IL VENDITORE DI ROSE

Dario Sardelli

Torpignattara è un quartiere di Roma, non esattamente un posto residenziale, ma i suoi abitanti (come capita in quai tutte le periferie), dopo essere stati “emarginati” guardati dall’alto in basso e ovviamente “invasi” dalle varie comunità di stranieri più o meno regolari, hanno trovato l’orgoglio di rivendicare la loro identità di borgatari (anche quelli di Milano e di ogni grande città). A Torpigna, perché così la chiamano, il commissariato è retto dal vicequestore Piersanti Spina, uno tranquillo che non ama fare l’eroe, fa il suo e cerca di vivere meglio che può, cosa non facilissima perché è affetto da CIPA, una malattia rara e congenita del sistema nervoso che gli impedisce di provare caldo freddo e di sudare. Non so esattamente se la malattia sia come descritta o un po’ esagerata, ma certamente caratterizza il personaggio.  Belli anche gli altri personaggi e bella la storia. Un cadavere in mutande, in quello che viene chiamato il pratone  che Spina riconosce come il “bangla” da cui ha comprato tre rose per la sua fidanzata, la sera prima che incidentalmente era san Valentino.

Un bel casino, un po’ perché essendo in mutande non ha documenti, un po’ perché probabilmente non li avrebbe avuti neanche se fosse stato vestito. Sia come sia il vicequestore sa fare il suo mestiere e alla fine, non proprio agevolmente scopre sia chi era il ragazzo (ben altro rispetto a un venditore di rose), sia il perché e chi lo ha ucciso.  C’è da dire che personalmente l’ho molto apprezzato, veloce, scritto bene, senza esagerazioni e colpi di scena improbabili ma con tante piste che depistano, una trama che si discosta dalle “solite”, fresca e nuova così come il protagonista. Decisamente piacevole. Un nuovo esordio di un italiano che a occhio e croce non resterà un unicum, l’unico augurio che mi/ci faccio (pur conoscendo le dinamiche editoriali), è che non ne sforni uno ogni sei mesi, andazzo che purtroppo è sempre più presente ma che, scusate la franchezza, dopo un po’ diventa un legaccio che ti fa sentire obbligato a leggere, pena i sensi di colpa da lettore incallito e il dover scegliere qualcuno a scapito di altri.

Voi però leggetelo, perché il ragazzo, sceneggiatore e autore televisivo, probabilmente ci darà delle altre belle soddisfazioni.

2021

Stile Libero Big

  1. 240

€ 17,00

ISBN 9788806244408

IL SANREMO DI AMORINO e PATATO

foto reperita in rete

Ok, vediamo di dare un senso a questo blog, non ci metto spesso riflessioni e articoli che non parlino di libri, ma forse è ora di cambiare registro, o almeno di provarci. Oggi quindi si parla del Festival di Sanremo, della musica poco, perché passi tutto, ma non ho sufficiente competenza per parlarne al di là di quelli che sono i miei gusti.

In forse fin quasi all’ultimo, pubblico sì pubblico no, niente passerelle niente casino niente caccia agli autografi, giornalisti pochi (diciamolo, la sala stampa è da sempre spettacolo nello spettacolo), insomma certamente non era facile e lo abbiamo capito tutti. Usciamo subito dalla polemica canone mica canone compensi eccetera, si è capito da mò che la kermesse si ripaga ampiamente da sola. Continua a leggere “IL SANREMO DI AMORINO e PATATO”

