Forse sto diventando vecchia, e trovo così bella questa parola che non avete idea. Essere vecchi non vuol dire rughe solitudine seno e guance che cedono alla forza di gravità. No, per come la vedo io essere vecchi vuol dire avere accumulato nel cuore e nella testa, tante di quelle cose belle e brutte, che per forza fai pace con la vita. Smetti di prenderla di petto e accetti quel che è stato e quel che sarà. Giustamente potreste chiedervi che cavolo c’entri la vecchiaia con Sanremo e la TV. Allora, Sanremo compie 70 anni e forse anche lui, ha imparato ad accettare quel che è stato e quel che sarà, polemiche discorsi infiniti e questo sì e quello però e avanti Savoia, ma la kermesse va avanti e cascasse il mondo, siamo tutti a sperare di svegliarci il giorno dopo con una canzone in testa, a parlare dei vestiti delle voci degli ospiti e dei conduttori. Ieri a Domenica In, com’è ovvio e giusto che sia, di Sanremo hanno parlato, la zia Mara (che comunque io continuo a considerare una plagiaria, per conferma chiedere ai miei amici, la vecchia qui era la Zia, quando lei era ancora solo Mara Venier)nata nel 1950. Di lei ho detto quando vi ho parlato della sua autobiografia, non la sopportavo, la trovavo un’attrice mediocre e una caciarona con poco senso, poi col passare degli anni, un po’sarà cambiata lei, un po’sarò cambiata io, ma adesso la adoro. Ha saputo tirare fuori anche in televisione quello che è, una donna bella dentro e fuori, che fa casino per natura ma è talmente professionale da trasformare il suo casino in simpatia, da saper gestire meravigliosamente il rigore lavorativo con il suo essere donna mamma nonna, senza troppi pudori ma senza sbracare. Fra gli ospiti c’era la Ricciarelli, 74 anni, una vita a fare la sostenuta davanti alle telecamere, a mantenere l’immagine, a tacere e sfuggire dal passato, è un capricorno, il privato è privato soprattutto quando è doloroso. Adesso si è ammorbidita, ha imparato a ridere anche davanti alle telecamere, a parlare del suo amore finito, a ricordare con un sorriso, mi ha fatto una tenerezza infinita. Una splendida donna, certo io non la farei arrabbiare, ma la dolcezza è sempre più forte. Poi c’era Teocoli, 75, una vita di successo, le rughe su un uomo ancora figo come pochi, che sono quelle di chi ha tanto riso e probabilmente tanto pianto, con tutto il rispetto (ahahahha), non si diventava un simbolo sui social, si sudava e parecchio, si prendevano porte in faccia, si abbassava la testa e si andava avanti. Poi c’era Bartoletti, 71, un enciclopedia che come la Treccani, non diventa mai obsoleta. Amedeo Minghi 72, una voce ancora splendida, anche lui con tante cose pesanti dentro, ma che ha fatto cantare tutti, volenti o nolenti e lo ha fatto sorridendo. Lo scopo di sto papello? Nessuno, se non riconoscere la bellezza della vecchiaia (anche perché l’alternativa…). Certo i signori di cui sopra sono dei privilegiati, almeno per quanto riguarda il lavoro, la vita li ha dotati di talento e un filo di cazzimma (che ahimè nella vita è necessaria), ma hanno saputo riconoscerlo e si sono fatti allegramente il mazzo per metterlo a frutto, ma ogni volta che vi viene da dire oh povera me come sono vecchia/o, ricordatevi che si può far pace con se stessi e la vita (che delle volte diciamolo, si impegna a far la stronza), solo se si diventa grandi, come il Festivàl (per dirla come Pippo, 83)
