Premessa: chi come me ha amato Patricia Cornwelll, ad ogni nuova uscita di un autore amato è diviso fra la smania di avere subito il libro fra le mani, e l’orrenda consapevolezza che 99 su 100, avrà l’ennesima delusione, vada tranquillo, la delusione qui non c’è.
Siamo arrivati al dunque, a mio (falsa che non sono altro) modesto parere, il più bello della serie di Rocco Schiavone, il vicequestore romano uscito dalla penna (o dal cuore?) di Antonio Manzini. Ci ha accalappiati con un personaggio antipatico scorbutico politicamente scorretto, stropicciato dentro e fuori,un cialtrone che si fa le canne in questura, che maltratta sadicamente i sottoposti (ma solo quelli cretini, gli altri li maltratta senza sadismo). Uno che ne ha combinate tante che dai e dai, dal commissariato di Roma EUR l’hanno spedito ad Aosta. Indomito nel suo loden e con le sue Clark – usa solo quelle – ha affrontato tranquillo i casi che sono capitati facendosi apprezzare come investigatore e facendoci anche ridere con tante piccole cose, Dalle scarpe (che vi lascio immaginare come possano reagire alla neve della Val d’Aosta, a D’Intino e Deruta, al cui confronto Catarella è un genio assoluto, all’ormai mitica scala Schiavone delle rotture di coglioni. Ma, dai lo sapevate che c’era il ma, c’è un dolore che lo accompagna, uno di quelli che diventano parte di te, che all’esterno dopo un po’ non si vedono più ma dentro sono attaccati ad ogni tuo organo, a condizionare ogni tuo pensiero e ogni tuo gesto. Ho intitolato C’era una volta, perché questo è il romanzo che i Manzini addicted stavano aspettando, ci viene svelato come è morta Marina, quella donna che ha saputo avrebbe sposato pochi minuti dopo averla vista, che lo ha accompagnato anche da morta, quasi come un ologramma che lo aspetta al ritorno dal lavoro, con cui fa conversazione, consapevole di parlare da solo, ma del tutto indifferente. Ovviamente non faccio spoiler, ma vi assicuro che se prima amavate Rocco, da qui in poi proverete un sentimento diverso, più profondo, direi addirittura compassione (nel significato letterale del termine). La cosa interessante dal punto di vista squisitamente letterario, è il motivo per cui il vicequestore è costretto a raccontare tutto, un escamotage che lascerà i più con il fiato sospeso in attesa del prossimo romanzo. E a buona ragione credo di poter dire che Manzini è entrato definitivamente nella rosa dei grandi autori, quelli che non scrivono necessariamente dei capolavori, ma che entrano prima nelle librerie e poi nel cuore dei lettori, piazzandosi in una nicchia da cui difficilmente usciranno.

Un diciassettenne che cita filosofi gruppi musicali storici, che usa parole note solo ai vocabolari e non ha mai fatto sesso, come direbbero a Bergamo, a far sura, gli hanno messo l’apparecchio ai denti – bracket maledizione si chiama bracket – e sua madre gli ha confidato che suo padre naturale è un macho sudamericano e non quello che lui ha sempre chiamato papà, su cui sorvolo per non togliervi il divertimento. Dice ma guarda che io
Normalmente i libri di deGio mezzo scrittore (vedi profilo FB) e io aggiungo mezzo poeta, li divoro in meno di 24 ore, lo faccio perché ho paura. In che senso vi chiederete, paura che possa non aver centrato il bersaglio, che per una congiunzione astrale – credo a questo punto impossibile – possa non piacermi. Quindi niente dicevo, ogni nuovo libro lo divoro con il cuore in gola e poi quando mi rendo conto che non si sa come, ogni libro è più bello del
in mare, questo bambino probabilmente non vedrà mai un rubinetto, una tavola con sopra del cibo, se sopravviverà la sua vita sarà presumibilmente un povero cristo che si arrabatta per un pugno di riso concesso dalla Caritas o da qualche altra missione umanitaria. Più probabilmente morirà di fame prima che gli arrivi un aiuto. Nella foto qui sotto bambini che sono sbarcati, quelli che ce l’hanno fatta. Io una certa differenza la noto, voi
no? Ha ragione il Papa, e la cazzata è perfettamente coerente con il suo ruolo, scappare dalla fame non è un delitto, però però, faccio un inciso. Mi è capitato qualche giorno fa di sentire una storia, una giovane Italiana andata in Africa per imparare lo Swahili, ha raccontato delle difficoltà che ha incontrato già in aeroporto, donna bianca e sola, la polizia le ha sequestrato lo zaino (dicesi zaino non valigia di Vuitton, e le hanno fatto domande per ore. Quando ha raggiunto il villaggio, ha scoperto che non c’era acqua, per potersi lavare doveva andare a qualche km dal villaggio e pagare per fare la doccia in albergo. Ora mi sorge spontanea una domanda, è colpa nostra, intendo dell’occidente, se i governi di quel paese africano, credo fosse in Senegal, lasciano che gli alberghi abbiano l’acqua e i villaggi a pochi km no? Direi che l’ipotesi non regge, la colpa è di politiche interne su cui abbiamo poco potere.