L’inizio e la fine – Stefano Tura chiude il cerchio

Stefano Tura non ha bisogno di gran presentazioni, autore di thriller giornalista creatore di un Festival del giallo a Cesenatico, volto ormai storico di RAI1, ha esordito con Il killer delle ballerine nel 2001 e poi ha proseguito con il thriller, direi anche con un buon successo. Per farla breve, una volta rientrato in possesso dei diritti sul suo lavoro (l’editoria come la musica è un mondo strano), ha messo in atto un progetto con La Corte editore (che io ve lo dico, è una casa editrice che sa quello che fa). Scrivere il sequel di quel primo romanzo (che era comunque autoconclusivo), tornando per così dire sul luogo dei delitti 20 anni dopo.
Le discoteche ci sono ancora così come ci sono le cubiste, quello che il protagonista de L’ultimo ballo, ex poliziotto coinvolto negli atroci delitti, non si aspettava proprio, è di ripiombare dritto in quello che con qualche variante sembra essere una replica di quanto già vissuto.
Bravo Tura a non fare un copia incolla invecchiando un po’ i protagonisti, ma a inventare una storia del tutto diversa nella sostanza.
Se infatti è vero che la vicenda attuale è diretta conseguenza della prima, i protagonisti il modus operandi e lo svolgimento dell’indagine, sono tutta un’altra cosa. Le differenze fra i due romanzi sono palesi nel linguaggio, il primo ovviamente non era soggetto al politically correct (che semplicemente non esisteva) che oggi è impensabile non seguire se non si vuole finire alla gogna, il secondo è per forza leggermente più pettinato, ma la cosa che più si nota, è l’attenzione che l’autore, evidentemente maturato, pone sul tema delle diversità, in generale, un’attenzione profonda che mette in luce quanto ancora ci sia da fare e riconosce al tempo stesso quanto sia facile distrarsi. Quanto oggi sia possibile diventare vittime nell’indifferenza. L’unico appunto che personalmente mi sento di fare al libro (in particolare al secondo romanzo) è la tendenza a qualche ripetizione di troppo di alcuni rimandi, qualche descrizione che si poteva evitare, ma che tutto sommato nulla toglie a un romanzo da leggere.

DAVIDE LONGO – ARCADIPANE E BRAMARD

Nel 2021 Einaudi ha deciso di (ri)pubblicare tre romanzi dello stesso autore, una scelta interessante se si calcola che in realtà i romanzi sono stati scritti in tempi molto diversi. Parliamo di polizieschi o quanto meno di romanzi che implicano un’indagine e dei poliziotti o ex poliziotti.

I romanzi sono  – Il caso Bramard – Le bestie giovani  – Una bestia feroce – Nel primo non è chiarissimo chi sia il protagonista designato, se il commissario Arcadipane o il suo ex superiore Corso Bramard (cognome tipico del Roero), è un continuo passarsi la palla, dove non arriva uno arriva l’altro. Anche perché nel caso Bramard, Corso è parte in causa.

Il secondo è un’indagine parallela a quella ufficiale ed è una sorta di romanzo civile, che torna agli anni di piombo con tutto quel che ne consegue, quello che cambia sono le proporzioni del peso dei personaggi, qui si parla molto più di Arcadipane che non sta passando un bel momento nel suo privato.

Nel terzo sono più evidenti i cambiamenti di entrambi, il caso riguarda web deep web e di conseguenza le magagne di una società che abbiamo tutti sotto gli occhi.

La scrittura di Longo è piacevole, equilibrato nel dosaggio fra indagine e focus sui personaggi (ad affiancare i due c’è anche un’agente ben stramba e piena di problemi ma decisamente brava nel suo lavoro) e sulla loro evoluzione nel tempo e bello il modo di descrivere la città (Torino) e i dintorni, senza campanilismo ma si sente se mi passate l’espressione, l’amor patrio. Allo stesso modo c’è equilibrio fra i caratteri, che pure sono decisi e con storie “forti” alle spalle sono descritti quasi con delicatezza, con rispetto. Per quanto riguarda le trame, a non fermarsi in superficie, ci si trova anche altro, denuncia sociale se vogliamo, di fenomeni comuni quanto tristi della società attuale e delle loro conseguenze. Quasi dei noir. Ahimè nonostante la sua produzione sia assolutamente polposa, non lo conoscevo. È uno di quegli autori che puoi prendere con calma, non ti mette l’ansia di sapere, i romanzi aspettano pazienti che arrivi il momento per dedicarti a loro e goderne. Sicuramente non resteranno sullo scaffale (nel Kobo) a lungo fra i non letti.

