Nel nome della pietra – Il duomo di Milano pietra per pietra

Anno domini 1387, a Milano Giangaleazzo Visconti, primo duca di Milano, fa gettare le fondamenta di Santa Maria Nascente, sul perimetro di Santa Maria Maggiore e Santa Tecla, che vengono “sacrificate” alla nuova costruzione. Non sarà solo una chiesa, il progetto è enorme e dovrà rappresentare a tutti, il potere del duca, dei Visconti di Milano. Si sa che in quegli anni, la vita della gente era promiscua, le vite dei nobili erano intrecciate strettamente con quelle di chi per loro lavorava o gravitava nella loro sfera. Facile che nascessero storie anche d’amore o comunque rapporti, e nascevano anche figli, non voluti o forse non accettabili. Cristina Fantini usa ottimamente le vite di nobili e gente comune, per raccontarci la storia di un monumento che tutto i mondo conosce, che rappresenta poco al di sotto di San Pietro in Vaticano, la religione cattolica nel mondo. Ma quante vite, quante segrete battaglie, quanto orgoglio e quanti segreti è costata la costruzione della cattedrale, lo sanno in pochi. Davvero un bel romanzo, scritto rispettando la Storia ma mettendoci la giusta dose di fiction equilibrandoli e rendendo la lettura rilassante e interessante allo stesso tempo, con anche il giusto grado di suspance in qualche punto. Una lettura consigliata a chi ama gli intrighi e i personaggi forti. Fra un giro sui social, e qualche partita a carte, io lo prenoterei in libreria o su Amazon. Fino al 3 aprile dobbiamo passare il tempo in casa, e con Nel nome della pietra, garantisco che lo passate bene.

Sulla Riva – Francesca Violi

Sempre complicato parlare di un’opera prima, almeno io con gli esordienti sono sempre un po’ più critica, sarà che ho letto talmente tante cose belle nella vita, che ho sempre il timore di restare delusa o insoddisfatta, soprattutto quando si parla di noir. Ebbene devo dire che Elliot, difficilmente delude e ci ha visto giusto pubblicando il primo romanzo di un’autrice che mantiene quel che promette. Un’andata e ritorno dall’inferno all’inferno. La Violi, un architetto reggiano trasferitasi a Treviso, ha scritto un noir puro direi, senza l’ausilio della trama investigativa come spesso accade. Tutto ruota intorno a Nicola, figlio illegittimo che come unica eredità dal padre ha avuto una malattia genetica che avrà conseguenze piuttosto gravi. Ancora bambino, per una serie di coincidenze, incontra il padre sposato e con un figlio legittimo. Pur instaurando un rapporto molto poco intimo, come un uomo adulto potrebbe fare con un ragazzino qualsiasi che graviti nella comunità, questo viene inacidito dall’ostilità palese, della moglie che soffre forse di una irrazionale gelosia retroattiva e da una sottaciuta gelosia del figlio legittimo che pur sentendosi forte nel suo ruolo riconosciuto, teme irrazionalmente di perderlo. Passano così gli anni dell’adolescenza di Nicola e Mauro, in una sorta di complicità contro il resto del mondo e come accade fra complici, non fidandosi mai completamente uno dell’altro. Ha una scrittura cruda tagliente ma che affascina, com’è affascinante la presenza dell’acqua che diventa personaggio, accoglie si intorbidisce può arrivare ad uccidere per poi tornare a scorrere placidamente. Una storia di uomini e donne stravolti nel loro essere, dal dolore dall’amore e da quanto i sentimenti possano essere crudeli.

