L’uomo di casa – Questo sconosciuto

udcDopo l’incursione nel magico mondo delle fiction, torniamo a parlare di libri, anzi di un libro, quello di Romano De Marco. Già ben introdotto nel mondo noir grazie ai romanzi precedenti, con un nome già ben conosciuto, De Marco ha fatto il botto con il suo ultimo lavoro, no non lo dico io, lo dice il numero di recensioni commenti e lettori, tutti positivi tutti entusiasti. E ne abbiamo, sì ovvio che mi ci metto anch’io, ne abbiamo ben d’onde. Nel panorama italiano contiamo un corposo numero di noiristi, quel genere – lo dico per i pochi che potessero non saperlo – che racconta, più o meno bene, più o meno coinvolgendo, la società e i suoi lati oscuri (abusatissima definizione ma non ne trovo di migliori), ma pochi giallisti puri. Il giallo è quel romanzo o racconto in cui c’è un crimine e un investigatore, in cui il lettore si immerge negli indizi che l’autore dissemina per arrivare alla soluzione del mistero. De Marco ha scritto un giallo (smettiamo di fare i fighi e usare la parola thriller che son sinonimi, ci piaccia o no) un giallo dicevo di quelli che ti tengono in tensione dalla prima all’ultima pagina, di quelli che quando li finisci ti lasciano soddisfatto come dopo un buon pranzo o … Vabbè avete capito. Un uomo viene trovato ucciso nella sua auto, i pantaloni calati e la gola squarciata. Il luogo è notoriamente frequentato da prostitute e la logica conclusione è che sia stato un incontro mercenario finito male. E invece no, perchè Alan era un padre di famiglia rispettabile, uno regolare, che non aveva mai dato modo di sospettare che dietro la facciata ci fosse altro che l’uomo che tutti conoscevano, gran lavoratore marito e padre. Sandra, la moglie non si da pace e quando scopre fra le cose di Alan una chiave non riconducibile a serrature note, la rassegnazione a non sapere chi fosse suo marito perde ogni significato e la tensione si rialza a livelli altissimi. Insomma un thriller come non si leggeva da tempo. Accurato nelle descrizioni dei luoghi, in un’America wasp e conservatrice, personaggi puliti e delineati in un controluce che perfeziona i contorni, un romanzo dove due parallele si incontrano per dare al lettore qualche ora di puro piacere.

#IBastardidiPizzofalcone e una voce (un po’) fuori dal coro

 