Un colpo al cuore

Devo dire che da qualche anno a questa parte la “nuova generazione” degli scrittori italiani sta decisamente esprimendo il meglio di sé, autori che ad ogni romanzo ti lasciano a bocca aperta. Penso, con un paragone che può sembrare azzardato ma se ci riflettete non lo è poi tanto, per esempio a un Camilleri o per fare un salto nel passato un Simenon o a tutti quelli che hanno dato vita a serie e personaggi indimenticabili, quando leggi uno dei loro romanzi, è come infilarti in un paio di vecchie comode adorate pantofole, ti accolgono ti avvolgono e ti danno una sensazione di benessere, sai cosa troverai fra le pagine. Poi un giorno ti capita in mano uno come Piergiorgio Pulixi, allievo di Massimo Carlotto e membro del collettivo Sabotage che parte con un personaggio bomba, Biagio Mazzeo e ne fa un seriale (a buona ragione adorato dai lettori), poi ti sforna un romanzo come L’appuntamento, da brividi letteralmente, roba da staccare immediatamente tutte le connessioni possibili. Cambia genere cambia tutte le carte in tavola e ti turba non poco con Il canto degli innocenti  creando un personaggio complesso come un puzzle che si chiama Strega. Cresce nella scrittura nelle trame e ogni “torta” è un pochino più buona della precedente. Raggiunge il top – per il mio gusto e prima di leggere Un colpo al cuore – quando scrive L’isola delle anime, in cui unisce tutto l’amore per la sua splendida terra, ci mette la Storia ci mette le tradizioni ci mette quel mistero che sono i sardi e la loro storia, così pieni di antico e moderno insieme, chiusi come conchiglie e capaci di amicizie impagabili. Così per gradire, si è inventato altri due splendidi personaggi, le ispettrici Mara Rais e Eva Croce, due anime strappate che hanno deciso di ricucirsi con l’ironia, nascondendo gli strappi una sotto un’immagine impeccabile e l’altra con anfibi trucco pesante e i capelli rossi ereditati dalla madre irlandese. Per contro, la rockettara ha modi educatissimi mentre la raffinata Mara, usa un linguaggio che definire spiccio è fargli un complimento. Un colpo al cuore riunisce Strega, che anche lui in quanto a strappi dell’anima non scherza affatto, con Rais e Croce, fra Cagliari e Milano. La trama coinvolge ogni lettore in prima persona, perché tra le centinaia di notifiche che riceviamo ogni giorno sui nostri smartphone, potrebbe arrivarne una che ci chiede di sostituirci alle Istituzioni, ci dice che possiamo decidere noi cosa sia la giustizia. Basta un tap. La tentazione è forte, dallo schermo non si sente l’odore del sangue, non ti resta sulle mani e l’anonimato protegge anche dalla propria coscienza. Strega per le sue competenze viene inviato a Cagliari per formare una tasksforce con le ispettrici ed è subito magia. Non è solo nella sintonia fra i tre (e qualche comprimario ovviamente) a livello di lavoro, quanto complessiva, tre vite e tre modi di pensare che si incastrano perfettamente. Potrei parlare del cuore dei personaggi, che non hanno pietà nel raggiungere l’obiettivo e nello stesso tempo la provano sia nei confronti delle vittime sia del criminale, potrei raccontarvi di come nella drammaticità della storia Pulixi riesca con il linguaggio ironico e ricchissimo, ad alleggerire la tensione o di quanto da tutti i romanzi, emerga prepotente l’attenzione a quella fascia di mondo che è il nostro futuro, i bambini e gli adolescenti, di come esprima l’amore per la natura e gli animali con le descrizioni dei paesaggi (ok ammetto che con la Sardegna ha gioco facile) e della gatta Sofia, di come sappia dosare l’adrenalina ma preferisco lasciarvi a questo punto, usare il tempo per leggere lui e non me.

PS, non ho elencato tutte le opere del ragazzo, ma solo per non riempire tre pagine e con il benestare dell’autrice, vi lascio il link di una delle più belle interviste fatta da Cristina Aicardi per MilanoNera (ci trovate anche la sua recensione seria) che qui sul blog la prendiamo morbida. E ovviamente per Un colpo al cuore e qualsiasi altra informazione libresca, vi ricordo che le mie (recensioni serie) le trovate su Mangialibri

