Chi ha paura di Pulcinella

PulcinellaOk sono un po’ in ritardo sula tabella di marcia, nel senso che è uscito già da un po’ e sta uscendo il secondo, ma tant’è. Una scoperta Massimo Torre che sul momento ti lascia un po’ così, soddisfatta della lettura ma con un tarlo che ti rode, la sensazione che ci sia qualcosa che non va. Poi ci rifletti – ok ammetto di avere     anche scambiato due parole con l’autore – e ti accorgi di aver letto un gran bel libro, e quello che ti lasciava perplessa era assolutamente contestualizzato e quindi al suo posto. Siamo a Napoli, per la precisione al Rione Sanità, un rione che in realtà, nella realtà, è un po’ un quartiere a se stante. Un romanzo esagerato iperbolico rocambolesco, Torre propone un personaggio che diventa metafora, un uomo che rappresenta tutti gli uomini – o perlomeno tutti i napoletani, anche se è tranquillamente estensibile a tutta l’umanità – Pulcinella è una maschera, qualcuno che in realtà nasconde qualcun altro; è il vendicatore di tutti i malversati, la riscossa di tutti quelli che subiscono quotidianamente violenze e soprusi. Esagerato perché capace di azioni che giusto superman potrebbe fare, ma un’esagerazione necessaria per far arrivare il messaggio. Come ha detto Torre, solo i napoletani possono salvare Napoli. Un messaggio di speranza, uno sprone nei fianchi di tutti quelli che tacciono, che pensano di non poter reagire. Il romanzo scorre veloce, il linguaggio è buffo irriverente e a volte decisamente pesante, Torre insiste molto nella descrizione di alcune pratiche – a sfondo sessuale – che Pulcinella ritorce contro i delinquenti, risultando a tratti volgare, ma d’altra parte gli abusi e le prevaricazioni anche di quel tipo sono pratica comunemente usata dalla delinquenza organizzata per imporre vessazioni di ogni tipo, sono parte del processo di umiliazione che è parte integrante nella sottomissione ai voleri del boss di turno. e a differenza di quello che faccio di solito, vo do anche un riassuntino della trama.

A Napoli si sa non ci si fanno domande, a maggior ragione quando c’è di mezzo la malavita, la Cumpagneria nello specifico e un locale sottratto con il sistema del pizzo a un poveraccio. Se poi chi subentra nell’attività al posto di una merceria, è un tuttaio, le domande si dimenticano del tutto. Ma chi è questo Puccio D’Aniello? Uno che aggiusta tutto appunto, dai ferri da stiro alle lavatrici dai cellulari ai computer con prezzi che fanno concorrenza ai cinesi. Il locale comunque è stato affittato e al “sindaco del Rione Sanità” Clemente Sparaco, tanto basta. Ha altro cui pensare, altre grane da risolvere; qualcuno ha picchiato e messo in ridicolo usando le sue stesse armi, addirittura suo figlio, e lo ha fatto pubblicamente, indossando la maschera di Pulcinella, con il tipico lessico pulcinellesco, ironico sarcastico e irriverente. E Rosa, la figlia del merciaio sucidato dalla “cumpagneria”, che vuole vendicare il padre adorato, che giura a se stessa e al mondo che gli Sparaco la pagheranno; Rosa che guarda con rabbia il tuttaio usurpatore, e si innamora, con le conseguenze terribili che può avere l’amore, del Pulcinella vendicatore, di quella tragica eroica maschera che sghignazzando, sbeffeggia i potenti del Rione Sanità.  Insomma leggetevillo che stanno arrivando gli altri.

L’Europa che voglio

L’Europa, il vecchio continente, gran bel vecchio fra l’altro. Quello dove dopo Schengen si andava in Costa azzurra, in Spagna o dove volevi fermandoti al cambio, una volta ci rimettevi una volta ci guadagnavi. Poi han voluto l’Unione Europea, e va bene ci sta, ma dove e quando è successo che la Germania potesse decidere quanti litri di latte potevamo vendere? Ma in Germania o in Francia hanno le mucche programmate per fare un tot di latte al giorno? E perchè a un certo punto ci siamo trovati a dover buttare via le arance siciliane, pagando le restanti uno sproposito? Ecco mi sta bene l’euro, mi sta bene che abbiamo un interesse comune, ma deve essere comune, non di pochi. Tanto comunque, e questo forse sfugge, anche se non passi all’ufficio cambio, capita che il pane tu lo paghi 6 euro al kg in Italia e 2 in Francia. Allora ecco, L’Europa che voglio io è un Europa dove nessun paese prevale, dove ognuno produce quel che può e il surplus lo vende a prezzi calmierati a chi ha carenza. Voglio un’Europa in cui nessuno possa decidere che se gira al produttore io devo mangiare un formaggio senza latte, o una birra senza luppolo. E voglio un Europa dove ognuno parli la sua lingua avendo imparato a scuola una lingua comune. Dove l’importante sia l’Uomo. Non le banche. Come dite? L’ha già detto Gaber? Ah già.