Un male necessario

Abir Mukherjee autore scozzese di origine indiana, ha esordito nel 2016 con L’uomo di Calcutta, pubblicato in Italia da SEM, me ne avevano parlato bene, ma io che sono testacchiona, ci ho messo un po’ a leggerlo. E mal me ne incolse. Avete presente quei periodi in cui qualsiasi libro tu prenda in mano ti annoia? Ecco, ero in uno di quei momenti lì e mi son trovata in una situazione strana, non avevo voglia di leggere e allo stesso tempo mi stava intrigando la storia, il libro giusto per sbloccare la situazione. La scrittura (grazie anche, credo, alla traduzione di Alfredo Colitto che è spettacolare) è morbida e trascinante, aiuterà l’ambientazione in una Calcutta e poi a Sambalpore – capitale dell’omonimo distretto – negli anni 20 del secolo scorso? Non lo so, ma di sicuro si fa fatica a mollarlo. Un’ambiente che sta a metà tra la realtà della povertà, o comunque dell’idea che noi abbiamo della miseria di quei posti, e il lusso del palazzo del maharaja, il cui figlio per inciso, o meglio il suo assassinio, è il motivo che porta il protagonista, capitano Sam Wyndham e Surrender-not (che ovviamente non si chiama così, ma Surendranath, un nome particolarmente difficile da pronunciare, perché come lui stesso sostiene, la lingua inglese non comprende la d morbida) al palazzo delle meraviglie. Come al solito per dire che un libro è buono, ci sono i tre parametri, oltre al gusto personale ovviamente, la trama, nel giallo in particolare, che deve reggere e non avere nessun “buco”, Mukherjee l’ha pensata e scritta così. La lingua o il linguaggio, che non sono la stessa cosa, devono incastrarsi per coinvolgere fino in fondo, sono i veicoli con cui l’autore ti porta dove vuole e anche qui, non dico che si viaggia in Rolls Royce, ma di sicuro è una macchina di lusso, infine i personaggi. Caratterizzati davvero bene, con il giusto mix fra quelli che sono i ruoli e le personalità, divertenti quanto basta senza esagerare per quelli fissi, e una precisione cinematografica per gli altri. Insomma, proprio un bell’autore e per me, una bella scoperta.

D’andrea e L’animale più pericoloso

Una gran storia, D’Andrea l’ho incontrato per caso con Il respiro del sangue, apprezzatissimo, ho letto con curiosità L’animale più pericoloso e per inciso, prenderò anche gli altri. Il ragazzo ha del talento, ma tanto. A parte l’inventarsi trame e storie (che se uno decide di fare lo scrittore, è il minimo), sa usare anche l’italiano, non solo perché ha un ricco vocabolario, ma anche nel senso che lo usa impeccabilmente per rendere atmosfere, emozioni stati d’animo e pensieri. Caratterizza i personaggi senza sconti e a differenza di tante nuove leve (che mi scuseranno per la definizione) e consolidati autori, D’Andrea nei suo romanzi non mette battute di spirito, non c’è il personaggio alla Catarella per intenderci, a stemperare la tensione, ci va giù duro e gli riesce perfettamente. Uno scenario non così distante dalla realtà, una ragazzina che non sopporta il modo in cui il mondo ignora e maltratta habitat e animali, non una stupida eh, nemmeno un’esaltata, solo una ragazzina che prende seriamente lo studio, si informa e ha accesso ai social. Un paranoico che persegue i suoi scopi, mescolando l’ideologia con la sua storia personale e la follia (nemmeno tanto latente), che la coinvolge, le fa credere di poter fare qualcosa di importante, di tanto importante da prevedere anche la perdita di vite umane, (questo però Dora lo capirà da sola). Una storia crudele di suo amplificata dall’ambiente montano, le splendide foreste dell’Alto Adige che paradossalmente diventano un posto claustrofobico. Davvero un ottimo autore e un gran bel romanzo, non perdetevelo.

Il silenzio grande

Dai libri alla tv e ritorno, con tappa a teatro. Che Maurizio de Giovanni sia un concentrato di talenti, ormai lo sappiamo, che Gassmann sia un regista coi fiocchi anche, Gallo e la Rocca (nominati solo perché sono i più noti, ma vedo una luminosa carriera anche per gli altri) hanno ampiamente dimostrato di essere attori di prim’ordine. Prendi tutto, miscela e metti il risultato su un palcoscenico. Una meraviglia. Potrei raccontarvi la trama, che è tutto tranne quello che ti aspetti, potrei parlarvi dei dialoghi che sono meravigliosamente calibrati per farci ridere (a volte un po’ amaramente ma non troppo), per farci riflettere su tante cose, tutte quelle cose che messe insieme compongono le nostre vite. Una storia d’amore a 360 gradi, quello fra un uomo e una donna, un amore grande, di quelli che tutti vorremmo incontrare una volta nella vita. L’amore dei e per i figli, con tutte le sue contraddizioni, coi non detto che pesano molto più delle parole e generano conflitti che soccombono comunque all’amore. Non è il silenzio il protagonista, è tutto quello che c’è in quel silenzio. de Giovanni, esattamente come fa nei libri, è riuscito a mettere in un testo teatrale le difficoltà di comunicare, anche e soprattutto in famiglia, anche se c’è amore. E lo spettacolo è proprio la rappresentazione di come si superi quel silenzio, di come si impari che c’è altro e oltre. La regia è superba, lo stile Gassmann è inconfondibile e studiato apposta sui testi di Maurizio, o almeno così a me è sembrato, gli attori di gran calibro, hanno reso al meglio un testo perfetto. Ci ho trovato, ed è tutto un merito, la scarna ricchezza di Edoardo, e potrei citare tanti altri grandi, ma Eduardo li ha raccolti tutti. Meglio di così non riesco a dirlo, cadrei nell’esaltazione e non è mai un bene, ma vi consiglio proprio di cuore, di andare a vederlo, anche se non siete appassionati di teatro, potrebbe essere una grande occasione per cominciare ad amarlo. (foto credit Teatro Carcano)

