BOLLE DI SAPONE

Marco Malvaldi

Il quindici febbraio del 2020 tutto era ancora normale, qualche voce, qualche cosa si stava muovendo ma ancora non si capiva bene cosa, ma questo suppongo ve lo ricordiate, poi il 9 marzo, sbadaban. Tutti a casa, al massimo a far la spesa e far fare la pipì al cane. Che ci si creda o no, anche Pineta è andata in lockdown, ve li immaginate l’Ampelio il Pilade l’Aldo e il Rimediotti chiusi in casa con le mogli e il BarLume aperto solo per l’asporto? Il perfido Malvaldi (poi vi spiego l’appellativo), non solo c’è riuscito, ma gli ha anche messo su un piatto, pardon un tablet d’argento, un bel caso da risolvere. Giustamente si dirà, ma come, i nonni , quei nonni, con tablet e smartphone? Yessa. Ma ha fatto di più e di peggio, ha bloccato il povero vicequestore Alice Martelli in Calabria, c’era andata a tenere un corso e come spesso capita ai poliziotti le son caduti fra i piedi un paio di morti, vuoi non dare una mano ai colleghi. No, neanche a distanza i nostri geronteroi riescono a non intromettersi. Ah fra l’altro il nonno Viviani, che poi sarebbe l’Ampelio (lo so che nella serie tv è morto ma nella realtà (dei romanzi), è vivo e lotta insieme a noi) ha pensato bene di cadere da uno sgabello e rompersi un femore, così, per poter rompere l’anima oltre che alla fidanzata di Massimo, anche alla di lui ex moglie che all’ospedale, essendo un medico, ci lavora. Io avevo giurato a me stessa che non avrei letto niente e dico niente che fosse ambientato durante quel periodo, quei mesi durante i quali i pochi che hanno avuto abbastanza buonsenso da non trasformarsi in virologi, ascoltavano un po’ sgomenti le notizie (anche perché altro da ascoltare in televisione non c’era). Però Sellerio mi pubblica un Malvaldi – di cui leggerei qualsiasi cosa – coi vecchietti e cosa faccio, leggo la quarta? Ma non ci penso nemmeno, ci sono autori che si leggono a prescindere. Ah, non vi ho spiegato il perfido, dovete sapere, i pochi che non lo abbiano incontrato a una presentazione o un evento letterario, non sanno che per qualche strana e inspiegabile ragione, anche partisse da Marte, riesce a consigliare, così quasi per caso, almeno tre o quattro romanzi che inevitabilmente, chi lo ascolta, va a comprarsi e legge. E lui lo sa, l’ignaro lettore no e se li va a cercare e li legge. Tornando a bomba, il libro è corto ahimè, il contesto difficile da digerire, e qui la verve del canuto benché giovane toscano, tocca vette altissime, trasformando una “tragedia” in una spassosa commedia. Va detto che le indagini, ancorché svolte dagli smandrappati nonnetti, sono sempre impeccabili, ma qui Malvaldi si è concesso e ci ha regalato uno spaccato di vita con qualcosa in più. Cosa? Beh, quello lo trovate nelle ultime pagine, travestito da magistrale colpo di scena.

