone e non di fiction, perché de Giovanni lavora sempre su più piani, e non c’è verso anche quando decide di sfoderare il giallista, i suoi romanzi sono intrisi di un’umanità palpabile. Certamente non è l’unico autore che lo fa, ma come altri grandi della letteratura contemporanea, ha creato dei personaggi che sono ormai degli amici. Cuccioli concentra l’attenzione su Romano. Hulk per i Bastardi, che sta cercando di non cedere alla tentazione di lasciarsi abbruttire dal dolore della separazione, il destino lo aiuta mettendo sulla sua strada un fagottino abbandonato vicino ai cassonetti. E qualcosa scatta, l’istinto a proteggere quella bambina così piccola e così disperatamente in pericolo di vita, va da se che tutti i Bastardi, chi per un motivo chi per l’altro, mettono l’anima nella ricerca della madre e/o di chi ha abbandonato la bambina. e se si potesse si salterebbe anche dal divano di casa per correre ad abbracciare quel minuscolo esserino. Un bambino cambia la vita, e Giorgia, questo il nome che Romano decide di dare alla piccola, cambia ognuno dei poliziotti di Pizzofalcone. A fronte di un cucciolo umano trovato, un altro cucciolo, il cagnolino Artù, scompare. E’ di un bimbo, che chiede aiuto ad Aragona. Di nascosto, vergognadosi di aver ceduto a una richiesta non esattamente congrua al lavoro di polizia, Aragona si mette alla ricerca del cagnolino “sorvegliato” per fortuna dal Presidente, che abbandona almeno in parte le sue indagini sui suicidi. In autunno i romanzi che vedono protagonisti i poliziotti di Pizzofalcone, ce li potremo godere anche in tv, con uno strepitoso cast, sì ormai è notizia non nuova, ma Gassmann Lojacono io mi sento di ricordarvelo

 

Chi ha paura di Pulcinella

PulcinellaOk sono un po’ in ritardo sula tabella di marcia, nel senso che è uscito già da un po’ e sta uscendo il secondo, ma tant’è. Una scoperta Massimo Torre che sul momento ti lascia un po’ così, soddisfatta della lettura ma con un tarlo che ti rode, la sensazione che ci sia qualcosa che non va. Poi ci rifletti – ok ammetto di avere     anche scambiato due parole con l’autore – e ti accorgi di aver letto un gran bel libro, e quello che ti lasciava perplessa era assolutamente contestualizzato e quindi al suo posto. Siamo a Napoli, per la precisione al Rione Sanità, un rione che in realtà, nella realtà, è un po’ un quartiere a se stante. Un romanzo esagerato iperbolico rocambolesco, Torre propone un personaggio che diventa metafora, un uomo che rappresenta tutti gli uomini – o perlomeno tutti i napoletani, anche se è tranquillamente estensibile a tutta l’umanità – Pulcinella è una maschera, qualcuno che in realtà nasconde qualcun altro; è il vendicatore di tutti i malversati, la riscossa di tutti quelli che subiscono quotidianamente violenze e soprusi. Esagerato perché capace di azioni che giusto superman potrebbe fare, ma un’esagerazione necessaria per far arrivare il messaggio. Come ha detto Torre, solo i napoletani possono salvare Napoli. Un messaggio di speranza, uno sprone nei fianchi di tutti quelli che tacciono, che pensano di non poter reagire. Il romanzo scorre veloce, il linguaggio è buffo irriverente e a volte decisamente pesante, Torre insiste molto nella descrizione di alcune pratiche – a sfondo sessuale – che Pulcinella ritorce contro i delinquenti, risultando a tratti volgare, ma d’altra parte gli abusi e le prevaricazioni anche di quel tipo sono pratica comunemente usata dalla delinquenza organizzata per imporre vessazioni di ogni tipo, sono parte del processo di umiliazione che è parte integrante nella sottomissione ai voleri del boss di turno. e a differenza di quello che faccio di solito, vo do anche un riassuntino della trama.