Commissari amici e libri in TV

Per gli amanti della lettura di Napoli e di Maurizio de Giovanni, il 25 gennaio rimarrà nella memoria come IL GIORNO. Dopo anni in cui si sono succedute le teorie più strampalate, ipotesi su chi avrebbe interpretato il commissario Ricciardi, trattative per la vendita dei diritti, quale regista sarebbe stato in grado di rendercelo così come ce lo siamo costruiti nel nostro immaginario, finalmente tutte le domande hanno avuto una risposta e ieri sera ci siamo sintonizzati in tanti su RAI1, chi trepidando chi pronto alla critica feroce, soprattutto dopo avere già pontificato il pontificabile sulla fiction ispirata da Mina Settembre. Stamattina la prima occhiata ai trend sui social, per una volta tutti d’accordo. Personalmente non convintissima che D’Alatri fosse il regista giusto, ho dovuto ricredermi dalla prima inquadratura. Calati negli anni ’30 come se l’oggi non esistesse, ci siamo goduti ogni secondo, il San Carlo di quegli anni, con le due opere in programma nella stessa giornata, l’opera come musica popolare e poi lui. Il commissario che non sorride, che vede gli ultimi istanti di vita di chi ha subito una morte violenta. Lino Guanciale si è rivelato perfetto, è entrato in parte amando il personaggio e si è visto. Negli sguardi nei modi nella freddezza nei confronti del vicequestore – dell’autorità – nella pietà verso i morti e infine nel muto dialogo da una finestra all’altra. Quel dialogo muto che ci ha fatto sospirare temere parteggiare. Non faccio l’elenco dei personaggi, sarebbe inutile, dico solo che meglio di così era veramente difficile fare. Una trasposizione delle emozioni, perché questo è stato Ricciardi dal primo all’ultimo romanzo, dal cuore agli occhi. Ho letto post e tweet in cui si diceva “dovrò leggere i romanzi” e questo a mio modesto parere è il grande merito della trasposizione televisiva fatta bene, avvicinare alla magia di un libro, dare l’imput a chi non ha l’abitudine di prendere in mano un oggetto che può portarti ovunque. Ben vengano allora prodotti così ben fatti e ancora, sempre un gigantesco grazie a chi ha iscritto Maurizio a quel concorso, a quella zingarella che gli ha fatto le linguacce da fuori la vetrata del Gambrinus, alla ribolla gialla e a tutti quelli che dal primo momento (un donnino enorme in particolare) hanno creduto nella magia che dopo tanti anni, ci è stata regalata in video. Grazie Maurizio

Come ha detto Salinger “… i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quello che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.“ Anche se sono le 23.30 di un lunedì.

L’opzione di Dio

Papa Bergoglio è morto e il suo successore ha cercato di tenere viva l’impostazione che lui aveva dato alla Chiesa, apertura pulizia e chiarezza soprattutto negli affari economici dello IOR che tanti scheletri ha negli armadi. Ma il pontefice è malato, gli resta poco da vivere e chiaramente fra i pochissimi cardinali che ne sono al corrente, comincia una delle battaglie più subdole che esistano al mondo. Quella che si svolge prima del conclave, quando i papabili si giocano il Soglio con accordi e manovre che sono il segreto di Pulcinella. Proprio dalle manovre di Warren Hamilton, arcivescovo di Pretoria, che usa metodi non proprio etici per mettere a tacere le vittime dei tanti, troppi, religiosi pedofili, prende il via il romanzo di Caliceti. Sottovoce, nel senso che è un signore discreto che non si sovraespone, sta alzando l’asticella ad ogni romanzo (scusate lo so che è una frase trita ma rende l’idea). L’ambito in cui si muove è più o meno lo stesso dei precedenti, la finanza, che è la protagonista ma solo nella misura in cui incide sulla vita degli uomini. Qui è entrato a gamba tesa e senza sconti in quel territorio delicatissimo che è l’etica, figlia della filosofia. I due protagonisti, apparentemente sono Hamilton e Vignale, in competizione per il Soglio e se vogliamo essere precisi anche per la palma di bastardo dell’anno, in realtà sono solo la rappresentazione di una realtà, di più realtà, su cui troppo spesso non ci si sofferma se non per un attimo di momentanea indignazione. Non fa uno sconto Caliceti, mette in mostra il marcio che purtroppo non ha nulla di fantascientifico. Un romanzo che racchiude un giallo (si apre con un attentato jiadista in via della conciliazione e le relative indagini dell’antiterrorismo) una denuncia spietata della corruzione e nei dialoghi che sono lo scheletro del libro, una serie di riflessioni che spingono il lettore a farle proprie. Un’amara conclusione che non toglie però la speranza che partendo da un uomo, un nuovo rinascimento sia possibile.