La signora del martedì – Carlotto invece, per ogni giorno mese o anno

Un romanzo apparentemente leggero, nonostante i morti abbondino (così come gli assassini ovviamente), ma con garbo. Lo so sembro scema ma vi assicuro che non mi sono rimbambita, è che ci ha messo una delicatezza tale nel costruire i personaggi che davvero anche le cose peggiori diventano lievi. Non saprei dire se siano più affascinanti i protagonisti o la storia, storia che è un grido potentissimo di dolore e di denuncia. Nanà, che dopo aver subito un’ingiustizia e aver pagato, continua a pagare, per la superficialità della gente, per i preconcetti che non fanno approfondire mai niente, che fanno sì che la maggior parte della gente giudichi (non si sa poi a che titolo), dai titoli dei giornali, dei talk show – che in realtà sono degli shout show – dalle apparenze, senza andare mai un passo oltre. E chi non è omologato, chi vive la sua vita senza adattarsi agli schemi, chi non si cura di quel che la gente vuole, è marchiato. Non c’è salvezza possibile. Il dolore di un uomo che rinuncia alla famiglia per tacitare un senso di colpa, quello di un uomo che in realtà si sente donna ed è additato come una macchietta, senza sapere quanto gli costa, quanto gli è costato. E di dolori ce ne sono altri, c’è lo schifo che traspare per certi funzionari di polizia di giornalisti di un mondo superficiale e spietato. Eppure come dicevo, Carlotto lo fa con una lievità davvero inaspettata, con la profondità che gli è propria. Non è un mistero che le posizioni dell’autore siano a favore dell’accoglienza tout court (posizione che non mi permetto di discutere, perché le opinioni son come le mutande, è giusto e sacrosanto che ognuno abbia le proprie), ma è forse l’unico autore ad oggi, almeno che mi venga in mente, ad essere riuscito a dimostrarla in un romanzo, senza tirare in ballo colori razze e altre sciocchezze. Un grido di dolore, come dicevo prima, ma anche una potentissima dimostrazione di come l’accettazione dell’altro, il non cercare differenze ma farle proprie per arricchirsene, sia la strada migliore per non soccombere, chiunque tu sia. Un romanzo che va oltre l’intrattenimento, molto oltre al noir e a qualsiasi altro genere. Un romanzo che va letto senza se e senza ma.

Psychokiller – Roversi nella mente dell’assassino

Sono fra i fortunelli che grazie alla SEM e a Mangialibri (dove vi ricordo che trovate tanta tanta roba), lo hanno letto in anticipo, bè ragazzi, io un salto in libreria se fossi in voi lo farei. Roversi sa scrivere e sa inventare storie. Il romanzo scorre bene, si intersecano tre storie, una rapina senza morti e feriti, ma polposa assai, un serial killer che ammazza delle donne apparentemente accomunate solo dal fatto di essere sole in casa e di avergli aperto, e un assassino che dopo aver ammazzato le vittime, manda un video dell’omicidio al commissario Ruiz, che però non è della omicidi ma della antirapine. Non solo gli manda i video, ma li accompagna con un biglietto in cui lo sfida, lui personalmente non la polizia in generale, a prenderlo prima dell’omicidio successivo. Per quanto il commissario si sforzi non riesce a capire perché è il destinatario ma come si può immaginare, non tutti gli credono e comunque i sospetti non alleggeriscono un’atmosfera già di suo pesantuccia. Lo schema è veloce, i cambi di scena sono scanditi dalle location che aprono i paragrafi e contribuiscono a rendere la sensazione di velocità, come se ci spostassimo in città in tempo reale. Verso la fine, la corsa del lettore diventa impossibile da frenare, fino al colpo di scena nel colpo di scena che chiude il romanzo. Bello il personaggio della profiler, che nei desideri dell’autore potrebbe tornare, essendo la vera protagonista (non appartiene alla questura ma all’UACV). Non ci trovate l’ironia e i tratti scanzonati di Radeschi, ma un thriller come dio comanda. Io ho avuto l’impressione che Roversi si sia divertito parecchio a scriverlo e sono sicura che si divertirà molto anche chi decide di leggerlo.