Anime di vetro – Falene per il commissario Ricciardi

11119124_10206921815913848_7534668786990086498_nNon parlerò di trama, non vi racconterò quello che succede o non succede nel libro, primo vi toglierei il gusto di leggerlo e secondo, deGio lo fa egregiamente, ragion per cui diventa inutile che lo faccia io. Ma una domanda ve la voglio porre,cosa distingue uno scrittore da un grande scrittore? Leggendo questo libro lo si capisce, e si capisce che de Giovanni è ormai da tempo nella seconda categoria. E’ la capacità di scrivere, restando se stesso con l’inconfondibile stile, un libro che solo apparentemente è diverso dai precedenti, ma in realtà ne è la logica prosecuzione. È la capacità di dare una svolta decisa ma gentile, che si intuisce più che capire. L’interludio, il corsivo che fa da filo conduttore, che da il la  per capire a fondo la melodia, in questa nuova trilogia è la musica. Tre  classici della canzone napoletana. La prima, la colonna sonora ma non solo, di Anime di vetro è  Palomma ‘e notte. La storia di un uomo che per amore, paragonando l’amata a una falena, rischia di bruciarsi per allontanarla dalla fiamma (dell’amore) che la ucciderebbe.  Una storia ispirata alla vita del’autore, il poeta Salvatore Di Giacomo, che intrattene una casta e lunghissima relazione – tredici anni – con Elisa Avignano prima di sposarla, timoroso perché tanto più giovane di lui. E la storia con cui ci racconta questa canzone è poesia nella poesia. L’indagine, qualcuno – grazie Francesca P. Cassie  – ha notato un’analogia con Agatha Christie, in questo libro è o sembra del tutto marginale, non è nemmeno una vera indagine, è una disamina chirurgica dei sentimenti. Quelli di una donna che non ama più, ma deve sdoganare la fine di un matrimonio e una menzogna per tornare a vivere; la tristezza profonda, il dolore del barone di Malomonte Luigi Alfredo Ricciardi che per una volta non è un dolore cupo, ma una sana risposta a dei lutti, fisici emotivi e non solo; il dolore di un padre che vede la figlia infelice; i sentimenti feriti che diventano crudeltà inutile e ignobile.

Cambiano i protagonisti, non i vicoli, che passano in sottofondo, ma la città dei circoli e dei nobili. Cambiano i tempi, Hitler è salito al potere con le inevitabili conseguenze anche sulla politica italiana che sappiamo. E cambia Ricciardi, in quale direzione ahinoi, lo sapremo solo al prossimo libro.