UN GIOCO DA RAGAZZI Enrico Ruggeri

Ho letto credo quasi tutti i libri di Enrico Ruggeri, so quanto scrive bene,  come è in grado di cambiare genere, ma trovare la storia che ha messo in UN GIOCO DA RAGAZZI non me lo aspettavo proprio. Quando l’ho finito ho acceso subito il pc, ero così entusiasta che ho pensato mi sarebbe uscito tutto in un attimo. Errore, proprio perché l’ho trovato ottimo (non mi spingo a definirlo eccezionale perché è un aggettivo che uso davvero raramente), temo di banalizzarlo scrivendone.

Non è il primo libro che leggo sugli anni di piombo, ma questo punto di osservazione non ricordo di averlo mai trovato. A seconda dell’opinione o dell’orientamento di scrive, ci sono i buoni e i cattivi. Qui no. Qui c’è una storia se non vera molto verosimile, non ci sono prese di posizione, solo fatti nudi e crudi.

Per quanto sia più che abituata agli autori di gialli e noir che entrano nella testa degli assassini, oltre che degli investigatori, il percorso di vita di questi due fratelli che prendono strade opposte, è descritto con una vividezza tale che entri letteralmente nei panni sia di Vittorio e Mario, sia della famiglia – madre padre sorella e zia – che assistono, prima senza accorgersene e poi colpiti a morte dall’enormità della cosa, alla crescita dei due ragazzi che di giorno in giorno si allontanano sempre di più, perdendosi, non riuscendo più a dialogare, diventando due nemici che nulla hanno in comune. In quasi  tutti i romanzi c’è un messaggio – o almeno questo è quello che ci trova e forse cerca un lettore – qui forse no, c’è solo il racconto puro e semplice dei fatti, del perché e come si è arrivati a quegli  anni terribili, pieni di fervore e furore. Anni cosiddetti di piombo, che a me sono rimasti appiccicati addosso (come a tutti quelli della mia generazione credo) e che hanno letteralmente dato forma a un paio di generazioni successive. Una forma malata ahimè, che saltato un giro, si trova a mettere tutta la passione politica, dove politica sta per tutto ciò che riguarda la collettività, scrivendo perlopiù stronzate) sui social network. Mario e Vittorio con la loro storia “disgraziata”, ci ricordano quanto sia necessario mantenere un equilibrio, quanto sia facile deragliare e perdere il controllo arrivando a commettere dapprima azioni scellerate e poi reati, perdendo di vista qualunque cosa non sia la propria ossessione fino ad arrivare a perdere completamente se stessi.

Un romanzo che vale ogni minuto impiegato a leggerlo, che insegna tanto, un racconto profondo di una stagione che per l’Italia è stata fondamentale, della quale ancora oggi piangiamo i morti da una parte e dall’altra. Uno sguardo distaccato, che non prende posizione (come è giusto che sia), ma va a fondo di ogni spinta emotiva, di ogni azione compiuta in nome di un’utopia. Un romanzo per capire come siamo arrivati dove siamo ora. Un libro come ce ne vorrebbero tanti. Grazie Rouge.