L’IRA FUNESTA

L’ira funesta. La prima indagine del maresciallo Omar Valdes

Non c’è rumore di auto che sfrecciano nelle quattro vie del borgo, gli autoctoni sono relativamente pochi e si conoscono tutti, rigorosamente per nomignolo sia chiaro. I bambini sono di tutti, e i genitori li mandano tranquillamente in piscina per esempio, quella della Poli(sportiva), sapendo che tutti si occuperanno di tutti, è “Il piccolo Russia”, sulle carte geografiche non si trova, ma sulle rive del Po sì. Quando la moglie del farmacista deve partorire, ovviamente il povero Donelli lascia la farmacia chiusa e il Gaggina – che è poi colui del quale scopriremo l’ira funesta – resta senza le sue medicine. Chiaro che come si suol dire, non ha tutti i venerdì a posto, e anche qualche giovedì o lunedì è andato, ma di solito è abbastanza innocuo e gestibile. Non stavolta. Lasciato a sé stesso, scatenerà in perfetta buonafede, un casino epocale. Un romanzo diviso in due, solo che Roversi è bravo e quindi tu che leggi, te ne accorgi solo alla fine. C’è la prima parte dove si sorride molto, soprattutto credo chi conosce la cosiddetta Bassa, quel pezzo di terra che costeggia il grande fiume e come regola la vita di chi gli vive accanto, poi di riga in riga l’atmosfera cambia, resta qualche sorriso ma le cose si fanno serie, soprattutto per Valdes, il maresciallo che sognando il suo mare, ha imparato a conoscere e amare (oddio forse amare è un po’ eccessivo) anche il fiume. Resta il fatto che Roversi sa scrivere come nomi ben più altisonanti, riesce a cambiare le atmosfere e i registri narrativi passando dalla Milano di Radeschi, moderna veloce, la Milano dei locali dei soldi delle modelle, agli stand alone in cui tiene alta l’adrenalina ai romanzi come questo, come PesceMangiaCane, che raccontano fatti , anche brutti, molto brutti, con la placidità e “l’indifferenza” del Po, capace di violente esternazioni, ma altrettanto rasserenante con la sua sola presenza. Insomma vedete voi, ma io me lo sono proprio goduto tanto. La prima pubblicazione risale al 2013, riproposto adesso da SEM, che spero riesca a convincere, anche dopo qualche anno, Roversi a riprendere questo personaggio che sono sicurissima piacerà a tutti per una serie molteplice di ragioni che ovviamente scoprirete leggendo il libro

MILANO IN BIONDA

Dal 2008 a Milano c’è un appuntamento, quello con tanti autori e una bionda. La bionda è ovviamente una birra, quella che disseta gli “spettatori”  e quella che a ogni autore viene data per avere le mani occupate nei 5 minuti 5 che ha a disposizione per raccontare il suo libro e invogliare i lettori. Dopo lo scorso anno in cui è saltato praticamente tutto, Paolo Roversi (patron ed inventore di MilanoNera e di Milano in bionda), ha fortemente voluto ricominciare. E ha avuto ragione, complice il caldo non eccessivo in un tardo pomeriggio di fine agosto, il giardino di Labò si è riempito di gente. Autori e lettori che non si vedevano da tempo se non in video presentazioni on line, amici che si sono finalmente potuti incontrare e con le dovute cautele abbracciarsi. Cosa sia Labò, e come è legato a Morellini Editore, ve lo andate a guardare seguendo il link, Gli autori presenti erano tanti, se non li riconoscete dalle foto li trovate sulla pagina di Milano in bionda, con relativi titoli (chè non dimentichiamoci, sempre di libri stiamo parlando ed è bene ricordarlo) tutti hanno usato i loro minuti – quasi tutti i minuti – per un ricordo, un episodio o qualcosa di legato a due macigni. Uso la parola non a caso, perché sia Andrea Pinketts che Stefano Di Marino, erano due enormi solidi massi della scrittura di qualità, e adesso la loro mancanza è un macigno sul cuore di chi ha avuto la fortuna di conoscerli e di essergli amico/a. Roversi ha voluto che l’edizione di quest’anno fosse “intitolata” a loro e inevitabilmente anche se non ufficialmente, al nome di Tecla Dozio, che anche fra cent’anni, sarà nei nostri discorsi come se l’avessimo vista ieri. Ah, quando qualcuno, perdonatemi ma non mi ricordo chi, l’ha nominata, Tecla e Andrea per la precisione, una cornacchia (siamo poi a Milano e non a Londra)ha iniziato a gracchiare passando e ripassando sopra di noi, praticamente il corvo di Allan Poe in salsa meneghina. Lo so che alla fine della fiera in questo articolino non vi ho raccontato niente, ma lo scopo non era quello, era ribadire una volta di più, che un libro non è mai solo un tot di pagine rilegate più o meno bene, non è mai solo una storia più o meno bene raccontate, no, un libro è fatto di persone che da quelle parole sono partite per costruire rapporti, conoscenze e amicizie, affetti molto più che stabili, che danno sapore a ogni giorno.