A Napoli si sa non ci si fanno domande, a maggior ragione quando c’è di mezzo la malavita, la Cumpagneria nello specifico e un locale sottratto con il sistema del pizzo a un poveraccio. Se poi chi subentra nell’attività al posto di una merceria, è un tuttaio, le domande si dimenticano del tutto. Ma chi è questo Puccio D’Aniello? Uno che aggiusta tutto appunto, dai ferri da stiro alle lavatrici dai cellulari ai computer con prezzi che fanno concorrenza ai cinesi. Il locale comunque è stato affittato e al “sindaco del Rione Sanità” Clemente Sparaco, tanto basta. Ha altro cui pensare, altre grane da risolvere; qualcuno ha picchiato e messo in ridicolo usando le sue stesse armi, addirittura suo figlio, e lo ha fatto pubblicamente, indossando la maschera di Pulcinella, con il tipico lessico pulcinellesco, ironico sarcastico e irriverente. E Rosa, la figlia del merciaio sucidato dalla “cumpagneria”, che vuole vendicare il padre adorato, che giura a se stessa e al mondo che gli Sparaco la pagheranno; Rosa che guarda con rabbia il tuttaio usurpatore, e si innamora, con le conseguenze terribili che può avere l’amore, del Pulcinella vendicatore, di quella tragica eroica maschera che sghignazzando, sbeffeggia i potenti del Rione Sanità.  Insomma leggetevillo che stanno arrivando gli altri.

L’Europa che voglio

L’Europa, il vecchio continente, gran bel vecchio fra l’altro. Quello dove dopo Schengen si andava in Costa azzurra, in Spagna o dove volevi fermandoti al cambio, una volta ci rimettevi una volta ci guadagnavi. Poi han voluto l’Unione Europea, e va bene ci sta, ma dove e quando è successo che la Germania potesse decidere quanti litri di latte potevamo vendere? Ma in Germania o in Francia hanno le mucche programmate per fare un tot di latte al giorno? E perchè a un certo punto ci siamo trovati a dover buttare via le arance siciliane, pagando le restanti uno sproposito? Ecco mi sta bene l’euro, mi sta bene che abbiamo un interesse comune, ma deve essere comune, non di pochi. Tanto comunque, e questo forse sfugge, anche se non passi all’ufficio cambio, capita che il pane tu lo paghi 6 euro al kg in Italia e 2 in Francia. Allora ecco, L’Europa che voglio io è un Europa dove nessun paese prevale, dove ognuno produce quel che può e il surplus lo vende a prezzi calmierati a chi ha carenza. Voglio un’Europa in cui nessuno possa decidere che se gira al produttore io devo mangiare un formaggio senza latte, o una birra senza luppolo. E voglio un Europa dove ognuno parli la sua lingua avendo imparato a scuola una lingua comune. Dove l’importante sia l’Uomo. Non le banche. Come dite? L’ha già detto Gaber? Ah già.

Anime di vetro – Falene per il commissario Ricciardi

11119124_10206921815913848_7534668786990086498_nNon parlerò di trama, non vi racconterò quello che succede o non succede nel libro, primo vi toglierei il gusto di leggerlo e secondo, deGio lo fa egregiamente, ragion per cui diventa inutile che lo faccia io. Ma una domanda ve la voglio porre,cosa distingue uno scrittore da un grande scrittore? Leggendo questo libro lo si capisce, e si capisce che de Giovanni è ormai da tempo nella seconda categoria. E’ la capacità di scrivere, restando se stesso con l’inconfondibile stile, un libro che solo apparentemente è diverso dai precedenti, ma in realtà ne è la logica prosecuzione. È la capacità di dare una svolta decisa ma gentile, che si intuisce più che capire. L’interludio, il corsivo che fa da filo conduttore, che da il la  per capire a fondo la melodia, in questa nuova trilogia è la musica. Tre  classici della canzone napoletana. La prima, la colonna sonora ma non solo, di Anime di vetro è  Palomma ‘e notte. La storia di un uomo che per amore, paragonando l’amata a una falena, rischia di bruciarsi per allontanarla dalla fiamma (dell’amore) che la ucciderebbe.  Una storia ispirata alla vita del’autore, il poeta Salvatore Di Giacomo, che intrattene una casta e lunghissima relazione – tredici anni – con Elisa Avignano prima di sposarla, timoroso perché tanto più giovane di lui. E la storia con cui ci racconta questa canzone è poesia nella poesia. L’indagine, qualcuno – grazie Francesca P. Cassie  – ha notato un’analogia con Agatha Christie, in questo libro è o sembra del tutto marginale, non è nemmeno una vera indagine, è una disamina chirurgica dei sentimenti. Quelli di una donna che non ama più, ma deve sdoganare la fine di un matrimonio e una menzogna per tornare a vivere; la tristezza profonda, il dolore del barone di Malomonte Luigi Alfredo Ricciardi che per una volta non è un dolore cupo, ma una sana risposta a dei lutti, fisici emotivi e non solo; il dolore di un padre che vede la figlia infelice; i sentimenti feriti che diventano crudeltà inutile e ignobile.