bastardi-1-2-2Ovvero qualche consiglio ALLA regia invece del solito contrario. La premessa necessaria è che ho letto ogni singola riga scritta da de Giovanni,  credo che festeggiamo (oddio io festeggio, lui magari meno 😉 ) i 6  anni di amicizia ed ognuna di quelle righe l’ho amata. Amo profondamente tutti i suoi personaggi, perfino quelli che mi stanno antipatici, li ho visti crescere quasi contemporaneamente all’autore (ho detto quasi e non sono certo la sola, mica che poi si pensi che millanto) e ho atteso questa serie trepidando. Chi legge, sa che inevitabilmente qualcosa cambieranno, i personaggi hanno un volto e una voce per ogni singolo lettore, quindi il rischio che il casting ti possa deludere c’è, sai che mille sfumature non potranno mai essere rese da una telecamera, in un libro leggi anche i silenzi, in un film no. Detto questo, mi è piaciuta? Sì quasi del tutto. La mia fortuna è che nella mia testa e nei miei occhi, la Piras Letizia frate Leonardo o Palma, avranno comunque la faccia che io ho pensato per loro quindi se anche qualcuno non corrispondeva alla descrizione, mi è scivolato abbastanza. Non sono una critica televisiva e non entrerò in particolari che non mi competono, forse le storie si potevano sviluppare diversamente, di sicuro de Giovanni le ha pensate e scritte in altro modo, perché dicessero di più, perché andassero oltre la trama gialla, ma nell’insieme mi sono arrivate come lui le ha scritte, c’erano comunque cose che  non potevano essere trasposte. In questo caso specifico credo che sarebbe più esatto dire che è stata fatta una riduzione televisiva. Rimane però un fatto, fare 7.000.000 di spettatori per 6 puntate 6, vuol dire avere fatto qualcosa di bello, di buono, qualcosa che con i dovuti distinguo è arrivato. Non stiamo parlando di un film, stiamo parlando di una serie televisiva. E veniamo ai consigli di cui sopra, miei amati attori, e dico così essendo una fedelissima di Un posto al sole (da cui vengono parecchi di loro), io so che siete bravi, vi conosco ma fatevi un regalo, leggetevi i libri oltre che il copione, andate a fondo di ogni personaggio. Sono figure che non hanno prezzo, hanno sfaccettature che ogni attore vorrebbe trovare nei personaggi che interpreta, non piegatevi a imposizioni della regia o della sceneggiatura. Faccio salvo Gassmann ma solo perché si è tolto un po’ di accento dopo la prima puntata (e perché comunque mi ha ridato il mio Peppino, prestandogli anche quei 20/25 centimetri), propongo una menzione speciale per Mariano Rigillo che ha reso il generale odioso come non mai. Faccio qualche esempio a caso, frate Leonardo non ha mai l’occhietto furbo, è convinto di fare del bene e quasi gli pesa quello che fa. Romano nei romanzi non ha più scatti d’ira nei confronti di nessuno, li ha persi perdendo Giorgia. Per ultimo Carlei, regista di peso e di pregio che si è lasciato sfuggire forse un po’ troppe piccole cose, una su tutte, se a Paolo Romano (che ha interpretato un uomo davvero brutto) viene naturale uno spiccato accento piemontese (che vista la tensione del ruolo ci stava tutto), cosa ti costa cambiare il particolare della provenienza (Bergamo). Lo so sono sciocchezze che se al grande pubblico sfuggono, al lettore attento stridono. Quindi ricapitolando, ho visto le cose che non andavano, ma mettendo sui piatti della bilancia i pro e i contro, direi che i primi pesano un bel po’ di più, e il merito è delle Storie, di quei personaggi che de Giovanni ha creato, quelle Storie che comunque sia, ti colpiscono al cuore. In attesa di vedere se i consigli alla regia servono, resto in attesa del prossimo romanzo, perché i film passano ma i libri restano,  e quello che de Giovanni ci regala con le sue Storie, diventa parte di chi legge e lo resta, indipendentemente da quanti film ci possano fare.

Maurizio Lupi, I Bastardi di Pizzofalcone e l’amore ma non solo

Di solito non scrivo per prendere like o plausi, scrivo i miei articoletti per il piacere di condividere emozioni. Stavolta lo faccio chiedendovi di leggere e se siete d’accordo condividere, ma chiedo anche a chiunque abbia un profilo twitter, di farlo menzionando l’account di Maurizio Lupi. @Maurizio_Lupi

In grassetto il testo dell’interrogazione parlamentare.

“È troppo se chiediamo alla Rai di Campo dell’Orto di tenere la propaganda della sessualità libera, sia essa etero o omo, fuori dalla prima serata? È proprio necessario che in qualsiasi trasmissione, sia un talk show, un festival canoro, una produzione di Rai Fiction quale che ne sia il genere, commedia o poliziesco, debba contenere scene esplicite di sesso omosessuale?. Sì “onorevole”, è decisamente troppo e soprattutto la domanda è  confusa, le creano problemi le scene di sesso in generale, come si evince dalla prima domanda, o solo quelle di sesso omosessuale come specifica nella seconda? Capisce lei stesso che la distinzione è fondamentale perché nel secondo caso lei implicitamente rifiuta dei diritti garantiti per legge anche alle coppie omosessuali, francamente credo che da un parlamentare questa sia una cosa che non è accettabile. Possiamo poi discutere anche del termine esplicite, mi pare evidente che se considera esplicite le scene contenute nella fiction che nomina dopo, ma allora dovremmo considerare tali anche quelle che vediamo su RAI3, nella serie Un posto al sole” o per restare nel poliziesco, quelle che si sono viste nei film dedicati a Montalbano.

