Con un titolo un po’ “spiazzante” (visto che è riferito al nostro durissimo Rocco), Manzini ci riporta sul luogo del delitto o quasi. Avevamo lasciato il nostro in una pozza di sangue – Schiavone, non Manzini, che comunque ha rischiato grosso – e lo ritroviamo mutilato di un rene, ma vivo e vegeto in ospedale. Oltre al cibo al non poter fare quello che vuole (provate a indovinare chi va in giro con il loden sopra il pigiama e in ciabatte) e ad aver preso una infezione che gli provoca un po’ di febbre che ne impedisce le dimissioni, sente un cattivo odore. La puzza di qualcosa di sbagliato relativamente ad un errore fatale che avrebbe commesso il chirurgo che lo ha operato, rispetto allo scambio di una sacca di sangue. Non gli torna che quel medico così competente così preparato, possa essere incolpato per la morte di un paziente che fra l’altro ha subito il suo stesso intervento. Proprio non gli va giù. Già di suo quando qualcosa non gli suona bene si impunta come un segugio, figuriamoci non avendo niente da fare. Gli ultimi due romanzi li avete presenti? Una galoppata nella pampas, quando il cavallo corre corre e tu devi stare ben saldo facendo fatica quanto lui, stavolta invece siamo passati ad una passeggiata in campagna, con qualche breve pezzetto al trotto per rompere la monotonia del paesaggio. Chiaro che la metafora contiene un “errore”, non esiste una pagina di questo romanzo che sia noiosa, è profondo come sempre, la figura del vicequestore è un caleidoscopio in cui scopriamo figure nuove ad ogni cambio di pagina. Che abbia un carattere di merda non ci piove, ma poi chi è che può giudicare? Alla fin fine con tutto il suo turpiloquio, con tutta la sua insofferenza nei confronti del mondo, è lui quello che alla fine ci perde, è solo, tradito e ci sta male, ciononostante fa il suo sporco lavoro, sapendo che un po’ di quel marcio in cui si immerge gli resterà appiccicato addosso. Eppure si intenerisce con Gabriele e sua madre, sapendo che poi l’abbandono (forse inevitabile), gli lascerà un’altra cicatrice. Ama la sua Lupacchiotta con una tenerezza che mai si immaginerebbe e ha un disperato bisogno dell’amore di Marina, dovunque lei sia. Dai diciamolo, è un tenero Rocco, magari con l’anima stropicciata ma piena di cose da dare. Fenomenale l’alternanza fra i momenti d’indagine e le vicende della squadra, momenti che esilaranti è definire poco. “Perché l’amore è l’ultima spiaggia della medicina”, che si tratti di curare malattie del fisico o dell’anima. A questa conclusione ci porta Manzini con i suoi romanzi, dove come nella vita, si arriva alla fine mescolando una lacrima a una risata, una carezza a un pugno.
