Le donne dell’universo deGiovannesco sono tante e tutte diverse una dall’altra. Abbiamo iniziato conoscendo Enrica, una specie di Beatrice dei giorni nostri, pronta ad accompagnare Ricciardi all’inferno senza esitazioni, Tata Rosa, una mamma universale, una di quelle donne capaci di amare incondizionatamente e di difendere i loro cuccioli con la vita. La fatale Livia, ritratto di una donna che non sa accettare un no, pagandone anche le pesanti conseguenze. Bianca, l’amica fragile che al bisogno diventa un sostegno indistruttibile e prezioso. Figure che abbiamo poi ritrovato nella realtà di oggi, l’inflessibile Piras la dolce Ottavia la fragile Alex la materna Letizia. E ancora le figure “femminili” de I Guardiani (che fra parentesi spero tornino presto), che hanno una valenza universale nella contrapposizione Bene/Male. Mancava forse quella che in qualche modo le riassume tutte.
Sara Morozzi è una donna come tante, “un’anziana” signora delle migliaia che popolano le strade i giardinetti delle nostre città, una di quelle che non vedi perché vai di fretta perché è grigia e si confonde fra le ombre della sera con gli angoli dei muri. Una figura invisibile per sua stessa scelta. Ha imparato a sembrare quello che non è nei lunghi anni in cui è stata in polizia, non di pattuglia no, Sara faceva parte dei Servizi, quelli che sappiamo esistere ma non appaiono mai, che hanno catalogato e archiviato migliaia e migliaia di informazioni su chiunque per le ragioni più svariate. Sara è rimasta invisibile ma non per la sua squadra che ha ancora bisogno di lei. Per quelle cose che non si devono sapere, che non esistono e forse tornare alla vita restando nell’ombra, è proprio quello di cui ha bisogno. Come le altre che ho nominato prima, ha pagato ogni suo gesto e sappiamo bene che la crudeltà con cui la vita presenta il conto è superiore a qualunque immaginazione. Attenzione però, se dalla descrizione può sembrare un noir cupo, in realtà come sempre succede, de Giovanni spezza le atmosfere inevitabilmente tese, affiancando dei comprimari con cui a tratti ci si fanno anche delle belle risate, per conferma chiedere di Davide e Boris.
E Napoli vi chiederete, presenza viva quasi come una persona in ogni romanzo? Napoli c’è, non più personaggio, ma quieto sfondo. E infine qualcosa che a mia memoria appare per la prima volta nei suoi lavori, un sentimento che non appartiene al de Giovanni che conosciamo, va da sè che non vi dico di cosa si tratta ma sarà palese e abbastanza sconcertante quando arriverete a fine romanzo. Con questo primo episodio, deGio ci lascia intuire le diversissime evoluzioni che potrà avere Sara e che al momento affidate di sicuro, note forse, solo alla smisurata fantasia del mago. Insomma non c’è moltissimo da dire se non che la storia di Sara è l’ennesimo colpo da maestro di un autore che ormai ci ha abituati alle letture a 5 stelle. Ah, questa nuova collana NeroRizzoli è decisamente da tenere d’occhio.
Categoria: Antidoti
Se la notte ti cerca –
Quante cose è la musica, è un rifugio è una consolazione un’amica che ti fa compagnia o ti ricorda il passato, che siano momenti tristi o felici. Anche chi suona in certi casi può diventare le stesse cose, un rifugio la consolazione di una notte o la piacevole illusione che quelle parole le stia cantando proprio per te. (Prova ne sia che intorno ai 3/4 anni ero sicurissima di essere il grande amore di Massimo Ranieri). Vabbè stavamo dicendo, la musica poi a volte è anche protagonista suo malgrado di romanzi davvero molto belli, come nel caso di Se la notte ti cerca, l’ultima fatica di Romano De Marco. Ha coniugato un bel giallo (dove bel significa che la trama è originale, regge ed è scritta come Romano sa fare, alternando qualche picco di adrenalina a deduzioni e investigazioni tradizionali. Giustamente mi potreste dire, sì ma tutta quella pappardella sulla musica cosa c’entra? C’entra perchè a legare le vittime che frequentavano tutte lo stesso locale per single, è un musicista, Andy Lovato, che poi esiste nella realtà e di chiama Danny Losito, e se non sapete chi è sarà il caso che studiate perchè avete una grave lacuna. Come da standard, il musicista è l’uomo per una notte, come la sua musica, lui diventa l’antidoto alla solitudine, perchè l’unico vero killer è proprio la solitudine. Qui al link secondo me, Romano De Marco ve lo spiega meglio di come ho fatto io.