PS se volete vedere delle foto belle andate a cercare quelle pubblicate dalle pagine e/o (che tante tante credo siano le sue) quelle di Grazia La Notte e se non siete suoi amici seguitela perché è una fotografa strepitosa

CONSIGLI FLASH 3

Indubbiamente Enzo Gentile, giornalista e critico musicale, ha dalla sua un’esperienza pluridecennale, pubblica di musica fin dal 1978 con una predilezione per il rock e il pop. Onda su Onda, è un compendio (piuttosto corposo) e contemporaneamente un saggio quasi sociologico su come la musica, come richiama il titolo dagli anni ’50 ’60 e si arriva ad oggi, abbia e continui a influenzare o meno, la nostra vita quotidiana. Non è un romanzetto da sfogliare o in cui immergersi sotto l’ombrellone, ma per chiunque ami la musica e sia curioso, nel senso di interessato alle cose del mondo, un volume – quasi una piccola enciclopedia – della musica da tenere e consultare. Qualora invece voleste leggerlo sotto l’ombrellone, ma vale anche a casa in tram o dove volete, a questo link https://open.spotify.com/playlist/4bgUe8hR4zwqhZ6wALAqOQ?si=a56ae403a72c4905. trovate anche la play list creata dallo stesso autore per accompagnare la lettura. Gentile si è avvalso di una bibliografia enorme per un testo davvero completo (si arriva fino ai giorni nostri) peraltro corredato da interviste dichiarazioni di tanti protagonisti e da una bellissima galleria fotografica.

La Barbato la conoscete, scrive delle robe da far accapponare tutto l’accaponabile, le piace proprio far paura. Maestra della tensione, qui ce la fa provare in tridimensionale. La vicenda sembra semplice, una vecchia signora muore e gli eredi come formiche sullo zucchero, tentando di non perdere neanche una briciola della cospicua (o almeno presunta tale con una certa ragionevolezza) eredità, incaricano un notaio di effettuare un inventario completo del contenuto della villa. Sembra facile no? No, è un romanzo della Barbato e quindi può (e succede) qualunque cosa. non vi sto a dire, trovate decine di recensioni, ma ve lo consiglio tanto tanto tanto.

Vabbè, io e l’impaginazione, due mondi paralleli proprio. Non ci fate caso e se volete immergervi nella scrittura eccelsa di un grande autore, accattatevi L’ora buca di Valerio Varesi (di cui è in giro anche il nuovo Soneri). Un romanzo particolare e particolarmente godibile. Una trama decisamente strana, un professore alla ricerca di qualcosa, senza nemmeno sapere bene cosa, che finirà per trovare qualcosa di totalmente inaspettato.

UNA SIRENA A SETTEMBRE

Maurizio de Giovanni

La Signora prepara le verdure, le sceglie le monda le taglia, pronte a diventare parte integrante di piatti che doneranno consolazione placheranno la fame e nutriranno corpo e mente. Riempie secchi di fagioli di pomodori di patate, in uno gli scarti e in uno quello che verrà usato; non si sa chi godrà di quel cibo, lei va avanti senza fermarsi mai e intanto racconta a chi è arrivato fino da lei – e non è facile trovarla – per ascoltare. Ammalia la Signora, perché mentre le mani lavorano le sue parole ti portano sopra la città, ti mostra cose fatti persone situazioni che apparentemente non hanno nessun legame una con l’altra, ma momento dopo momento ti rende visibili  fili che le legano, come ogni piccola cosa prima o poi si incrocia con l’altra. Ed ecco che vediamo una ragazza costretta su una sedia a rotelle, praticamente segregata in casa perché il palazzo è vecchio e non c’è l’ascensore, eppure è felice, solo preoccupata per la fissa di suo fratello. In un altro quartiere c’è una donna che sogna ma è uno di quei sogni che poi ti restano appiccicati quando ti svegli e ti rovinano la giornata; ancora troviamo due ragazzi che scippano un anziana, ma la sfortuna è in agguato e lo scippo rischia di diventare un omicidio. Entrambi hanno una sirena tatuata su un braccio; e ancora, un programma tv in cui viene mostrata una scena agghiacciante, proprio lì, nei Quartieri, un bimbo si contende un pezzo di pane con un randagio. La penna di de Giovanni guidata dalla voce della Signora, unisce questi fatti, ha ragione la Signora, è tutto collegato. A partire dalla copertina questo libro è un inno, alla città che è madre, alla madre che nutre e sa, alla dignità che preserva dal degrado dei sentimenti anche se il degrado ti circonda. È poesia, quella che appartiene a ognuno e si nasconde sotto le difficoltà del quotidiano, dietro apparenti strati che formano un unico, fatto di dolori gioie frustrazioni risate. È qualcosa che ti spinge ad ascoltare, a cercare le connessioni, perché ci sono, ci sono sempre.