L’urlo dell’innocente

Edizioni le assassine continua a proporre romanzi lontani dalla produzione a cui siamo abituati. Nella collana Oltreconfine stavolta troviamo il romanzo, non me la sento di dargli un genere, di Unity Dow, scritto nel 2003, racconta di una realtà tremenda, una di quelle realtà che fanno tremare le vene dei polsi per la loro crudeltà, e nello stesso tempo sperare che in un futuro non troppo lontano, restino solo ricordi. Unyti Dow è un giudice dell’Alta corte del Botswana nonché ministro degli affari internazionali. Un giudice un ministro ma soprattutto una donna da sempre impegnata e attivista per i diritti umani. Racconta un Paese che è difficile capire, una storia terribile di tradizioni antiche perpetrate di nascosto, perché sono reali e brutali reati, ma nonostante questo difficili da sradicare. Un Paese ricco soprattutto di contraddizioni, in cui quella che noi consideriamo normalità esiste solo nelle grandi città e comunque si mescola con una povertà che a noi appare estrema e in cui la prevaricazione è all’ordine del giorno. Un romanzo che per quanto duro è raccontato con delicatezza, con un linguaggio particolare ma mai violento, un urlo come quello dell’innocente del titolo. Un romanzo che oltre ad essere una piacevole lettura, diventa occasione per porsi delle domande, da leggere con la mente sgombra da pregiudizi, per capire tante cose, per imparare che è sempre un bene, per uscire dai nostri confini. Peraltro, personalmente (mea culpa), non avevo idea se non vagamente, di dove fosse posizionato il Botswana, e del paesaggio splendido, che l’autrice racconta come in una fotografia.

Aspettando Sanremo parliamo di TV e persone famose

Forse sto diventando vecchia, e trovo così bella questa parola che non avete idea. Essere vecchi non vuol dire rughe solitudine seno e guance che cedono alla forza di gravità. No, per come la vedo io essere vecchi vuol dire avere accumulato nel cuore e nella testa, tante di quelle cose belle e brutte, che per forza fai pace con la vita. Smetti di prenderla di petto e accetti quel che è stato e quel che sarà. Giustamente potreste chiedervi che cavolo c’entri la vecchiaia con Sanremo e la TV. Allora, Sanremo compie 70 anni e forse anche lui, ha imparato ad accettare quel che è stato e quel che sarà, polemiche discorsi infiniti e questo sì e quello però e avanti Savoia, ma la kermesse va avanti e cascasse il mondo, siamo tutti a sperare di svegliarci il giorno dopo con una canzone in testa, a parlare dei vestiti delle voci degli ospiti e dei conduttori. Ieri a Domenica In, com’è ovvio e giusto che sia, di Sanremo hanno parlato, la zia Mara (che comunque io continuo a considerare una plagiaria, per conferma chiedere ai miei amici, la vecchia qui era la Zia, quando lei era ancora solo Mara Venier)nata nel 1950. Di lei ho detto quando vi ho parlato della sua autobiografia, non la sopportavo, la trovavo un’attrice mediocre e una caciarona con poco senso, poi col passare degli anni, un po’sarà cambiata lei, un po’sarò cambiata io, ma adesso la adoro. Ha saputo tirare fuori anche in televisione quello che è, una donna bella dentro e fuori, che fa casino per natura ma è talmente professionale da trasformare il suo casino in simpatia, da saper gestire meravigliosamente il rigore lavorativo con il suo essere donna mamma nonna, senza troppi pudori ma senza sbracare. Fra gli ospiti c’era la Ricciarelli, 74 anni, una vita a fare la sostenuta davanti alle telecamere, a mantenere l’immagine, a tacere e sfuggire dal passato, è un capricorno, il privato è privato soprattutto quando è doloroso. Adesso si è ammorbidita, ha imparato a ridere anche davanti alle telecamere, a parlare del suo amore finito, a ricordare con un sorriso, mi ha fatto una tenerezza infinita. Una splendida donna, certo io non la farei arrabbiare, ma la dolcezza è sempre più forte. Poi c’era Teocoli, 75, una vita di successo, le rughe su un uomo ancora figo come pochi, che sono quelle di chi ha tanto riso e probabilmente tanto pianto, con tutto il rispetto (ahahahha), non si diventava un simbolo sui social, si sudava e parecchio, si prendevano porte in faccia, si abbassava la testa e si andava avanti. Poi c’era Bartoletti, 71, un enciclopedia che come la Treccani, non diventa mai obsoleta. Amedeo Minghi 72, una voce ancora splendida, anche lui con tante cose pesanti dentro, ma che ha fatto cantare tutti, volenti o nolenti e lo ha fatto sorridendo. Lo scopo di sto papello? Nessuno, se non riconoscere la bellezza della vecchiaia (anche perché l’alternativa…). Certo i signori di cui sopra sono dei privilegiati, almeno per quanto riguarda il lavoro, la vita li ha dotati di talento e un filo di cazzimma (che ahimè nella vita è necessaria), ma hanno saputo riconoscerlo e si sono fatti allegramente il mazzo per metterlo a frutto, ma ogni volta che vi viene da dire oh povera me come sono vecchia/o, ricordatevi che si può far pace con se stessi e la vita (che delle volte diciamolo, si impegna a far la stronza), solo se si diventa grandi, come il Festivàl (per dirla come Pippo, 83)