L’intruso in libreria – mai iniziare un libro nel momento sbagliato
Quando ti arriva un libro è sempre una festa, finisci quello che stai leggendo e poi ti accomodi, siccome però non tutti i giorni sono uguali, capita che lo cominci e per qualche ignoto motivo (in realtà un motivo c’è ma lo capisci dopo), non riesci ad andare avanti, leggi una pagina, due ma poi ti blocchi. Siccome la cortesia di chiunque va rispettata, e nessun ufficio stampa è obbligato ad inviarti niente, se proprio un libro ricevuto ti fa orrore eviti di “recensirlo”, ma correttezza vuole che tu lo legga. L’intruso di Tana French (Einaudi) quindi, tornato sullo scaffale in attesa di un momento migliore. Nel frattempo leggevo in giro recensioni entusiaste (ora, questa cosa di non recensire se una cosa non ti piace, la facciamo in pochi, la maggioranza, almeno a che sappia io, quando riceve un libro ne parla bene e basta), lasciando da parte la mia etica comunque, mi è venuta la curiosità di capire perchè non riuscissi a proseguire, quindi l’ho ripreso in mano ed è andato giù una meraviglia. Trama perfetta e devo dire anche bella complessa, la poliziotta protagonista, mulatta e per di più unica donna nella Omicidi di Dublino, è una tosta. Parte con qualche debolezza, che te la fa stare subito antipatica, ma sa fare il suo lavoro e alla fine si riscatta alla grande, la vittima è molto più protagonista di quanto normalmente non lo sia il morto, per tutto il romanzo e il finale è davvero del tutto inaspettato. Bello, alla fine proprio un bel giallo. Ah volete sapere cos’era che mi “bloccava”? La lunghezza di alcuni dialoghi, sia con il suo partner sia con testimoni e indagati, che si intervallano alle elucubrazioni della detective Conway, nella prima parte del romanzo, superata quella (che attenzione, è solo la mia percezione), ribadisco che va giù bello liscio, appassionando anche.
Tempo di Libri – Atto secondo –
Allora veloce veloce perchè il tempo è tiranno e mi odia, fra l’altro ho letto dei resoconti fatti bene intelligenti e fatti da professionisti e quindi non mi dilungherò. (Per il momento, perchè tanto ci torno). I comunicati stampa sostanzialmente confermano quello che gli occhi hanno visto, numeri che fanno pensare (non ve li riporto perchè tanto li trovate ovunque, ma si viaggia sopra 97000 biglietti staccati che decisamente non sono pochi, a cui vanno aggiunti i 2500 fra giornalisti blogger e addetti ai lavori. Il mio punto di vista è che quest’anno si sia badato di più alla sostanza, meno nomi di sicuro richiamo (che non li esime, non tutti, dall’essere molto sostanziosi) ma una proposta più variegata per una platea certamente più vasta, i nomi li trovate ovunque. Vi racconto velocemente quello che ho seguito io (cioè che sono riuscita a seguire, perchè il folletto della programmazione è un bastardo vero), o meglio quelli che ho seguito per il mio piacere. Un divertimento intelligente quello proposto da Gianni Biondillo, la tombola. Sì la vecchia sana tombola con tanto di cartelle distribuite ai partecipanti, ambii terni quaterne eccetera. Ad ognuno dei 90 numeri corrispondeva una citazione tratta da un libro, relativa ad una zona una via una piazza di Milano. Autori noti alcuni notissimi altri meno,ovviamente si vincevano libri ma sentire Biondillo che racconta la città gli aneddoti relativi ad edifici e/o zone, parlando anche dei libri abbinati, è stato decisamente affascinante. Altrettanto affascinante è stato ascoltare Giulio Casale (e se non lo conoscete fidatevi di me e andate sul link) raccontare dell’indimenticata Nanda Pivano. In un contesto che ha visto fra i percorsi tematici una giornata dedicata alla donna, raccontare una donna che ha fatto tanto per la letteratura italiana è stata un’ottima cosa. Di Marilù Oliva e delle sue spose scomparse vi ho già parlato, per quanto ad una “presentazione” salta sempre fuori qualcosa a cui non avevi pensato. Avevo in programma Costantini Lansdale la Bucciarelli che parlava di classici, ma come dicevo il folletto malvagio ci ha messo lo zampino. Sono riuscita ad ascoltare un po’ di Nando dalla Chiesa, che è sempre un piacere, Morozzi, di cui leggerete recensione e intervista su Mangialibri. Se non avete da fare, ve lo dico sinceramente, io un pensierino sulla prossima edizione lo farei, perchè perdersi fra i millemila stand (con l’augurio che piano piano arrivino anche i mancanti all’appello), ascoltare cose belle, imparare e scoprire è sempre bello.
