Gianrico Carofiglio

Chi ha letto LA DISCIPLINA DI PENELOPE, in questo nuovo capitolo scoprirà cosa l’ha portata a lasciare la magistratura, a chi non lo ha letto, verrà voglia di andare a scoprire comunque qualcosa in più su questo personaggio. Entrambe le categorie comunque, arrivando all’ultima pagina non potranno che essere soddisfatte della lettura. Una donna affascinante, sebbene non ci siano descrizioni fisiche relative alla bellezza, non deve essere una ragazzina visto il ruolo professionale che aveva, non nasconde misteri, anzi, racconta senza vergogna le sue debolezze che sono quelle di tutti, non si considera una wonder woman, è assolutamente consapevole di sè e proprio per questo forse ci si identifica facilmente. Nella sua solitudine che non è un rifiuto del mondo, ma un isolamento cautelativo che durerà il tempo necessario a guarire le ferite che il suo modo di essere le ha inflitto, per capire verso quale strada andare. Nel suo modo un po’ brusco ma mai sgraziato o maleducato di approcciarsi agli altri, nel suo cercare. Bello bello proprio bello, così come è bella l’indagine che Penelope intraprende, la ricerca di qualcosa che forse non esiste, un reato che chissà se è stato commesso, ma dà la stura a riflessioni profonde, sulle dinamiche che muovono le persone a fare o non fare qualcosa, porta a pensare a quante volte diamo per scontate conclusioni che sono lontanissime dalla realtà. A quanto male possa fare il rancore, a chi lo prova a chi lo subisce a chi ne rimane invischiato. La poca e sommaria descrizione che ho dato, potrebbe far pensare che sia una lettura “pesante”, assolutamente no. Anzi, è un romanzo che nonostante tutto regala la speranza che le cose accadute, per quanto non scompariranno mai, si potranno con calma superare. Vabbè, d’altra parte non è una novità che Carofiglio sia bravo no? Se ancora non lo avete, il consiglio è di metterlo in lista per il prossimo giro in libreria.





Oh, cosa volete che vi dica, io quando trovo un autore, in questo caso un’autrice, che regge al secondo romanzo e migliora al terzo, ho degli attimi di godimento. Mi rendo conto che ci sono fior di professionisti – direttori di collana editor correttori di bozze eccetera – che vivisezionano un romanzo prima che arrivi a noi, ma sono un po’ megalomane e quando dico che qualcuno farà strada e questo poi accade, eh bè, me la tiro, mi autoincenso e come dice un tizio in tv, mi stimo e mi incoraggio, ecco.
Bologna, “ex isola felice, ex grassa, ex dotta, e con la più antica ex università di Europa”, è la città che anche questa volta fa da sfondo alla nuova indagine di “Sarti Antonio”, questurino nato molti anni fa dalla penna di Loriano Machiavelli.
Il primo consiglio è un romanzo strano, la recensione la trovate su
Col secondo suggerimento torniamo in Italia, grave lacuna della sottoscritta che si era persa Luca D’Andrea, ho rimediato leggendo
Non so voi, ma dopo tanti anni di costante attaccamento, ultimamente i romanzi col nostro amato Montalbano, non li ho trovati così coinvolgenti. Forse troppa attualità, troppa politica, troppa amarezza dell’autore che si è trasferita sulle pagine. Ho preso Il cuoco dell’Alcyon per abitudine, perchè comunque quando ami un personaggio ci speri e alle volte vedi che la fiducia è ben riposta? Poco importa che in realtà sia un romanzo vecchio di una decina d’anni credo (comunque c’è scritto che qui non si inventa niente), una sceneggiatura che poi non ha visto la luce e che Camilleri ha leggermente risistemato. Scoppiettante, frizzante divertente e vagamente sopra le righe, ma ottimo. Il povero Salvo viene coinvolto addirittura in un’operazione dell’FBI, ma anche mandato in ferie coatte costretto a tingersi i capelli e a cambiare la forma dei baffi. Il commissariato affidato ad un nuovo commissario. Mimì Fazio e Catarella spostati, un delirio, ma uno di quei deliri che ti godi dalla prima all’ultima pagina. Ovviamente pubblicato da
Sempre per divertirvi (in modo particolare se siete donne oltre i quaranta e single),prima o dopo Camilleri, leggete Volevo essere una vedova, La Moscardelli, dopo averci raccontato perchè voleva essere una gatta morta e poi andare a letto presto. Dopo averci deliziato con Teresa Papavero in quel di Stangolagalli, ci dice come lei (o almeno il suo alterego di carta), abbia trovato il modo di mettere a tacere quelle mezze frasi, quelle occhiate un po’ così che ti classificano fra le sfigate che nessuno si è preso, senza pensare che forse le sfigate sono quelle che vorrebbero tanto essere vedove perchè un marito ce lo hanno per davvero. Autoironica spietata e soprattutto senza ipocrisia, è una specie di pocket coffee di cui riassaporare il gusto quando (raramente ma capita), ci si sente giù o sole. Il ritorno del sorriso è garantito. In libreria per
Per questo ci vuole più di un fine settimana, son 664 pagine, ma state sulla fiducia.
Mea culpa mea culpa mea culpa, nella pigna delle cose da leggere (che ormai ha raggiunto altezze vertiginose), stazionava già da qualche mese Don Winslow,
Nella collana Super Et di