Stile Libero Big

pp. 272 – € 18,50 – ISBN 9788806248833

Consigli flash 2





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Questo più che un consiglio potrebbe essere un ordine, se non lo conoscete, Il PM Spinori dico, rimediate al volo. Personaggi così belli si contano sulle dita delle mani e De Cataldo indubbiamente scrive bene, la storia è sporca per la sua natura di giallo che prevede ovviamente reati morti ammazzati e delinquenti, ma la voglia di giustizia (non a tutti costi ma con la seria caparbietà che dovrebbe distinguere l’Accusa) e la modestia nel lavoro di squadra, fa sì che che diventi bella, ma non per dire eh, proprio bella. Ah se non lo avete ancora incontrato, partite da Io sono il castigo che è il primo e poi Un cuore sleale. Come da copertina, è Stile libero e se non vi fidate di me, fidatevi di loro.

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Di questo gioiellino vi parlerò più avanti su Mangialibri, però credetemi, un bijoux di gran classe. Perché? Facile, quante volte avete desiderato essere seduti a un tavolino del Cafè de nuit o attraversare uno dei ponti giapponesi di Monet? Capire cosa angoscia l’uomo dell’Urlo o accarezzare l’ermellino di Cecilia Gallerani, ecco, CC Omell ve lo fa fare e fa molto di più, entrando nella Storia dell’Arte come un bambino entra in un bosco sconosciuto, lasciando i lettori affascinati esattamente come un bambino che si incanta ad ogni foglia animaletto o rumore che veda o senta nel bosco. Regalatevi bellezza e divertimento, ah fra l’altro formato tascabile (e quindi comodo) carta del giusto spessore e stampa che non stanca gli occhi.

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È da questo romanzo che è stato tratto il film con Brad Pitt r Lady Gaga, è un casino da leggere perché i nomi giapponesi sono quel che sono, ma sette killer sette tutti insieme per giunta sulla stesso treno quando vi ricapitano?  Ognuno di loro ha una missione e corre un pericolo, Kotaro  (non trovo la o col trattino) ha uno stile veloce che mantiene sempre alto il livello di adrenalina senza soffocare. Perfetto sotto l’ombrellone. Ah non siete ancora in vacanza? Vabbè va benissimo anche un vagone del treno che vi porta al lavoro.

Consigli flash per l’estate (1)

Eccoci, gli impegni pressano e non sempre riesco a trovare il tempo per raccontarvi i libri, allora come già fatto in precedenza ve ne segnalo alcuni per volta, va da sé che per quanto “flash” sono tutti scelti con cura e prima o poi ne parlerò con più agio.

Partiamo con una prossima uscita, i pochi (o tanti) fortunati che passano dalla fiera della microeditoria di Chiari, lo trovano lì, allo stand de La corte editore gli altri devono aspettare l’8 luglio. La classe di Porazzi esce anche in questo stand alone, un intrigo micidiale con colpo di scena finale ho ipotizzato mentre lo leggevo. Una narrazione fluida una trama quasi hitchcockiana porta a spasso il lettore facendolo tornare sui propri passi per poi accorgersi che quella strada l’ha già percorsa e deve ricominciare il ragionamento da capo, salvo, e questo è il mio consiglio spassionato, lasciare la guida all’autore e farsi allegramente (oddio), trascinare fino all’ultima pagina. Ah niente serial killer e poliziotti fighissimi che scoprono tutto, il thriller lo vive e lo fa il protagonista alla ricerca di un uomo che non ricorda di essere stato.

Uscito per Einaudi Stile libero, creata ( la collana) da Paolo Repetti e dal mai dimenticato Severino Cesari, vi consiglio un classico per l’estate l’inverno e laddove ci fossero anche per le mezze stagioni. Lansdale, il texano che non sopporta le discriminazioni e le racconta irridendole, dà la parola ai suoi due “eroi”, Hap e Leo che in tre racconti o meglio due racconti lunghi e una raccolta di ricette doc, ci raccontano le origine ormai lontane della loro amicizia, quando in Texas i neri non erano considerati uomini, si ok, non è che sia cambiato granché, fra le righe ma neanche tanto, Lansdale sbeffeggia gli ignoranti (nelle righe invece sotto forma di Hap e Leo je menano) e fa emergere quello che forse è il vero discrimine, il peccato originale dei neri, in linea di massima sono poveri. Si ride si sorride e si pensa. Ma poi dai questi due (tre con l’autore) li si ama.