D’amore di morte e altre utopie – Le spose sepolte di Marilù Oliva
Monterocca non esiste e se esistesse forse non sarebbe poi così bello viverci come si potrebbe pensare. Monterocca è un borgo (grossino ma un borgo), appoggiato sull’appennino emiliano, dove ancora la pianura non è ancora diventata montagna aspra, ma i boschi hanno già stabilito un confine. Monterocca è un esperimento sociale, anche logisticamente, è un posto gestito dalle donne, donna il sindaco donne gli assessori e le rappresentanti delle Forze dell’ordine. Non è che gli uomini siano banditi, anzi, hanno anche dei ruoli pubblici, ma visto che a suo tempo l’esperimento è andato bene, poi la popolazione ha continuato ad eleggere delle donne e si è proseguito così. Una delle eccellenze (sempre parte dell’esperimento) è un istituto di ricerca, oltre a studi su malattie ad oggi senza cura, portano avanti uno studio su un farmaco, una variante del siero della verità, che è stato usato per degli omicidi. Non uomini qualunque, uomini le cui mogli ad un certo punto della loro vita, sono scomparse, svanite nel nulla. Hanno lasciato(?) mariti casa e soprattutto figli, senza mai essere ritrovate nè vive nè morte. Qui stanno le parole chiave di questo romanzo (aperte e chiuse le virgolette, un giallo di tutto rispetto come Marilù ha già ampiamente dimostrato di saper scrivere), figli scomparse e indirettamente, donne. La Oliva ha scritto un romanzo “denuncia”, che punta il faro su diverse cose che probabilmente di solito vengono sottovalutate. Primo fra tutti l’impatto sociale che hanno queste “scomparse”, l’impatto sui figli che improvvisamente si trovano a crescere come se gli fosse stato amputato un arto, senza la figura che nel nel bene e nel male fa di noi quello che siamo da adulti. Un aspetto spesso trascurato, cosa piuttosto ovvia del resto, tendiamo a guardare le cose dal nostro punto di vista, che è quello degli adulti, ma di cosa accade davvero nella testa dei bambini o ragazzini? Non lo sappiamo, non abbiamo in realtà contezza di quali sconvolgimenti e conseguenze possano avvenire e quali effetti potranno avere. Per forza di cose viene sfiorato il femminicidio, parola che personalmente non amo, li considero omicidi, ma che ahimè rende bene l’idea di come una certa parte della società, se a parole, nell’immediatezza dei fatti, condanna gli uomini che dispongono letteralmente della vita (e della morte) delle loro compagne di vita, nella realtà dei fatti, preferisce girare la testa dall’altra parte. Si sfoga sui social ma se sente la vicina di casa urlare o la vede con un livido, fa rigorosamente finta di nulla. Un male antico, non è certo storia dei giorni nostri, ma vuoi la maggior diffusione delle notizie, vuoi un minimo in più di attenzione sui fatti, sembra che ultimamente gli uomini siano impazziti e considerino le donne, soprattutto quelle con cui dividono l’esistenza, come una proprietà esclusiva, non qualcuno ma qualcosa di cui disporre a proprio piacimento. Tornando al romanzo, non solo di femminicidio e delle sue conseguenze si parla; il paese descritto nel romanzo, è chiaramente un’utopia, un posto dove le donne non hanno bisogno di dimostrare nulla dove i ruoli non sono definiti ma interscambiabili a prescindere. Eppure anche nel descrivere un’utopia la Oliva riesce a non perdere di vista la realtà e quel posto che potrebbe essere meraviglioso diventa a tratti claustrofobico, le protagoniste non sono tutte valchirie senza macchia; un posto dove qualcuno che nasconde dei segreti tali da spingere all’omicidio, forse si è nascosto cambiando faccia. Insomma un romanzo in cui si racconta un bel sogno ma senza perdere di vista la realtà. Un giallo che trascina fino alla fine, lasciando il lettore con tanti domande, che per come la vedo io, è esattamente quello che deve fare un buon romanzo. Per chi ama i tecnicismi, bella prova anche dal punto di vista della scrittura, un deciso cambio di stile nel linguaggio per adeguarlo alla situazione, insomma, direi un’altra prova superata brillantemente