La signora che ha scritto ad Avvenire denunciando la gratuita, non giustificata cioè dall’intreccio narrativo, scena di sesso tra due donne che ha scandalizzato sua figlia nella puntata del 23 gennaio della serie ‘I bastardi di Pizzofalcone’ ha ragione da vendere. Non so ovviamente che professione svolga la signora che lei chiama in causa, ma mi viene difficile capire come possa considerare gratuita la scena in questione, che in realtà è legata ad una delle trame che sono parte integrante dei romanzi. Fra l’altro onde evitare delle figuracce, per il futuro le consiglio di leggere i libri di cui intende parlare, anche se lo fa riferendosi alla trasposizione televisiva.

A quell’ora i bambini davanti alla televisione sono tanti. Dovremmo intenderci sul termine bambini, la scena a cui lei fa riferimento, almeno credo, è andata in onda oltre le 22, un orario in cui i bambini, in un giorno feriale, dovrebbero forse essere a letto a riposarsi per la scuola del giorno dopo e non certamente davanti alla televisione, tanto meno a guardare un prodotto che per sua natura, e non è questo il caso, può includere cadaveri, morti violente e altre amenità che personalmente non ritengo adatte a dei bambini. Forse invece di pensare a farle giungere le sue vibrate proteste, la signora farebbe bene a preoccuparsi di come sta educando la bambina.

Fino a quando noi cattolici, ma chiunque ancora creda nella funzione educativa della famiglia, dovremo finanziare con il nostro canone l’incontinenza visiva e le pulsioni ideologiche e non solo di registi e autori pagati con il denaro pubblico?”. Lo dovrete pagare ahimè fino a quando i governi che sostenete promulgano leggi che obbligano a farlo. Le confesso però che l’incontinenza visiva, riguarda solo ed esclusivamente chi non usa il telecomando, e la invito a riflettere sul fatto che trovare pulsioni ideologiche in un libro o un film giallo, è un esercizio che nemmeno i migliori funamboli possono trovare fattibile.

Concludo con un invito, legga Lupi, regali alla signora la serie completa dei Bastardi, eviti e faccia evitare a chi crede nella funzione educativa della famiglia, di guardare un prodotto tratto da un libro senza averlo letto, senza sapere davanti a cosa ci si sta ponendo. Vi si aprirà un mondo. Un mondo pulito, di storie in cui il sesso è parte dell’amore, lei ha figli e quindi la cosa non dovrebbe giungerle nuova, ma si può fare anche se non finalizzato alla procreazione, così, solo per amore.  Ma soprattutto rifletta e se può risponda lei a una domanda, fino a quando noi che non sbandieriamo la nostra religiosità, dovremo pagare perché i nostri parlamentari si preoccupino di cose così lontane dal benessere del Paese.  Si ricordi quando le verrà ancora chiesto di intervenire, di fare quel minimo di ricerca, quei soldi pubblici a cui lei fa riferimento, hanno prodotto questi risultati, se le par poco…“Un milione e mezzo di euro al mese per sei mesi dalla produzione solo per la logistica, alberghi, ristoranti, trasporti, che saranno nuovamente spesi per la più che probabile seconda serie. Un centinaio di operatori napoletani assunti per lavorarci. Immagini della città che arrivano a sette milioni di persone, un mare di messaggi e telefonate di gente che vuole venire a vedere da vicino, richieste di indirizzi precisi dei posti dove sono state girate le scene.” (copiato dal profilo di de Giovanni)

 

Si perdona poco, ma se sei de Giovanni non ti perdonano neanche quello – I Bastardi in tv

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Se siete qui più o meno siete gente che legge e sapete di cosa parlo, se invece siete arrivati per sbaglio, benvenuti e buona lettura.