ra mi chiedo, è davvero possibile non fare delle differenze? Considerare i migranti africani (quelli che sbarcano, che hanno trovato centinaia di dollari per pagare il viaggio, dollari con cui avrebbero potuto mangiare per mesi) alla stregua di chi scappa da un bombardamento? A chi, e credetemi sulla parola, esce per andare al lavoro o all’università e non sa se ci arriverà o se a sera rivedrà la sua famiglia.
I libri della
una realtà che conosciamo quella che ci racconta
ando chiudi un libro e ti scatta l’urgenza di scriverne di parlarne di dire a tutti cosa ne pensi i casi sono due, o hai letto la ciofeca dell’anno o una storia splendida. Ho finito
Domani 23 novembre, esce il nuovo romanzo di deGio – consentitemi di chiamarlo così – e ancora una volta stupisce, non per la trama gialla che è perfettamente costruita, ma per come riesce a scrivere qualcosa di sempre nuovo pur restando fedele a se stesso e al suo particolarissimo modo di scrivere. Ad ogni romanzo, Cuccioli è il quarto romanzo con gli stessi protagonisti, aggiunge qualcosa ai protagonisti, gli mette addosso i giorni che passano e che inevitabilmente cambiano le persone. E’ incredibilmente in grado di approfondire il carattere e le vicende, di ogni di ogni personaggio focalizzando di volta in volta l’attenzione, mediante un complesso gioco di assegnazione degli incarichi, su una coppia che diventa protagonista. L’incredibile è che quando hai finito il romanzo, ti accorgi che in realtà ha fatto progredire la storia di ognuno; tutti, cattivi compresi. E’ un caleidoscopio di emozioni fatti e atti che alla fine ti fa quasi credere si tratti di persone e non di fiction, perché de Giovanni lavora sempre su più piani, e non c’è verso anche quando decide di sfoderare il giallista, i suoi romanzi sono intrisi di un’umanità palpabile. Certamente non è l’unico autore che lo fa, ma come altri grandi della letteratura contemporanea, ha creato dei personaggi che sono ormai degli amici. Cuccioli concentra l’attenzione su Romano. Hulk per i Bastardi, che sta cercando di non cedere alla tentazione di lasciarsi abbruttire dal dolore della separazione, il destino lo aiuta mettendo sulla sua strada un fagottino abbandonato vicino ai cassonetti. E qualcosa scatta, l’istinto a proteggere quella bambina così piccola e così disperatamente in pericolo di vita, va da se che tutti i Bastardi, chi per un motivo chi per l’altro, mettono l’anima nella ricerca della madre e/o di chi ha abbandonato la bambina. e se si potesse si salterebbe anche dal divano di casa per correre ad abbracciare quel minuscolo esserino. Un bambino cambia la vita, e Giorgia, questo il nome che Romano decide di dare alla piccola, cambia ognuno dei poliziotti di Pizzofalcone. A fronte di un cucciolo umano trovato, un altro cucciolo, il cagnolino Artù, scompare. E’ di un bimbo, che chiede aiuto ad Aragona. Di nascosto, vergognadosi di aver ceduto a una richiesta non esattamente congrua al lavoro di polizia, Aragona si mette alla ricerca del cagnolino “sorvegliato” per fortuna dal Presidente, che abbandona almeno in parte le sue indagini sui suicidi. In autunno i romanzi che vedono protagonisti i poliziotti di Pizzofalcone, ce li potremo godere anche in tv, con uno strepitoso cast, sì ormai è notizia non nuova, ma Gassmann Lojacono io mi sento di ricordarvelo