IL VIZIO DELLA SOLITUDINE

Raul Montanari

È la mattina del 3 settembre, le 8 del mattino per essere precisi e sulle rive del Ticino in mezzo alla boscaglia succede un fatto brutto, l’ex ispettore Ennio Guarneri che voleva solo stare in pace nel silenzio, si trova a dover intervenire per sventare un omicidio o almeno così crede in quel momento. Sono passati due anni da quando ha fatto la cazzata che lo ha fatto uscire dalla famiglia della Polizia, ha pensato per un attimo che la giustizia potesse prevalere sulla legge ma è stato clamorosamente smentito dai fatti. Da quando ha restituito tesserino pistola e manette, si è come dire ritirato in casa, a meditare a capire a pensare, tanto per il momento problemi di soldi non ne ha, può decidere con calma cosa farà. Intanto ha deciso di fare una cosa che sembra strana assai, a cinquant’anni ha preso contatto con la sua maestra delle elementari per rifarle. Imparare da grande le cose che hai imparato da piccolo può sembrare senza senso, ma ne sente il bisogno, forse per capire come è arrivato fino a lì, e la maestra Girelli ha accettato, dalla terza alla quinta però, prima e seconda sono un po’ troppo. L’assassino torna sempre sul luogo del delitto si dice e a volta lo fanno anche gli ex ispettori, quel fatto brutto gli ha lasciato troppe domande e dei brutti presentimenti che ahi lui, si riveleranno fin troppo reali. Nel giro di pochi giorni la vita di Guarneri è sconvolta come già era successo quando ha lasciato la polizia e anche questa volta a scatenare il tutto è quella sottile differenza che passa tra giustizia e legge, fra i concetti stessi che indicano le due cose. In realtà c’è molto altro a sconvolgere Ennio, e quando lo finisci questo romanzo, ti chiedi se hai letto un noir (purissimo, perché diciamolo, Montanari è fra i migliori autori in circolazione) o se hai letto un romanzo a tutto tondo. La storia è verosimile assolutamente credibile e orchestrata perfettamente. Un noir vero, poi però man mano che decanta ti accorgi che hai letto forse una storia d’amore o addirittura qualcosa di filosofico. Oserei addirittura onirico. Ogni personaggio potrebbe essere una metafora. L’argomento rappresenta un dilemma dall’antichità direi, legge e giustizia non corrispondono quasi mai, in generale nel mondo e qui da noi in maniera particolare. Montanari, scrittore di lungo corso e insegnante di scrittura creativa, ha una mano fatata, non si distingue per uno stile particolare e non ha personaggi seriali che richiamino immediatamente il suo nome, ma ad ogni romanzo, qui all’autore si affianca lo scrittore, dà un qualcosa di particolare e unico, pur mantenendo uno stile assolutamente personale e riconoscibile. Lo distingue forse la pacatezza, che peraltro, per quel che ho potuto constatare negli anni, sia pur in ambito di incontri letterari e della conoscenza virtuale, gli appartiene come persona e che riesce a mantenere anche quando descrive situazioni e scene oggettivamente terribili. Promosso come sempre a pieni voti. Dell’autore e della sua carriera e cultura non sto a raccontarvi niente, è scrittore docente traduttore soggettista sceneggiatore eccetera, i suoi lavori troppi per essere elencati, vi linko (dio che roba orribile) wiki, così se per caso vi incuriosisse saperle tutte, lì le trovate. Siccome sapete che sconti qui non se ne fanno né agli amici né ai nemici, io ho scritto di getto le mie impressioni e poi gli ho chiesto se gli andava di togliermi un paio di dubbi (ebbene sì, riconosco a volte la mia fallibilità). Gentilissimo come sempre ha risposto e vi posto qui di seguito domande e risposte.

–        Leggendo il romanzo, più che una solitudine imposta, ho avuto l’impressione di una solitudine cercata non tanto come necessità di essere “tutto suo”, quanto come momento di riflessione, di ricerca di un nuovo equilibrio che viene interrotto dagli eventi, mi sbaglio di tanto?