Camilleri “le donne non sanno scrivere gialli” – Quando vorresti essere una giornalista famosa
Ecco ci sono momenti in cui vorrei davvero essere una giornalista vera, una di quelle a cui chiunque non risponde no. Durerei poco in Italia e forse anche all’estero, per un motivo semplicissimo, io alle domande pretenderei delle risposte. Giustamente vi starete chiedendo dove voglio andare a parare, sulla faziosità di Fabio Fazio per esempio e su una affermazione del Maestro Camilleri. Maestro per tante ragioni, per la sua poliedricità, per la sua bravura per il rispetto che gli è dovuto. Ah ecco, qui mi casca il primo asino, se do per scontato il rispetto a lui, ho il diritto di pretenderlo? No per me che non scrivo (questo blog è solo un posto dove esprimo opinioni delle quali peraltro non frega niente a nessuno), ma per le tante donne che scrivono. In particolare per quelle che scrivono gialli. Un’intervista del 2011, condotta dal suddetto Fazio, mi ha scatenato una serie di domande e perplessità. http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-606886ab-7a87-4178-8c99-3bcebbfc794b.html . Al minuto 42 più o meno, Camilleri fa una dichiarazione agghiacciante. E se lo dico io che sono la meno femminista delle donne che vi possa venire in mente, credetemi che lo è davvero. Non sto a sindacare sulla dichiarazione, ognuno è libero di avere le sue opinioni e figuriamoci de mi metto a discutere, ma una domanda mi sorge spontanea, perché il sedicente giornalista si limita a fare una risatina imbarazzata? Perché non tenta nemmeno di approfondire il discorso? Giro la domanda a chiunque passi di qui e legga l’articolino, a chiunque abbia la possibilità e la voglia di far arrivare la mia domanda a Camilleri, con tutto il rispetto che ho per un uomo che a parer mio è davvero un maestro.
Se l’amore è uno sgambetto – Un anno di noi
Capita che la vita ci faccia dei brutti scherzi, tipo lasciarti da sola, portarti via l’uomo che ami. Capita e ovviamente tutto deve andare avanti. Sofia ha raggiunto un equilibrio ragionevole, ha il suo lavoro i suoi figli e un formidabile alleato in suo fratello Anacleto. Una vita tranquilla. Ma incappa in un uomo, altrettanto tranquillo e realizzato, che si innamora di lei e soprattutto, fa innamorare lei. de Giovanni nella prefazione lo definisce un magnifico sgambetto, perché un amore così, quando ormai credi di aver realizzato quello che volevi, ti sconvolge letteralmente la vita. Gabriella Giglio, manager napoletana di nascita ma internazionale per background, esordisce nel mondo della scrittura con un romanzo d’amore, ma mica una storia qualsiasi, un anno, raccontato giorno dopo giorno, un anno in cui la Giglio ci racconta delle piccole cose che fanno le giornate, ma in cui ogni singolo gesto è un pezzo di strada e come percorrendo ogni strada, anche Sofia e Roberto non sanno esattamente cosa ci sarà dietro la prossima curva. Una scrittura che forse in qualche punto è ancora un po’ acerba, ma che ha dentro di sè un’idea forte, esattamente come forte è l’amore. Un anno in cui sembra non succedere nulla se non il concretizzarsi di una relazione, ma in realtà un anno in cui Sofia e Roberto mettono in gioco le loro vite e raccontare una vita (anzi molte in questo caso), non è affatto cosa semplice, soprattutto quando i sentimenti in gioco sono diversi, perché una cosa è l’amore fra un uomo e una donna, altro è l’amore che resta verso chi non c’è più, e altro ancora è quello che lega genitori e figli. Insomma Un anno di noi è consigliato a chi ama le storie d’amore “classiche” e a chi ha voglia di scavare un po’ sotto la superficie e perché no, abbandonarsi un pochino ai sogni.