L’avete già incontrata mimi (che sta per mamma)? Non lo aveste fatto, prima di leggere Il testimone chiave, recuperate Gli insospettabili , che sarebbe poi il precedente nonché la prima opera dell’autrice. I gialli, le trame reggono e anche bene, ma la delizia di questa donna  che collabora con un investigatore privato (sentendosi orrendamente in colpa) e contemporaneamente cerca di gestire la casa un marito una sorella ingestibile e un bimbo con un’intelligenza e maturità decisamente sopra la media dei suoi anni, è un’altra. Cosa non ve lo dico per non guastare la sorpresa a chi non la avesse ancora incontrata, una caratteristica surreale e un po’ folle che rende questi romanzi leggeri divertenti (molto) nel senso calviniano del termine, “la leggerezza non è superficialità”. Insomma Sara Savioli  è decisamente una scoperta che va fatta.

VECCHIE CONOSCENZE

ANTONIO MANZINI

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Quando abbiamo incontrato il vicequestore Schiavone, noi giallari,  abbiamo capito subito che il ragazzo – inteso come Manzini – aveva un bel sacco di talento a cui attingere – per nostra fortuna ci ha preso gusto – arrivando così a raccontarci la decima puntata della vita del nostro Rocco. Di mestiere fa la Guardia, va da sé che deve prendere i ladri, che siano di polli o di vite altrui, qui per esempio deve trovare chi si è preso quella di una celebrità nel mondo della ricerca storica  – specializzata su Leonardo – nascosta sotto le sembianze (per chi non frequenta l’ambiente accademico), di una gentile “anziana” signora con una serie di pubblicazioni e studi da essere considerata fra i più esperti a livello mondiale. L’ha trovata la sua vicina di casa, uccisa nel suo salotto, la sua smisurata biblioteca è l’unica muta testimone.

Ma che sappia creare delle indagini perfette lo sappiamo già, siamo onesti, a noi interessa quello che succede a Schiavone e alla sua semisgangherata squadra di poliziotti.  È in quello, almeno per il mio sentire personale, che Manzini dà il meglio di sé.

Se con Pulvis e Umbra e 7/7 ci ha strappato il cuore qui tocca vette inarrivabili.  Rocco è sempre più consapevole della sua solitudine,  perché se è vero che i tradimenti e le delusioni sono come la polvere unta e si depositano strato su strato finendo per  diventare delle corazze apparentemente sempre  più impenetrabili, è anche vero che dentro ci sfaldano, ci rubano un pezzo alla volta e trovare qualcosa nella vita che pareggi i conti è quasi impossibile.

Non è sostituibile la presenza di Gabriele che è andato a Milano con la madre lasciando una casa vuota, né Marina che ormai gli ha detto (e sappiamo che se lo sta dicendo da solo), che è ora di andare avanti, non serve la “storia” con Sandra, che gli rimprovera una distanza non gestibile per una relazione. Gli amici, Brizio e Furio sono lontani e Seba introvabile, mentre il passato, sotto le spoglie di Baiocchi ormai diventato a pieno titolo un collaboratore di giustizia, torna e ritorna lasciando sempre più domande che risposte. L’alternare momenti ad altissima tensione alla commozione e a delle risate è un’arte che Manzini padroneggia a pieno, così come quella di creare colpi di scena. La mia insostituibile amica Cristina Aicardi, parlando mi ha fatto venire in mente una scacchiera che l’autore con un gesto magico, rovescia e ci rimette davanti con i pezzi tutti spostati che cambiano drasticamente la partita. Noi aspettiamo con impazienza la prossima mossa. Manzini e Sellerio si mettano una mano sulla coscienza, perché stavolta aspettare sarà davvero dura.