Hanno aperto le gabbie – Attenti a LO ZOO di Marilù

Titolo del Libro: Lo zoo Autore :  Marilù Oliva Editore: Elliot Collana: Scatti  Data di Pubblicazione:  Luglio '2015Genere: LETTERATURA ITALIANA: TESTI ISBN-10: 8861929044ISBN-13: 9788861929043Una masseria blindata come Fort Knox, una vecchia contessa, ormai settantenne e una vicenda che trascende dalla classificazione di genere. Un po’ giallo un po’ horror, con una puntina di noir. Clotilde, meravigliosa creatura che proprio non riesce ad accettare il tempo che passa, e a darle una mano il chirurgo plastico, di non chiarissima fama,  Cristoforo Tommaseo, che ne è diventato l’amante oltre che il restauratore. Condividono un segreto con poche altre persone, pagate profumatamente per obbedire alle severissime regole imposte dalla contessa. La masseria nel Salento ospita uno zoo particolare, non sono animali a riempire le 7 gabbie, ma uomini, quelli che una volta si trovavano nei circhi. Quelli che se fossero nelle nostre città sarebbero semplicemente dei disabili, dei diversi. Non ci va leggera Marilù Oliva, insegnante scrittrice blogger moglie e mamma; un donnino piccino con due occhi magnetici che ti inchiodano, che quando scrive si trasforma in una specie di vulcano. Lo zoo è una metafora che va a toccare un tema attuale scottante scomodo e chi più ne ha più ne metta. Qui non si parla solo di disabilità, qui si affonda nell’esaminare chirurgicamente cosa provoca la diversità, nel diverso e in chi ha a che fare col diverso. Fra i sette ci sono un uomo affetto da iperticosi, una donna focomelica, un nano  un ciclope e una sirena. Marilù ci porta dentro il cuore e la mente di segregati e carcerieri; spietata. Ci racconta di come la follia – ammesso che di follia si possa parlare – può arrivare a far considerare degli esseri umani come degli esseri su cui sperimentare il proprio potere sulla natura, di come i diversi nella consapevolezza del loro essere, riescano a trovare spesso un equilibrio che a noi normali sembra impossibile. E invece amano soffrono godono proprio come i normali. Forse è questo che più salta fuori, o resta dentro, dopo la lettura. C’è da dire che il donnino di cui sopra, ha una capacità di scrivere decisamente notevole e una fantasia che le permette di imbastire intorno a delle possibili realtà, delle storie toste toste e con una lievità che ti fa passare tentati omicidi rapimenti e stupri in modo tale che ti indigni solo dopo aver finito il libro. Il messaggio che a me è arrivato forte e chiaro è: smettiamola col buonismo e prendiamo atto che forse, ammettendo che la diversità esiste, possiamo imparare a conviverci serenamente, senza pietismi, facendola diventare una cosa normale. Un libro, tanti registri, con sorpresa finale. Come al solito le trame le trovate sulle quarte, io da parte mia, vi consiglio solo di acquistarlo e leggerlo. Bé ad essere sincera fino in fondo vi consiglio caldamente anche l’antologia contro il femminicidio, i cui proventi sono tutti per il Telefono Rosa, che ha curato, Nessuna più , dove trovate fra gli altri , cito a caso, Berselli Bertuzzi Comastri  de Giovanni De Marco Proietti Mancini Montanari eccetera, e il suo Le sultane, ma quella è un’altra storia (da non perdere)

  • Titolo del Libro: Lo zoo
  • Autore :  Marilù Oliva
  • Editore: Elliot
  • Collana: Scatti
  • Data di Pubblicazione:  Luglio ‘2015

Torna in libreria Pierluigi Porazzi – Azrael

317214118.06.2015 – Torna Alex Nero, torna suo malgrado perché stavolta è lui la vittima, in stile mafioso gli stanno facendo pagare l’aver fatto il suo lavoro. E mentre la polizia indaga, la politica, o meglio una certa politica, protesta e impone depistaggi per meglio proteggere i suoi interessi.

Il panorama giallo/noir italiano sta vivendo una stagione d’oro già da alcuni anni, le motivazioni sono facilmente intuibili, cito – credo – Massimo Carlotto, amiamo il noir nei libri perché la realtà è molto peggio. E forse è vero, Porazzi è uno di quelli che ci racconta la provincia, è uno di quelli che la provincia la vive la conosce la respira. E anche se qualche anima spiritosa, necessitante visibilità a tutti i costi, fa della facile ironia sul marcio che ci racconta, resta il fatto che quel marcio è verità. Sono tanti i poliziotti/investigatori/uomini delle forze dell’ordine, che ci stanno accompagnando, ognuno con le sue caratteristiche. Alex Nero è uno di quelli, si muove dentro le storie dal di fuori, e Porazzi da a lui e ai suoi compagni di lavoro la nostra voce. Esattamente quelle cose che ogni giorno troviamo sui giornali e sulle bacheche dei social. La voce di chi tenta di combattere il malaffare, di chi viene punito per aver fatto il suo lavoro, perché il suo lavoro va inevitabilmente a toccare poteri forti, va a sputtanare e mettere in piazza Mafia capitale e amenità del genere prima che diventino notizie. E nel panorama di scrittori di genere, Porazzi è una voce forte e gentile. Non sono eroi senza macchia e senza paura i suoi, sono uomini con un residuo di umanità che tentano di far prevalere nonostante tutto. Se poi vogliamo parlare dell’autore, tanto di cappello, la capacità di scrivere libri con personaggi che reggono senza ripetersi non è di molti, ed evidentemente Marsilio lo ha capito. E’  mite Porazzi (e non è un insulto) ma che sa  descrivere la violenza, raccontarla con precisione, entrando e uscendo ora dalla mente dei delinquenti, ora in quella dei poliziotti. Sa scrivere e lo fa bene. Meriterebbe a mio modestissimo parere un pubblico più vasto, per tante ragioni. Una di queste è che non ricorre a mezzi stilistici furbi, non usa la battuta per sdrammatizzare, ci rovescia addosso la palta e l’essere più intimo dei suoi personaggi. I loro dolori le loro storie, che sfrondando un po’ qui e la, sono quelle di tutti. P.S. i tag non sono messi a caso, ma per capirne il perchè vi tocca leggere il libro 😉