Ah l’amore l’amore – Manzini come la Nutella – Ottimo in ogni momento

Con un titolo un po’ “spiazzante” (visto che è riferito al nostro durissimo Rocco), Manzini ci riporta sul luogo del delitto o quasi. Avevamo lasciato il nostro in una pozza di sangue – Schiavone, non Manzini, che comunque ha rischiato grosso – e lo ritroviamo mutilato di un rene, ma vivo e vegeto in ospedale. Oltre al cibo al non poter fare quello che vuole (provate a indovinare chi va in giro con il loden sopra il pigiama e in ciabatte) e ad aver preso una infezione che gli provoca un po’ di febbre che ne impedisce le dimissioni, sente un cattivo odore. La puzza di qualcosa di sbagliato relativamente ad un errore fatale che avrebbe commesso il chirurgo che lo ha operato, rispetto allo scambio di una sacca di sangue. Non gli torna che quel medico così competente così preparato, possa essere incolpato per la morte di un paziente che fra l’altro ha subito il suo stesso intervento. Proprio non gli va giù. Già di suo quando qualcosa non gli suona bene si impunta come un segugio, figuriamoci non avendo niente da fare. Gli ultimi due romanzi li avete presenti? Una galoppata nella pampas, quando il cavallo corre corre e tu devi stare ben saldo facendo fatica quanto lui, stavolta invece siamo passati ad una passeggiata in campagna, con qualche breve pezzetto al trotto per rompere la monotonia del paesaggio. Chiaro che la metafora contiene un “errore”, non esiste una pagina di questo romanzo che sia noiosa, è profondo come sempre, la figura del vicequestore è un caleidoscopio in cui scopriamo figure nuove ad ogni cambio di pagina. Che abbia un carattere di merda non ci piove, ma poi chi è che può giudicare? Alla fin fine con tutto il suo turpiloquio, con tutta la sua insofferenza nei confronti del mondo, è lui quello che alla fine ci perde, è solo, tradito e ci sta male, ciononostante fa il suo sporco lavoro, sapendo che un po’ di quel marcio in cui si immerge gli resterà appiccicato addosso. Eppure si intenerisce con Gabriele e sua madre, sapendo che poi l’abbandono (forse inevitabile), gli lascerà un’altra cicatrice. Ama la sua Lupacchiotta con una tenerezza che mai si immaginerebbe e ha un disperato bisogno dell’amore di Marina, dovunque lei sia. Dai diciamolo, è un tenero Rocco, magari con l’anima stropicciata ma piena di cose da dare. Fenomenale l’alternanza fra i momenti d’indagine e le vicende della squadra, momenti che esilaranti è definire poco. “Perché l’amore è l’ultima spiaggia della medicina”, che si tratti di curare malattie del fisico o dell’anima. A questa conclusione ci porta Manzini con i suoi romanzi, dove come nella vita, si arriva alla fine mescolando una lacrima a una risata, una carezza a un pugno.