Intrigo a Ischia – con omicidio a Napoli

Con colpevole, no diciamo colposo, ritardo, ho letto finalmente Intrigo a Ischia, di Piera Carlomagno. Notevole giallo ambientato fra l’Isola che poi così isolata non è, la morte della matriarca Mina Scotto De Falco, è strettamente legata alla morte di Patrizia, un femminiello noto per la sua bellezza e dolcezza. Il commissario Baricco ha il suo bel da fare per collegare le cose, anche perché deve dimostrare in primis una sua intuizione – l’omicidio di Mina è di competenza dei carabinieri di Ischia – e arginare allo stesso tempo le intemperanze di Annaluce Savino, una giornalista che vede lontano e non si fa scrupolo di usare ogni mezzo per stare sul pezzo, d’altra parte, fortuna ha voluto che fosse ospite dell’albergo nel momento in cui si è consumata la tragedia. Vabbè, della trama vi ho già detto fin troppo, vorrei invece interessarvi a conoscere se già non la conoscete, l’autrice. Si sente la mano e la curiosità della giornalista, il mestiere di scrivere non si improvvisa, salvo rarissimi casi, ma credetemi che son proprio rari, ma Piera dimostra che il mestiere ce l’ha eccome. Ha anche una buona fantasia, perché incastrare una trama complessa come questa, tenendo perfettamente uniti tutti i fili, non è facile. Il personaggio di Baricco, commissario torinese trapiantato a Napoli (alla sua terza indagine) è piacevole, tenebroso quel tanto che basta, testardo il giusto, belloccio senza essere strafigo. Quindi mi direte, perché dovremmo leggerlo? Eh, va letto perché la Carlomagno ama profondamente quello che fa e l’amore che ci mette si sente, perché conosce a fondo la città e la racconta senza esagerazioni alla Saviano, con un amore distaccato ma profondo, mettendone in luce le ombre che solo chi ci vive o ci ha vissuto può conoscere. La delinquenza che scende a patti con l’autorità in un do ut des che tutto sommato rispecchia la realtà, i bordelli di femminielli dove si tiene viva la tradizione della tombolata e tante altre piccole grandi cose.

Rondini d’inverno – Sipario per il commissario Ricciardi

Quella finestra, anzi quelle finestre, una dirimpetto all’altra, come due volti, gli occhi che si guardano e le bocche che tacciono, ma dalle cui espressioni si possono intuire i pensieri. Si possono alimentare o spegnere speranze. Quelle finestre da cui si può vedere il cenno, leggere una parola detta senza voce. Dietro quelle finestre che ormai conosciamo come fossero quelle di casa nostra, si svolge il dramma, uno spettacolo orchestrato da un regista che tenta di adattare la storia ai suoi desideri. Su un altro palcoscenico intanto, la messa in scena della morte cambia odore, da quello della polvere di legno delle tavole, a quello aspro e ferroso del sangue e della cordite. Ed è sangue versato per amore. L’amore sì, ancora una volta è l’amore il protagonista. Ma ve ne parlerò fra qualche tempo, voglio lasciar sedimentare le emozioni, perché sono tante, come sempre del resto (anche se insomma, un qualcosina in più ce lo ha messo a mio parere). Vi anticipo che nonostante all’apparenza lo schema sia il solito, trama e sottotrame con i corsivi, qualcosa di profondamente diverso c’è. E vi linko anche la lettera pubblicata oggi dal Corriere del Mezzogiorno, riuscite a crederci? Ricciardi in persona ha scritto al suo creatore, sorprendente il contenuto della missiva, ma solo per i lettori distratti, i più attenti avranno una felice conferma. 🙂 Come sempre, grazie Maurizio.