Una vespa gialla del ’74 di nuovo in giro per Milano – Radeschi is back
Prendi un uomo coinvolto suo malgrado in delle morti, minacciato di morte lui stesso, può aspettare di morire o decidere di scomparire. Radeschi Enrico, giovane hacker, giornalista, collaboratore della polizia ad aspettare di morire non ci pensa proprio e quindi scompare. A Milano intanto, molti anni dopo che il nostro eroe è sparito, i delitti continuano a riempire la cronaca, certo quello che viene commesso al Museo del ‘900, in remoto potremmo dire, ad opera di un assassino che lo posta in rete, secondo il vicequestore Loris Sebastiani, per essere risolto ha bisogno che qualcuno si occupi della parte informatica dell’indagine. Roversi (inventore fra l’altro del portale Milano Nera)ha scritto forse il romanzo migliore della serie, è cresciuto in questi anni e la sua evoluzione come scrittore si legge tutta, se già con il precedente – La confraternita delle ossa – aveva strizzato l’occhio a Dan Brown – stavolta non strizza niente, non fa occhiolini e si limita a scrivere un romanzo che davvero non ha nulla da invidiare agli intrighi del citato autore. La trama è complessa e avvincente lascia comunque spazi agli intermezzi di vita del redivivo, dal recupero del Giallone (l’ormai mitica Vespa del 1974), alle visite nella Bassa, sempre una presenza forte che Roversi non manca di menzionare, insieme alla mamma e al babbo
La differenza fondamentale è che se Dan Brown di fondo tocca un tema etico e su quello costruisce la storia, Roversi non scomoda l’etica nè i grandi temi, ma scrive dei gran bei romanzi che si leggono d’un fiato, e ad averne voglia, si imparano anche un bel po’ di cose. E se vi state chiedendo da dove arrivano le cartoline, beh, lo trovate in tutte le librerie di carta o in digitale
Fiori sopra l’inferno
Quando si tratta di successi (editoriali cinematografici o televisivi che siano poco importa) annunciati a scatola chiusa, io qualche perplessità ce l’ho sempre, parto prevenuta mi spiace. In questo modo ho affrontato (si fa per dire), Fiori sopra l’inferno, il romanzo d’esordio di Ilaria Tuti pubblicato da Longanesi. Difetti ne ho trovati a iosa ma c’è un ma. La proprietà di linguaggio e l’apparente leggerezza con cui l’autrice descrive i paesaggi e le situazioni con cui inizia il romanzo, sono davvero notevoli, con naturalezza (ecco perché parlavo di apparente leggerezza), le parole scivolano una via l’altra oliate a perfezione e a parer mio è già un punto a favore della Tuti. La storia fila liscia, lascia intuire chi possa essere il colpevole, o perlomeno da dove venga, ma per scoprirlo ci sono solo gli stessi indizi che ha la polizia. E arriviamo ai personaggi, belli, belli i bambini che hanno un ruolo fondamentale e oserei salvifico, bella la squadra di poliziotti che teme e protegge il commissario Battaglia, una donna non più giovane, burbera sarcastica quasi cattiva in certi momenti, ma che nasconde, o almeno tenta di farlo, un cuore tenero e spaventato ( a buona ragione) dal futuro. Una donna che non si lascia spaventare dal “mostro”, che ha raggiunto delle consapevolezze fondamentali per fare il suo lavoro. Splendide le descrizioni di paesaggi che ben conosco e amo, anche se non capisco il perché inventarsi un paesino che non esiste, un non luogo che forse ricorda , come del resto le situazioni, altri autori di ben più lungo corso. Insomma lasciando da parte le mie personalissime remore su tante cose, questo primo romanzo passa a pieni voti l’esame ed entra a buon diritto nel panorama noir italiano. Buona lettura
Follia maggiore Da Rossini a Robecchi
Sabato pomeriggio più o meno in relax, deve essermi rimasta appiccicata tutta l’acqua che han preso Ghezzi sì il sov, e Carella. Infilata in Follia maggiore stamattina alle 7, ne sono uscita alle 14, senza avere ovviamente fatto altro – e questo dovrebbe già darvi un’idea – niente dicevo, giornata andata cazzeggio con lo zapping e arrivo su Rai 5 dove stanno trasmettendo Il barbiere di Siviglia, va da sè che apro la pagina e ve ne parlo. Cosa c’entri Rossini (ma poteva essere Bizet) con i miei articolini e soprattutto con l’ultima fatica di Monterossi, pardon di Robecchi, lo capirete leggendolo. Io intanto vi dico che fiondarvi in libreria portarvelo a casa e mettervi comodi, è la sola cosa saggia da fare questo we. Stavolta l’autore ha fatto gli straordinari, il nostro eroe non inciampa in un caso per sbaglio, no no, ci viene proprio tirato dentro con premeditazione. Oddio non è che opponga sta gran resistenza, siamo onesti, la particolarità è che stavolta polizia e Monterossi (Falcone a dirla tutta, che Carlo è ad altre mansioni relegato), indagano sullo stesso caso all’insaputa gli uni degli altri. Ovvio che non vi dico chi arriva prima e chi aiuta chi e cosa riguarda il caso, che son poi uno più uno più altro, ma garantisco che non mancano i colpi di scena la suspanse l’ironia il sarcasmo e perfino…Se per caso non vi è venuta voglia di leggerlo e il 16 siete a Milano, in Feltrinelli duomo ci sarà la presentazione e lì voglio vedere chi resiste.
Foto impunemente rubata alla pagina di Cristinia Di Canio (come ti stravolgo un firmacopie in Scatola lilla)