IL POZZO DELLA DISCORDIA

Cristina Rava - Nero Rizzoli

Non so, sarà una mia impressione ma i romanzi che stanno uscendo in questo quasi post pandemia, mi sembrano tutti molto diversi dai precedenti. Evidentemente le cose accadute a molti di noi, a livello emotivo e non, sono accadute anche a molti dei nostri autori. Quasi tutti hanno (grazie a Dio), bypassato la fase lockdown mascherine distanziamenti eccetera,  hanno virato impercettibilmente o percettibilmente, verso situazioni normali anzi, situazioni in cui più che mai sono necessari gli abbracci e la vicinanza. Mi è sembrato che rispetto ai recedenti romanzi, i protagonisti siano più sullo stesso piano, la storia sia più corale. Come già con Montanari, le ho posto un paio di domande (che poi vi copio alla fine, e Cristina da quella persona deliziosa che è ha risposto, confermando o smentendo). Nello specifico sulla coralità, ha confermato “credo superato il modello dell’investigatore superintelligente che intravede la soluzione e la persegue come un cane da fiuto. Le capacità convergono a creare una rete di pensieri, riflessioni, deduzioni, mai prive del cemento indispensabile dell’umanità, perché il fattore umano, come aveva ben intuito Graham Greene è fondamentale se si vuole dipingere un affresco credibile.”   La scrittura della Rava è scorrevole ma mai superficiale, entra nella testa e nei sentimenti dei personaggi con una lucidità e delicatezza rari, la trama come sempre complessa e abbracciando più vicende apparentemente slegate, scorre senza intoppi e senza che il lettore se ne renda conto, ogni tot gli anelli si uniscono fra loro, uno qui uno lì, e alla fine risulta palese che fossero tutti componenti di una stessa catena.  La confusione emotiva di Ardelia è palpabile, dopo la morte dello zio Gabriel, anche se il tempo fa il suo lavoro, continua a mancarle un centro di gravità permanente, ma grazie alla rete di affetti che si è costruita, bene o male fra parecchie bracciate – il lavoro – e molte miglia facendo il morto, riesce a stare a galla.                           Particolarmente interessante è l’approccio con la ormai ex serial killer, di tutti i coinvolti, da Rebaudengo alla stessa Ardelia. un’empatia che fa sì da spazzare via il passato, accettare, ma davvero, che il suo debito lo ha pagato e fa sì che anche intorno a lei si crei una sorta di gruppo d’appoggio, per aiutarla al rientro nella vita normale.    Ah, prendetevi nota durante la lettura dei brani di musica citati, sono una playlist da ascolto notevole.                                                            Un romanzo che invita, con naturalezza, a valutare o rivalutare l’importanza degli altri nella propria vita, a riconsiderare il “perdono” come via per la serenità. Il tutto abilmente e perfettamente nascosto in un racconto giallo perfetto.  Come dicevo vi riporto qui sotto le mie curiosità, non si tratta evidentemente di intervista ma di qualcosa in più per godersi il romanzo. Ringrazio Cristina che è una persona deliziosa e le mando un forte abbraccio, lei sa perché.

C: Ho avuto l’impressione leggendo il romanzo, che sia molto più corale rispetto ai precedenti, vero che era una strada aperta ma stavolta è stato come se tu avessi voluto tutti protagonisti allo stesso livello, qualcosa da dichiarare in merito?                                                                              R: Il tuo suggerimento è appropriato. Forse la mia è una volontà inconsapevole, ma credo superato il modello dell’investigatore superintelligente che intravede la soluzione e la persegue come un cane da fiuto. Le capacità convergono a creare una rete di pensieri, riflessioni, deduzioni, mai prive del cemento indispensabile dell’umanità, perché il fattore umano, come aveva ben intuito Graham Greene è fondamentale se si vuole dipingere un affresco credibile.                          C: sono rimasta un po’ sconcertata dall’intensità del sentimento che Ardelia scopre di sentire nei confronti di Norma, una specie di sindrome di Stoccolma. Io ho pensato a una sorta di sublimazione del non rapporto che ha con la sorella, insomma, a parte l’umana pietà e comprensione la Piccolit ha cercato di ucciderla, come può Ardelia essere così distaccata da quanto accaduto?                                                                                                                              R: Non credo che Ardelia sia afflitta dalla sindrome di Stoccolma. Norma ha svolto un ruolo fosco nella vita della dottoressa Spinola, ma paradossalmente, pur avendo agito con violenza, l’aveva eletta a supremo giudice del suo operato e della sua condizione. E Ardelia ha compreso e perdonato. È riuscita a circoscrivere quell’episodio nel contesto della malattia della pianista, a isolare il passato e a salvare il futuro. Per questo non prova risentimento nei suoi confronti.        C: Il rapporto con Rebaudengo è ormai stabilmente diventato una profonda amicizia, con Arturo non si capisce bene, ma la vuoi accasare o pensi di lasciarla così fra color che son sospesi? Soprattutto, Ardelia ha idea di cosa vuole o no?  R: Ci sono momenti, nella vita se non di tutti, ma di alcuni di noi, in cui l’orizzonte è confuso e non si ha idea di dove si stia navigando. L’importante è non fermarsi, non aspettarsi miracoli ma restare aperti a ciò che capiterà. Ardelia non è felice, ma inquieta com’è non lo sarebbe nemmeno se fosse protagonista di una pubblicità del Mulino Bianco.                                                                                                                           C: Tornando alla trama, questa volta mi è sembrata più profonda, quasi un pretesto per raccontare l’evolversi di sentimenti umani, dalla pietà per i vinti alla necessità di “solidificare” i rapporti amicali e parentali, e oltre a questo, senza nulla togliere ai precedenti romanzi, sei riuscita a farci partire con tremila fili che poi via via vanno a formare la trama e l’ordito di un unico pezzo di stoffa che ingloba il team investigativo. Te ne sei accorta o è la storia che ha fatto tutto da sola? R: Non credo di aver scritto con un preciso intento. Ho raccontato le storie di queste persone come se fossero vere, ognuna con i suoi numeretti della tombola nel sacchetto. Gli eventi tragici fanno parte della narrazione noir, sono indispensabili per mantenere fedeltà al patto con il lettore, ma i modi per raccontare sono soggettivi: il mio prescinde dall’aspetto investigativo e giuridico, prediligendo quello psicologico.