Cambiano i protagonisti, non i vicoli, che passano in sottofondo, ma la città dei circoli e dei nobili. Cambiano i tempi, Hitler è salito al potere con le inevitabili conseguenze anche sulla politica italiana che sappiamo. E cambia Ricciardi, in quale direzione ahinoi, lo sapremo solo al prossimo libro.

Hanno aperto le gabbie – Attenti a LO ZOO di Marilù

Titolo del Libro: Lo zoo Autore :  Marilù Oliva Editore: Elliot Collana: Scatti  Data di Pubblicazione:  Luglio '2015Genere: LETTERATURA ITALIANA: TESTI ISBN-10: 8861929044ISBN-13: 9788861929043Una masseria blindata come Fort Knox, una vecchia contessa, ormai settantenne e una vicenda che trascende dalla classificazione di genere. Un po’ giallo un po’ horror, con una puntina di noir. Clotilde, meravigliosa creatura che proprio non riesce ad accettare il tempo che passa, e a darle una mano il chirurgo plastico, di non chiarissima fama,  Cristoforo Tommaseo, che ne è diventato l’amante oltre che il restauratore. Condividono un segreto con poche altre persone, pagate profumatamente per obbedire alle severissime regole imposte dalla contessa. La masseria nel Salento ospita uno zoo particolare, non sono animali a riempire le 7 gabbie, ma uomini, quelli che una volta si trovavano nei circhi. Quelli che se fossero nelle nostre città sarebbero semplicemente dei disabili, dei diversi. Non ci va leggera Marilù Oliva, insegnante scrittrice blogger moglie e mamma; un donnino piccino con due occhi magnetici che ti inchiodano, che quando scrive si trasforma in una specie di vulcano. Lo zoo è una metafora che va a toccare un tema attuale scottante scomodo e chi più ne ha più ne metta. Qui non si parla solo di disabilità, qui si affonda nell’esaminare chirurgicamente cosa provoca la diversità, nel diverso e in chi ha a che fare col diverso. Fra i sette ci sono un uomo affetto da iperticosi, una donna focomelica, un nano  un ciclope e una sirena. Marilù ci porta dentro il cuore e la mente di segregati e carcerieri; spietata. Ci racconta di come la follia – ammesso che di follia si possa parlare – può arrivare a far considerare degli esseri umani come degli esseri su cui sperimentare il proprio potere sulla natura, di come i diversi nella consapevolezza del loro essere, riescano a trovare spesso un equilibrio che a noi normali sembra impossibile. E invece amano soffrono godono proprio come i normali. Forse è questo che più salta fuori, o resta dentro, dopo la lettura. C’è da dire che il donnino di cui sopra, ha una capacità di scrivere decisamente notevole e una fantasia che le permette di imbastire intorno a delle possibili realtà, delle storie toste toste e con una lievità che ti fa passare tentati omicidi rapimenti e stupri in modo tale che ti indigni solo dopo aver finito il libro. Il messaggio che a me è arrivato forte e chiaro è: smettiamola col buonismo e prendiamo atto che forse, ammettendo che la diversità esiste, possiamo imparare a conviverci serenamente, senza pietismi, facendola diventare una cosa normale. Un libro, tanti registri, con sorpresa finale. Come al solito le trame le trovate sulle quarte, io da parte mia, vi consiglio solo di acquistarlo e leggerlo. Bé ad essere sincera fino in fondo vi consiglio caldamente anche l’antologia contro il femminicidio, i cui proventi sono tutti per il Telefono Rosa, che ha curato, Nessuna più , dove trovate fra gli altri , cito a caso, Berselli Bertuzzi Comastri  de Giovanni De Marco Proietti Mancini Montanari eccetera, e il suo Le sultane, ma quella è un’altra storia (da non perdere)

  • Titolo del Libro: Lo zoo
  • Autore :  Marilù Oliva
  • Editore: Elliot
  • Collana: Scatti
  • Data di Pubblicazione:  Luglio ‘2015