Potrei esimermi, ma perché? Il mio saluto a Paolo Villaggio

Avrei potuto anche fare a meno di scrivere queste due righe, ma tanto che mi frega, se ne avete voglia le leggete altrimenti fate a meno. Ho incontrato Villaggio un paio di volte, a pelle risultava scostante, poi lo ascoltavi e capivi che in fondo era quello che voleva sembrare (o era, certamente io non lo saprò mai e poco mi importa francamente). Faceva ridere? Non lo so, non credo fosse quello il suo intento, certo la risata amara te la strappava per forza, ma ad avere voglia di andare appena un pelo oltre credo che il suo fosse il “disprezzo” di chi sa o pensa di essere in qualche modo diverso, forse migliore o forse no, ma di sicuro diverso. Era uno che non aveva paura di dire pubblicamente quello che la maggior parte della gente dice solo a pochissimi intimi. Potrete ripetermelo mille volte che per voi un handicappato è uguale a voi, non vi crederò mai, so praticamente con certezza che nell’intimità dei vostri nuclei familiari o amicali, il cieco o quello in carrozzina, sarà comunque uno che vi passa davanti nella fila, attenzione, questo non significa che non gli portiate lo stesso rispetto che portate agli altri, ma è umano che sia così. Lui aveva il coraggio di dirlo, ammetteva (non so quanto compiacendosi dello “scandalo”) di essere una carogna, uno che a suo tempo insieme a Faber tirava i sassi al frocio, di dire che i gay hanno un’anomalia genetica, e non avete idea di quante persone pensino e dicano le stesse cose in privato, salvo poi dire che il matrimonio gay è un diritto sacrosanto. Paolo Villaggio non era uno qualunque, è stato uno che ha scritto una quindicina di libri, non solo quelli di Fantozzi, ha lavorato con i più grandi, è stato un grande. Anche nel suo essere volutamente o no, stronzo, anche nel suo essere diverso. Quindi grazie per quanto mi riguarda, e adesso vadi ragioniere e non facci caso a quello che diranno di lei.

Applausi. Sipario, lo spettacolo continua e con de Giovanni tornano le rondini

                                                     Sento una certa attesa nell’aria

 

“Non ti faccio niente” di Paola Barbato – Il passato lascia sempre una traccia

Una volta erano le mamme, con la ciabatta nascosta dietro la schiena a dirlo, magari ce ne fossero verrebbe da dire. Sì lo so vi sembra che stia andando fuori tema ma giurin giuretta così non è. Vi ricordate gli anni ’80, quando tutto sembrava facile e forse lo era, anche se non per tutti. Adesso succedono cose brutte, capita che una bambina venga rapita e poi restituita senza vita, poi accade di nuovo e di nuovo, si scopre che i genitori hanno qualcosa in comune, qualcosa che risale a quando erano bambini loro, qualcosa che li legherà per la vita, che si sta ripetendo con un risvolto terribile. In questo suo romanzo la Barbato intesse una storia tremenda, non è la prima volta che nei romanzi della Barbato ci sono dei bambini protagonisti e va da sé che questo li rende atroci. Confesso che avevo abbandonato un precedente romanzo, forse non era il momento o forse non so, ma certamente dopo questo riprenderò in mano quello e i precedenti. A causa della lacuna, non sono in grado di dire se abbia sempre scritto così o se ci sia  effettivamente stata una crescita, ma questo ultimo romanzo è davvero scritto con maestria. La trama è complicata e i personaggi sono tanti – scelta ponderata per avere il maggior numero di punti di vista – quello delle vittime di allora che vittime poi non erano, ma lo sono adesso, quello del presunto assassino del vero assassino e tutto quello che ha scatenato questa catena di eventi. Un thriller ma se vogliamo dirla tutta, scava talmente bene nella psiche umana, da entrare di diritto nei noir. Potrei fare una breve biografia professionale, ma la trovate ovunque, posso solo consigliarvi di mettere in valigia questo libro per le ferie, ma non da solo perché si legge tutto d’un fiato e rischiate di rimanere senza. In buona sostanza non perdetevelo.