Dunque dal 2012 nelle librerie d’Italia e non solo, si aggira Il metodo del coccodrillo, che ovviamente essendo un giallo molto noir ha come protagonista/antagonista, un ispettore. Un altro? Sì, ma siccome ce lo ha portato Maurizio de Giovanni a noi (ovviamente autoironico plurale majestais) ci piace. Un ispettore che da subito aveva le carte in regola per diventare uno dei Bastardi, no, non li aveva già pensati, ma se sei uno scrittore di talento, e lo dico a ragion veduta, vedi l’oceano nell’increspatura di una pozzanghera e da una storia ne tiri fuori molte. de Giovanni si è inventato I Bastardi di Pizzofalcone. Pizzofalcone è una zona che ha sotto la sua giurisdizione strade di lusso circoli nautici e il Pallonetto di Santa Lucia (tutti addosso uno all’altro, perché Napoli è fatta così il commissariato è in odore di chiusura. Poliziotti corrotti e delinquenti che si rivendevano la droga sequestrata e la bomba è innescata e pronta ad esplodere. Quindi uno da Il metodo del coccodrillo uno da lì, quattro poliziotti vanno ad aggiungersi ai due superstiti di quel commissariato, per presidiare il territorio fino all’inevitabile chiusura. Inevitabile? Non se la squadra che si forma è fatta da poliziotti con l’anima, gente che non sta a guardare il proprio mal di testa, che mette da parte il proprio sè per risolvere i casi. Poche volte ho visto discutere così animatamente su una serie tv, certo Rocco Schiavone ha scomodato anche dei politici, ma lui si è fatto le canne su RAI 2, qui si è scatenato il finimondo senza neanche un po’ di trasgressione. Ora, lascerei da parte gli improvvisati critici televisivi gente che non distingue tra scenografia e sceneggiatura, che non ha idea dell’esistenza della segreteria di edizione, per non parlare di quanti hanno avuto occasione di ascoltare (magari per sbaglio) brani di conversazioni dell’autore e hanno fatto dei film sul film. Vi dirò invece cosa ne penso io alla faccia dello stesso de Giovanni (il quale sostiene che io non sia affidabile per questioni affettive, ma mente non sapendo di mentire). Ho acceso il televisore con lo stesso timore che mi prende quando mi arriva il file di ogni nuovo romanzo. Il timore che non mi piaccia, che ci siano critiche da fare, (vabbè che le mie critiche siano indispensabili è una cosa di cui sono convinta io ma noi megalomani siamo così) invece anche stavolta il de Giovanni ha fatto centro. Qualche critica c’è, tipo non crederò mai che Gassmann e la Crescentini non siano in grado di parlare senza inflessioni, piccoli particolari che mandano ai matti le signorine pignoletti ma non la gente normale e sicuramente non si possono attribuire a lui. La cosa buffa è che a cose del tutto normali nella realizzazione di un film o una fiction, per esempio chiudere una strada durante le riprese, vengono attribuiti significati sotterranei che nemmeno i simboli massonici. Facciamola breve, a poco serve che siano aumentate le vendite di libri, poco importa se a fronte di un canone inevadibile ci hanno offerto un prodotto molto buono (ci starebbe anche un ottimo ma aspetto di vedere tutte le puntate) e godibile, con quel tanto che ti fa pensare se ne hai voglia ma non te lo impone. Se sei Maurizio de Giovanni le critiche te le devi beccare comunque, possibilmente feroci e immotivate, magari anche sul fatto che Napoli è di una bellezza sconvolgente e nella fiction a parte il morto ammazzato, non si vedono le stese gli agguati di camorra e le vele di Scampia, ma non qui. Qui i Bastardi di Pizzofalcone hanno soddisfatto anche nella riduzione televisiva (e badate che non è un termine usato a caso).  Come dite? Non sono obiettiva e scrivo così perché sono una groupie? Nonnonno, provate a leggerli e poi guardateli o fate il contrario, vi aspetto per dirmi se ho ragione o no.

