GIORNI BELLI CON I LIBRI BLU

ATTENZIONE POSSONO PROVOCARE DIPENDENZA

Ne parlerò più esaustivamente e separatamente su Mangialibri, però proprio come capita agli artisti (che mi perdoneranno l’ardimento del paragone) ho proprio l’urgenza di raccontarvi questi tre e spingere chi non li conoscesse (ma che davero esiste qualcuno che non?) o chi ancora non li avesse letti a provvedere al più presto. Andiamo con ordine? Sì, alfabetico per la precisione. Bruzzone Samatha, coniuge e complice (lui lo dice da sempre e finalmente in copertina c’è anche lei) di Malvaldi Marco. Tutta la scienza e la conoscenza di due cervelli parecchio funzionanti, messe a servizio del divertimento intelligente e credetemi che i due di scienza e conoscenza ne hanno a iosa di loro. Come ebbe a dire mi pare Umberto Eco, non è fondamentale avere tutte le risposte ma sapere esattamente dove cercarle quando ti servono. Questi due non solo sanno dove cercare le risposte, ma sono in grado di inventarsi le domande alle quali darle. Manzini Antonio, quando scrive di Rocco Schiavone è splendido ma quando racconta altro diventa superlativo. Una storia di provincia, di campanile, in cui descrive le miserie e le rivincite, che sanno di miseria anche quelle, di chi è costretto ad abbassare la testa, dagli eventi le circostanze la vita in generale. Lo fa con apparente distacco, dico apparente perché nei suoi romanzi, soprattutto quando parla di bambini e giovani, c’è compassione, quella vera che fa trasparire il dolore che provocano le ingiustizie e questa, La mala erba che infesta e soffoca, è di quelle che non può essere risolta da un tribunale o da un’indagine di polizia. Non è un thriller ma di sicuro se associamo il noir al romanzo “sociale”, è nero come la pece. Recami Francesco fiorentino, già inventore del Consonni e Co, abitanti di una casa di ringhiera in Milano, intorno a via Porpora. Anche lui come gli ideatori di romanzi seriali, ogni tanto esce dallo schema e se posso, si gode. La sinossi parla di un killer che come copertura è un tranquillo impiegato dell’inps. Ci si aspetta una storia intricata e ricca di humor nero (che è poi la sua cifra, di Recami non degli impiegati statali). Epperò parliamo di 573 pagine di romanzo, riuscite a immaginare quante trame orizzontali verticali e diagonali può essersi inventato? Non ci provate neanche perché non ci riuscireste. Dai colleghi corrotti, che non potevano mancare a un ipotetico ulteriore killer che decapita cani, anche quelli di gente che ha affari sozzissimi e poi sedicenti universitari, figli di ‘ndranghetisti, spogliarellisti, attentati, fino a una finta Sibilla e vi ho detto solo quel che succede nelle prime pagine. Dando per scontata la ricchezza lessicale del toscano (inteso come l’autore) e il suo amore per l’assurdo insieme a una fantasia che si riscontra raramente, ha messo insieme una storia in cui oltre alle millemila trame che si incrociano pefettamente, è palesemente nascosta una spietata disincantata crudeltà che sbeffeggia elegantemente tutti, perché in un pochino di quei personaggi, con un po’ di onestà ci si può riconoscere tutti.

“Negli occhi di chi guarda” ci sono un sacco di cose

Ce lo racconta Marco Malvaldi nel romanzo pubblicato come sempre da Sellerio. No niente vecchietti e niente Bar Lume, ritroviamo invece la filologa Margherita e il genetista Pazzi. Ve li ricordate? Sono i due che in Milioni di milioni si incontravano a Montesodi Marittimo per uno studio sugli abitanti (noti per avere tutti una forza fisica fuori dall’ordinario) per poi finire a cercare l’assassino (ovvio che ci fosse un morto, leggiamo o non leggiamo gialli?) per potersi scagionare. Cioè solo Piergiorgio a dire il vero, è l’unico senza alibi, ma l’aiuto della Castelli è fondamentale. Vabbè ciancio alle bande, stavolta i due sono in una meravigliosa tenuta, sempre in Toscana, i proprietari sono due gemelli omozigoti (e questo spiega la presenza di Pazzi) e uno dei due ha una ricchissima e particolare collezione d’arte (e questo spiega la presenza di Margherita). Quel che succede ve lo leggete, io vi dico perché leggerlo. Perché prendere un libro di Malvaldi è come leggere l’Oscar Wilde de L’importanza di chiamarsi Ernesto, con una grossa collaborazione di P.G. Wodehouse. Un giocoliere uno che con le parole ci si diverte proprio, e si sente. Si ride, si ride molto, na se con le parole è facile fare dei calembour divertenti, non lo è altrettanto costruire una trama che tenga, e garantisco che tiene, mischiare le carte e aggiungere per sovrappiù tutta una serie di informazioni o nozioni chiamatele come volete, senza le quali risolvere il “mistero” sarebbe difficile. Aggiungete la giusta quantità di sense of humor, che Malvaldi non ci fa mai mancare (a volte sospetto che per una battuta ucciderebbe la mamma come suol dirsi), e avrete il piatto perfetto.