Non ti faccio niente ed. PIEMME

 

La rete di protezione – Camilleri non delude

Cosa fai se non ci sono ammazzatine, la tua cittadina è invasa da una troupe televisiva che sconvolge i ritmi e tu sei abitudinario come le lancette di un orologio? Se sei il commissario Montalbano potresti decidere di andare a Boccadasse a trovare la tua eterna fidanzata, per esempio. D’altra parte se sei Montalbano sai che il tuo creatore ti metterà i bastoni tra le ruote, mica perché ce l’ha con te, ma perché noi ci divertiamo così e lui lo sa. Ecco un cold case, che non è nemmeno un case se proprio vogliamo essere pignoli, e un problema che riguardando il tuo fraterno vice Augello, diventa quasi familiare. Camilleri al milemillesimo romanzo che ha per protagonista il nostro amato commissario, si scosta un pochino dal solco del giallo vero e proprio, le due vicende che occupano Salvo non richiedono in realtà un grosso lavoro investigativo, ciononostante, il maestro riesce a tenere incollati al romanzo, non usa linguaggi trascinanti, non c’è suspance niente colpi di scena, ma un filo da seguire, un gomitolo da srotolare insieme a Montalbano per capire quanto è grande la rete di protezione. Difficile trovare qualcosa di nuovo da dire, eppure Camilleri ha trovato modo di mostrare un aspetto di Salvo che forse avevamo intuito ma non era mai stato così esplicitato (salvo forse nel Ladro di merendine e ne La danza del gabbiano), l’affetto profondo per i suoi amici, perché Fazio Augello Galluzzo Catarella Adelina eccetera, sono la famiglia di Salvo, la famiglia che ti scegli anche se il sangue non c’entra. Un affetto che scivola nell’amore paterno mai realizzato, che riversa su Salvuzzo Augello, che lo spinge a ignorare regole e procedure – aiutato dal fatto che il “caso” quasi non esiste – per proteggere e scoprire che le reti di protezione, sono spesso invisibili ma invalicabili. Come già ne L’altro capo del filo, Camilleri sempre più si sbilancia facendo affrontare ai suoi personaggi anche e soprattutto temi sociali,un ulteriore “bravo” per l’equilibrio che riesce a imprimere alla narrazione. Buffo che dopo tanti anni in cui Montalbano ha la faccia di Zingaretti, Camilleri continui a descriverlo come lui lo  aveva immaginato, pieno di capelli e con i baffi. PS vette inarrivabili per Catarella che da il meglio di se stesso.

La rete di protezione

Andrea Camilleri

Collana: La memoria
Anno edizione: 2017
Pagine: 304 p., Brossura
  • EAN: 9788838936555

 

Torino Milano 1 a 1 palla al centro, ovvero lunga vita alle cose belle

Una premessa è doverosa, vado al #SalTo da anni e per me è casa, nel senso più ampio del termine, un posto dove sto bene dove ci sono amici dove sono a mio agio insomma. E così resterà spero per molti anni a venire. Va da se che avendomi piazzato Tempo di libri a 4 minuti di treno più 4 di tragitto casa stazione, ho goduto non poco. Detto questo, leggendo articoli sui giornali, inserti  resoconti per tacer dei social, mi sembra che si stia facendo una gara tipo caserma, a chi ce l’ha più lungo. Visto che parliamo di quello che dovrebbe essere il mondo della cultura e della politica, permettetemi di essere quantomeno sconfortata. Partiamo subito coi numeri così ci leviamo il pensiero, se vi sembrano numeri a caso rifletteteci su un attimo. Sindaco di Torino Chiara Appendino, votanti movimento 5 stelle 202.000 (ricordatevi questi due dati) e adesso i numeri delle manifestazioni. Spazio espositivo Torino : 4 padiglioni + 1 – Tempo di libri : 2 padiglioni (i padiglioni di Milano sono circa la metà di quelli di Torino, parliamo di mq).  Visitatori approssimativi, faccio una media fra quelli che ho trovato : Salone 140.000 – Tempo di libri: 73.000 Tempo di preparazione: Torino 12 mesi – Milano 6 mesi Espositori Torino 469 + 300.