AZRAEL
Euro 18,00
isbn: 978-88-317-2141-7
anno: 2015

Città di polvere – Romano de Marco

9788807031472_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleFra gli scrittori di ultima generazione Romano de Marco rientra a pieno titolo fra quelli che non sono più da tenere d’occhio, ma di cui aspettare la prossima uscita. Avete letto Io la troverò in cui abbiamo conosciuto Marco Tanzi e Luca Betti? Sì i due poliziotti della questura di Milano, quello cattivo e quello buono? Se non lo avete fatto datevi una mossa e procuratevelo in fretta, non è necessario averli letti per capire cosa succede in questo, ma sicuramente conoscendo il pregresso ve lo godete di più. (Se poi volete proprio godere, cercate Le prince noir, una raccolta che è un gioiellino) Tanzi è un bastardo, ma è uno che ha trovato la forza di uscire dal buco nero della punizione auto inflitta (dopo aver pagato quello che doveva) e adesso vive come può; portandosi addosso tutto il suo passato come una maglia tatuata. Betti è quello buono, quello che perdona, quello a cui forse mancano un po’ di palle, quello che credeva nelle regole, nelle procedure nell’onestà, e non è andata tanto bene nemmeno a lui. Di cattivi avidi, gente che venderebbe sua madre per una caramella o un tiro di coca, le librerie traboccano, e a quanto pare anche le questure i commissariati e le procure. Le città invece, traboccano di ignavi, di gente che non si accorge di quello che succede, di gente che per superare lo stress per divertirsi per fare soldi per non pensare, si lascia fottere da qualunque nuovo tipo di droga. E più sballi più riesci a star fuori dalla realtà, meglio è. Sì ma meglio per chi? Per chi sulla pelle degli altri ci vive, e ci vive alla grande. De Marco ci racconta una storia sporca che nemmeno la candeggina, una storia che viene da relativamente lontano una storia di corrotti per cui la vita degli altri pesa meno ancora dei famosi 21 grammi. E insieme una storia di coraggio, di onestà e di forza, anche quella di morire. Ci ha confezionato un libro che trabocca di quello che non vogliamo vedere. Lo fa con lo stile che ormai gli è proprio, riuscendo a calibrare linguaggi e atteggiamenti, dosando l’adrenalina come un medico alle prese con un arresto cardiaco, il dosaggio deve essere perfetto o il paziente muore. Un libro che ti tiene col fiato sospeso non tanto per le situazioni ansiogene, quanto per l’incertezza di quale direzione prenderanno i personaggi che quando un autore è bravo, diventano persone. E De Marco bravo lo è davvero.

Mi era rimasto fra le bozze, chissà perché

Ormai è una certezza, sono caduta qui ma ero destinata ad un altro mondo. Questo proprio non lo capisco. Sì sto pensando alla ignobile vicenda Aldrovandi. Ignobile da qualunque parte la si voglia guardare purtroppo. Si salva solo il dolore di una famiglia che aveva un figlio e non lo ha più. Però vorrei capire, capire chi cavalca la tigre ma soprattutto perché. Perché lasciare sulla strada poliziotti evidentemente impreparati. Impreparati alla vita mi verrebbe da dire.  Perché non ho dubbi che in altre 1000 occasioni abbiano fatto il loro dovere egregiamente, salvo perdere la testa davanti all’imprevisto. Un imprevisto ragazzo fatto a sufficienza – stando alle perizie – per essere ucciso da un cedimento cardiorespiratorio abbastanza tipico. Possibile che non fossero preparati ad affrontare una situazione in cui una persona, indipendentemente dal motivo è andato di testa? Da non capire che la non reazione al dolore delle botte era un sintomo e non una spacconata (che non giustificherebbe comunque la prosecuzione del pestaggio), da non capire che sarebbe stato sufficiente ammanettarlo e poi spedirlo in ospedale? Questa è la prima cosa che non capisco, la seconda invece è il perché i giornali i pennivendoli i telegiornali e l’ormai mitica rete, diano genericamente la notizia della condanna per omicidio senza specificare che trattasi di omicidio colposo. Perché non vorrei dire ma fa la sua bella differenza. Così si creano i martiri e a me sembra che troppo spesso si confondano degli sfigati con dei martiri. Sfigati nel senso di sfortunati all’ennesima potenza, fosse passato da un’altra strada Federico sarebbe ancora vivo, ma forse lo sarebbe anche se invece di essere conciato fosse stato lucido.