Finiti i bagordi, vi propongo qualcosa di Agrodolce

Layout 1Un libriccino piccino, una raccolta di racconti (raccontini) piccoli ma carucci assai. Lo ha scritto Luana Troncanetti, lo ha pubblicato in cartaceo L’Erudita per quelli che proprio non si vogliono adattare al’ebook. Sono racconti ironici qualcuno dolce qualcuno più aspro ma tutti scritti con bravura. Non racconterò che è una raccolta imperdibile perché non stiamo parlando di Edgar Allan Poe, ma Luana Troncanetti sa scrivere. Nelle altre cose che ha scritto ha una tendenza noir piuttosto marcata, una bella fantasia tanto cuore e li usa entrambi abilmente. Vincitrice di più di un premio, ha partecipato ad antologie e raccolte. Potrei fare una recensione racconto per racconto ma preferisco consigliarvi di spendere qualche euro e lasciarvi godere di queste chicche in cui c’è la sua bravura la sua voglia di strappare due risate (anche amare ma perché no). Qui trovate tutte le indicazioni per acquistare Agrodolce ma anche L’antiguida al mestiere di mamma (e lì si ride senza amaro) e anche Silenzio, il noir di cui dicevo prima. Andate e leggete bella gente, perché un buon anno comincia anche con buone letture

Il maestro delle ombre – Donato Carrisi fa ancora paura

Quando ho incontrato Donato alla presentazione del suo nuovo romanzo, mi ha detto di aver alzato l’asticella, in9788830439412_0_0_300_80 realtà l’asticella è stata portata a livelli da record e non da record italiano.  Poi vi parlo del libro ma prima volevo soffermarmi sull’autore, o meglio ancora su cosa è capace di trasmettere quest’uomo. Forse è vero che non bisogna mai fidarsi dell’apparenza, avete presente mr. Deaver? Sì sì quello che ha inventato Lincoln Rhyme, magro scavato, insomma che i suoi libri facciano paura è abbastanza logico, o King, il Re, con quel sorriso spiritato ti pare normale che sia perennemente in compagnia dell’Uomo nero. Carrisi no, quest’uomo normale, anzi dall’aspetto mite i toni pacati e un sorriso sincero e cordiale, quest’uomo accogliente te lo immagini al massimo in compagnia della nonna, o mentre racconta le fiabe al suo bambino, e invece ti scaraventa in abissi che fanno una pippa al compianto Maiorca se mi passate il francesismo. In occasione di un altro incontro descrisse in questo modo la paura: immaginatevi soli in casa e di sentire provenire da un’altra stanza o da sotto il letto, un colpo di tosse. Ci siete? Ecco stavolta ha fatto peggio (o meglio insomma, avete capito). Coprotagonista è il buio, quello vero che pochi hanno mai visto davvero. Buio e silenzio, niente tranquillizzante ronzio degli elettrodomestici, niente radio o tv, niente telefoni. No non vale guardare fuori dalla finestra, il black out è totale, niente luci neanche fuori. Chissà se il palazzo di fronte esiste. Piove sicché non c’è nemmeno un vago chiarore di stelle e luna. Cosa scatena quel buio nella gente? Quali azioni si possono fare protetti dall’oscurità? Le peggiori. Marcus, il penitenziere che ben conosciamo nel buio si muove tranquillo, stavolta non sta combattendo il male, o meglio non solo. Sta giocando una partita con se stesso, con l’amnesia che lo ha colpito. Non sa assolutamente cosa stia cercando, perché qualcuno abbia tentato di ucciderlo, dove portino gli indizi che sta trovando come le briciole di Pollicino nel bosco e chi li abbia lasciati. Lo accompagna Sandra, la fotorilevatrice che ha chiesto di lasciare il servizio perché schiacciata dal troppo orrore, qualcuno ha fatto in modo di coinvolgerla. C’è tanto buio in questo romanzo, e c’è tanta inquietudine che se la gioca con la paura, perché quello che Carrisi sa fare meglio, è mescolare la fantasia più turpe a situazioni assolutamente vere, come è vara l’esistenza della Penitenzieria, come è vero il protocollo del black out, com’è vero che dietro ogni porta ci sono stanze che per fortuna, a pochi è dato conoscere. Quindi io vi ho avvisati, lasciatevi accompagnare in una Roma che riconoscerete tra il sì e il no, in un viaggio con destinazione ignota e preparatevi a sobbalzare quando vedrete la stazione di arrivo.