Facendo un riassunto, direi che possiamo sintetizzare dicendo che Milano aveva metà spazi, metà tempo e giustamente ha avuto metà visitatori. Leggere di gente che esulta perché Milano è stato un flop, mi fa prima ridere e poi pensare che siamo messi male, molto male, in primis con la testa, e a seguire con la logica.  Fatte queste doverose spunte, questi conti della serva per così dire, passerei a una disamina dei punti a favore e contro delle due manifestazioni.

1 – L’organizzazione è stata ottima per quanto riguarda Milano, un po’ meno a quanto sento, Torino. Personalmente non ho avuto problemi né all’una né all’altra, ma ho visto e sentito di code ai controlli, ora non è che io voglia insegnare niente a nessuno, però se tu sai di avere (cifre a caso) 10.000 addetti stampa e 50.000 persone che hanno fatto o devono fare il biglietto, mettere un solo sportello per gli accrediti e 8 per le altre tipologie di entrata, mi sembra già un passo falso (è stata la mia unica coda), ma transeat, ci può stare (no in realtà no).

2 – Organizzazione degli spazi, Milano avvantaggiata dalle dimensioni, ha permesso di avere una panoramica più ampia, di vedere meglio tutti gli stand, Torino ti obbliga a fare delle scelte, inevitabilmente salti qualcosa (molto), ma ripeto era una questione di dimensioni fisiche.

3 – Accoglienza, qui il tasto si fa dolente, se è ben vero che anche qui le dimensioni contano, devo dire che Milano ha previsto delle specie di panchine, e dei punti in cui era possibile appoggiare le chiappe e riposare un po’ i piedi (lo so sembra prosaico ma ahimé non tutti hanno 20 anni e qualche minuto di riposo ai cinquantenni e oltre, risulta gradito quando non indispensabile. Sui punti di ristoro si gioca una partita pressoché alla pari, anche se a onor del vero, Milano era più fornita con anche la presenza di spazi BIO (i flippati sono ovunque), prezzi che definire assurdi è fargli un complimento (in entrambi i posti) qualità e varietà del cibo, un po’ peggio Torino. Altro tasto dolente i bagni, fare la pipì a Torino è impresa epica (anche in Sala Stampa dove si forma comunque qualche coda, ma soprattutto la pulizia è decisamente sotto la soglia della decenza), a Milano code un po’ meno devastanti ma pulizia decisamente con standard più alti. Piccola parentesi per la Sala Stampa e comunicazioni, Milano surclassa Torino, forse per fare una buona impressione, con caffè servito, lunghi tavoli per le postazioni lavoro divisi dalla zona relax dove c’erano tavolini tipo bar, frigoriferi con acqua forniti da mattina a sera, buffet servito in orario pranzo e aperitivo serale fornito da Spontini con birre artigianali spillate al momento.

Capitolo eventi. Ecco qui direi che siamo alla pari per quanto riguarda il prestigio degli ospiti, sulle location Milano vince per la la tecnologia e la logistica, (a onor del vero negli spazi dedicati a a Tempo di libri, non c’è una sala da 600 posti, ma suppongo che quando crescerà, gli spazi disponibili, che ci sono, saranno resi utilizzabili), resta il fatto che il materiale usato per le tende divisorie che delimitano le sale di Milano – fra l’altro simpatica l’idea di chiamare le sale con i nomi dei font – è credo fonassorbente, o l’impianto acustico è strutturato in modo tale che le voci non escano all’esterno e il brusio dell’esterno non disturbi minimamente chi è dentro, a Torino non è proprio così scontato. I grandi nomi non sono mancati, ma qui abbiamo una seconda nota piuttosto dolente, anzi in tempi di terrorismo direi proprio grave.