Il fiume ti porta via –

COP_pasini_il_fiume_ti_porta_via.inddCon il suo primo libro – Venti corpi nella neve –  Pasini ci ha fatto conoscere Serra, un commissario mica troppo in linea col potere, in un paesino dell’appennino alle prese con degli omicidi che ci riportano alla guerra e ai partigiani, e alle prese con se stesso e quella che lui chiama La Danza, una sorta di vuoto in cui entra nella testa degli altri. Un tipo strano Serra, con una storia d’amore che non si capisce dove andrà a parare, con la bella ma insopportabile Alice. Nel secondo romanzo – Io sono lo straniero – lo troviamo trasferito a fare il passacarte sulle colline del prosecco, sempre più incasinato con tutto. La Danza è il fulcro dei suoi problemi con Alice, o almeno così pare, tanto che la stessa lo fa visitare dal professor Gardini, luminare della psichiatria che suo malgrado è uno dei protagonisti di questa nuova prova. Dico suo malgrado perché è il morto ammazzato su cui Serra, sospeso dal servizio per l’ennesima intemperanza, indaga andando sulle sponde del Grande fiume. Il Po. Cantato e descritto da Giovannino Guareschi, ma non solo, il fiume continua ad esercitare il suo fascino su chi non ci è nato e cresciuto a cavallo (anche a a chi sì veramente). Uh fatemi tornare a bomba, Gardini era stato una vita nella Bassa, era conosciuto come il Re dei matt, fino alla chiusura  dei manicomi con la legge Basaglia, infatti, Gardini era stato il direttore nonché praticamente padrone del manicomio di Colorno. Insomma tornato a Pontaccio, Gardini viene ucciso e Serra va ad indagare. Come di consueto i personaggi che contornano la non autorizzata indagine sembrano davvero usciti dalla penna di un altro tempo, il comandante della stazione dei carabinieri, presenti in numero di due, un panzone ipercattolico baciapile chiacchierone – specie con la stampa – che risponde al nome di Sbezzeguti e vede Serra come il fumo negli occhi, tentando di attribuirsi quelle che gli sembrano mosse vincenti, il maresciallo Donizetti, una macchietta comunista a far da contraltare. E poi c’è Serenella, piena di cicatrici nascoste, che gestisce il Bavtrattovia – così lo pronuncia Donizetti. Un posto dove la musica che esce dal juke box è rimasta, per precisa scelta, quella di molti anni fa. Roberto impara a sentire la voce del Po, una voce che diventa per lui quasi il canto di una sirena, che lo ammalia tanto quanto Serenella. Impara un sacco di cose Serra in questo viaggio, ha la conferma di quanto son piccoli i paesi piccoli, e di quanto sia strana e radicata la gente della Bassa. Impara che i matti non son sempre quelli che stan fuori, che la vita può non essere solo dolore anche quando può fare tanta paura, tanta quanta ne può fare la piena di un fiume che non guarda in faccia nessuno, nemmeno Gesù Cristo in croce.Ha la conferma che lui non fa il poliziotto. Lui è un poliziotto. e poi c’è Mixielutzi, una specie di angelo custode che con il suo grado apre le porte a cui Roberto non potrebbe nemmeno avvicinarsi. Scopre un sacco di cose Serra in questa strana terra che è la Bassa, stretta fra il Fiume e gli appennini. Anche chi ha ucciso il vecchio Re dei Matt. Le scopre tutte imparando se ne avesse avuto bisogno, che dietro ogni volto ogni nome ogni storia, ci sono segreti quasi sempre dolorosi. Ah Volete sapere che cosa succede fra lui ed Alice e come sta la piccola Silvia? E no, per quello vi dovete leggere il libro.

Potevo non dire la mia?