Niente consigli oggi ma un grande abbraccio

A Rudolf, la renna che guida la slitta, affido gli auguri della

DONNA FUORI TEMPO

Immagine trovata in rete

Ci siete tutti anche se è un po’ lungo

Ebbene sì, non so per quale congiuntura astrale, karma o difetto di produzione, sono sempre stata o in netto (e inconcludente) anticipo, o in netto ritardo (fuori tempo massimo per capirci). Si sarebbe dovuto capire quando mi hanno fatto cominciare la scuola dalla seconda (no, non quella che si chiamava primina, ma in seconda elementare proprio), l’anno dopo, cambiando città ho dovuto fare la prima e dio sa quante bacchettate ho preso perché mi distraevo, d’altra parte sapevo leggere e scrivere, immaginatevi quanto potevo rompermi le scatole a fare le aste. Ho studiato lo shatzu quando in Italia esisteva una sola scuola e non esistevano certificazioni ordini e simili, sono arrivati molto dopo, abilitando al lavoro gente che ha fatto corsi di 3 fine settimana (io 3 anni di scuola con iscrizione e relative lezioni alla facoltà di medicina). Ho studiato il counseling quando li counselor era una figura misteriosa che veniva dall’America e anche lì non c’erano attestati scuole specifiche e ordini più farlocchi di quello dei giornalisti. Mi sono ridotta la faccia ad un hamburger (e fracassata un tot di ossa) giusto una settimana prima di un appuntamento che avrebbe potuto cambiarmi la vita. Un produttore teatrale vero, mi aveva chiesto di andare a Roma per un provino, va da sé che è saltato. Mi sono licenziata nel 2007 mettendomi a fare una cosa (splendida) che ho finito nel 2008, avete idea di cosa sia stato trovare lavoro da quel momento in poi? Non ho fatto figli (vabbè il discorso è complicato) perché c’era sempre qualcosa di più urgente, ho rifiutato per tre volte di sposarmi e a 15 giorni dai 55 direi che sono decisamente fuori tempo. Tutto sto papello per dirvi che dai ricordi di fb è ricicciato fuori il seguente post scritto un anno fa, in cui distribuivo abbracci virtuali a chi non potevo raggiungere di persona. Fuori tempo un’altra volta o inconscia preveggenza visto che da un anno non abbracciamo più nessuno. Lo ripropongo con poche piccole variazioni (alcuni non c’erano altri se ne sono andati). La speranza è che non riescano a cambiarci, che ci sia rimasta la voglia di un abbraccio, che passata la paura ritroveremo noi stessi, che passata la rabbia ci torni la gioia di essere vivi.

Quest’anno che come tutti gli altri e per tutti gli altri, è stato per me a volte bello a volte tremendo. Quindi regalo un abbraccio, uno di quelli che sia pur virtuale, spero vi arrivi avvolgente e caldo, della forza e della durata di cui ognuno ha bisogno, o voglia o solo il piacere. Essendo virtuale ha di buono che chi non ne ha bisogno, può saltarlo a piè pari e chi se ne frega, va bene così.

Un abbraccio a chi ha perso la certezza del lavoro, che dia la forza per non smettere di provarci, perché quando sai che puoi mangiare (per non parlare di chi ha figli), tutto il resto si affronta.

Un abbraccio a chi non è da solo ma non si sente e non è al suo posto, ma per mille ragioni non può o non vuole cambiare posto e compagnia.

A chi si costringe a sorridere per non far soffrire chi ha vicino, con la speranza che quel sorriso diventi presto qualcosa di profondo, venga dal cuore e non sia solo sul viso.

Un abbraccio a chi per il primo anno avrà una sedia vuota a tavola o un numero in meno da chiamare, quest’anno purtroppo saranno in tanti.Passeranno il dolore e la rabbia, e quei posti vuoti si riempiranno di nuove persone, senza che per questo chi non c’è, se ne vada dal cuore.

Un abbraccio a chi ha trovato qualcuno o qualcosa di nuovo nella sua vita, un lavoro un’amicizia un figlio o un amore,che lo cercasse o meno, perché la gioia condivisa è tanta roba.

Un abbraccio a chi non ha il coraggio di ricominciare, trovatelo quel coraggio perché come diceva un grande uomo “ma io ti voglio dire che non è mai finita, che tutto quel che accade, fa parte della vita” e a chi ha ricominciato dando il merito ad altri. Siate orgogliosi, il merito di quel che fate è solo frutto del vostro essere. Prendetevi i vostri meriti, non se li merita nessuno oltre a voi.

Un abbraccio a chi a chi in questi giorni che dovrebbero essere di festa, sta affrontando malattie e paure che non hanno mollato e son rimaste anche se si parla solo di covid, un abbraccio per crederci insieme, che passeranno che la vita avrà la meglio, più di tutti a quelli che lo stanno facendo con un sorriso, senza farlo pesare, senza lamentarsi anche se la paura li divora.

Un abbraccio a chi tutti i giorni è nella mia vita, alle amiche che dividono risate e lacrime, paure e piccole vittorie, cose serie e cazzate immani. Siete i fiori che fanno bello il mio giardino, lo zucchero nel caffè, il sale nelle pietanze. Siete ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Un abbraccio al sangue del mio sangue, alle due persone per cui darei la vita, siete così perfetti con le vostre imperfezioni, che senza di voi forse darei molta meno importanza alla mia vita, siete l’amore.