Mi concentro su  due ospiti ugualmente “pericolosi”, a Milano, dove tutti quelli che io ho visto entrare sono stati percorsi dai metal detector, Nicola Gratteri, procuratore calabrese che da anni vive sotto scorta e lavora incessantemente contro la ‘ndrangheta, arrivato con 4 uomini di scorta, due in divisa e due in borghese, entrato non si sa da dove e uscito altrettanto discretamente senza firmacopie senza fermarsi neanche per sbaglio. A Torino, dove un sorridente esponente delle forze dell’ordine mi ha fatta passare senza nemmeno farmi aprire la borsa (che grazie a chiavi monete e quant’altro, ha fatto suonare l’inno alla gioia al metal detector), era presente per due giorni due, il mitico Roberto Saviano, idolo delle greggi, conoscitore per interposta persona di ogni scoreggia eventualmente rilasciata da esponenti di ogni ordine e grado della camorra, ha sfilato lungo tutti i corridoi con almeno una decina di poliziotti che lo precedevano scostando bruscamente chi stava passeggiando ignaro della venuta, circondato a pelle da altri quattro e infine seguito da una coda che gli proteggeva le spalle. Firmacopie di diverse ore allo stand Feltrinelli, ora a meno che non non fosse di materiale blindato, chiunque avrebbe potuto sparare a lui attraverso le pareti, ed eventualmente fare una strage che levati, anche solo buttando a terra un petardo in mezzo alla folla radunata in attesa di entrare al cospetto del vate, scatenando il panico. Per il grande pubblico, quello non elitario, va fatta una menzione d’onore a Sellerio, che ha radunato la classe dei suoi autori attorno ad un unico tavolo, e a Rizzoli che con de Giovanni Tonelli Francini Boni, ha fatto divertire in modo intelligente.

Last but not least, il discorso prezzi, fermo restando che la concorrenza è sacrosanta, aspettare che il tuo concorrente nuovo esponga il listino per poi dimezzare il tuo, a me se fossi un espositore, farebbe chiedere:” ma quanto mi hai ciulato negli scorsi 29 anni?”

Concluderei questo lungo articolo, mi scuso ma le cose da dire erano parecchie, dicendo che Torino ha confermato un trend che si è guadagnata in tanti anni (e che spero terrà per altrettanti) di onorata presenza, Milano ha fatto un esordio coi fiocchi alla faccia del flop.  Se si riuscirà a tenere fuori la politica e a ragionare in termini di business e spazio alla cultura, tenendo presente che cultura e povertà coabitano raramente e difficilmente, valutando soluzioni diverse per le date, smettendo di fare a gara, ma pensando solo al bene dell’editoria e della gente, in attesa di avere una corrispondente manifestazione anche al sud (si sussurra che potrebbe esserci un graditissimo esordio a Napoli), noi lettori appassionati, avremo delle soddisfazioni lungo tutto la pianura Padana.

Ultima annotazione, sui numeri che vi ho chiesto di tenere a mente, se Milano (Sala in realtà più che l’AIE) ne ha fatto una questione di prestigio cittadino, Torino ha beneficiato del popolo 5 stelle, sempre stando ai social, credo che mai in trent’anni, il Lingotto abbia visto tanti torinesi affollare il Lingotto al posto del Valentino (prova ne siano, ma non solo, i passeggiatori domenicali con cani e passeggini).