Tempo di bilanci aziendali e non, per molti versi quest’anno che oggi ci lascia è stato davvero uno dei peggiori. A livello mondiale intendo, poi vai a vedere bene bene e scopri che in fin dei conti la nostra parte di colpa ce l’abbiamo eccome. Ovviamente penso alle alluvioni alle frane a terremoti  a disgrazie varie ed eventuali dove com’è o come non è se l’uomo non ci avesse messo lo zampino…E lo stesso vale per la situazione politica, abbiamo quel che ci meritiamo. Per restare sul personale comunque, ho molto di cui ringraziare e molto di cui lamentarmi, per cui direi che vado in pari. Certo quest’anno si è portato via un po’ troppa gente in maniera definitiva, e le perdite di persone a cui vuoi bene (o a cui vogliono bene le persone a cui vuoi bene) non sono mai compensate, ma mi dicono che così è la vita. Il mio augurio per tutti (me inclusa) è che nel 2015 siate capaci di tenere duro, di affrontare eventuali sconfitte e farle diventare esperienza per le prossime vittorie, amate, che il vostro amore sia ricambiato o no. Godete di ogni singolo piacere, che venga da un piatto una bottiglia una telefonata un incontro inatteso un libro che vi emoziona una canzone un tramonto o un’alba. Abbiate cura di voi e delle persone che amate, fate in modo che gli amici sappiano che anche se non vi sentite ci siete gli uni per gli altri, Fin dove potete lasciate perdere e dove non potete chiudete le porte senza rimpianti, lo dovete a voi stessi. E se qualcuno vi dirà che volere è potere, portatelo in cima ad una rupe, dategli una spintarella e salutatelo. Anche volendo dubito che potrà volare. Buon Anno amici

Inutili diatribe

Ancora una volta gironzolando in rete resto sconvolta incazzata e oltre, leggendo articoli sulla presunta discriminazione dei disabili. Lo so l’argomento è spinoso, ma perdio, abbiamo una lingua così piena di termini che forse sarebbe il caso di impararla prima di usarla a sproposito. Lo spunto mi viene da questo articolo http://www.wired.it/lifestyle/salute/2014/03/03/genitori-cattivi-quella-ragazza-disabile-blocca-tutta-la-classe/?utm_source=twitter.com&utm_medium=marketing&utm_campaign=wired. Ora esistono diversità, disabilità e situazioni particolari ingestibili. Inutile nascondersi dietro la storia dei diritti. Ci sono le Simona Atzori senza braccia dalla nascita che vive come se le braccia le avesse (riuscissi a fare io metà delle cose che fa lei) e poi ci sono i paraplegici. Sarebbe bello fossero tutti come Alex Zanardi, invece ci sono persone che non possono (per mille motivi) e pretendono di fare come se le gambe le avessero. Sarò crudele non dico di no, mi augurerete figli handicappati o disgrazie a gogò, ma se è un tuo diritto avere un montascale/ascensore/pedane che ti consentano di arrivare dove arrivo io, non puoi pretendere che io non salga le scale perché a te viene negato. Prenditela con lo stato, prenditela con il comune prenditela con chi ti pare ma non con me. Perché il tuo diritto finisce dove inizia il mio e viceversa. Se la disabilità è fisica, si pretenda, tutti indistintamente, che lo stato metta tutti nelle stesse condizioni – anche se a dirla tutta, un ascensore panoramico attaccato al Cupolone un po’ mi farebbe incazzare – e sia data a tutti la possibilità di accesso a servizi e quant’altro, ma senza scadere nel ridicolo e nel paradossale. Se sei su una sedia a rotelle maledetta miseria, non puoi pretendere di fare pattinaggio. Farai uno sport di squadra in cui siano tutti sulla sedia a rotelle, però a quel punto non dire che sei ghettizzato/a. La logica mi dice che non posso far gareggiare un peso piuma con un peso massimo (non contate troppo sulla storia di Davide e Golia che non abbiamo le prove). Diverso non è un giudizio, è una constatazione. Io certamente sono diversa da Caravaggio, sono diversa da Michelangelo, da Isabella Allende da Alessia Marcuzzi e da Barbara D’Urso – grazie a Dio -, qualcuno ha il coraggio di dire che mi sto definendo migliore di loro? Ecco allora se io non mi sogno odi dipingere la Sistina, tu che purtroppo hai un handicap  psichico, non puoi pretendere di fare l’università. E questo non significa che sei peggiore, solo diverso.