NERO LUCANO

PIERA CARLOMAGNO

Decisamente diverso dai  romanzi precedenti, che per il mio personalissimo parere sono degli ottimi gialli con una puntina di noir, questa volta la giornalista scrittrice Piera Carlomagno, condizionata credo dall’aver ambientato il romanzo in una terra che tradizionalmente è dura misteriosa e diversa dalle altre regioni, ha dato sfogo ad un vero noir. Mi permetto di partire dalle cose che non mi sono piaciute particolarmente – faccio subito un mea culpa, sono particolarmente poco incline a concentrami in questo periodo e potrei semplicemente non avere colto io qualcosa – messe le mani avanti, ho trovato poco chiaro il ruolo di Viola, l’anatomopatologa protagonista. Probabilmente o mi è sfuggito o non è specificato, oltre ad essere un medico legale è anche consulente e con qualche specializzazione in criminologia, non si spiega altrimenti la partecipazione attiva alle indagini con partecipazione a riunioni ufficiali e iniziative indagatorie non concordate. L’altro punto che mi ha lasciata perplessa è l’alone di “stregoneria” che alla fine sembra vedere solo lei.   Certamente l’ambiente familiare, la nonna lamentatrice funebre, che evidentemente è tanto rinomata e ricercata perché a causa della sua empatia riesce ad esprimere il dolore dei congiunti più profondamente e realisticamente rispetto alle altre, utilizzando anche gesti antichi, il nonno farmacista che preferisce comunque affidarsi a quell’alone di misterioso guaritore, le hanno segnato una via che aggiunta al fatto che per lavoro fa “parlare” i morti, la fanno essere un po’ diversa dagli altri, ma questo pregiudizio che lei sente tantissimo, io negli altri non l’ho trovato. Tolti subito i punti secondo me dolenti, devo dire che il romanzo nel suo complesso è assolutamente godibile e bello. La Lucania è una di quelle regioni che salvo per qualche famosissima località turistiche, è tutto sommato misteriosa per i più, forse la posizione geografica, stretta fra Campania Calabria e puglia, coda finale della spina dorsale d’Italia, mescola nel suo territorio tutte le caratteristiche possibili. Paesaggi durissimi e angoli di bellezza dolcissima. Eppure la sua gente ha mantenuto un’identità precisa, diversa dai campani dai calabresi e dai pugliesi, con tradizioni simili ma peculiari. La Carlomagno, che lì ha le sue origini, è riuscita a rendere perfettamente quello che è la vita in quello specifico ristretto contesto. Tocca inoltre un problema di cui si parla poco, l’impatto sociale ma nascosto che ha la mano della “malavita” nello sfruttamento delle risorse naturali. Ho scritto malavita con le virgolette per evitare spoiler, ma in effetti l’indagine e l’analisi della Carlomagno va molto più in profondità. Molto più noir degli altri dicevo, anche per come entra nella psicologia dei personaggi, personalità forti e alcune decisamente fuori dal comune, ma anche quelle, probabilmente molto più comuni (sebbene nascoste) di quello che si potrebbe pensare.  In conclusione, fatte salve le mie perplessità personali, è un romanzo da leggere perché è un bel noir, perché è scritto bene e per scoprire una realtà che forse davvero pochi conoscono.