 

Sui ponti che uniscono e quelli che cadono

Sono giorni che ho la riflessione in testa, e pazienza se qualcuno penserà che sono una merdaccia, so che così non è e tanto mi basta. Da settimane leggo status e ascolto persone che stimo o che amo, sostenere a gran voce che la priorità è l’accoglienza, che i muri vanno abbattuti, che non si può guardare la gente morire senza intervenire. E io lo so che siete convinti, che siete nel giusto, che poi lo fate anche, non siete persone che parlano ma che agiscono, ahimè, c’è sempre un ma di cui l’amore (in generale, per il prossimo per la vita per le idee), non tiene conto. Quando le navi delle ong vanno sulle coste libiche a raccogliere dei disperati, non uso il termine rifugiati a ragion veduta, fanno un atto d’amore solo in apparenza. Quegli uomini che aspettano di partire erano molti di più, e tanti sono morti prima di arrivare in Libia, non avevano diritto allo stesso trattamento? Sì, probabilmente sì, ma sono stati sfortunati e sono morti prima, ma a quelli non ci si pensa. Quindi andiamo li “salviamo” in nome di un’umanità che speriamo di avere, poi una volta affidati alle cure di Giusi Nicolini (a cui va tutto il mio rispetto), ce ne dimentichiamo bellamente, salvo smadonnare chi per una ragione chi per l’altra, quando vediamo i servizi di Gazebo. Ecco io penso che dovremmo pensare al dopo. Molti, troppi una volta salvati vanno a morire sotto i treni in liguria, o sotto i tir, altri finiscono per strada, quelli a cui va bene a vendere libretti con le fiabe africane o braccialettini (personalmente mi chiedo chi li fornisca), gli altri a delinquere e dentro e fuori dalle carceri. Non è così che dovrebbe funzionare. Quasi fossero cani da raccogliere e poi lasciare in canile così non  muoiono per strada. Lo so, sembra che io abbia lasciato il cuore da qualche parte fra qui e Marte, ma non è così. Ovvio che se mi trovassi nella condizione di veder qualcuno che rischia di morire tenterei il salvataggio, ma il medico pietoso fa la piaga purulenta, e ahimè, si comincia a sentire l’effetto della cancrena. Chiudo ricordandovi che quelli a cui sono affidati istituzionalmente i “ponti”, sono gli stessi che hanno fatto costruire i ponti e i viadotti che sono caduti negli ultimi mesi. Si prega chiunque legga di non travisare nemmeno una parola perché faccio partire le denunce.

C’era bisogno di un altra fiera? – Tempo di libri a Milano

Si è aperto in sordina, ma in un giorno infrasettimanale nella capitale del “laurà” (sono ovviamente ironica giacché mi risulta che alla faccia dei luoghi comuni si lavori anche a Roma Napoli e Palermo) era prevedibile, poi il venerdì pomeriggio qualche anima irriducibile in giro per gli stand si è cominciata a vedere. Quelli che non hanno approfittato di Pasqua 25aprile 1maggio. Partiamo dalla logistica, in città le due location si equivalgono, salvo che più di un treno dell’Alta velocità ferma a Rho Fiera e ti scarica direttamente in fiera, mi pare di avere intravisto anche un deposito bagagli quindi la comodità è assicurata. Per chi arriva da fuori città forse Milano presenta collegamenti più comodi, ma anche qui vale il discorso che dipende da dove parti, Torino in questo è forse un filo svantaggiata. Per chi come me ama poco il casino e in fiera ci va per dare un occhio (attento) agli stand e stringere rapporti con gli Uffici Stampa, il fatto che anche il sabato ci fosse gente ma si riuscisse a parlare, di novità di progetti di un po’ di tutto, è sicuramente un punto a favore. Anche la distribuzione degli stand e delle sale, su due soli padiglioni adiacenti, ben segnalati è cosa apprezzabile. Le sale dove si sono svolti gli eventi, chiamate con i nomi delle font, belle e comode, sono raggruppate in una zona relativamente piccola rendendo scorrevole passare da un evento all’altro. Gli eventi sono il solito tasto dolente, come ben sa chi frequenta Fiere Saloni e Festival, l’offerta è tanta e tale che se da un lato soddisfa una fascia amplissima di pubblico, dall’altra rende difficoltoso scegliere fra incontri che si accavallano. Hostess e personale addetto del salone, efficiente e gentile. Le Case Editrici grandi o piccole, hanno dato il meglio, come del resto lo daranno a Torino. Sugli eventi del Fuori Tempo, quelli svoltisi in città fuori dalla fiera, non sono in grado di riferire, come del resto non lo sono per il Salone Off (dopo tutta la giornata passata a girare non sono più fisicamente adatta per andare anche in giro). Insomma forse non ce n’era bisogno, ma male, almeno per quanto riguarda i lettori, non fa. Forse qualcuno dirà che è una fotocopia, ma se non hai modo, per mille motivi, di andare a uno, avere una copia originale è una bella cosa. L’augurio è che l’anno prossimo, anche le Case Editrici che per vari motivi non erano presenti, trovino il modo di esserci e ancor di più, che il programma on line venga rivisto in modo da essere più funzionale. L’ardua sentenza come sempre, ai posteri (soprattutto quelli che tireranno le somme)