Né di tanto né di poco: è così come dici. La frase di Leonardo, “Sii solo e sarai tutto tuo”, è sublime, ma aveva più ragione Aristotele quando diceva che l’uomo è un animale sociale: non possiamo pensare seriamente di vivere separati dai nostri simili, e non a caso l’isolamento è la punizione più temuta per un carcerato. È vero invece che la solitudine intesa come raccoglimento, come ricongiungimento col nocciolo profondo di ciò che siamo, è una misura igienica dell’anima. È necessaria, specie dopo una crisi, per ripartire nella direzione giusta, allontanandosi dal baratro.

Mi viene un paragone frivolo: non si può vivere sotto la doccia, ma la doccia bisogna pur farla ogni tanto. Ecco, non si può vivere soli ma i momenti di solitudine devono essere come la punteggiatura della nostra vita in mezzo agli altri.

–        Alla fine del racconto, dopo aver detto “che bello”, ho pensato a quanto verosimile e nello stesso tempo surreale sia la vicenda raccontata. Hai cercato dei riscontri per quello che racconti (che sembra più che plausibile e probabile) o sei andato di fantasia?

Ti sembrerà strano ma in questo romanzo, rispetto ai precedenti, c’è un tasso di invenzione bassissimo. Avrai notato che la narrazione è continuamente attraversata da episodi ricordati, raccontati, rivissuti: sai che nove su dieci sono veri, perfino quelli che sembrano più incredibili? Certo la vicenda nel suo insieme ha qualcosa di fantastico, tanto è vero che quando il protagonista cerca di riassumerla al prete da cui ha deciso di confessarsi, verso la fine, la trova lui stesso così assurda che deve interrompersi per un accesso di riso. Questa però è l’assurdità della vita: perfino l’esistenza più banale può assumere una sfumatura irreale, se vista da una certa prospettiva.

–        Tutto il racconto mi è sembrato in realtà propedeutico alla “rinascita” di cui parlavo prima, una sorta di ricostruzione (in cui Ric diventa quasi una figura metaforica) per poi poter partire da una pagina bianca, in particolare una sorta di pulizia per essere pronto all’amore, sono troppo romantica?

No, anche questo è vero. Il percorso sanguinoso che il protagonista attraversa è un rituale di rigenerazione, di rinascita. Tutti i simboli che lo accompagnano suggeriscono questo percorso da buio a luce: l’uccello predatore attraverso gli occhi del quale vediamo il Prologo (un cormorano, destinato a morire) e quello intelligente, versatile, più simile alla nostra dimensione umana, il cui sguardo accompagna la camminata del protagonista nel finale (un corvo). E naturalmente le ultime righe, quel cielo ancora rannuvolato dietro il quale il sole, “con la sua terribile pazienza”, aspetta il varco.

Ric è un personaggio che, nonostante l’aspetto comico, ha caratteristiche mitologiche. È un demiurgo, un trickster (infatti è un maestro di tricks, di trucchi), un angelo-demone che sta a metà fra il mondo degli uomini e quello degli dei. Non a caso nei miei romanzi compare a un certo punto – mai all’inizio – e scompare alla fine, dopo aver accompagnato il protagonista nel viaggio che dicevamo.

–        In virtù delle due cose che ho detto sopra, sarebbe assurdo definirlo un noir (perché quello è di sicuro) onirico?

Perché no? Mi ricordi il giudizio che Michel Ciment diede del secondo film di Kubrick, Il bacio dell’assassino, un’opera difettosa ma affascinante che in seguito il grande regista ripudiò nella sua ansia di perfezione. Ciment disse appunto che quel film aveva “il sapore di un lungo incubo a occhi aperti”. Una qualità onirica, appunto. Non dimentichiamo che i sogni, come i fantasmi, non sono affatto vaghi e inconsistenti: sono fatti di dettagli straordinariamente realistici. I mattoni di cui sono fatti i sogni sono gli stessi della vita di ogni giorno, ma disposti in modo sorprendente.

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Autore: Coleichelegge

Innamorata perennemente incazzata politicamente scorretta inesorabilmente libera

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