 

Non di solo Pane

15178166_10209939685162583_5042814304594663262_nCosa conosce un panettiere? Conosce la notte, è nel silenzio che fa il suo lavoro, mentre la maggior parte della gente dorme sogna o fa l’amore, il panettiere è lì, davanti al forno in cui cuoce la vita. C’è un modo di dire per indicare una donna gravida, si dice che “ha una pagnotta nel forno”, e non è un caso, il pane è da sempre metafora di tutto,  “buono come il pane” “non è pane per i tuoi denti” “rendere pan per focaccia”. Il pane è vita, e se fatto bene il pane è vivo, letteralmente, c’è chi cura la pasta madre come si cura un figlio, un pezzo di Pasta madre passa di generazione in generazione e fa un pane buono che sazia e non gonfia, un pane che nutre, un pane che diventa simbolo di amore. Gesù Cristo spezzò il pane e lo diede ai suoi discepoli. E per il pane si può morire. Pasqualino fa il pane da tutta una vita, è il Principe dell’alba lui, ha il compito che fu di suo padre e prima di suo nonno, quando la luce non ha ancora vinto sul buio della notte, quando il giorno si intuisce soltanto, lui spezza il lievito che darà al suo pane quel profumo che sveglierà la città, e rimette al sicuro quello che servirà per il giorno dopo il mese dopo l’anno dopo, quello che suo nipote Totò userà quando sarà lui il Principe dell’alba. Pasqualino non avrà il tempo di insegnare a suo nipote cosa sia il pane, quanta vita ci sia nel pane, Totò imparerà da solo che per il pane si può morire.

Ve lo dico ogni volta, se comprate e leggete i libri di deGio per il giallo lo trovate, ma non è quello l’importante. I romanzi di Maurizio sono altro, vanno oltre. Ogni singolo Bastardo è una poesia a se stante e parte di un canto corale, un balletto in cui non ci sono etoile perché ognuno brilla di luce propria e insieme scaldano il cuore. Ogni volta che inizio un nuovo libro tremo. Ho paura che possa esserci una scivolata, che dopo tante Storie possa arrivare quella che mi lascerà tiepida, lo apro trattenendo il fiato per le prime righe, come le zie che fuori dalla sala parto, quando gli portano il nipote senza farsi vedere gli contano le dita per assicurarsi che sia sano e bello. Pane è un bambino bellissimo, gente che ne sa, dice che è il più bello, io francamente non lo so. So che è pieno di profumo, di luce e di angoli bui come la notte più profonda, è un viaggio nel cuore di ogni Bastardo e di chi con loro va. A casa del sospettato, sulla brandina del commissariato di Pizzofalcone, a casa della vittima, ma soprattutto dentro i loro cuori e pensieri, nella notte, mentre il pane lievita e cuoce e di giorno, quando si fanno i conti con la vita. Pane ti scaraventa senza pietà nella vita di chi ha perso, di chi si finge malato per trovare riparo e cibo, almeno per qualche giorno, di chi invece dello smartphone pensa a come comprare il latte per il figlio neonato che piange dalla fame, di chi va al supermercato per rubare un pezzo di formaggio vergognandosi perché lavora ma non basta. Non di solo pane si vive ma anche di buona letteratura.