Eppure un filo c’è da Ricciardi a I Guardiani – Viaggio nella mente di de Giovanni

A suo tempo ci ho provato, in casa giravano i Gialli Mondadori ed è entrato qualche Urania, poi più grande ho provato con i mostri sacri Asimov  Dick ma niente, la fantascienza non mi ha mai preso. Quando ho sentito parlare di questo genere per il nuovo romanzo di deGio ho avuto uno svarione. Indovinate da soli com’è andata a finire? Bravi, il secondo svarione l’ho avuto quando sono arrivata alla parola fine. Inchiodata come una farfalla dallo spillo. Sarà per il professore ciancicato (stropicciato in italiano, ma non rende), questo Marco Di Giacomo che fa da padre alla nipote, che ambisce a tenersi la sua cattedra più per avere accesso alle biblioteche che per gli studenti, che cerca riscontri punti di contatto e verifiche alle sue ipotesi? Sarà Brazo, il suo assistente che per forza di cose è un pochino sbiellato anche lui, che poi come fai a non restare affascinata da un nome così (un nome antico da quanto ho capito, molto usato per gli adottati partenopei). O forse ancora e sempre Napoli, più affascinante che mai, di cui Maurizio/cicerone ci svela segreti che non avremmo mai immaginato, lo dice spesso che è una città stratificata, ma qui andiamo oltre, siamo in epoche e territori credo mai esplorati. Sì lo so che ci sto girando intorno, ma credetemi se vi dico che raccontare della trama senza rovinare il piacere di scoprire tutto pagina dopo pagina. Quindi veniamo al dunque, fantascienza? Sì, c’è ma è talmente plausibile la storia che anche chi non ama il genere, accetta tranquillamente il racconto. Spazio, inteso come spazio fisico in cui ci si muove, e tempo inteso come ieri, milioni di anni fa o eoni che non riusciamo nemmeno a immaginare. Il bene e il male certo, ci sono anche loro, solo che è praticamente impossibile distinguere chi siano i buoni e chi i cattivi. E rimane forte il dubbio che forse i cattivi non ci siano. Ok, non mi dilungo in nessun tipo di analisi perché i pezzi nei blog devono essere brevi, ma soprattutto perché volendo davvero parlare di questa storia, che per inciso è la prima di una trilogia, dovrei scrivere un libro e non ne sono capace. Una prova d’autore nel vero senso della parola, forse ha ragione de Giovanni quando si definisce un raccontatore di storie, fuori o meglio capace di entrare, in tante storie che esulano dalla catalogazione, che sono un concentrato di mille cose. Credo che sia difficile smentirmi se dico che sulla scena della letteratura nazionale (che insomma conosco benino), de Giovanni rappresenta una felice ed unica eccezione. Quando si sceglie di leggere un autore in genere si sa che tipo di storia si stia andando a scegliere, con lui no. Non delude qualunque cosa racconti e se lo stile è riconoscibile, è capace di stupire con la naturalezza di un gatto che fa miao.