Un ultimo abbraccio a chi mi ha ferito e a chi ho ferito, è così facile farsi del male senza nemmeno rendersene conto, ma è così bello abbracciarsi e cancellare le cose brutte che vale la pena perfino di farsi un po’ male.

Ne avrei ancora tanti di un abbraccio a chi, ma sono troppi per metterli tutti qui. Un abbraccio. Vi voglio bene, lo sapete vero?

Consigli del giorno 3

8 come le renne di Babbo Natale, oggi non consiglio libri ma autori. Poche righe per ciascuno, naturalmente do per scontato che siccome sono nomi grossi (altri ne seguiranno) li conosciate e li abbiate letti, ma una ripassata male non fa. Mi accorgo che sono tutti autori gialli e noir, vabbè, oggi va così. Hop hop che le librerie sono aperte.

Cometa: porta con sé Maurizio de Giovanni, i suoi romanzi, siano i seriali o i singoli, sono poesia, sono immersioni nelle anime e nei pensieri. Il noir è solo il mezzo che ha scelto per portarci davanti a uno specchio magico, dove volenti o nolenti, vediamo chi siamo al di là di quello che crediamo.

Ballerina: alla sua redine è attaccata Rosa Teruzzi, la sua scrittura gentile, la bravura nell’architettare storie, la semplicità con cui esalta (senza darne l’impressione) le donne, con il rispetto dovuto, la rendono una delle autrici che dopo il primo libro entrano nel cuore e ci restano ben salde insieme alle sue protagoniste.

Fulmine colpisce con Massimo Carlotto, illumina e poi brucia, noir puro, non ci sono sbavature nei romanzi (ma l’avete visto in tv L’Alligatore?), scrive senza fronzoli colpisce e come suol dirsi, non fa prigionieri. Qui volendo potrei sbilanciarmi e fare anche qualche titolo, anzi lo faccio con quello che personalmente amo di più, L’oscura immensità della morte, ma sto facendo un torto all’autore perché fidatevi, non si può leggerlo e rimanere gli stessi.

Donnola (traduzione orrida ma non è colpa mia), vi porta i romanzi di Pierluigi Porazzi. Anche lui di difficile definizione, qualcuno più decisamente nero, altri più gialli ma anche fantascienza. Preciso come un bisturi non c’è una parola che non sia necessaria. Trame perfette, colpi di scena calibrati con precisione da gioielliere. Non può mancare nelle librerie di chi ama il genere.

Freccia, a lei affido Antonio Manzini, come gli altri consigliati non ha alcun bisogno di introduzioni o presentazioni. Che scriva di Schiavone facendoci ridere e piangere, che scriva altre storie facendoci provare tutte le emozioni possibili, prendere in mano un suo libro è come avvolgersi in un plaid di cachemire in una giornata fredda. E come disse Forrest Gump, su questo argomento non ho altro da aggiungere.

Saltarello chi mai può portare se non Marco Malvaldi? Un folletto lungo lungo con dei neuroni che saltano appunto da una parte all’altra, come degli stambecchi capaci di non vacillare neanche atterrando in spazi impossibili. Da un bar di Pineta alla chimica al cibo alla filologia. Per restare nell’ambito dei paragoni, presente una birra ghiacciata in un giorno di luglio con 35 gradi all’ombra. Ecco la goduria con i suoi libri è quella.

Donato invece di un autore trasporta addirittura una Casa Editrice, piccolina ma tosta, tutta al femminile con una selezione che va dal vintage ai temi più delicati con autrici decisamente diverse dal mainstream. Cercate Edizioni Le Assassine, scommettiamo che poi mi ringraziate?

Cupido porta con sé l’autore più lontano dall’idea di romanticismo, ma chi lo porta lo porta, Francesco Recami è una garanzia per chi ama lo humor inglese, il politicamente scorretto l’arguzia sottile e pungente. Una piccola vespa che punge ma non provoca danni, semina paradossi come i contadini fanno coi pomodori e ogni pianta è piena di frutti deliziosi.