Luigi Romolo Carrino ovvero come ti scardino i tabù – Il pallonaro

pallonaro_400Ma insomma sti gay, froci ricchioni culattoni busoni o come più vi piace chiamarli, esistono o no? Esistono ma siccome sono effeminati non giocano a calcio, se per caso dovessero di sicuro non arrivano alla massima divisione. E invece Diego Di Martino (abbiate pazienza ma è napoletano ed ha avuto il coraggio di nascere il giorno in cui il Napoli ha vinto lo scudetto, si è rassegnata anche la mamma), a ventidue anni gioca in serie A e ha un piccolo problema. Lo sa lui e lo sa il suo procuratore, gli piace il pesce. La cosa è parecchio problematica perché come si diceva, nel calcio non esistono i gay e quindi incontri clandestinissimi e blindati con dei marchettari strapagati (la discrezione quasi mai è gratis) supervisionati dal suo procuratore e donne farlocche con cui apparire sulle copertine dei giornali. Poi vai a guardare gli scherzi che fa il destino, Diego scopre che mogli e figli o virili manate in campo, nascondono a volte altri gay, altre anime che non possono uscire. Ovviamente non vi racconto nulla di come si svolge la trama di un romanzo che definire godibile è poco, ma sottolineo come Carrino sia in grado di alternare momenti in cui ti si stringe il cuore a momenti in cui ti pisci addosso (cioè, io ancora non mi sono ripresa dall’immagine dei mammut – che al mercato mio padre comprò perché erano finiti i topolini -) ed è solo un esempio. Ti sbatte letteralmente in faccia il sesso e l’amore, perché come dice magistralmente, si perdona la droga il tradimento  l’indulgere nella prostituzione anche minorile che si picchi la moglie, ma la tenerezza e l’amore no; “è l’amore storto che somiglia paro paro all’amore dritto che non si perdona: la somiglianza alla sedicente normalità, in questi casi non si perdona mai.”

Io ve lo dico, se avete amici gay che non sono del tutto tranquilli nel mondo, se vi pare di non avere pregiudizi ma poi a pensarci bene con degli omosessuali presenti vi sentite sempre un po’ a disagio, se non siete sicuri di sapere cos’è l’amore, anche quello di una madre o di un padre, se vi chiedete spesso cosa sia l’amicizia, se siete omofobi magari non per colpa vostra: leggetelo, fatelo leggere, è una lezione grande impartita con leggerezza ma con la precisione di un bisturi. E jà che poi mi ringraziate.

Torna a Milano il Giallone, in sella Radeschi e Roversi – La confraternita delle ossa

paoloroversi_laconfraternitadelleossa_copertinaGli appassionati di gialli e in particolare quelli di autori italiani conoscono bene il giornalista investigatore Enrico Radeschi, sì quello che gira con la vespa gialla, a cui gli hacker di Anonymus fanno una pippa, quello che è nato nella bassa come il suo creatore, Paolo Roversi. Mancava da un po’ ma da ieri è in tutte le librerie con un nuovo appassionante giallo. La confraternita delle ossa appunto. Avete presente San Bernardino a Milano? La chiesa in pieno centro che raccoglie migliaia di ossa? Ecco lì aveva sede una confraternita e da lì si è scatenata la fantasia di Roversi che da un morto illustre, ucciso sotto la Scrofa semilanuta – che adorna Palazzo della regione, in via dei Mercanti – si inventa un giallone coi controfiocchi. Il morto ha tracciato col sangue un simbolo e fortuna (nostra) vuole che un giovane aspirante giornalista, appena arrivato nella metropoli dalla bassa padana per fare il giornalista, si trovi a notarlo prima di essere allontanato dalla polizia. Siamo nel 2002, non ci sono cellulari con cui fissare l’immagine, Radeschi è un pischello che vuole a tutti i costi emergere e la polizia non vuole che il particolare sia svelato. Bravi, Roversi ci racconta amalgamandola perfettamente all’indagine, che si rivelerà essere ben più complessa di quanto appaia, di come Radeschi sia diventato quel personaggio che ben conosciamo. Per quanto mi riguarda trovo che ad un certo punto, quando un personaggio è saldamente radicato nel cuore dei lettori, sia quasi doveroso per un autore raccontarci le origini. Questo è quanto fa egregiamente Roversi, ci racconta di come un ragazzo appena laureato, diventi un collaboratore della polizia, un battitore libero indispensabile. Col Nokia che gli tronca metà delle conversazioni (e sì, le batterie erano un bel problema) un hacker esperto nonché un milanese non ancora imbruttito, da dove arrivi la Vespa – che tutti conosciamo come il Giallone – di come sia arrivato Buk, il fedele labrador. Con un omaggio a Dan Brown, e un occhio a Scerbanenco, vi accingete a leggere, perché so che lo leggerete, un giallo davvero intrigante, personaggi che avrebbero preferito restare nell’ombra, una confraternita che ha visto fra i suoi antichi adepti perfino san Carlo Borromeo, un’assassina senza scrupoli che si comporta come una mantide. Da non perdere.

A questo link potete acquistarlo, trovare le recensioni di chi ha avuto la fortuna di leggerlo in anteprima, e una chicca da non perdere Il delitto della stanza chiusa –  

https://www.amazon.it/confraternita-delle-ossa-Paolo-Roversi-ebook/dp/B01JLW19IE/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1470291910&sr=1-1&tag=milan0b-21

Ovviamente su Facebook trovate tutte le date per i firmacopie e le presentazioni

Metti Il Turista sul comodino – Massimo Carlotto torna e colpisce duro

cop (1)Venezia è piena di belle donne, ma c’è un uomo che guarda oltre la bellezza e l’eleganza, lui ha una passione per le borse, conosce le griffe e più sono raffinate, più le donne che le portano acquistano valore ai suoi occhi. Detta così non sembra una gran cosa eh, ma se vi dicessi che l’avere una borsa anziché un’altra può fare la differenza fra la vita e la morte? Ecco, il Turista che ci racconta Carlotto è quello che decide se la borsa che porti vale o meno la tua vita. Neanche questo però basta per dire di cosa parla questo nuovo romanzo, perché lui, il Turista, è solo una delle pedine che compongono questa scacchiera su cui si  gioca una terribile partita. C’è un ex commissario, Pietro Sambo, quello che io definirei uno sfigato, ha commesso un errore veniale, fra l’altro nemmeno per se stesso, e ci ha rimesso tutto, faccia carriera e famiglia; gli pesa da morire perché Venezia è un posto piccolo, è un intrico di calli campielli rii (quelli coperti che si chiamano terà – interrati) dove alla fin fine si conoscono tutti, e nessuno si fa scrupolo di trattarlo come un reietto, ma lui non ci sta perché in fondo il suo lavoro in polizia era la sua vita, è uno che cerca la giustizia che la ritiene un valore irrinunciabile. C’è una vittima che sparisce e tanti personaggi che compaiono. E per quanto riguarda la trama credo di avervi incasinati abbastanza. Adesso arriva il bello, o almeno quello che io ho trovato irresistibile in questo romanzo. Carlotto ci ha messo tutto, va bè, tanto di questo mondo marcio e balengo (se più l’uno o più ‘altro è scelta ardua) incorniciato nella città più bella del mondo, fuori dai circuiti noti, nei campielli e nelle calli che conosce chi ci vive, nei  bar nelle cicchetterie, negli appartamenti affittati a nero, ha fatto muovere servizi segreti che chiamare deviati è poco, anche se secondo la loro logica perseguono dei fini nobili, sono collusi o comunque interagenti con le forze dell’ordine e di questo approfittano per reclutare Sambo promettendogli una riabilitazione; sono disposti a tutto. I temi come dicevo sono tanti, quello su cui forse si è più concentrato l’autore è però la psicopatia, quella vera che non si vede, quella consapevole che i “malati” riescono in qualche modo a controllare che li può portare a diventare dei serial killer, come nel caso del Turista, o come ha ricordato lo stesso Carlotto nell’intervista a Farhenheit (rai3), arrivare ai vertici della società. Insomma come sempre, un gran giallo, un autore che dice tante cose tenendoti avvinghiato alle pagine.